Consolata SantinoMauro Julinin. 21 Infanzia e adolescenza tra socialità e solitudine

Mediazione tra pari: adolescenti per il dialogo e la pace

L’induismo insegna attraverso il Dharma – la responsabilità  verso se stessi e verso gli altri –  e il Seva – il rendere servizio a chi è intorno a noi e all’ambiente circostante – che ogni generazione è legata ad un’altra e che siamo fortemente responsabili gli uni verso gli altri e verso le creature della natura.    

Premessa

Johan Galtung, sociologo e matematico norvegese, che ha dedicato la sua vita a promuovere la composizione pacifica delle controversie internazionali, nell’opera Storia dell’idea di pace [1] fa un’importantissima analisi delle religioni del mondo, ne evidenzia le diverse visioni e si sofferma sull’ induismo evidenziando che  il conflitto può svolgere diversi ruoli: può essere sia distruttore sia creatore, può essere sia fonte di violenza, sia fonte di sviluppo.  Il terzo ruolo spetta all’operatore della pace ed è quello di conservatore, ovvero quello di colui che trasforma il conflitto evitando la violenza e promuovendo lo sviluppo.

Gandhi disse che il sentiero della non violenza richiede molto più coraggio di quello della violenza, un sentiero faticoso che tutti hanno il dovere civico di provare a percorrere.

La mediazione dei conflitti è un percorso in continua evoluzione che il mediatore compie dentro di se dal primo conflitto della sua cosciente esistenza all’ultimo istante della sua vita: la mediazione entra a far parte della vita dell’operatore della pace come paradigma cui tendere, a cui aspirare, una ricerca continua che ha come obiettivo «la trasformazione del conflitto con mezzi pacifici, grazie all’empatia e alla creatività, cercando vie d’uscita accettabili e sostenibili»[2] e che si ha il dovere di trasmettere alle nuove generazioni.

E’ con tale finalità che il progetto nazionale divulgativo della cultura della mediazione  INVECE DI GIUDICARE® – PROGETTO PER LA COSTRUZIONE DI UNA RETE DI PERSONE, MEZZI E STRUMENTI  PER LA DIFFUSIONE SU LARGA SCALA DELLA CULTURA DELLA MEDIAZIONE  FINALIZZATA ALLA CONCILIAZIONE implementato e gestito da RISORSA CITTADINO soc. coop sociale  ha intrapreso il suo cammino nelle scuole ed in altri contesti aggregativi.

INVECE DI GIUDICARE® – PROGETTO PER LA COSTRUZIONE DI UNA RETE DI PERSONE, MEZZI E STRUMENTI  PER LA DIFFUSIONE SU LARGA SCALA DELLA CULTURA DELLA MEDIAZIONE  FINALIZZATA ALLA CONCILIAZIONE è il più esteso progetto di divulgazione europeo  e nazionale della cultura della mediazione che  ha l’obiettivo di sensibilizzare i ragazzi al tema della gestione pacifica dei conflitti ed intende creare servizi strutturati di peer mediation nel maggior numero possibile di scuole medie superiori di secondo grado di  tutte le regioni del paese.

Il progetto, che ha il patrocinio della Commissione Europea ed ha ricevuto l’apprezzamento e la viva considerazione da parte del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, prevede inizialmente l’impegno di mediatori/divulgatori all’interno delle scuole medie superiori, per interventi di diffusione della mediazione quale strumento privilegiato per affrontare e trasformare i conflitti, poi, nelle fasi successive, l’alfabetizzazione di insegnanti e familiari , la formazione di mediatori e mediatrici tra pari , l’individuazione di una stanza della mediazione, l’individuazione di adulti stabilmente preposti alla supervisione dei ragazzi formati, e il conseguimento da parte della scuola, al termine di un cammino coinvolgente tutte le componenti presenti e la volontà di strutturare al proprio interno il servizio di mediazione tra pari,  dell’attestato di “Scuola amica della mediazione®”.

Le oltre settanta scuole raggiunte dal progetto INVECE DI GIUDICARE e i diversi nuclei di mediatori tra pari già operanti hanno consentito al progetto di facilitare l’implementazione e l’elaborazione, da parte dei mediatori tra pari già operanti, di documenti comuni caratterizzanti la mediazione tra pari e il ruolo dei mediatori tra pari nonché di avviare, tra le scuole amiche della mediazione di diverse regioni del paese,  la costituzione della prima rete nazionale di scopo per la promozione e la diffusione di scuole amiche della mediazione.

In base ad un’analisi comparata dei progetti implementati nei paesi europei oggetto di studio del presente lavoro, la mediazione tra pari può essere descritta come un processo cooperativo che facilita la risoluzione non violenta di un conflitto nel contesto scolastico. I mediatori tra pari sono studenti che hanno ricevuto una speciale formazione e che sono in grado di facilitare la comunicazione promuovendo un dialogo costruttivo per la risoluzione del conflitto sorto tra studenti loro coetanei o più giovani. I peer mediatiors aiutano i pari a negoziare una soluzione senza vincitori né vinti, contribuendo in tal modo a superare la logica dei rapporti di forza, a trovare una soluzione costruttiva e a migliorare la convivenza, senza schierarsi né giudicare.

