Alberto Calabròn. 21 Infanzia e adolescenza tra socialità e solitudine

Abusi sui minori: articoli 609 quater e undecies c.p

 

Breve analisi degli articoli 609 quater e undecies c.p. e problematiche di rito del loro combinato disposto; profili d’incostituzionalità dell’art. 609 septies

Articolo 609 quater: introduzione e brevi cenni

L’articolo 609 quater c.p.1 prevede la reclusione da 5 a 10 anni per chiunque compia atti sessuali con persona minore di 14 anni; se il colpevole è l’ascendente, il genitore anche adottivo, il convivente di quest’ultimo, il tutore o altra persona cui il minore è affidato per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia o con il quale il minore conviva, l’età del soggetto passivo deve essere inferiore a 16 anni.

La differenza con il reato di violenza sessuale è da riscontrarsi nella sussistenza del consenso della vittima: se nella violenza sessuale è necessaria la costrizione della vittima a compiere o subire atti sessuali non desiderati, nell’ipotesi di atti sessuali con minore la vittima appare consenziente.2

Sussiste sempre una presunzione assoluta d’invalidità del consenso ad atti sessuali eventualmente prestato dal minore infraquattordicenne; tra i quattordici e i sedici anni, invece, il consenso si ritiene invalido solo quando gli atti sessuali si concretizzano con una persona che abbia verso il minore particolari doveri e rapporti di cura, istruzione e custodia.

E’ sanzionata più lievemente -da 3 a 6 anni- la condotta del soggetto in posizione di supremazia o in capo al quale sussistono doveri di cura, custodia e istruzione, qualora compia atti sessuali con un minore ultrasedicenne, ma solo nel caso in cui si riscontri un abuso dei poteri connessi alla sua posizione.

E’ prevista la non punibilità del minorenne che, al di fuori delle ipotesi previste nell’art. 609 bis, compia atti sessuali con un altro minorenne almeno tredicenne, se la differenza d’età tra i soggetti non sia superiore a tre anni.

Se la compressione della libertà sessuale del minore risulta minima in considerazione del fatto concreto e delle circostanze, si applica una pena diminuita in misura non eccedente i due terzi; nel caso in cui il soggetto passivo abbia meno di 10 anni, la pena da applicarsi sarà la medesima del reato di violenza sessuale aggravata.

Il 609 quater si configura come reato comune o proprio3: è reato comune laddove l’atto sessuale riguardi una persona infraquattordicenne; è invece reato proprio quando la vittima abbia tra i 14 e i 18 anni, posto che in questo caso la condotta sanzionata è esclusivamente quella posta in essere dall’ascendente, dal genitore anche adottivo, dal convivente di quest’ultimo, dal tutore o da altra persona cui il minore è affidato per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia o con il quale il minore conviva.

Per la configurabilità del delitto di atti sessuali con minorenne è richiesto il dolo generico4.

E’ un reato di mera condotta5, di danno6, ed è configurabile il tentativo7. Si consuma8 nel momento in cui si compie l’atto sessuale.

La procedibilità9 -esclusi i casi di atti su minore di anni dieci- è a querela della persona offesa nel termine di sei mesi a decorrere dal momento in cui essa abbia avuto conoscenza precisa, certa e diretta del fatto reato e non dal momento in cui il reato è avvenuto. Il criterio per il computo del dies a quo10 -criterio valido per qualunque caso in cui la procedibilità sia a querela di parte- è qui di fondamentale importanza sia per il fatto che la persona offesa è un soggetto dalla consapevolezza acerba (e potrebbe quindi prendere coscienza della propria condizione di vittima oltre il sesto mese dai fatti senza che la querela proposta risulti tardiva) sia perché in caso di vittima minorenne, ex art 120 c.p.11, la querela può essere sporta anche dal genitore, dal tutore o dal curatore; questo presuppone logicamente la conoscenza del fatto reato da parte di persona diversa dall’offeso in un momento anche sensibilmente successivo ai fatti. Sarà solo a partire da quel momento che decorreranno i termini utili alla proposizione della querela di parte.

Articolo 609 undecies: brevi cenni

L’articolo 609 undecies c.p.12 è stato introdotto nel nostro ordinamento dalla legge 1 ottobre 2012 n. 172 in attuazione di quanto disposto dalla Convenzione di Lanzarote.

