0

30 marzo 2014

Polifonia dei silenzi

image

Una magistrale interpretazione delle culture giovanili contemporanee di Massimo Canevacci: uno strumento indispensabile al salto generazionale per non interrompere il dialogo e ridisegnare futuri possibili

Cosmesi Semiotiche

La polifonia del silenzio giovanile è una sorta di cosmesi semiotica in cui il corpo riveste la nudità delle parole. I movimenti corporali dei giovani sono tante vesti che le parole indossano per colorarsi, profumarsi, eccitarsi o congelarsi. Cosmesi.

La cosmesi semiotica – ovvero quell’eccesso in più che intonazione, ammiccamenti, gestualità conferiscono al fiato – ruota intorno a queste polifonie silenziose. La polifonia del silenzio è cosmetica.

Il rapporto tra mondo adulto e la variegata complessità semiotica dei mondi giovanili è occhiuto quanto – in genere – poco disponibile a questa prova polifonica. Troppo spesso l’ascolto adulto è monofonico e ossificato, abituato – anzi assuefatto – a riconoscere solo certi timbri: i propri. Mentre le mobilità espressive, i modelli culturali, gli stili di strada, le scelte musicali o espressive, le cosmesi corporali, le fluidità stratificate dei codici giovanili si basano su differenze profonde mai date una volta per tutte.

Per tutto questo è necessario andare oltre quello che si immagina un mondo giovanile compatto ; quello che ètale uni-verso nei movimenti giovanili si presenta come multi-verso, così come l’in-dividuo si manifesta fluidamente come multi-viduo, l’identità come qualcosa da attraversare e incrociare, piuttosto che fissare e incollare.

È noto come le parole scritte si possano interpretare in una infinità di modi, seguendo e inseguendo le tonalità differenenti con cui il lettore (così come lo scrittore autore del testo) riveste e investe la nudità scritta. Da qui gli infiniti fraintendimenti che una nuda frase può provocare. E la straordinaria quanto infinita polisemia della scrittura. Ovviamente, lo stesso avviene per la comunicazione orale con in più l’investimento emozionale della presenza fisica dell’altro.

Polifonia dei silenzi

                                                                                                                                     Lo spiro (Wehende) ascolta,

                                                                                                                                     L’ininterrotto messaggio che dal silenzio si crea

                                                                                                                                     R.M.Rilke, prima elegia duinese

 – Cosmesi semiotiche

Vi sono tanti tipi di silenzi. Proprio in quanto al silenzio si associa la sottrazione della parola, i significati che veicola tale assenza si fanno di una molteplicità ancora più irregolare dei molti significati che le parole “normali” possono veicolare. Spesso al silenzio si associa una accesa dilatazione dello sguardo o una sua totale assenza: in mezzo una molteplicità di occhi-occhiate-occhiaie. Introdurre la polifonia del silenzio non è un paradosso, dunque. Né un ossimoro. La polifonia del silenzio introduce la complessità del linguaggio che comunica anche – e a volte soprattutto – in assenza delle parole.

Il rapporto tra silenzio e comunicazione implica alcune precisazioni:

  • Si comunica sia quando si parla che quando si tace.

  • In entrambi i casi, si metacomunica con espressioni facciali, corporali, gestuali, timbriche.

  • Tale sovraesposizione linguistica del linguaggio silenzioso contraddice, contrae, dilata, distorce il senso delle parole nude.

Lungo questo intreccio si distende la polifonia del silenzio come cosmesi semiotica e allora il corpo riveste la nudità delle parole. I movimenti corporali sono tante vesti che le parole indossano per colorarsi, profumarsi, eccitarsi o congelarsi. Cosmesi. È noto come le parole scritte si possano interpretare in una infinità di modi, seguendo e inseguendo le tonalità differenenti con cui il lettore (così come lo scrittore autore del testo) riveste e investe la nudità scritta. Da qui gli infiniti fraintendimenti che una nuda frase può provocare. E la straordinaria quanto infinita polisemia della scrittura. Ovviamente, lo stesso avviene per la comunicazione orale con in più l’investimento emozionale della presenza fisica dell’altro.

La meta-comunicazione comunica sulla comunicazione.

La cosmesi semiotica – ovvero quell’eccesso in più che intonazione, ammiccamenti, gestualità conferiscono al fiato – ruota intorno a queste polifonie silenziose. La polifonia del silenzio è cosmetica.