Uno dei punti di forza della mediazione è che gli alunni durante la risoluzione del conflitto “parlano la stessa lingua”. Toni, gesti ed espressioni sono compresi sia dai mediatori sia dalle parti e possono essere apertamente discussi.

La mediazione tra pari è volontaria: le parti scelgono volontariamente di dare avvio al procedimento di mediazione, si impegnano a non commettere alcun abuso verbale o violenza fisica e a mantenere la riservatezza sulle informazioni apprese durante la mediazione.

La mediazione tra pari, inoltre, è facilitativa: il ruolo del mediatore è quello di facilitare il dialogo e il raggiungimento di un accordo tra le parti. Il mediatore tra pari lavora in co-mediazione con uno studente suo coetaneo, è imparziale e garantisce il rispetto della riservatezza relativamente alle informazioni apprese nello svolgimento delle sue funzioni. Lo scopo ultimo dei progetti è rendere la scuola autonoma rispetto all’organismo esterno nella gestione della conflittualità tra i pari.

Metodo di ricerca

Il presente lavoro trae origine da una ricerca europea sulla peer mediation effettuata nel 2018 dalla dott.ssa Consolata Santino con la supervisione del responsabile nazionale del progetto prof. Mauro Julini nell’ambito della borsa di studio annuale Mario Quinto Opportunity – Peer mediation comparative recognition program. Tale borsa di studio annualmente bandita dall’Agenzia formativa che gestisce il progetto INVECE DI GIUDICARE ha lo scopo, al tempo stesso, di ricordare un grande negoziatore dalle lungimiranti intuizioni, e di assicurare un costante monitoraggio sugli sviluppi internazionali ed europei della mediazione tra pari, attraverso la ricerca e la comparazione tra le diverse esperienze presenti anche al fine di verificare il raggiungimento degli obiettivi prefissati dai programmi di peer mediation. A tal fine  si analizzeranno  il tipo di conflittualità vissuta dagli adolescenti all’interno della comunità scolastica, gli obiettivi prestabiliti dai progetti, nonché  resoconti e dichiarazioni di docenti e studenti che hanno sperimentato la peer mediation e i relativi effetti trasformativi.

Le fonti analizzate ai fini della presente ricerca afferiscono ad esperienze europee di programmi sulla mediazione tra pari implementati nelle scuole secondarie di secondo grado e consistono in dichiarazioni di scopo da parte delle associazioni coinvolte, questionari valutativi somministrati ai ragazzi e relazioni finali dell’attività progettuale svolta. Non mancano riferimenti a ricerche effettuate da studiosi di peer mediation come quelle svolte da J-P. Bonafé-Schmitt nell’ambito della sua pluriennale esperienza nelle scuole francesi.

Gli stati esaminati sono: Francia, Spagna,Italia, Bulgaria, Serbia, Svizzera, Finlandia, Lussemburgo, Norvegia, Scozia. Si segnala che la Serbia e la Bulgaria sono parti di un unico progetto, mentre il progetto norvegese è stato attuato in Palestina.

Il progetto“INVECE DI GIUDICARE® – PROGETTO PER LA COSTRUZIONE DI UNA RETE DI PERSONE, MEZZI E STRUMENTI  PER LA DIFFUSIONE SU LARGA SCALA DELLA CULTURA DELLA MEDIAZIONE  FINALIZZATA ALLA CONCILIAZIONE non è stato oggetto di specifico esame in quanto soggetto propulsivo della ricerca e dell’ acquisizione di raccolta ed elaborazioni di dati che consentiranno un suo più completo approfondimento anche comparato con altri progetti europei ed extraeuropei.

Per ogni Stato è stato individuato ed esaminato un progetto di peer mediation e per comodità espositiva si farà riferimento ai nomi degli Stati e non ai nomi dei progetti attivati.

Le fonti, reperite in occasione della ricerca effettuata nel 2018, sono state raccolte con le modalità di seguito descritte.

L’indagine parte dalle conoscenze acquisite nel 2018 nell’ambito della borsa Mario Quinto Opportunity, Peer mediation comparative recognition program, dalla conoscenza delle buone pratiche consolidate e delle procedure e criteri adottati dai programmi di mediazione tra pari in Europa e va oltre analizzando gli obiettivi prefissati dai vari progetti, i risultati raggiunti e gli effetti trasformativi della peer mediation.

Analisi delle fonti

Considerata l’uniformità degli approcci e delle fasi dei progetti implementati si è ritenuto di non dividere l’analisi per Paesi, bensì di procedere per argomenti e attestare di volta in volta le esperienze di mediazione tra pari che riportano elementi di novità rispetto ai risultati evidenziati dagli altri Stati europei analizzati.

Circa il 70% delle fonti analizzate è in lingua inglese, il 20% in francese e il restante 10% in lingua italiana.

Il primo dato che si ritiene di segnalare è quello relativo all’abbondanza di fonti trovate sul web relative a progetti realizzati in Francia. La Francia è stata, infatti, una delle prime nazioni ad introdurre la mediazione tra pari come metodo di risoluzione dei conflitti sorti all’interno della scuola.