La Convenzione aveva, tra gli altri obiettivi, quello di tutelare i minori da morbose attenzioni d’individui maggiorenni e comunque più anziani della vittima di almeno tre anni, anticipando la punibilità a un momento antecedente al concretizzarsi dell’atto sessuale; da qui deriva la scelta legislativa di impostare il 609 quater come reato di pericolo13.

L’art. 609 undecies c.p. è un delitto di mera condotta a forma vincolata14: si concretizza carpendo la fiducia del minore tramite artifici15 lusinghe16 o mediante minacce17.

Si tratta di reato comune18, mentre il soggetto passivo può essere -stando al dato letterale della norma- qualunque minore di 16 anni.

Bisogna però considerare che l’elemento soggettivo19 richiesto è chiaramente il dolo specifico20 -laddove si richiede che l’agente abbia lo “scopo di commettere i reati di cui agli articoli…”; di conseguenza il soggetto passivo del reato fine può essere il minore degli anni 18 -tale evenienza si concretizza quando l’agente intenda adescare il minore allo scopo di commettere i reati di cui all’artt. 600 bis21 e 600 ter22– così come può essere anche solo il minore di anni 14, come avviene proprio nel caso degli atti sessuali con minorenne, a patto che i rapporti tra vittima e offensore non si riferiscano a i casi in cui il colpevole sia l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore, ovvero altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato o che abbia, con quest’ultimo, una relazione di convivenza.

Si potrebbe ritenere poco logico escludere dalla tutela garantita dal 609 undecies i soggetti di età compresa tra i 16 e i 18 anni; bisognerebbe ammettere che essi siano degni di particolare attenzione solo qualora siano vittime dei reati fine ma non nella fase in cui gli avvenimenti possano essere visti nell’ottica del mero reato di pericolo. Questa ultima considerazione va però temperata considerando che il legislatore, nella sua discrezionalità, abbia forse preferito limitare il raggio d’azione del 609 undecies: se la vittima del reato fine 600 bis può avere anche più di 16 anni, probabilmente si è ritenuto che solo i minori di tale età, e non anche coloro che abbiano tra i 16 e i 18 anni, possano essere particolarmente vulnerabili alle condotte adescatorie dell’agente.

Non avrebbe senso, invece, punire ai sensi dell’art. 609 undecies chi adeschi un minore di anni 16 ma maggiore di anni 14 al fine di compiere atti sessuali consenzienti col medesimo: tali atti, benché discutibili sul piano etico e morale, non costituiscono reato e “l’adescamento” si risolverebbe in un atto preparatorio23 a una attività non illecita, posto che il reato di atti sessuali con minorenne nella sua variante comune si configura solo in presenza di vittime infraquattordicenni. Stesse considerazioni valgono ad esempio quando l’adescamento sia finalizzato alla corruzione di minorenne: tale reato può configurarsi solo se la vittima sia un minore infraquattordicenne, essendo di conseguenza i fatti a fondamento dell’art 609 quinquies leciti se commessi in presenza di minore che abbia già compiuto gli anni 14.

Ne deriva che l’adescamento di minore di 16 anni ma maggiore di 14 non può mai sfociare in una corruzione di minorenne risultando di conseguenza impossibile il compimento stesso del reato di adescamento.

Ritiene lo scrivente che, almeno per quanto riguarda le ipotesi delittuose configurabili solo in presenza di vittime infraquattordicenni, la formulazione proposta dal legislatore rischi di ingenerare confusione indicando genericamente, come vittima di reato ex art 609 undecies “un minore di anni sedici” e che sarebbe auspicabile l’abrogazione di tale locuzione, onde evitare che si possa condannare ai sensi del 609 undecies chi abbia adescato sì un minore, ma che questo, avendo un’età compresa tra i 14 e i 16 anni, non possa essere parte offesa in una condotta delittuosa punibile solo in caso di vittima infraquattordicenne.

Breviter: si rischia di punire, sulla base di un reato di pericolo, una condotta finalizzata al compimento di altra condotta perfettamente lecita.

L’adescamento di minorenni è dunque un reato di pericolo. Non avverrà quando il reato fine24 sarà consumato, ma quando siano poste in essere delle condotte meramente preparatorie di quel reato solo pensato dall’agente.