Non vi sono regole universali del silenzio. Le diverse culture e persino i differenti contesti attraversati da soggetti mobili esprimono indefinibili multi-versi del silenzio. Per questo l’attenzione all’ascolto del silenzio non si concentra nell’organo ad esso predisposto (l’orecchio), bensì alla multi-sensorialità del soggetto. Sguardo, tatto, odorato, gusto sono altrettanto importanti dell’udito. Di conseguenza, la polifonia del silenzio è un’aporia per la logica tradizionale che deve essere attraversata – e non risolta – sfidando le regole sintattiche stesse. Essa spinge incessantemente verso una mutazione sensoriale del soggetto. Che ascolta con lo sguardo, vede con la pelle, odora con la bocca.

La polifonia del silenzio, quindi, implica non tanto la predisposizione all’ascolto, quanto a modificare i sistemi percettivi dell’intero corpo senziente del soggetto. Detto in altri termini, infrangere il muro del silenzio non implica semplicemente predisporre i cinque sensi verso l’attenzione ordinata: implica praticare e sperimentare innesti continui e mutanti tra in sensi che – da cinque – si fanno associazioni fluide multi-percettive e multisensoriali. Frammenti senzienti all’ascolto. Costellazioni espanse del sentire cosmesi semiotiche.

Parole nude, vestite e travestite.

– Sordità adulte 

Il rapporto tra mondo adulto e la variegata complessità dei mondi giovanili (cfr. Canevacci, 1999) è occhiuto quanto – in genere – poco disponibile a questa prova polifonica. Troppo spesso l’ascolto adulto è monofonico e ossificato, abituato – anzi assuefatto – a riconoscere solo certi timbri: i propri. Mentre le mobilità espressive, i modelli culturali, gli stili di strada, le scelte musicali o espressive, le cosmesi corporali, le fluidità stratificate dei codici giovanili si basano su differenze profonde mai date una volta per tutte.

Questo monologismo travestito di autorità adulta diventa particolarmente inefficace quando pretende di fare ricerca su questo mondo giovanile adottando i propri codici per rilevare le (proprie) risposte. Il questionario – sociologico e/o giornalistico – è l’esempio più banale di questo restringimento delle polifonie giovanili dentro gabbie di ferro monofoniche. Il questionario raccoglie quello che già è inscritto nella formula. In questo senso, la logica della rilevazione adulta è tautologica. La risposta è compresa – e rappresa – nella domanda.

Sfidare e oltrepassare le sordità adulte significa anche spezzare le simmetriche tautologie: quel sistema cognitivo ossificato attraverso cui il controllo tipologico del mondo adulto si investe di risentimento. E il risentimento proietta – in un mondo giovanile comprensibile solo in quanto classificabile in generi – ansie, angosce, desideri irrisolti, passioni riemergenti di una vita percepita ormai spenta o quasi. Una vita che si sa come deve andare a finire: venire a patti con quel principio di realtà che si è contribuito a rendere oggettivo e quasi “naturale”, da trasmettere come “lezione-di-vita” alle nuove generazioni. Mentre in realtà tutto questo è il risultato (al meglio) delle proprie sconfitte o di progressivi adeguamenti, di scelte che hanno contribuito a trasformare in morale ciò che si è subito. In prescrizione ciò che è opzione.

Per tutto questo è necessario costruirsi quello che si immagina un mondo compatto e certo – quello giovanile – come il proprio mondo adulto; mentre tale uni-verso nei movimenti giovanili si presenta come multi-verso, così come l’in-dividuo si manifesta fluidamente come multi-viduo, l’identità come qualcosa da attraversare e incrociare, piuttosto che fissare e incollare.

– Iperloquacità giovanili

Gli altri-versi dell’iperloquacità giovanile ci introducono nel flusso polifonico del silenzio giovanile come un iniziando che si trova di fronte – improvviso e imprevisto – un dio inatteso.

“Arpocrate incarna il dio del silenzio, ma di un silenzio molto vigile dove non c’è alcuno spazio per la disattenzione. Un silenzio che non ha nulla a che fare con il torpore o la narcosi, va oltre la parola e il linguaggio (…), un silenzio d’attesa che nasce nello spazio potente del sonno e apre alle periferie, ai margini, ai bordi del mondo”.