Alla fine degli anni ’70 si assiste ad un aumento della violenza non soltanto nella società in generale, ma anche nelle istituzioni scolastiche. In quel periodo, lo studioso Jean-Pierre Bonafè-Schmitt[3], coinvolto nell’analisi di questo fenomeno, elabora un nuovo modello di mediazione dei conflitti alternativo al modello autoritario e disciplinare applicato in quel tempo, basato sulle punizione e sanzioni che producevano processi di stigmatizzazione e espulsione.

Il modello di “mediazione tra pari”, introdotto da Bonafé – Smith nelle scuole, prevedeva una “zona neutra” dove i conflitti erano trattati e dove attori della comunità educativa si riunivano, in modo da arrivare ad un accordo attraverso la mutua comprensione dei bisogni e degli interessi comuni.

Per consentire un’agevole comparazione dei casi, nella ricerca svolta nel 2018, sono state individuate all’interno di ciascuna fonte un insieme di variabili idonee a raffrontare ciascun progetto:

  • Studenti coinvolti
  • Obiettivi dei progetti
  • Finanziamento
  • Fasi dei progetti
  • Contenuto della formazione
  • Modello di mediazione e metodologia di intervento.

Tuttavia, in conformità con lo scopo del presente elaborato, ci si soffermerà esclusivamente sugli obiettivi del progetto e si procederà, attraverso l’analisi delle fonti, a rilevare i risultati raggiunti.

Tipo di conflittualità

Il conflitto è un aspetto essenziale e vitale nelle relazioni interpersonali e, in particolare, nel periodo dell’adolescenza è una necessità evolutiva e funzionale al processo di identificazione e riconoscimento delle differenze. Nel conflitto accade che una delle due parti spinge l’altra a considerare un punto di visto diverso dal proprio, ad ampliare il proprio campo di comprensione della realtà.

Il conflitto fa parte dell’esistenza ed è particolarmente utile nel percorso di crescita dell’individuo: man mano che gli adolescenti incontrano differenze tra sé e sé e tra sé e l’altro, entrano necessariamente in conflitto; attraversarlo li porta a una maggiore fiducia in se stessi, ad una maggiore stabilità emotiva ed indipendenza.

Il conflitto ha la sua origine nella diversità degli esseri umani ed è un motore o un’opportunità di cambiamento e di sviluppo, sia personale che sociale. Tuttavia, nella nostra cultura, di solito ha una connotazione negativa. È concepito come una deviazione dallo stato “normale” di atteggiamenti e comportamenti, è associato all’angoscia e al dolore, e di solito si suppone che venga evitato o soppresso. Questi modi di percepire, sentire e agire vengono incorporati nel processo di socializzazione e messi in gioco nelle situazioni quotidiane.

I conflitti hanno una causa scatenante, subiscono uno sviluppo durante il quale si trasformano e possono scomparire, rimanere relativamente stazionari o crescere portando a maggiori livelli di confronto.

Dall’analisi svolta è emerso che molti degli studenti coinvolti nei progetti di peer mediation non sanno affrontare il conflitto in modo costruttivo e percepiscono  come incompatibili bisogni, interessi e  obiettivi. Le metodologie adottate di gestione del conflitto si basano più su «strategie antisociali (coercizione e manipolazione) che su strategie prosociali (ragionamento e discussione), che spesso generano forti sentimenti di colpa e di infelicità»[4]. Come evidenziato  da tutti i programmi di peer mediation esaminati il conflitto è un aspetto importante della socializzazione e della maturazione degli studenti.

La chiave per rompere questo ciclo, secondo Brinkman, è insegnare agli studenti modi più costruttivi di affrontare il conflitto. Molti studenti mostrano insoddisfazione di fronte al conflitto. Senza le capacità di risoluzione dei conflitti e dopo aver assimilato le forme di condizionamento e socializzazione della nostra società, molti non vedono altre possibilità se non quella di vincere o perdere. Perdita significa perdita di prestigio. Può danneggiare la stabilità delle amicizie di classe, aumentare la vulnerabilità e danneggiare l’autostima. Di conseguenza, molti studenti si ritirano dal conflitto, lo sopprimono o lo evitano, o diventano ostinatamente determinati ad ottenere un vantaggio invece di porre fine al problema. In un modo o nell’altro, il conflitto rimane irrisolto, causando irritazione, ansia, tensione e solitudine. Più a lungo un conflitto rimane irrisolto, meno è trattabile[5].

 Obiettivi dei progetti

L’istituzione della mediazione tra pari nel contesto scolastico presuppone la definizione di un’azione progettuale e l’osservazione di specifiche regole procedurali.

Tutti i progetti implementati hanno l’obiettivo comune di promuovere nelle scuole la cultura della gestione pacifica dei conflitti. Il 66,7% degli enti promotori hanno dichiarato di perseguire una finalità formativa e in particolare l’acquisizione da parte degli studenti delle life skills tipiche del mediatore. Il 50% di tali enti ha precisato che la peer mediation è utile a prevenire l’escalation del conflitto, mentre il restante 22,2% degli enti ha affermato quale finalità prioritaria dei progetti la riduzione dei fenomeni di violenza presenti all’interno della comunità scolastica.

La caratteristica comune a tutti i programmi di peer mediation è la finalità educativa che si realizza attraverso la promozione della cultura della gestione pacifica del conflitto.

