Giulia Binaghin. 21 Infanzia e adolescenza tra socialità e solitudine

La sindrome degli Hikikomori

Abstract

La “sindrome hikikomori” provoca un ritiro sociale estremo con un rifiuto della scuola o del lavoro; lo stile di vita è centrato sulla propria casa. Questo fenomeno si è manifestato dapprima in Giappone dove le persone hikikomori vengono definite anche “eremiti della camera da letto”, ma sembra ormai essersi diffuso in molti Paese nel mondo. La pervasività del fenomeno in Giappone ha creato la necessità di individuare delle linee guida nazionali. Questo dato solleva il quesito: si tratta esclusivamente di una sindrome legata al contesto culturale? In questo articolo esporrò i contributi dei principali autori che negli ultimi 10 anni hanno esaminato i principali fattori di carattere sociale, psicologico e familiare che concorrono a determinare il fenomeno hikikomori in Giappone.

Anche nel territorio italiano numerosi servizi pubblici o privati hanno riscontrato in alcuni adolescenti una costellazione di sintomi compatibile con la sindrome di hikikomori.

Ad oggi i trattamenti riabilitativi più efficaci prevedono un intervento ad hoc per ogni  singolo caso, un approccio multidisciplinare (psicoterapeuta, psichiatra, educatore) e il coinvolgimento attivo della famiglia, che talvolta rappresenta anche il ‘setting’ e il terreno di aggancio per iniziare il percorso di ‘fuoriuscita’ del giovane ritirato.

Introduzione

Il termine ritiro sociale è un termine ombrello che indica uno stato motivazionale interno volto ad evitare le interazioni sociali[1]  (Coplan & Rubin, 2010). E’ opportuno distinguere il ritiro sociale con o senza la componente di ansia (Barry, Nelson & Christoffersen, 2013). Coloro che evitano le relazioni sociali per paura vengono definiti ‘timidi’, mentre coloro che sono disinteressati vengono definiti ‘asociali’.

Il termine hikikomori coniato dallo psichiatra giapponese Saitō [2](1998), letteralmente ‘stare in disparte’ è stato impiegato nella letteratura sia antropologica che psichiatrica per definire una particolare forma di ritiro sociale diffusasi in Giappone a partire dalla fine degli anni settanta. Hikikomori è una parola che può essere utilizzata per indicare sia il fenomeno in sé, sia gli individui ritirati che presentano letargia, incomunicabilità, e isolamento. I segni che possono caratterizzare un hikikomori sono: ritiro sociale per almeno sei mesi, fobia scolare e ritiro scolastico, antropofobia, automisofobia (paura di essere sporchi), agorafobia, manie di persecuzione, sintomi ossessivi e compulsivi, comportamento regressivo, evitamento sociale, apatia, letargia, umore depresso, pensieri di morte e tentato suicidio, inversione del ritmo circadiano di sonno veglia e comportamento violento contro la famiglia, in particolare verso la madre. La definizione di hikikomori secondo il Ministero della salute, del lavoro e del welfare in Giappone è la seguente: ‘Hikikomori è un fenomeno psicosociologico, uno dei suoi tratti caratteristici è il ritiro dalle attività sociali e il fatto di rimanere a casa quasi tutti i giorni (Kondo, Iwazaki, Kobayashi & Miyazawa, 2007) [3]. Il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare (2003) ha definito delle linee guida per la l’individuazione di un hikikomori: stile di vita centrato sulla propria casa; ritiro completo dalla società per sei o più mesi; rifiuto scolastico e/o lavorativo; al momento di insorgenza del fenomeno nessuna diagnosi di schizofrenia, ritardo mentale o altre patologie psichiatriche rilevanti.

Da uno studio epidemiologico condotto in Giappone il numero di hikikomori varia da 500.000 a 1 milione con  14.000 casi di consultazione presso i centri di salute mentale (Suwa & Suzuki, 2013). Gli studi antropologici, hanno messo in relazione il fenomeno hikikomori con le specifiche caratteristiche della società giapponese: pressioni sociali insostenibili, elevate aspettative di realizzazione sociale, morboso rapporto madre-figlio rafforzato dall’assenza del padre impegnato nel lavoro e pesante carico scolastico, rispetto alle quali l’autoreclusione rappresenta una forma di protesta. Le relazioni sociali fisiche vengono evitate con conseguente abbandono scolastico, mentre a volte vengono mantenute quelle digitali via internet, nei blog, nelle chat; in casi estremi l’unica forma di interazione è il passaggio del cibo attraverso la porta con i propri familiari.