Così Giovanni Fiorentino introduce il suo bel saggio sul silenzio. Con un dio poco noto, un dio silenziato da una cultura – quella greco-romana – che ha nel logos, nella parola, nel discorso il centro costitutivo del sapere, del diritto e della politica. La polis infatti è discorso pubblico e in pubblico. Arpocrate, invece, si distende nelle periferie del cosmo e dell’urbe: si ripara in quelli che sono i margini della soggettività o, come in questo caso, si accompagna ai bordi generazionali. Immagino il contatto – assiduo, doloroso, ricercato, coatto – tra un giovane e questo dio secondario. Un dio minore, apparentemente. In quanto tale divina silenziosità “chiude la bocca e apre l’orecchio, limita la parola e dischiude al sentire, ripara dal rumore e genera rumori, sposta dal centro e si riposiziona sulle soglie, nel confine, per offrire lo sguardo all’assente, al mistero, a ciò che non è visibile” (Fiorentino, 2003, 16-17).

Il sentire non si riferisce solo all’acustica e all’organo ad essa destinato, l’orecchio. Il sentire dilata l’estetica nella sua più profonda percezione corporea: un’estetica che sente la filosofia non più ristretta o circondata dal logos, pluralizza le onde soniche, si colloca in spazi liminali dove il già -udito è obsoleto e il non-detto deve ancora pervenire, sente lo sguardo che ruota verso l’invisibile.

Immagino Arpocrate come un dio giovane scontroso e ribelle.

Immagino che in ogni giovane ci sia Arpocrate.

– Lo spazio/corpo arredato

Le dimensioni spaziali sono importantissime per introdurre la polifonia del silenzio giovanile: il che significa transitare dallo spazio domestico (la stanza) allo spazio corporale, agli spazi altri in cui si contestualizza la sua esperienza. Per ora si cercherà di focalizzare la tensione tra i primi due spazi.

Vi è una attrazione – difficilmente scindibile – tra arredo domestico e arredo corporale da parte della stragrande maggioranza dei giovani contemporanei. È necessario fare una premessa: l’arredamento della stanza è stato conquistato dallo stile di chi la vive (il giovane in questo caso) solo di recente. Ancora nei ’60 l’intero mobilio degli interni era affidato alle decisioni genitoriali che avevano un assoluto diritto alla sobrietà stratificata per distinzioni sociali abbastanze nette. Con qualche eccezione per la stanza dei bambini (quando c’era), la stanza dei fratelli – che in genere dormivano insieme – era quella già imbandita che non si poteva modificare. La stanza era loro assegnata come gli inizi dei romanzi di Kafka: il modello piombava addosso con il peso dell’oggettività indiscutibile.

Tra le prime “eversioni” che hanno caratterizzato il passaggio dai ’60 ai ’70 vi è stato anche questo duplice modulo dell’arredo interno ed esterno: per i giovani dell’epoca si affermò la doppia esigenza di individualizzare gli spazi separati della propria stanza e di fare simmetricamente altrettanto con gli spazi privati del corpo. Un doppio arredo stanza-corpo autonomo quanto dalle reciproche attrazioni. Si manifesta l’esigenza conflittuale di esprimersi con una molteplicità di segni per unità corporale (e poi anche per coppia, gruppo ecc.) e per unità domestica (stanza, studio ecc.). Gergo, gusti, stili, soprammobili, poster, gadget transitano dai due scenari – corpo e stanza – dalle affinità crescenti. Già in questa fase il conflitto coi genitori è determinato ancora in gran parte dalla loro difficoltà di interpretare e accettare tali codici silenziosi quanto nervosamente iperloquaci. Si andava affermando la polifonia del silenzio. Anziché discutere i grandi valori, le crisi, i conflitti e le utopie che attraversavano le visioni delle nuove generazioni, i genitori comunciarono subito a sordizzarsi e schierarsi contro. Il luogo dell’intimità e della solitudine (la stanza) divenne scenario di conflitti a causa delle eccessive disparità da dare ad ogni manifestazione di autonomia.

Era comparso Arpocrate.

