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1 novembre 2010

In memoria di Giuseppe Parracino

Foggia, 2 Novembre 2010

 

Anna Maria Di Miscio

Se il docente non riuscisse a rimettere in discussione il proprio ruolo, se continuasse a sentirsi depositario di verità, se non accettasse di essere contestato, se perpetuasse l’abitudine di contare più degli alunni, se infine non accettasse il confronto continuo, la discussione, la polemica anche, se non si convincesse che la pratica educativa o è pratica democratica o non è niente…

Questi appunti del prof. Giuseppe Parracino, scritti a penna su un quaderno, sono incisi su una targa nella biblioteca a lui intitolata dell’Istituto di Scienze Sociali “Carolina Poerio” di Foggia. Una mente illuminata e illuminante, maestro indimenticabile, esemplare modello genitoriale di umanità e dolcezza.

Aveva un dono, condurci sulla soglia della nostra mente e trasformare l’esperienza scolastica in uno straordinario e indimenticabile viaggio tra una molteplicità di testi. E, con notevole anticipo sul nostro tempo, attraversare ed erodere già negli anni Settanta i confini disciplinari tra letteratura e cinema, tra scienze sociali e arte, tra testi visuali e testi scritti in caratteri alfabetici.

Oggi, 2 Novembre 2010, mentre cercavo freneticamente nel cassetto della mia scrivania i codici per riattivare la connessione wireless, ho trovato per caso, o forse per magia, un vecchio numero del settimanale Protagonisti (21 Febbraio, 1998) dedicato a lui nel primo anniversario della sua morte.

In copertina la sua foto e nelle pagine centrali della rivista un suo articolo, Passione e Ideologia, una riflessione thick sulla straordinaria opera di Pierpaolo Pasolini che mi restituisce qualcosa di lui, il dono della sua parola: la sollecitazione al posizionamento critico e problematico, spregiudicato e non dogmatico, ma anche e soprattutto la sua didattica, che ci (in)formava plasmando uno straordinario campo di apprendimento e una molteplicità di orizzonti di studio e ricerca.

L’esperienza scolastica si faceva, allora, una meravigliosa avventura umana, la nostra.

Così, leggendo, ho riattraversato gli spazi e i tempi della mia memoria, cercando di ricordare e rivivere quella straordinaria e magica esperienza scolastica o, almeno, di lasciarne una traccia: una preziosa eredità da non custodire gelosamente, da donare piuttosto a piene mani.

 

Passione e ideologia

Giuseppe Parracino *

La complessa e inquieta personalità di Pasolini indubbiamente non consente facili separazioni e divisioni settoriali. Filosofia, poesia dialettale e in lingua, narrativa, sceneggiatura e regia cinematografica, teatro, saggistica, sono tenuti insieme da un nesso ineludibile, fino a formare un’unità compatta. Quella strana unità pasoliniana che, nonostante le tante avventure culturali e i tanti approdi e i tanti rifiuti , le tante contraddizioni, lo scandalo delle contraddizioni - quasi riparo contro l’appiattimento, l’omologazione, la morte storica – è dato cogliere all’interno di un itinerario artistico e umano così fortemente sofferto.

Passione e ideologia percorrono, infatti, in un’intricata correlazione, attraverso una rete di separazioni, vita e opere di Pasolini.

E dunque non “prima passione e poi ideologia” come ebbe a precisare Pasolini nella nota raccolta di saggi edita nel 1960, ma passione e ideologia, passione e nel tempo stesso ideologia: l’irrazionale e il razionale, l’infanzia e l’età adulta, la non storia e la storia. Una cifra comune, pertanto, un comune denominatore, legame all’interno della poliedrica attività creativa, al di là della specificità dei mezzi espressivi adoperati.

Il Friuli, miticamente rincorso nella sua esemplarità di mondo “altro”, fresco, genuino, immediato, il sottoproletariato urbano carico della sua vitalità, barbaro di una barbarie che è innocenza e ancora freschezza e immediatezza. Il terzo mondo con la sua miseria e la sua subumanità, ma anch’esso sempre ancora incontaminato.

Una preistoria che dovrà farsi e fare storia, una storia “altra”, con tutto il cumulo di frustrazioni e insieme con l’irruenza di una limpidezza fanciulla. Un malioso gruppo di affetti, di mitizzazioni, di innamoramenti, di resistenze al crescere, a farsi tempo nel tempo, a patire fino in fondo la fatica del farsi tempo nel tempo, ma non contemplato, percorso com’è da un’ansia di ribellione, contestazione: passione.

Decadentismo, forse ancora, nella sua accezione storica e metastorica; la permanenza di un peso culturale e letterario per le non risolte contraddizioni dell’intellettuale del nostro tempo e peculiarità esistenziale drammaticamente segnata. Un decadentismo, però, che a parte certi accarezzamenti estetizzanti, consente la lettura amorosa di un’umanità emarginata e il suo inserimento, anche se lirico, nel mondo dell’arte e, con l’arte, nel dibattito culturale e politico.

Gramsci, il Partito Comunista, il terzomondismo, il Sogno di una cosa: la ragione, la Storia, il tormentato bisogno di un approdo, l’approdo anche, ma sempre provvisorio, insidiato dall’interno, investito sempre da quel mondo altro che si porta dentro: l’ideologia, voluta, avvertita come necessaria, ma contraddetta dalla passione.

Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere

Con te e contro di te; con te nel cuore,

in luce, contro di te nel buio delle viscere…

Luce/buio, cuore/viscere: un’antinomia non sanata, però dove “buio” è sì non luce, non razionalità, ma non tenebre, ignoranza, bensì matrice, il fondo più fondo dell’essere, un quid che riposa nel segreto misterioso della vita dell’individuo e lo fa essere anche quello che è.