Mentre Il Ministero della Salute non considera attualmente hikikomori come una sindrome, i professionisti della salute mentale lo considerano indice di un disturbo psichico diagnosticabile con il DSM-V (Kondo, Sakai, Kuroda, Kiyota, Kitabata & Kurosawa, 2013) oppure con una categoria nosologica indipendente (Teo & Gaw, 2010). Alcuni clinici proponendo una visione più articolata del fenomeno individuano due tipi di hikikomori, quello primario, in cui lo stato di hikikomori viene considerata una condizione che implica problemi di comportamento, e quello secondario, caratterizzato da un preesistente disturbo mentale (Suwa et al., 2003; Suwa & Suzuki, 2013).

Sono state proposte alcune teorie per spiegare il fenomeno del ritiro sociale. Ad esempio, la teoria dell’attaccamento sostiene che la relazione speciale tra bambino e genitore influisca sullo sviluppo della personalità e sugli stili relazionali (Bowlby, 1969).4 In particolare, Hattory, (2006) ha risconrato l’esistenza di un legame tra il rifiuto sociale e un attaccamento di tipo insicuro. Krieg e Dickie (2013) hanno testato empiricamente il ruolo della teoria dell’attaccamento sullo sviluppo di hikikomori su un gruppo di 24 ritirati sociali. E’ emerso che una combinazione di timidezza, esperienza di rifiuto da parte dei genitori e successivamente dei pari ed un attaccamento di tipo insicuro può portare al ritiro sociale.

Furlong (2008) ha spiegato il ritiro sociale dei giovani come una forma di moratoria psicologica, sulla base della teoria psicosociale elaborata da Erikson (1968), il quale considera il ritiro come una forma di coping che i giovani usano per gestire crisi evolutive della loro infanzia rimaste irrisolte che gli impediscono in età adulta di individuarsi e coltivare l’intimità nell’ambito delle relazioni. Il fallimento di tali compiti evolutivi causa nei giovani una condizione di solitudine, che in casi estremi può portare all’isolamento sociale.

Infine, diversi autori (Suwa & Suzuky, 2013) si sono soffermati sui fattori socio-culturali che accompagnano lo sviluppo di questa sindrome, definita culture-bound syndrome  proprio in quanto non riconducibile unicamente a tratti individuali.

Caratteristiche socio-culturali del fenomeno in Giappone

Il fenomeno hikikomori è caratterizzato da comportamenti persistentemente solitari e ha una prevalenza dell’1–2% nei paesi dell’Asia orientale (Koyama, Miyake, Kawakami, Tsuchiya, Tachimori & Takeshima, 2010; Teo & Gaw, 2010; Wong et al., 2014).

Tra i fattori di rischio più incisivi si riscontrano il genere e l’età con una forte predominanza maschile, in genere con un rapporto maschio-femmina di 4: 1, a causa di una tendenza culturale per cui le donne che si isolano a casa non vengono considerate malate o bisognose di cure (Coplan & Bowker 2014; Kondo et al., 2007; Ministry of Health Labour and Welfare, 2003; Saito, 1998) .

Per quanto riguarda l’età gli studi hanno riscontrato una media di insorgenza compresa tra 17 e 22 anni (Kondo et al., 2007; Koyama et al., 2010) anche se, come per il divario di genere, l’apparente predominanza dei giovani diminuirebbe se venissero considerati anche gli anziani.

Un altro importante fattore di rischio è la difficoltà a scuola specie se è connessa ad episodi di bullismo: gli hikikomori giapponesi raccontano storie di scherno, esclusione da gruppi di pari o abusi fisici da parte dei compagni di scuola. Il rifiuto scolastico, denominato Futouko in Giappone, può quindi diventare un precursore di hikikomori nel 70% dei casi (Saito, 1998). Il Ministero dell’Educazione Giapponese (MOE) definisce school refusal syndrome (tokokyohi) “il fenomeno nel quale gli studenti non vanno o non possono andare a scuola a dispetto del proprio desiderio di andarci; ciò è dovuto a motivi psicologici, emozionali, sociali o ambientali, fanno eccezione i motivi di salute od economici” .