Questo processo si è spinto da allora molto avanti in modi irresistibili e irreversibili. Spesso quei genitori che pur avevano partecipato a quell’atmosfera di contestazione non riescono a entrare dentro questi nuovi codici, finendo per scegliere la strada dell’accettazione passiva (la peggiore in assoluto perché coincide con il disinteresse e l’impotenza), del disinteresse sprezzante o più raramente della contrapposizione autoritaria. In ogni caso, è da sottolinerare la difficolòtà di collocarsi – da parte dell’adulto – dentro il punto di vista sensoriale del giovane. Da qui nasce il silenzio, ovvero la tendenza a non voler discutere con i genitori tanto si-sa-che-non capiscono, non ascoltano.

Voglio affermare una discreta simmetria tra la polifonia del silenzio di “cose” e “voci”. Gli oggetti-feticcio che circondano gli arredamenti domestico-corporali – pur essendo iper-loquaci – vengono disarticolati e inascoltati dal mondo adulto; e allo stesso modo anche le più tradizionali parole vengono sempre meno scambiate nel determinare il senso reciproco del vivere quotidiano. I codici delle cose e i codici delle voci sono entrambi da ricondurre all’universo dell’ordine significativo che – solo – è comprensibile o ascoltabile. Altrimenti rimangono inascoltati come cose-voci morte e inespressive.

Arpocrate: alla simmetria tra voci-cose del giovane corrisponde l’asimmetria tra codici adulti arroccati e codici giovanili orizzontali.

Il risultato è un asimmetrico processo composto dall’aumento dei codici messi in circolo e dalla relativa diminuzione del loro ascolto che può condurre verso il blocco della relazione. Il giovane si sente inascoltato e persino inascoltabile; l’adulto insignificante e impotente.

Quello che vorrei sottolinerare è che molto spesso il blocco della relazione dialogica tra generazioni avviene dopo che diventa sempre più chiara l’incapacità di saper dialogare con lo stile adolescenziale messo in mostra. Sono le cose inascoltate che favoriscono la sordità alle voci. Perché le cose sono vive, sono animate, piene di senso e di passione, di biologia e biografia: raccontano le loro storie inscritte nella scelta poi incorporata nella parete o nella pelle.

– Il rituale linguaforata

È ovvio che per un genitore il figlio rimane sempre una esemplificazione dell’innocenza: eppure si dovrebbe comprendere come la diffusione di piercing labiali o linguali (ad es.) non sono una banale adesione omologante del figlio/a alla moda imperante, bensì qualcosa di molto più complesso.

In primo luogo, essi attestano un rituale-di-passaggio. La differenza rispetto al passato o ad altre culture è la seguente: una volta o in contesti etnicamente diversi i riti di passaggio erano per classi di età. Intere generazioni affrontavano collettivamente la transizione verso il mondo dell’adolescenza o dell’adulto seguendo precisi rituali. Il rituale unificava ogni differenza, sospendeva conflitti e distinzioni, unificava il corpo di una intera generazione per favorirne l’ingresso compatto allo stadio successivo. Gli adulti avevano un ruolo fondamentale in questo processo, sia come officianti (nei rituali religiosi) sia parentali (nelle cerimonie profane). Si aveva il senso di una tradizione che continuava seguendo le procedure che ogni cultura si era data nel tempo e che modellava i giovani nella loro unità comunitaria. Da qui il principio di identità che era collettivo e determinato per le grandi categorie sociologiche (classe sociale, città-campagna, religione, sesso ecc.).

Questo modello di rito è collassato nella religione, nel militare, nel lavoro. E a fronte della dissoluzione di modelli ritualistici unificanti e generalistici per grandi classi di età si è andato lentamente affermando qualcosa di profondamente diverso. Qualcosa di disgiuntivo. Una complessa frattura simbolica che è andata chiarendosi nel tempo.

Quello che si è andato affermando è qualcosa di molto più disordinante e individualizzante. È come se ciascuna persona – diciamo “giovane” per comodità, anche se questo fenomeno è molto più dilatato – costruisse il suo proprio rituale. Questa individualizzazione del rito è un tratto caratteristico delle nuovissime generazioni. L’attraversamento di una zona liminale – prima della quale sopravvive una “mia” condizione giudicata obsoleta e dopo la quale arriverà una nuova condizione ancora a me ignota – è deciso singolarmente senza alcun legame con i cicli della natura o con i riti della cultura. Nella sua autonomia, un giovane decide di compiere questo mini-rituale, cui ne possono seguire molti altri o nessuno o qualcuno, ciò è relativamente indifferente.