La Cassazione, in forza della clausola di riserva25 prevista dall’art. 609-undecies, ha precisato che «il reato di adescamento di minori si configura soltanto quando la condotta non integra gli estremi del reato-fine neanche nella forma tentata» e che

per l’applicazione dell’art. 609 undecies c.p. è necessario che non siano ancora configurabili gli estremi del tentativo o della consumazione del reato fine, in quanto se ciò si realizza dovrà allora procedersi soltanto per i predetti illeciti e non per l’adescamento, rilevato che se ci sono gli estremi del tentativo contestare anche l’adescamento significherebbe di fatto punire due volte la stessa condotta, vanificando così il significato della clausola di riserva. Ciò varrà ancor di più allorquando il reato fine sia consumato, poiché in tale eventualità la condotta di adescamento, precedentemente tenuta dall’agente, si risolverebbe in un antefatto non punibile

Si procede d’ufficio.

Combinato disposto tra 609 quater e undecies: problematiche

La differente procedibilità dei due reati può portare a situazioni tanto residuali quanto distopiche. Si è detto che qualora l’agente concretizzi un 609 quater dopo un undecies -ipotesi non del tutto peregrina, se si pensa che l’adescamento è solitamente finalizzato alla commissione di altro reato- la condotta sussunta dall’undecies si risolve in un antefatto non punibile. Si consideri allora la seguente ipotesi.

Tizio adesca un minore di poco infraquattordicenne e purtroppo riesce nel malsano intento di consumare con il medesimo degli atti sessuali. Il minore non ha la percezione di essere una vittima (ritiene che i fatti si siano svolti consensualmente) e non rivela a nessuno l’accaduto.

Come ricordato precedentemente, i genitori, il tutore o il curatore -se venissero a conoscenza dei fatti entro il compimento del diciottesimo anno del minore- potrebbero sporgere querela entro sei mesi dalla presa di coscienza dei fatti.

Ciò non accade, e il minore diventa maggiorenne. Sono passati quattro anni dai fatti delittuosi, e la vicenda viene alla luce.

Il 609 undecies non è ancora prescritto26 (si prescrive nel termine di sei anni) e la procedibilità è d’ufficio: Tizio sarà indagato e rinviato a giudizio. Se emergesse anche il compimento del 609 quater, non si potrebbe procedere anche per questo reato; primo perché la procedibilità è a querela e non è detto che la vittima, ormai maggiorenne, voglia sporgerla. Secondo, perché se anche intendesse esercitare il diritto di querela, Tizio (o lo stesso PM) avrebbe gioco facile nel lamentarne la tardività: è ben difficile che a distanza di quattro anni dai fatti, raggiunta peraltro la maggiore età, si sia presa coscienza della propria condizione di vittima solo negli ultimi sei mesi. Il 609 quater sarebbe improcedibile.

Qui potrebbe concretizzarsi un’ipotesi difensiva molto particolare: Tizio potrebbe effettivamente confessare di aver commesso il reato di atti sessuali con minore -non più procedibile-e portare addirittura prove a sostegno della propria confessione, sostenendo di conseguenza che il reato di adescamento dovrà essere risolto come antefatto non punibile.

In questo modo Tizio, paradossalmente, non potrà essere condannato né per il compimento del primo né del secondo reato.

A nulla varrebbe ricordare l’art. 12 c.p.p. che disciplina i casi di connessione di procedimenti: a nulla varrebbe ricordare la lettera a) di detto articolo, perché Tizio non ha agito in concorso; a nulla porterebbe il ricorso alla lettera b) perché Tizio dovrebbe essere imputato tanto del reato 609 undecies quanto del 609 quater, ma la mancanza di querela (o comunque la sua tardività) sarebbe ostativa alla sua imputazione; a nulla ancora servirebbe rifarsi alla lettera c) perché è vero che il 609 undecies è stato commesso per eseguire il 609 quater, ma la clausola di salvaguardia prevista dal 609 undecies e già richiamata in precedenza vieta, in presenza di entrambi i fatti delittuosi, di procedere avverso ambedue dovendosi piuttosto procedere per il reato più grave, il quater, tuttavia non più procedibile.

Conclusioni: soluzione de iure condendo, profili d’incostituzionalità dell’art. 609 septies

Un cortocircuito processuale del genere potrebbe essere risolto dal legislatore semplicemente sottoponendo ogni reato sessuale con vittima minorenne a procedibilità d’ufficio. Certo giova ricordare che la procedibilità d’ufficio, pur potendosi identificare come idoneo strumento tecnico, non va esente da critiche relative alla vittimizzazione secondaria del minore, vale a dire una seconda aggressione da parte delle istituzioni, che obbligherebbero il minore ad affrontare il proprio offensore dovendo necessariamente rivivere una esperienza fortemente traumatica. Il problema si porrebbe in misura minore in caso di adescamento non seguito da reato più grave, ma potrebbe essere psicologicamente deflagrante qualora l’offensore, dopo aver adescato la vittima, abbia con essa consumato i ben più lesivi reati fine.