Quindi, l’obiettivo condiviso risulta quello di aiutare gli studenti a comprendere le diverse dinamiche del conflitto, migliorare la capacità di lettura delle situazioni critiche, collaborare per una nuova gestione della conflittualità scolastica, supportare e responsabilizzare i giovani nell’affrontare positivamente il conflitto in una varietà di contesti e sviluppare importanti abilità sociali e di vita.

Tutti i programmi di peer mediation  contribuiscono a costruire una cultura del dialogo, della non violenza e della pace, promuovono il processo decisionale degli studenti stessi nella risoluzione di conflitti, riconoscono i conflitti come una parte naturale della vita e come fonte di apprendimento.

Infine,  diffondono una maggiore consapevolezza della cultura del litigio all’interno dell’istituto scolastico e sviluppano la capacità degli allievi e dei docenti di risolvere i conflitti senza violenza.

La mediazione tra pari non è solo uno strumento per la gestione della conflittualità ma un vero progetto educativo “[6]

Dalle fonti analizzate è emerso che i progetti implementati in Italia, Francia, Scozia, Svizzera, Spagna e Finlandia hanno concentrato l’attenzione sul profilo educativo della peer mediation.

I progetti attivati in queste Nazioni hanno messo in luce che le competenze sociali o “abilità di vita”, come vengono chiamate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono strettamente legate agli obiettivi fondamentali della scuola come  la formazione alla democrazia, l’educazione alla pace e ai diritti umani, la prevenzione della violenza e la creazione di un clima istituzionale pacifico e sano che favorisca una buona convivenza a scuola.

Le life-skills  sono  abilità necessarie per affrontare in modo positivo ed efficace le sfide della vita quotidiana. Tra le abilità individuate troviamo:

–  Pensiero critico e creativo: disponibilità a cambiare le proprie opinioni di fronte a nuovi dati e argomenti convincenti. Contribuisce al processo decisionale incoraggiando l’esplorazione di alternative e analizzandone le possibili conseguenze.

– Comunicazione efficace: esprimersi sia verbalmente che non verbalmente in modo assertivo rispettando i diritti degli altri senza rinunciare ai propri.

– Capacità di stabilire e mantenere relazioni interpersonali: relazionarsi in modo positivo con chi interagisce nei diversi ambienti e nei diversi ruoli che l’individuo svolge.

– Capacità di prendere decisioni: valutare le opzioni, analizzarne gli effetti e fare una scelta attiva di fronte alle situazioni quotidiane.

– Conoscenza di sé: conoscenza delle proprie peculiarità, carattere, modi di reagire, punti di forza, debolezze.

– Adeguata gestione delle emozioni e dello stress. Strettamente correlata alla precedente, si riferisce al riconoscimento delle proprie emozioni e a come queste influenzano il comportamento, nonché alla capacità di controllare le risposte in modo adeguato e sano.

– Capacità di empatia. Ci permette di riconoscere le emozioni degli altri, metterci al loro posto e

. Capacità di ascolto attivo. Ascoltare attentamente ogni parola non integrando i messaggi recepiti con nostre interpretazioni, convinzioni o pregiudizi. L’ascolto attivo consente di comprendere le diverse prospettive di una situazione.

– Capacità di risoluzione dei conflitti. Può essere considerata come una convergenza e articolazione di tutte le precedenti in quanto consente di affrontare in modo costruttivo le posizioni percepite come incompatibili, utilizzare strategie di negoziazione anziché il rigido confronto.

Tutte queste capacità e in particolare la capacità di risolvere i conflitti, sono alla base di ogni progetto formativo di peer mediation.

Sebbene tutti i progetti abbiano quale obiettivo indiretto quello di prevenire l’escalation dei conflitti, i programmi attivati in Finlandia, Svizzera e Spagna hanno esplicitato tale fine sostenendo l’importanza di insegnare agli studenti le abilità sociali sopra descritte e contribuire attraverso la cultura del dialogo a migliorare il clima in classe e a prevenire l’abbandono scolastico prematuro.

In particolare, il progetto attivato in Svizzera, implementato nel periodo compreso tra il 2011 e il 2015, aveva l’obiettivo di diffondere una maggiore consapevolezza delle dinamiche del litigio all’interno dell’istituto scolastico, nonché sviluppare la capacità degli allievi e dei docenti di risolvere i conflitti senza violenza. L’intenzione dei progetti che hanno esplicitato la finalità formativa è quella di promuovere l’apprendimento e lo sviluppo delle competenze sociali in modo che le parti possano gestire il conflitto congiuntamente in modo cooperativo o collaborativo.

Va chiarito che il 77,7% dei progetti europei esaminati non è stato implementato nelle scuole per ridurre fenomeni di violenza verbale e fisica presenti, ma allo scopo di prevenire l’escalation dei conflitti.