Farsi forare la lingua.

Il passaggio è dato dalla presenza di un grande amore, di un’amicizia per la vita, per attenzioni mimetiche, per assumere il rischio, per distinguersi-da. Tutto questo è significativo, ma per ora lo si può lasciare di lato. Quello che va invece sottolineato è altro: nel momento in cui l’acciaio fora la lingua, la sua erotizzazione non sarà più la stessa. Una nuova trama connette lingua, piercing, bocca e l’intero corpo. Il piercing parla: non certo perché sta semi-nascosto in mezzo alla lingua e al palato, bensì perché questo intreccio di organico e inorganico – questa somatizzazione del feticcio – aumenta la sensibilità erotica al suo interno e laddove si voglia manifestare sul corpo del partner. La sollecitazioni delle zone erogene è accentuata sia dal senso di penetrazione e espansione che la lingua acquista, sia dal contatto col corpo dell’altro, dell’amante e persino dei contatti con altre zone erogene pierciate del partner stesso.

Così l’innocente (si fa per dire) pubblicità del film “Thirtheen” – in cui due tredicenni mostrano la lingua pierciata è un dichiarato outing dell’innocenza perduta e della sfacciata esigenza di mostrare uno degli organi più mobili e erogeni, armato di una strumentazione dalle eccellenti capacità erotizzanti ancora più accentuate da una sorta di protesi-stimolataore.

Il piercing e la lingua parlano. Sono fin troppo eloquenti. Eppure la reazione adulta è ancora quella di scandalizzarsi e di orripilarsi per il dolore incomprensibile che l’atto del forare dovrebbe comportare. È veramente singolare la vera “innocenza” adulta di non riuscire a capire quel è la posta in gioco. Innocenza o sordità. Cecità. Tabù …

È ovvio che tutto questo vale anche per tatuaggi sul fondoschiena, piercing sui capezzoli o ai genitali, scarificazioni: in generale, ogni tratto costruttivista del proprio corpo è un segno che il giovane sta dando a sé, alle poche persone che ruotano nella sua sfera intima, forse a qualche cerchio più ampio di conoscenti Agli adulti non rimane che rabbrividire, forse perché ormai esclusi consapevoli da analoghe possibilità erotizzanti.

Questi mini-rituali sono rituali-a-tempo molto individualizzati, favoriscono il transito soggettivo verso una zona nuova ancora inesplorata. Le modifiche corporali innestano nuove forme decentrate di semi-ritualità autonome, esprimono linguaggi che vengono fraintesi o ignorati dal mondo adulto. Sono silenzi polifonici.

Lungo questo processo, le tradizionali distinzioni di classe e frazione di classe, le dicotomie tra città-campagna, maschio-femmina, pubblico-privato, natura-cultura, le classificazioni in subculture, la nozione di identità unitaria (ascritta) di diluiscono e scolorano. Le nuove composizioni cromatiche non sono più leggibili attraverso le tradizionali tavolozze. Anche i colori sono disgiuntivi rispetto al passato (la “cosmesi”). Il linguaggio metropolitano contemporaneo – e quello dei giovani è per eccellenza risultato di una metropoli comunicazionale, materiale/immateriale e tendenzialmente post-dualista – comunica differenze. La comunicazione del corpo è produrre e diffondere differenze. Tale costruzione è attualmente costante e sempre in movimento in quanto le stesse identità sono mobili e fluide. Il corpo è polifonico perché produce, costruisce e diffonde differenze attraverso al moltelicità di linguiaggi (codici) somatizzati e resi espliciti.

– La danza dei codici

Il corpo arredato è uno spazio mobile in cui si esprime la danza dei codici. La stanza cosmetica è un corpo ibrido sul quale si incide la polifonia del silenzio.