Nella consapevolezza di questo limite, la procedibilità d’ufficio sarebbe auspicabile non solo per garantire il principio di effettività della norma penale27, che come visto presenta un’evidente falla, ma anche perché, in riferimento a questo tipo di reati, la procedibilità a querela potrebbe ritenersi, a parere di chi scrive, incostituzionale a seguito della ratifica da parte dell’Italia, nel 2012, della Convenzione di Lanzarote.

Conviene ricordare brevemente i rapporti tra le norme CEDU e leggi ordinarie, così come dipinti dalle Sentenze gemelle 348 e 349, 24 ottobre 2007, della Corte Costituzionale.La Corte così si esprimeva:

si tratta di norme che integrano il parametro costituzionale, ma rimangono pur sempre ad un livello sub-costituzionale, è necessario che esse siano conformi a Costituzione. La particolare natura delle stesse norme, diverse sia da quelle comunitarie sia da quelle concordatarie, fa sì che lo scrutinio di costituzionalità non possa limitarsi alla possibile lesione dei principi e dei diritti fondamentali o dei principi supremi, ma debba estendersi ad ogni profilo di contrasto tra le norme interposte e quelle costituzionali

E ancora: «in occasione di ogni questione nascente da pretesi contrasti tra norme interposte e norme legislative interne, occorre verificare congiuntamente la conformità a Costituzione di entrambe e precisamente la compatibilità della norma interposta con la Costituzione e la legittimità della norma censurata rispetto alla stessa norma interposta»

A onor del vero le Sentenze gemelle si riferivano esplicitamente alla Convenzione EDU e non alla generalità dei trattati, ma l’applicazione dei principi in esse contenute potrebbe essere estesa in linea generale a qualsiasi Convenzione, nei limiti di quanto disposto dall’art. 80 della Costituzione.

Giova ricordare il percorso normativo che sta alla base delle due richiamate pronunce.

L’art. 117 Cost. I comma, nella formulazione introdotta con la L. cost. n. 3/2001, dispone che l’esercizio della potestà legislativa dello Stato e delle Regioni è condizionata dal rispetto degli obblighi internazionali.

Gli obblighi internazionali, nel sistema precedente alla modifica del 117, non godevano di alcuna garanzia costituzionale.

Prima della legge costituzionale del 2001 la conformità delle leggi ordinarie alle norme di diritto internazionale convenzionale era suscettibile di controllo da parte della Corte Costituzionale solo nei limiti degli artt. 7, 10 e 11 Cost.

Il sindacato poteva esercitarsi solo qualora la norma oggetto di controllo fosse riconducibile a specifici accordi, quali quelli tra Stato e Chiesa (art. 7) oppure relativi alla condizione giuridica dello straniero (art. 10) ovvero della consuetudine, intesa quale insieme di norme di diritto internazionale generalmente riconosciute (art. 10 primo comma) o, da ultimo, del diritto comunitario, il quale beneficia d’ingresso automatico nell’ordinamento interno in forza dell’ art. 11, secondo cui l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni.

L’opinione dominante (si veda Corte Cost. n. 223/1996) era che la violazione di un obbligo internazionale fosse costituzionalmente irrilevante anche qualora fosse intervenuto il recepimento del trattato nel diritto interno mediante atto nazionale. Si riteneva che i trattati internazionali avessero il medesimo rango dell’atto che avesse dato loro esecuzione.

Tale impostazione è radicalmente cambiata dopo l’entrata in vigore del nuovo testo dell’art. 117 Cost.

Il nuovo art. 117 ha esteso alla generalità dei trattati la soluzione prevista dal secondo comma dell’art. 10 Cost. per gli accordi internazionali relativi alla condizione giuridica dello straniero; a conferma della riconducibilità nell’ambito della nozione di “vincoli derivanti dagli obblighi internazionali” degli impegni assunti in via pattizia, è intervenuta la Legge 5 giugno 2003, n. 131, “Disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 “.