Il fenomeno hikikomori è legato anche al tema della disoccupazione giovanile e del fenomeno dei giovani NEET, ovvero ‘non in termini di occupazione, istruzione o formazione’ (Li, Liu & Wong, 2016).  Esistono 5 tipologie di NEET e i ‘ritirati sociali’ appartengono alla categoria dei ‘disimpegnati’, ovvero i giovani che si isolano a casa e non intraprendono alcun percorso lavorativo o formativo. A Hong Kong i tassi di disoccupazione per i giovani dai 15 ai 19 anni e dai 20 ai 29 anni erano rispettivamente del 15,1% e del 5,5%, equivalenti a 53.700 giovani disoccupati (Dipartimento censimento e statistica, 2016). La mancanza di opportunità per i giovani di partecipare in modo produttivo al mercato del lavoro ha spinto a creare forme di protesta oppure a ritirarsi dalla società (Wong, 2009).

Per quanto riguarda l’origine sociale del fenomeno hikikomori in Giappone esistono numerosi studi che evidenziano il ruolo del sistema educativo per la sua origine (Suwa & Suzuky 2013). Infatti, la società nipponica considera il curriculum scolastico il principale criterio di valutazione delle abilità individuali e dello status sociale con la conseguenza che gli studenti percepiscono una forte pressione al punto di chiamare il loro sistema scolastico shinken jigoku, inferno degli esami (Aguglia et al., 2010).

Dal momento che è molto difficile avere più di una possibilità di accesso all’università c’è il rischio, se non si viene ammessi, di un definitivo scollamento col mondo universitario che impedisce la realizzazione professionale portando all’autoisolamento degli hikikomori. In linea con questo sistema di valori, Furlong (2008) ha anche sottolineato come fattore di rischio per lo sviluppo di hikikomori il comportamento  dei genitori a cui interessa solo del successo accademico dei loro figli e non del loro vissuto interno. E’ curioso che il fenomeno hikikomori non si sia  verificato negli anni ’70 e ’80, quando il sistema educativo in Giappone era più rigido di oggi ma la “società educativa”  era ancora in grado di garantire una solida professione. Quando negli anni 90’ questa “società educativa” non garantiva più un impiego solido o una vita felice a partire dal successo accademico iniziarono ad apparire i primi hikikomori.

Alcuni autori hanno individuato tre fattori sociali che potrebbero aver influito sull’origine del fenomeno hikikomori (Suwa & Suzuky, 2013). Il primo fattore riguarda il cambiamento radicale delle norme sociali alla base della società dovuto alle nuove usanze introdotte dalla globalizzazione e dalla conseguente

influenza delle culture individualiste.  Il secondo fattore riguarda i cambiamenti avvenuti nella comunicazione nella società giapponese. Infatti, il conformismo che caratterizzava le relazioni interpersonali tra i giapponesi è diminuito notevolmente negli anni e si è mantenuto solo all’interno della comunità locale, lasciando spazio alla cultura individualista che però non ha ancora ‘messo radici’. Allison (2006) ha riscontrato che dal momento che le due tendenze non si sono ancora ben integrate, si è creato un vuoto nei riferimenti culturali che può essere definito come “orfanatrofio“, in quanto ha generato stili relazionali ‘orfani’, ovvero improntati all’isolamento sia fisico che mentale.  Il termine “orfanotrofio” è una nuova parola coniata da “kojin” in giapponese (individuo) e “koji” in giapponese (orfano). Questo stile di interazione caratterizzato da disinteresse per la presenza fisica delle persone unita alla focalizzazione su persone e informazioni del mondo virtuale, è l’attuale atteggiamento sociale dei giovani giapponesi, in particolare dei giovani hikikomori. A seguito di una maggiore mobilità e degli sviluppi nei mezzi di comunicazione a distanza, la comunicazione faccia a faccia sta diventando meno comune e la comunicazione online ne sta pian piano prendendo il posto. Attribuire poca importanza alla socializzazione immediata, isolarsi dalla famiglia e dalla comunità locale privilegiando le interazioni in un mondo privato virtuale, è diventato il modo di vivere di molti giovani giapponesi a volte al punto di tramutarsi in hikikomori.  Miyadai (1996) ha osservato che, in passato, la comunicazione personale sosteneva lo scambio di esperienze emotive ma ora la possibilità di instaurare una relazione con una persona totalmente sconosciuta, ha modificato la comunicazione per cui le persone si connettono per condividere gusti o interessi simili e non per confrontarsi su esperienze personali ed emotive. I giovani hikikomori non usufruiscono né della comunicazione emotiva supportata dall’ affiliazione alla comunità, a causa del loro ritiro sociale, né della comunicazione contemporanea basata sulla condivisione di interessi simili.