Tali linguaggi giovanili devono essere non solo interpretati. Detto in un’altra maniera e meglio: il modo più adatto all’interpretazione-decodifica di tali linguaggi non-verbali da parte dell’adulto è:

danzare questi codici, che si esprimono secondo modalità “ altre” rispetto a quelle già normalizzate, segni/segnali che si coagulano secondo stili alieni da quelli addomesticati;

abbandonarsi all’ascolto silenzioso e alle visioni ritmiche emesse da corpi/stanze;

percepire le differenze linguistiche e tradurle senza tradirle nel proprio sistema simbolico;

I codici danzano: nel senso che non sono fissati o incollati a significati determinati una volta per tutte dal vocabolario adulto. Quando un giovane ripete i significati già consegnati alla memoria è stato (o si è auto-) collocato nella gabbia dell’ortodossia cui resta solo la libertà di adeguarsi. Conformarsi. La memoria è troppo spesso intesa come l’arte della ripetizione e dell’uniformità: una minaccia del passato che il linguaggio adulto ripete ossessivamente intorno ai luoghi della propria identità come se dovesse servire da stampo per ogni replica successiva. La memoria adulta non può contenere, riassumere, congelare tutti i significati possibili che un codice – un evento, un ritmo, una visione – può avere. Non si impara dalla memoria: a volte la amemoria è coazione a ripetere quanto è stato commesso. La danza dei codici significa che un giovane – anziché ripetere – deve essere sollecitato a innovare i significati decisivi rispetto ai quali ogni “generazione” si trova di fronte. E normalmente i significati di parole come libertà, amore, lavoro, famiglia, dio e via di seguito – quando l’adulto cerca di trasmetterli – sono già posti a sedere coi numeri già assegnati.

Danzare i codici significa passare dalla ripetizione all’innovazione. Dalla memoria all’amnesia.

Il sistema percettivo, ideativo, performativo della musica non può rimanere fermo. Il passaggio a gustare la musica del passato è dato meglio quando ciascuno ha già sperimentato la sua propria musica. E tale musica deve essere diversa da quella precedente, pena la banalità della ripetizione come adeguamento. Questo processo, che è chiarissimo dentro l’esperienza di ciascheduno, si fossilizza e reifica quando si assume l’ascolto adulto normativo. E allora diventa facile capire che – come mio padre o mia madre, ma persino mio fratello maggiore non sono riusci a sentire il rock – lo stesso vale per il rap, la techno o la musica elettronica.

Mia madre – che pur amava la musica – sosteneva che Bob Dylan era tutto uguale. Cosa che a me faceva sorridere con un certo qual senso di superiorità. Poi lo stesso è accaduto a me ascoltando mio figlio che era ossessionato da The Cure. A un certo punto sono stato letteralmente curato da tale spirale. E ho imparato a decentrare l’ascolto e percepire la sensibilità acustica non-identica del figlio, l’insieme disordinante di valori, stili, collocazioni che stavano emergendo e diffondevano sonorità oscure (dark) rispetto a un universo che credevo fosse almeno per me era chiaro. Insomma, essere riuscito ad ascoltare The Cure ha significato ripensare i tanti cuori di tenebra che si andavano minacciosamente addensando nei panorami politici e non e che avevano matrici nei soundscape dislocanti.

La danza dei codici non è scimmiottare gli atteggiamenti “giovanili”. L’antropologia insegna – nella ricerca sul campo etnografica – che bisogna cogliere il punto di vista dell’altro e non diventare l’altro. Questa è una parodia della ricerca che è bene sempre avvertire e sottoporre a critica. La dialogica – l’arte dell’ascolto interno e esterno – è momento decisivo a raffinare e moltiplicare le voci che intercorrono – che inter e intra-scorrono – tra le due soggettività che costruiscono il senso della ricerca.

Qualcosa di analogo e di tremendamente più complicato avviene quando si dialoga con i giovani, che siano nostri figli o persone che invidiamo o che accelerano un senso indiscriminato e imprecisato di risentimento. La dialogica è una danza dei codici che si muovono e smuovono tra l’adolescente – rinchiuso nei suoi silenzi quanto esposto nei suoi colloqui silenziosi – e l’adulto che ha rinunciato ad aspettare la venuta della parola. In questo caso, si può scegliere di collocarsi su un piano semiotico altro: quello suo, cioè del giovane.

Carezzare la copertina di un cd, scorrere lo sguardo su una rivista inusuale, leggere o rileggere Rilke. Capire il senso della scelta di una felpa.