Il primo comma dell’art. 1 di tale legge dispone infatti che “costituiscono vincoli alla potestà legislativa dello Stato e delle Regioni, ai sensi dell’art. 117, primo comma, della Costituzione, quelli derivanti dalle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute di cui all’art. 10 della Costituzione, da accordi di reciproca limitazione di sovranità di cui all’art. 11 della Costituzione, dall’ordinamento comunitario e dai trattati internazionali”.

Ora, come sopra accennato, è pur vero che le Sentenze gemelle non si riferiscono a qualsiasi trattato internazionale ma solo alle norme della CEDU, tuttavia sia il testo del novellato art. 117 Cost che la relativa legge di attuazione parlano di “obblighi internazionali” e di “trattati internazionali” generalmente intesi, ed è su queste basi normative che la Corte Costituzionale si è espressa in riferimento particolare alle norme CEDU che di essi sono un sottoinsieme.

Per amor di precisione si potrebbe opinare che una lettura sistematica della Costituzione non consentirebbe la garanzia costituzionale introdotta dal nuovo testo dell’art 117 a tutti i trattati indiscriminatamente, in quanto per suddetto articolo, in combinato disposto con l’art. 80 Cost, la garanzia costituzionale concerne solo i trattati ratificati dal Capo dello Stato a seguito di legge di autorizzazione ai sensi dell’art. 80 Cost.

Se infatti la Costituzione, ai sensi dell’art. 80, richiede il preventivo assenso parlamentare per la conclusione di accordi internazionali che comportano modificazioni di leggi, ne deriva che lo pretenda a maggior ragione per la formazione di trattati che si traducano in un vincolo nei confronti della legge stessa.

Ciò premesso, giova ricordare che la Convenzione di Lanzarote è un trattato internazionale ratificato dall’Italia nel 2012 ai sensi dell’art. 80 Cost.

Ne deriva che i passi delle Sentenze gemelle sopra richiamati, per quanto riferiti espressamente alla Convenzione EDU, possano applicarsi a qualsiasi trattato ratificato nel rispetto dell’art. 80 Cost, e in particolare in riferimento ai rapporti tra disposizioni pattizie e disposizioni interne.

Problematiche nascono nel momento in cui la conformità tra legge interna e legge interposta venga meno -e si debba risolvere l’antinomia, per esemplificare in modo non esaustivo, con gli strumenti della disapplicazione della disposizione nazionale da parte del giudice ovvero la proposizione della questione di costituzionalità- ma ciò non interessa ai fini della presente trattazione, volendosi indagare semplicemente se vi siano antinomie tra la Convenzione di Lanzarote e le norme italiane di diritto interno.

Ebbene, la Convenzione di Lanzarote stabilisce al suo art. 25 n. 6 che:

«For the prosecution of the offences established in accordance with Articles 18, 19, 20, paragraph 1.a, and 21 of this Convention, each Party shall take the necessary legislative or other measures to ensure that its jurisdiction as regards paragraphs 1.d and e is not subordinated to the condition that the prosecution can only be initiated following a report from the victim or a denunciation from the State of the place where the offence was committed.»

La traduzione è la seguente:

«Ai fini del perseguimento dei reati configurati in conformità con gli articoli 18, 19, 20 paragrafo 1 lettera a e 21, le Parti adottano le necessarie misure legislative o di altro genere affinché l’istituzione della propria competenza giurisdizionale in virtù dei paragrafi 1.d ed e non venga vincolata alla condizione che l’azione giudiziaria presupponga una denuncia della vittima o dello Stato in cui i fatti sono stati commessi.»

Tale norma pattizia statuisce l’obbligo tra le Parti contraenti, Italia compresa, di adottare le necessarie misure legislative affinché i reati a danno di minori configurati nella Convenzione stessa (abuso sessuale, prostituzione minorile, pedopornografia, partecipazione del minore a spettacoli pornografici, corruzione di minori, adescamento a scopi sessuali) siano procedibili in modo svincolato dalla denuncia della vittima; la Convenzione impone, per tali reati, una procedibilità d’ufficio.

Appare a chi scrive abbastanza chiara l’antinomia tra il diritto interno e le norme convenzionali con conseguente illegittimità dell’articolo 609 septies c.p. rispetto alla norma interposta laddove -per quanto stabilito dal diritto interno- si sottopongano a procedibilità a querela della persona offesa tutte quelle ipotesi di reato sessuale in cui la vittima sia persona minorenne, quando invece la disposizione convenzionale ratificata richiede che “la competenza giurisdizionale (…) non venga vincolata alla condizione che l’azione giudiziaria presupponga una denuncia della vittima”.