Negli anni ’50 il campo della ricerca sulla pace è emerso nelle università. L’enfasi iniziale era sulla violenza diretta (personale), cioè la violenza di una persona verso un’altra persona concentrandosi più sul conflitto che sulla pace, con il risultato che la pace è stata definita negativamente solo come assenza di guerra (pace negativa). Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, l’attenzione dei ricercatori si è spostata dalla violenza diretta a quella indiretta (strutturale), cioè a come le persone possono soffrire a causa dei sistemi sociali, politici ed economici. (…) Questo ampliamento degli interessi tra i ricercatori sulla pace per esaminare le questioni della libertà e della giustizia ha portato anche a definizioni più ampie della pace. Invece di essere considerata semplicemente come l’assenza di guerra, la pace implica ora la cooperazione e un cambiamento sociale non violento volto alla creazione di strutture più eque e giuste nella società (pace positiva)[7].

L’obiettivo più importante della maggioranza dei progetti esaminati risiede nella promozione della pace positiva, dell’uso di competenze e approcci cooperativi ai conflitti tra studenti, evitando così la loro escalation e prevenendo forme violente di risoluzione. Si tratta, quindi, di uno strumento legato alla prevenzione della violenza che favorisce l’appropriazione da parte di insegnanti e studenti di capacità comunicative, criteri e valori per una migliore convivenza basata sulla tolleranza e il rispetto della diversità.  Questa definizione positiva di pace come transito o percorso è quella che sta alla base delle proposte per l’insegnamento di abilità sociali o abilità di vita.

Il progetto norvegese attivato in Palestina e il progetto bulgaro-serbo, pur sposando quale obiettivo di base quello formativo, c.d. pace positiva, si sono dati un ulteriore obiettivo: la riduzione di fenomeni di violenza già presenti nelle scuole.

Conflitto e Violenza

 Il conflitto e la violenza sono due concetti ben distinti. L’incapacità di gestire il conflitto può causare un’escalation di emozioni e reazioni che possono generare violenza.

L’escalation è una dinamica satura di emozioni forti e impulsive, tra cui rabbia, senso di umiliazione, ostilità, ansia[8] ; questo crescente susseguirsi di emozioni comporta una sensazione di perdita di controllo della situazione fino al punto in cui l’aggressività viene percepita come la sola modalità di riacquisire la percezione di controllo di sé stessi e della situazione. La componente emotiva e psicofisiologica dell’escalation è così importante e sostanziale, che Winstok parla di “covert escalation”[9], intendendo quella dimensione cognitiva e affettiva nascosta al di sotto dei comportamenti visibili all’esterno.

Geiger e Fischer[10] in una ricerca svolta tramite interviste qualitative, ha indagato i vissuti emotivi profondi analizzandoli direttamente dalle narrazioni di un campione di preadolescenti. Le domande nelle interviste intendevano analizzare tutte le componenti e i fattori coinvolti nell’escalation del conflitto tra compagni di classe analizzati sono stati le motivazioni o condizioni che la innescavano, le emozioni profonde provate durante e dopo il conflitto, le reazioni verbali e comportamentali aggressivi, l’eventuale uso della violenza.

Dalle parole degli studenti è emerso il dato che il conflitto non si limita all’aggressività verbale, ma sfocia spesso in quella fisica. I parametri mediante i quali valutare la gravità delle provocazioni e il rischio di escalation emersi dalla ricerca erano: il contenuto astioso o offensivo della provocazione,  essere oggetto di derisione di fronte al gruppo dei pari, soprattutto se il bersaglio, oggetto della derisione riguarda la propria identità o i propri affetti.

L’escalation del conflitto e il passaggio dall’aggressività verbale a quella fisica sono attivati quando risultano l’unica risposta possibile per proteggere le parti immodificabili del proprio sé che coincidono con gli elementi identificativi della personalità come il credo religioso, l’appartenenza di genere, l’etnia, alcune imperfezioni fisiche.

Gli adolescenti cercano di difendere il proprio punto di vista con un crescendo di rabbia e aggressività per riparare il torto subito[11]. Secondo Anderson e Bushman[12]  l’emozione che determina l’eventuale aggressione fisica è la rabbia che interferisce con i processi cognitivi complessi di ragionamento e valutazione etica e di autocontrollo.

La mediazione tra pari è un progetto educativo utile anche a ridurre i fenomeni di escalation del conflitto e il passaggio dall’aggressività verbale a quella fisica.

Alcune scuole, come sopra accennato, hanno scelto di implementare progetti di peer mediation proprio allo scopo di ridurre tale fenomeno di violenza. Tuttavia, va chiarito che, sebbene le fonti riportino testimonianze di episodi di violenza fisica tra adolescenti all’interno degli Istituti scolastici esaminati, i progetti sono stati attivati come strumento di prevenzione e non come strumento di gestione diretta della violenza. Pertanto, quando nel presente lavoro si parla di “riduzione della violenza” si fa riferimento all’applicazione delle pratiche della peer mediation, sopra descritte, a contesti scolastici  in cui l’esigenza di contenere il fenomeno della violenza fisica è maggiormente pressante.