Se c’è un’ansia che ricordo ancora con angoscia è quella che mi prendeva quando capivo che mio figlio aveva un problema e non riusciva a parlarmene. Mi dava una tenerezza infinita e un senso di impotenza che mi spingeva a cercare dolcemente ogni “artificio” per sbloccare la situazione. Spesso scoprivo che il modo migliore era quello di addolcire il contesto o di aggirarlo. Senza affrontare direttamente il problema con domande dirette e “serie”, da uomo-a -uomo: ma sondando il mare aperto. Qualche volta partendo da intuizioni che appartenevano alla mia esperienza giovanile.

L’inadeguatezza di parlare ad una ragazza. La frustrazione di una scuola fatta più per classificarmi che per aprirmi. Il perché della solitudine. Persino se possa esistere una buona solitudine… Il suo eccesso di silenzio o di silenzio implicito, quel parlare che gira intorno al vuoto del silenzio che comincia a incombere come un tramonto troppo precipitoso. Fuori orario.

Quando andavo al Giulio Cesare (a Roma) ogni trimestre veniva il Preside che leggeva ad alta voce la pagella davanti a ciascun studente, che doveva sentire in piedi i suoi sguardi pungenti e la cadenza delle insufficienze. Orgogli, mediocrità, umiliazioni tutti ingiustificati. Nessuna domanda che non fosse un giudizio. Perché quel tre? Quelle troppe assenze?

….

Pausa

….

Quando andai a lavorare in una grande stazione aerea, a Roma, su un lato di Termini, mi trovai improvvisamente nel mondo del lavoro. Si parlava di politica, di sport e di tante cose. Ma soprattutto di politica. Con mia sorpresa fui eletto membro della commissione interna: c’erano grandi novità e una profonda preoccupazione per licenziamenti. Si convoca l’assemblea. La prima assemblea dove partecipo, io come il delegato più eletto. Mi preparo per tutta la notte. Al pomeriggio, nella sede della Cgil, il segretario mi dà la parola… e io non riesco che a farfugliare poche parole sprofondando dentro timidezza, insicurezza e vergogna. Silenzio…

…..

Sorriso

….

Forse girare intorno alle questioni che bruciano, mostrando le proprie debolezze che ci hanno inserrato, può aiutare a sbloccare. Forse …

Da ragazzo ero silenziosissimo. Credevo di avere solo un mondo interiore. Un mondo attonito. Per me era come scivolare su quanto mi accadeva intorno. Da solo, nel gioco, mi sentivo libero e fantasticavo. Il gioco mi liberava e, nello stesso tempo, mi imprigionava ancora più strettamente. Quel mondo era mio. Solo mio… Il passaggio dal gioco alla musica significò l’apertura e anche la timida scoperta dell’amicizia. Senza la musica – senza quell’attimo ascoltato di musica che produsse una dilatazione del mio sentire– sarei rimasto dentro quel bozzolo di mondo. Il perché quella musica e non l’altra, quella che girava alla radio nella stazioni date (all’epoca c’era solo radio Rai), rimane per me oscuro.

Eppure anche la musica finì ben presto con l’esercitare – su di me adolescente – quello stesso involucro che il gioco svolgeva da bambino. Aspettavo l’amore, forse anche la politica, certamente quelle forme espressive che mi provocavano maraviglia: arte, letteratura, filosofia. Lo stupore di sentire qualcosa per la prima volta che mi sganciasse dal torpore.

Credo di conoscere il silenzio dei giovani perché sono stato silenziosissimo, rinchiuso in un mondo tutto mio. Perché la parola è stata una scoperta dolorosa e poi piena di stupore e persino di felicità. E anche perché la parola – il discorso senza un obiettivo strumentale – realizza il suo destino di libertà nella reciprocità dell’ascolto. Dialogica e musica …

La danza dei codici…

– Polifonie del silenzio

I comportamenti giovanili sono iper-loquaci: essi parlano coi codici dei vestiti, delle minuzie che incastonano i loro corpi, del tipo di musiche, danze, visioni, persino “sostanze” di cui si parla in giro. Parlano “altri-versi”. Tale slittamento tra eccesso di loquacità semiotico-corporale (che gli adulti non vedono) e silenziosità concettuale (che gli adulti non ascoltano) deve spingere la ricerca etnografica – qualitativamente e semioticamente orientata – verso attente polifonie del silenzio. “Sentire” la multi-sequenzialità espressiva; “vedere” le polititmie cognitive basate su differenze, fluidità e ibridazioni; favorire l’auto-rappresentazione attraverso cui singoli o gruppi di giovani narrano se stessi (anziché essere definiti e “labelled”). Il sentire – e non l’ascolto – le polifonie del silenzio riguarda la molteplicità espressiva che coinvolge l’estesa corporalità. Il sentire dispone il corpo nell’attesa di una multi-sensorialità: un sentire che dilata le possibilità della relazione con l’altro, specie con un giovane. Il sentire decentra il potere della parola e spinge al recepire poroso dei tanti codici silenziosi emessi dalla sola presenza del suo corpo.