Dunque passione e ideologia come due poli fra i quali si muove, con le esperienze esistenziali, l’intera produzione artistica e pertanto anche quella più peculiarmente letteraria di Pasolini. Poesie a Catarsa (1941 – 1943), la prima prova in versi, sono scritte nel dialetto materno, il friulano.

Un dialetto caricato di molte valenze: l’autentico contro l’adulterato, la purezza contro la corruzione, la verginità contro la compromissione.

Antinomie già rilevatrici di un destino artistico, ma anche spie dell’aderenza al mondo di appartenenza: la madre, la natura, il cattolicesimo, quel cattolicesimo che, anche quando saranno altre le scelte, resterà come educazione, abitudine alla contrapposizione, peccato/non peccato, al massimo chiarendosi in un cristianesimo umanitario.

È il mondo contadino, il primo polo pasoliniano, che riassume i valori positivi della passione del poeta.

Carducci, Pascoli, D’Annunzio, Pascoli soprattutto, quel Pascoli amato e studiato e che corre all’interno anche delle successive creazioni. Modelli e debiti letterari certo giovanili, ma che sono anche indicativi di un gusto e di certi bisogni psicologici, dopo accantonati, ma mai del tutto, almeno per quanto concerne il Pascoli.

Il sogno di una cosa, opera narrativa, vede ancora i contadini del Friuli protagonisti, questa volta però mossi alla conquista della “cosa”, popolo in cammino verso la storia.

Roma è la scoperta della borgata, del sottoproletariato, di un modo che ha la sua logicità chiuso com’è nella sua separatezza imposta, la logicità del primitivo, qui visto in tutta la sua potenzialità rivoluzionaria, come forza fresca e spontanea, amato per la sua allegria, una riserva di istinti ancora non guastata dalla corruzione borghese. La passione, insomma, che si fa popolo con tutto quello che gli dice per la rappresentazione mitica che se ne è fatta.

Ragazzi di vita e Una vita violenta, le più discusse opere narrative - e insieme le più emblematiche per un consumo culturale – sono questo mondo della doppia dimensione di passione e ideologia, con prevalenza della prima nell’accezione che si è cercato di dare, però con tensione verso la seconda. Prove diverse ma anche accomunate dalla stessa tematica e da un’eguale temperie culturale.

Le altre opere di poesia in dialetto o in lingua, una ricerca letteraria continua, la partecipazione viva al dibattito culturale e politico, la importantissima esperienza di Officina, precedono e accompagnano i due romanzi nei quali si sommano, almeno per quella stagione, fedi, miti, speranze, illusioni e ancora ricerca letteraria. Il dialetto come espressione immediata di un mondo vivo e sanguigno, espressionistico – come tutto ancora si colora di espressionismo – a testimoniare l’adesione dell’Autore a personaggi e vicende. La borgata come luogo privilegiato, dunque, di una umanità preistorica, coralmente avvertita, in cui l’individuo si fa popolo, popolo minacciato ma anche minacciante, oggi emarginazione domani forza selvaggia che può salvare il mondo. È come uno scendere alla madri del suo essere, un Friuli urbano portatore ancora di quei valori che gli fanno groppo - nostalgicamente, malinconicamente – eppure potenzialità che potrà, dovrà farsi atto.

Le ceneri di Gramsci (1957) apre al mondo moderno nel tentativo di farsi coscienza: temi civili, ideologici, bisogno di capire, razionalizzare. Ma, si direbbe, il calarsi nella Storia è avvertito come un dovere e lo sposare un’ideologia come un’esigenza di chiarezza e di approdo. Dentro scorre la malinconia, la consapevolezza dolorosa del costo che va pagato:

Piange ciò che muta , anche

per farsi migliore, la luce

del futuro non cessa un solo istante

di ferirci: è qui che brucia

in ogni nostro quotidiano,

angoscia anche nella fiducia

che ci dà la vita, nell’impeto gobettiano

verso questi operai che muti innalzano

nel rione dell’altro fronte umano,

il loro rosso straccio di speranza.

Luce del futuro, fiducia che dà la vita, impeto gobettiano, rosso straccio di speranza, ideologia che prevale, ma sempre passione che resta al fondo e urge, intacca e corrode.

Momenti di un’attività creativa e saggistica impervia e contraddittoria che ci sono parsi esemplari, se può valere la chiave di lettura che ci siamo data. Discorso ovviamente non esaustivo, anche nei limiti propri di un approccio da “pezzo”.

Schematismo? Semplificazione? Reductio ad unum arbitraria? Ovviamente ogni interpretazione che voglia essere il tentativo di cogliere l’essenza, il nocciolo duro di un’esperienza umana, finisce con l’essere schematica e semplificatoria, tutto sommato arbitraria, estrazione di un dato per quanto costante, da un intreccio di sentimenti, di affetti, di pensieri, di mondi culturali: la vita.

Eppure ci conforta - oltre che, come è logico, la lettura dei testi – una condizione esistenziale che, pur nella sua specificità e unicità, non è eccezionale. I nomi da poter fare sarebbero tanti. Pavese ad esempio, fra i tanti. Ma qui il discorso diventerebbe oltremodo lungo.

Pasolini è, intanto, una delle testimonianze più vive e drammatiche di anni difficili, per certi aspetti terribili. Un intellettuale, un uomo con cui il dialogo anche più polemico, la morte non ha interrotto: un autore tra i più creativi della storia letteraria e artistica del nostro ‘900, che non ha mai barato, che ha avuto il coraggio di giocare allo scoperto, in un’esigenza autentica di capire e far capire.

* docente di Storia e Letteratura nell’ Istituto Carolina Poerio, Foggia

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