Il terzo fattore sociale che merita attenzione riguarda i cambiamenti nel sistema economico e lavorativo. In Giappone, la percentuale di lavoratori impegnati nel settore secondario è in costante calo mentre c’è stato un rapido aumento dei lavoratori del settore terziario, che attualmente rappresentano il 70% della forza lavoro. Tuttavia i settori dell’informazione, delle telecomunicazioni, della finanza o del marketing soffrono di una forte competizione a causa della cosiddetta “economia delle bolle” scoppiata nei primi anni ’90 con una conseguente instabilità occupazionale. Dalla metà degli anni ’90, il numero di giovani dipendenti precari che cambiano frequentemente le loro posizioni i, i cosiddetti “freeter”, è aumentato, così come il numero di hikikomori. In un tale ambiente, una volta che un giovane è uscito dalla strada del lavoro è molto difficile rientrare.

Per quanto riguarda la discussione intorno al fatto che hikikomori sia da considerare una ‘sindrome legata alla cultura”, esistono due filoni di ricerca contrastanti. Teo e colleghi (2015) hanno condotto uno studio cross-culturale per comprendere l’estensione del fenomeno e se fosse legato esclusivamente alle caratteristiche della società giapponese. Sono stati coinvolti differenti Paesi del Mondo sia asiatici sia occidentali tra cui India, Korea, Stati Uniti. I risultati hanno rivelato che il fenomeno degli hikikomori non riguarda esclusivamente il Giappone (Mastropaolo, 2011), ma anche nazioni come Spagna, Francia, Stati Uniti, Australia e Regno Unito oltre che diversi paesi asiatici (Kato et al., 2012). Questa sindrome può essere considerata tipica della società giapponese sulla base di queste caratteristiche: 1) si tratta di una sindrome discreta e ben definita; 2) viene considerata una malattia specifica; 3) è stato riconosciuto e documentato il contributo di alcune determinanti culturali; 4) ha una maggiore incidenza o prevalenza in Giappone rispetto ad altre culture (Teo & Gaw, 2010).

Altri autori ritengono, invece, che l’hikikomori sia una “sindrome legata alla cultura“. Ad esempio, nello studio di Sakamoto e colleghi (2005) viene presentata una forma di hikikomori in Oman (primo paese estero con casi di hikikomori)  sottolineando le somiglianze socio-culturali tra questo paese e il Giappone.

Il nuovo clima culturale improntato alla globalizzazione e al progresso tecnologico ha fatto sperimentare ai giovani del Giappone e dell’Oman ciò che Emile Durkheim[4] ha definito una ‘rottura della coesione sociale’ (Giddens, 1972). Un’immediata conseguenza di tali cambiamenti, secondo il modello Durkheimiano, è la creazione di una deriva sociale, un senso di alienazione e una proliferazione di disadattati sociali.

Un fattore eziologico del ritiro sociale presente in ambedue i Paesi riguarda il codice valoriale in cui rientra il tema della vergogna. Sia in Giappone che in Oman si tende a considerare la vergogna come un’importante esperienza emotiva (Wikan, 1984). Sebbene essa possa consentire l’adattamento dal punto di vista culturale, un’eccessiva enfasi può portare a sviluppare la sindrome di hikikomori , cioè il ritiro sociale per paura di non sentirsi accettato dalla società. La manifestazione di hikikomori in entrambe le culture è supportata dai valori del  conformismo e del  collettivismo, i quali rendono il comportamento del ritiro sociale una forma di protesta culturalmente più accettabile rispetto ad agiti violenti.