– La carezza finale

Il più duro e disperato scritto sull’adolescenza letto recentemente: Agota Kristof e La trilogia della città di K. Due gemelli – o forse un giovane che può sopravvivere solo sdoppiandosi – raccontano la “lezione di accattonaggio”:

“Indossiamo abirti sporchi e laceri, ci togliamo le scarpe, ci sporchiamo la faccia con le mani. Andiamo in strada. Ci fermiamo, aspettiamo”

Tendono la mano a un ufficiale straniero che passa senza guardare. Passa una donna e “ci accarezza i capelli”; un’altra offre biscotti e mele; a una terza donna “tendiamo la mano, lei si ferma e dice:

– Non vi vergognate di chiedere l’elemosina? Venite da me, ci sono dei lavoretti facili per voi. Tagliare la legna o lucidare la terrazza. Siete abbastanza gandi e forti. Dopo, se lavorate bene, vi darò una minestra e del pane

Rispondiamo:

– Non abbiamo voglia di lavorare per lei, signora. Non abbiamo voglia di mangiare la sua minestra né il suo pane. Non abbiamo fame.

Lei domanda:

– E allora perché chiedete l’elemosina?

– Per sapere che effetto fa e per osservare la reazione della gente” (30-31)

Osservare la reazione della gente. Le reazioni sono osservate in silenzio nella città di K. da due giovani – forse uno e il suo doppio – che non hanno più interesse ad ascoltare parole.

A forza di ripeterle, le parole a poco a poco perdono il loro significato e il dolore si attenua” (21). Il dolore si attenua con la ripetizione di un significato sempre uguale. Dolore e significato sono coesistenti nella loro esperienza. In una esperienza ripetuta. L’esperienza innovata rimette in moto le parole e anche il dolore che esse incorporano.

Orrore e disperazione sono dentro la loro esperienza. E loro osservano. Tutto e tutti.

La donna si sente presa in giro e grida:

– Piccole sporche canaglie! Screanzati, fare queste cose!

E loro (forse solo un giovane lui) rimangono in silenzio, non rispondono alle offese. Questo silenzio compie un ultimo coagulo di scritto, come un grumo di sangue già vecchio e stantio che compone la genealogia della morale:

“Rientrando, gettiamo nell’erba alta che costeggia la strada le mele, i biscotti, il cioccolato e anche le monete.

La carezza sui capelli è impossibile gettarla” (31)

Il gelo che percorre gli occhi nel leggere la frase finale sta in questo: che per loro o per lui la cosa più terribile, la condanna della falsità più ipocrita non sta nelle grida dell’ultima donna, neppure nella pietà che offre mele o i biscotti. La falsità peggiore è quella incancellabile di una carezza posata sui capelli. Carezza da cui non possono disfarsene come per le cose. E per questo è tanto peggiore e spirituale. La morale della carezza è il gesto ipocrita fattosi spirituale. La carezza si assolve e lascia le cose come stanno. Anzi no, non lascia intatti i capelli: lo spirito della carezza permane come complesso di colpa. Come traccia. E per questo la si vorrebbe gettare come ogni altra elemosina, come una mela inutile. E contro tutto questo la frase diventa di pietra e cala come una tomba per schiacciare il dolore con il punto finale.

Se non si desidera sentire le polifonie del silenzio giovanile, si rischia questo: che ogni apparente tenerezza sia squarciata per rivelare le oscure interiora della morale e per salvare la cattiva coscienza di chi – con una carezza – pensa di essersi salvato la propria dubbia umanità.

Bibliografia

Canevacci, M.

1999 Culture eXtreme, Roma, Meltemi

Fiorentino, G.

2003 Il valore del silenzio, roma, Meltemi

Kristof A.

1998 Trilogia della città di K., Torino, Einaudi