Nelle scuole del progetto bulgaro serbo, prima di procedere con l’attivazione del progetto di peer mediation, si è effettuata una indagine con l’obiettivo di identificare la conoscenza del fenomeno della violenza tra pari da parte degli alunni, dei genitori e degli insegnanti, se sussistono diversi tipi di violenza, quanto spesso si manifesta la violenza tra pari, quali sono le cause di questo fenomeno, profili di prevaricatori e vittime, possibili soluzioni per la riduzione di questo fenomeno. Dall’indagine è risultato che la forma di violenza più comune è quella verbale (il 4,4% degli alunni subisce violenza verbale tutti i giorni). Il 2,2% degli alunni hanno affermato di aver esercitato qualche forma di violenza (verbale, fisica, sociale o cyber violenza). Non  mancano fenomeni di violenza sessuale  (il 3,2% degli studenti delle scuole superiori ne soffre quotidianamente) e violenza verbale esercitata tramite strumenti informatici. La peer mediation, pur non essendo uno strumento idoneo ad affrontare casi di cyber bullismo è stata indicata come metodologia educativa utile a prevenire tali fenomeni in contesti scolastici in cui è diffusa.

Gli studenti considerano le violenze verbali, fisiche e sociali come categorie reciprocamente dipendenti, in sequenza:  in primo luogo la violenza verbale, poi la violenza fisica, infine, l’esclusione dell’individuo dal gruppo di pari a causa di un conflitto fisico.  Risultati ottenuti

L’umanità deve arrivare alla cultura, ma questa cultura esiste solo laddove regna un nobile e profondo sentimento umanitario. Si deve giudicare e apprezzare una civiltà non dalla somma di potenza materiale che essa dispiega ma dal grado in cui si sviluppa l’amore per l’umanità attraverso le sue leggi e le sue istituzioni[13]

Le parole di Robindronath Tagore descrivono pienamente il compito cui sono chiamate le scuole e le istituzioni: formare le future generazioni all’ascolto, al confronto pacifico, alla comprensione delle diversità e all’accoglienza delle differenze. La diffusione della cultura della pace è l’espressione del più nobile e profondo sentimento umanitario che deve ispirare i giovani. E’ in questa direzione che si muovono i programmi di peer mediation.

Esaminati gli obiettivi e il tipo di conflittualità che sorge all’interno degli Istituti scolastici, ci si interroga ora sull’efficacia dei progetti attivati in relazione agli obiettivi prefissati.

J-P. Bonafé-Schmitt, esperto francese della peer mediation,  rileva che uno dei più grandi risultati ottenuti in Francia è che i giovani mediatori potenziando le loro abilità psico-sociali e acquisendone delle nuove, modificano le loro abitudini comportamentali. Egli sostiene che sembra che essi non solo abbiano ben integrato il loro ruolo nella mediazioni formali, ma hanno anche cambiato il loro atteggiamento quando praticano la mediazione informale, questo significa che hanno interiorizzato lo spirito della mediazione. Tale dato è stato riscontrato anche dagli insegnanti dei giovani mediatori e va nella direzione di un apprendimento generalizzato da parte di tutti gli studenti della capacità di gestire pacificamente i conflitti e quindi nella direzione della diffusione della cultura della pace a tutti gli studenti e non solo ai futuri mediatori.

Tra le fonti esaminate sono stati rilevati report, questionari e relazioni di dirigenti scolastici, insegnanti e studenti mediati e mediandi sull’esperienza di peer mediation vissuta.

La maggior parte dei dati sono stati raccolti a distanza di due anni dalla data di avvio dei progetti.

Nelle scuole francesi gli studenti hanno dichiarato che, grazie alla pratica della mediazione, hanno conosciuto meglio loro stessi e  imparato ad ascoltare attivamente l’altro. Juliette, studentessa della scuola che ha attivato uno dei progetti di peer mediation analizzati afferma che la mediazione è una cosa che mi ha permesso di aiutare gli altri e a non avere un atteggiamento di superiorità rispetto ai pari che mi chiedevano aiuto. Mi ha anche insegnato molto su me stessa e a mettermi nei panni dell’altro, comprendere i suoi sentimenti. La mediazione mi ha portato più calma, riflessione e temperanza nelle mie decisioni e nella percezione delle persone.

Un’altra studentessa di nome Sophie ha dichiarato che essendo leader per natura, la mediazione mi ha aiutata a convogliare le mie energie e le mie azioni in un quadro positivo di condotte  ed essere così utile ai mie coetanei. Mi è piaciuta anche questa collaborazione tra adulti e studenti mediatori, in cui ci siamo sentiti su un piano di parità nella riflessione. Audry invece ha raccontato la sua esperienza di mediazione: lo scorso anno sono entrata in una nuova classe e non mi sono sentita accolta, il mio ingresso probabilmente ha rotto gli equilibri del gruppo, la mediazione mi ha permesso di abbandonare il mio atteggiamento di superiorità e di controllare le mie reazioni col dialogo… so di aver sbagliato ma anche loro, tutti hanno dei difetti, non siamo perfetti… [14].

La maggioranza degli studenti affermano di aver acquisito una maggiore fiducia in se stessi e una maggiore facilità di espressione, il migliore antidoto alla violenza.

Nella sua recensione di studi e ricerche condotte in Francia e Nord America sugli effetti e sui limiti della mediazione tra pari, Marianne Souquet[15] sottolinea che non è chiaro se la mediazione tra pari abbia effetto sulla violenza o sulla riduzione del numero di espulsioni.