Nella consapevolezza quindi delle problematiche legate alla vittimizzazione secondaria ritiene lo scrivente che, al fine di maggiormente tutelare le vittime minorenni da criminali attenzioni morbose e di risolvere l’antinomia tra diritto interno e le norme sub costituzionali della Convenzione di Lanzarote, sia opportuno che qualsiasi reato sessuale con vittima minorenne debba essere perseguito con procedibilità d’ufficio.

 

 

 

Note

1. Il reato è rubricato come “atti sessuali con minorenne”.

2. Il consenso prestato dal minore infraquattordicenne è considerato invalido.

3. E’ comune il reato che può essere commesso da chiunque, mentre è proprio il reato che può essere commesso solo da chi rivesta una determinata qualifica o posizione.

4. Il dolo si definisce generico quando il soggetto si rappresenta e vuole il fatto tipico incriminato.

5. I reati si definiscono di mera condotta quando, per la loro realizzazione, la legge prevede semplicemente il compimento di una determinata azione senza che da questa derivi necessariamente un evento.

6. I reati si definiscono di danno quando, per la loro realizzazione, la legge prevede che si verifichi una effettiva lesione del bene giuridico tutelato, sotto forma di distruzione, diminuzione o compressione dello stesso.

7. Il reato si definisce tentato se l’azione delittuosa non si compie o l’evento non si verifica nonostante il soggetto abbia posto in essere atti idonei e diretti in modo non equivoco a commetterlo.

8. Il reato è consumato quando vi è cessazione dell’attività delittuosa dopo che il soggetto ha posto in essere tutti gli elementi della fattispecie giuridica penalmente rilevante.

9. La procedibilità è la sussistenza di tutte le condizioni processuali richieste affinché un procedimento possa avere corso.

10. Il dies a quo è il giorno dal quale inizia a decorrere un termine.

11. L’art. 120 c.p. è rubricato come “diritto di querela”.

12. Per adescamento si intende qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce.

13. Sono reati di pericolo quelli la cui perfezione avviene nel momento della mera lesione potenziale e non attuale del bene giuridico tutelato.

14. I reati a forma vincolata o rigida si perfezionano solo attraverso determinate modalità e non attraverso qualsiasi tipo di condotta purché produttiva della lesione del bene giuridico tutelato

15. Si ha artificio quando, nella realtà esterna, è fatta apparire come vera una situazione che non trova riscontro nei fatti.

16. Sono lusinghe tutte quelle condotte falsamente adulatorie finalizzate a indurre taluno a tenere determinate condotte.

17. E’ minaccia qualunque prospettazione di un ingiusto male futuro.

18. E’ comune (al contrario di quello proprio) quel reato che può essere commesso da qualsiasi soggetto.

19. L’elemento soggettivo si sostanzia nella sfera psicologica del soggetto ed è costituito in un atteggiamento della sua volontà in relazione alla commissione del reato. Può concretizzarsi nel dolo, nella colpa o nella preterintenzione.

20. Il dolo specifico è un sottoinsieme del dolo generico: l’agente non solo si rappresenta e vuole che si realizzi un fatto tipico incriminato, ma agisce per un ulteriore fine particolare.

21. L’art. 600 bis c.p. è rubricato come “prostituzione minorile”.

22. L’art. 600 ter c.p. è rubricato come “pornografia minorile”.

23. Gli atti preparatori sono tutte quelle condotte non punibili necessarie alla “messa in cantiere” di un reato, senza che tuttavia siano idonee e dirette in modo non equivoco a commetterlo; nel qual caso si entrerebbe nell’alveo del tentativo punibile.

24. E’ reato fine quello posto come obiettivo, scopo od oggetto di un reato precedente.

25. La clausola di riserva subordina l’applicazione di una norma meno severa solo in quei casi specifici nei quali i fatti non costituiscano un più grave reato.

26. La prescrizione è una causa di estinzione del reato; a causa di essa, un illecito penale non potrà più essere perseguito una volta trascorso un certo periodo di tempo dalla sua commissione.

27. Il principio di effettività si concretizza nell’adozione di strumenti giuridici che siano proporzionati oltre che sufficientemente effettivi e dissuasivi per garantire la piena efficacia della legge penale.

 

 

 

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dott. Alberto Calabrò, specializzato SSPL