Tuttavia, la letteratura, che riporta diverse esperienze positive di peer mediation nei licei francesi, evidenzia il calo netto (quasi 2/3) delle note disciplinari da parte degli insegnanti  e il cambio di atmosfera vissuto all’interno delle scuole in cui sono stati attivati i progetti. Un preside di una scuola “sensibile” ha dichiarato di essere passato da due sanzioni al giorno a circa trenta per mandato.

Uno studio americano[16], che riguarda un programma di peer mediation e che include anche l’insegnamento della negoziazione, la pedagogia della cooperazione e la creazione di un organismo di mediazione tra pari, conferma le osservazioni francesi: dopo la formazione, gli studenti sono in grado di negoziare e mediare i conflitti e possono anche trasferire queste competenze al di fuori della scuola. L’integrazione dell’insegnamento della gestione dei conflitti nel piano di studi porta a migliorare i risultati accademici degli studenti. Il numero di problemi disciplinari è diminuito del 60% e gli invii del preside del 95%.[17]Le opinioni dei giovani mediatori sono generalmente positive. Nella ricerca svolta in zone di educazione prioritaria (Zeppelin) a Lione e Rouen (scuole elementari, college e scuole professionali), J-P. Bonafé-Schmitt rileva che i giovani mediatori sono consapevoli di aver cambiato il loro comportamento: sembra che gli studenti non solo abbiano ben integrato il ruolo nella mediazioni formali, ma hanno anche cambiato il loro comportamento nelle mediazioni informali.

L’esperienza pluriennale francese permette di affermare che è possibile ottenere miglioramenti reali nel clima di un istituto grazie alla formazione di competenze psico-sociali e all’azione e alla presenza di giovani mediatori[18]. L’efficienza della mediazione varia a seconda dell’investimento della comunità educativa. J-P. Bonafé-Schmitt ha parlato a tal proposito di “effetto stabilimento” e ha ricordato che la mediazione tra pari, come altre forme di mediazione, rappresenta ancora una “contro-cultura” e che la legittimità non è decretata ma acquisita.  Il suo inserimento nel piano della scuola può fornire maggiore legittimità al processo e ridefinire il rapporto tra studenti e membri della comunità educativa e tra gli studenti stessi.

Di notevole interesse sono anche i commenti dei mediatori tra pari dei progetti attivati in Bulgaria e Serbia che rilevano le difficoltà riscontrate: Ero molto preoccupato di non riuscire a facilitare il processo di mediazione, ma alla fine è andato tutto bene e sono lieto che la mediazione abbia avuto successo. Dopo due ore, ero totalmente esausto, ma felice. È una sensazione fantastica quando sai di aver aiutato qualcuno a risolvere il suo problema e che tutta l’energia profusa è stata ben utilizzata.

Il progetto norvegese, che aveva come quello bulgaro-serbo l’obiettivo di ridurre la violenza all’interno della comunità scolastica palestinese, sembrerebbe aver raggiunto il suo scopo, infatti, sul sito del progetto è possibile leggere che la peer mediation non solo ha contribuito a ridurre fortemente la violenza nelle scuole, ma ha anche dimostrato di avere un’influenza positiva sulle società locali intorno alle scuole.

In Finlandia gli organizzatori del progetto, a seguito dell’implementazione dei servizi di mediazione tra pari nelle scuole, hanno sottoposto i dirigenti scolastici ad un sondaggio dal quale è emerso che il 64% ritiene la peer mediation un metodo efficiente che funziona.

Il 25% ha dichiarato invece che il metodo è usato raramente “o che” è difficile da attuare anche a causa dell’atteggiamento negativo del personale”. Il restante 11% delle risposte sono manifestazioni di speranza e richiesta di ottenere più formazione o informazione (Gellin 2006).

Il progetto finlandese ha sottoposto al sondaggio anche 242 mediatori tra pari. Il 74% ha descritto il metodo come utile ed efficiente, ha osservato una diminuzione dei litigi, un miglioramento del clima di classe e ha ritenuto positiva la possibilità di risolvere i conflitti senza l’intermediazione degli insegnanti. Quando descrivono la non efficienza del metodo, gli alunni hanno affermato che le parti a volte non prendono sul serio la mediazione. (Gellin 2006).

Ulteriore dato di rilievo è che l’88% degli studenti dichiara di aver rispettato il contenuto dell’accordo raggiunto in mediazione. Gli alunni hanno apprezzato l’opportunità di partecipare, di raccontare la loro versione del problema e di esprimere liberamente la propria opinione, di gestire la conflittualità senza l’intervento di adulti  o l’uso delle sanzioni disciplinari.

I risultati di questi sondaggi mostrano chiaramente che i conflitti nelle scuole possono essere risolti dagli stessi allievi. La peer mediation, il raggiungimento di un accordo tra pari costituisce  un processo di apprendimento che rende le parti in grado di non ripetere più alcune strategie disfunzionali.

Le esperienze individuali responsabilizzano le persone inducendole ad agire utilizzando le abilità apprese in mediazione.

Quando un bambino sente di essere ascoltato, non rimane più un passivo osservatore della vita. Impara a instaurare un’interazione positiva con la comunità circostante e a valutare i suoi valori e le sue opinioni, con il supporto degli adulti è in grado di formare un’immagine di se stesso come un membro prezioso e in continua evoluzione.

Ulteriore dato rilevato è che gli alunni si sentono maggiormente al  sicuro in una comunità scolastica quando sanno che vengono adottati metodi di risoluzione della conflittualità che non includono necessariamente punizioni.

Tra le fonti si rileva la testimonianza anche dei docenti coinvolti nel progetto scozzese di peer mediation. I docenti affermano che la mediazione tra pari ha avuto un impatto enorme sulla scuola, non solo per l’acquisizione da parte dei ragazzi delle abilità di gestione del conflitto, ma anche per l’acquisizione della fiducia in loro stessi e per la capacità di utilizzare le life skills per tutta la vita[19].

Le fonti consultate del progetto implementato nella scuola svizzera[20] riportano che i conflitti tra gli alunni vengono intercettati in una fase precoce e che i mediatori tra pari percepiscono una riduzione delle dispute e degli scherni. Tuttavia, va sottolineato che la mediazione delle controversie per i mediatori tra pari non è un compito di facile attuazione e talvolta viene descritta come “faticosa” e “difficile”.

Secondo le dichiarazioni del Dirigente della scuola, gli episodi di violenza, le controversie minori e le problematiche latenti sono diminuite. Di conseguenza, sono state imposte un minor numero di misure disciplinari.

Le fonti  riportano che la maggioranza dei progetti hanno promosso la partecipazione attiva e responsabile della comunità educativa, nonché il processo decisionale degli studenti stessi nella risoluzione di conflitti e dei problemi di disciplina.

E’ quindi possibile rilevare l’efficacia dei programmi di peer mediation in relazione agli obiettivi prefissati; alcuni dei progetti sono riusciti ad andare, nonostante alcune difficoltà, ben al di là delle aspettative.

Concludo ricordando che affinché i giovani possano diventare membri attivi della società civile, la scuola deve sviluppare le loro capacità di comunicazione e cooperazione. Le opportunità per la comunicazione tra diversi gruppi e individui sono le basi fondanti della società civile (Nousiainen & Piekkari 2005).

Un dono

 Prendi un sorriso, regalalo a chi non l’ha mai avuto.
Prendi un raggio di sole, fallo volare là dove regna la notte.
Scopri una sorgente, fa’ bagnare chi vive nel fango.
Prendi una lacrima, passala sul volto di chi non ha mai pianto.
Prendi il coraggio mettilo nell’animo di chi non sa lottare.
Scopri la vita, raccontala a chi non sa capirla.
Prendi la speranza e vivi nella sua luce.
Prendi la bontà e donala a chi non sa donare.
Scopri l’amore e fallo conoscere al mondo

Mahatma Gandhi

[1]Johan Galtung, Storia dell’idea di pace, Satyagraha, Torino 1995; Cfr. Mauro Julini, Uomini e donne per il dialogo, Negoziati, negoziatori, mediatori, Capire Edizioni, Forlì 2019

[2]Ibidem

[3]Sociologo, ricercatore del CNRS in mediazione. E’ uno dei promotori della mediazione tra pari in Francia. Fondatore della Law Boutique, responsabile scientifico della formazione in mediazione in Svizzera, presso l’Istituto universitario Kurt Bösch (IUKB).

[4]Jones, T. S. y Brinkman, H., Enseñen a sus hijos. Recomendaciones para los programas de mediación entre condiscípulos, en Folger, J.P. y Jones, T.S., Nuevas direcciones en mediación, Paidós, Bs.As., 1997

[5]Ibidem

[6] J.P Bonafé-Schmitt

[7]Hicks, D., Understanding the Field, in Hicks, D., Educación para la paz, Morata, Madrid, 1993

[8]Winstok, Z., Eisikovits, Z., Motives and control in escalatory conflicts in intimate relationships, Children and Youth Services Review, 2008, 30, 287-296

[9]Winstok, Z. Conflict escalation to violence and escalation of violent conflicts, Children and Youth Services Review,2008, 30

[10]Geiger, B., Fischer, M. (2006). Will words ever harm me?: escalation from verbal to physical abuse in sixth-grade classrooms, Journal of Interpersonal Violence, 2008, 21, 337-357

[11]Arielli, E., Scotto, G., Conflitti e mediazione: introduzione a una teoria generale, Milano, Mondadori, 2003

[12]Anderson, C.A., Bushman, B.J., Human Aggression. Annual Reviews Psychology, 2002, 53, 27-51

[13]Robindronath Tagore 1861- 1941 – premio nobel per la letteratura

[14]Formation mediation par les pairs au lycee, Organisation d’un stage de mediation par les pairs au lycee

[15]M. Souquet, La médiation en milieu scolaire in Les médiations, la médiation, Erès, Collection « Trajets », 2003

[16]D.W. Johnson, R.T. Johnson, Teaching Students to be Peacemakers, Cooperative Learning Center at the University of Minnesota, Minneapolis, 1995

[17]M. Souquet, op.cit, p. 285

[18]Formation mediation par les pairs au lycee, Organisation d’un stage de mediation par les pairs au lycee

[19]Scottish Mediation, peer mediation

[20]Programma nazionale Giovani e violenza 2011-2015

Dott.ssa Consolata Santino

Prof. Mauro Julini

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