Il tema della vergogna si lega anche al codice linguistico utilizzato in Oman e in Giappone. Sebbene il linguaggio faciliti l’espressione delle emozioni, la massiccia presenza di metafore e astrazioni nella lingua giapponese così come in quella araba, può generare ambiguità e timore del giudizio a causa della paura di essere fraintesi (Haeri, 2003). Alcuni studi hanno suggerito una forte associazione tra quelle lingue che hanno una tendenza intrinseca all’ambiguità e una preoccupazione per la vergogna e la paura (Kitayama, 1985). Infine, più alto è il numero di codici e costumi morali o etici all’interno di una società, più è probabile che la sua gente tema di sentirsi imbarazzata, esaminata, giudicata o umiliata in pubblico. L’eccesso di preoccupazione e autocritica nel modo di presentarsi  può generare un senso di inadeguatezza nelle situazioni sociali che, a sua volta, potrebbe portare all’evitamento delle relazioni.

Un contributo a metà strada tra sindrome dipendente o svincolata dalla cultura è stato proposto da Kiev (1972), secondo cui “hardware”  è costante in tutto il mondo, indipendentemente dal contesto culturale, mentre la modalità con cui si manifesta è legata a fattori socio-culturali. In base a questa considerazione, si possono classificare diverse sindromi stress-correlate  presenti nelle categorie diagnostiche dei modelli biomedici come “disturbi legati alla cultura”. Ad esempio, hikikomori sarebbe diagnosticabile come una forma di fobia sociale o di disturbo di personalità evitante. Pertanto, in Giappone e Oman è possibile che hikikomori costituisca una forma di ansia clinica che si combina con fattori etnico-culturali.

 Caratteristiche psicologiche

 Come è accennato nel paragrafo precedente, esiste un dibattito sostanziale sul fatto che hikikomori sia una condizione psichiatrica a se stante o un disagio psichico di origine sociale che riflette uno stato di psicopatologia sottostante. Nello studio di Teo e colleghi (2015) condotto su 22 soggetti giapponesi e statunitensi, sono state esaminate le diagnosi psichiatriche che presentano comorbidità con l’hikikomori e, d’altro canto, è stato indagato se esiste un hikikomori  idiopatico o primario. Per valutare la presenza di disturbi psichiatrici secondo il DSM-IV sono state utilizzate le interviste cliniche strutturate SCID I e SCID II per l’assessment dei disturbi di personalità  dell’Asse II.

E’ emerso che solo il 23% dei giapponesi non ha saturato i criteri per la diagnosi di un disturbo psichiatrico. Kondo e colleghi (2013) hanno studiato 183 soggetti corrispondenti alla definizione di hikikomori che hanno frequentato centri  di salute mentale. Sulla base dei criteri del DSM-IV-TR, al 33,3% è stata diagnosticata una schizofrenia, un disturbo dell’umore o un altro disturbo mentale (es., disturbo ossessivo-compulsivo), il 32% ha ricevuto una diagnosi di disabilità dello sviluppo e il 34,7% una diagnosi di disturbo della personalità, in particolare di tipo schizoide o evitante. Negli ultimi anni sono stati riportati alcuni casi di hikikomori con disturbi pervasivi dello sviluppo che includono l’autismo ad alto funzionamento e la sindrome di Asperger senza ritardo mentale, che di solito non vengono diagnosticati durante l’infanzia. Questi autori sostengono che l’hikikomori sia spiegabile come l’effetto secondario di altri disturbi psichiatrici in quanto il comportamento di ritiro sociale è una caratteristica nota di molte malattie psichiatriche, che vanno dalla depressione, alla schizofrenia, al disturbo di personalità schizoide. Nella review di Tajan (2015) è stato approfondito il tema della diagnosi differenziale. In particolare, gli hikikomori spesso manifestano una sintomatologia ansiosa unita al ritiro sociale che porterebbero a formulare una diagnosi di fobia sociale (caratterizzata da paura marcata e persistente di una o più situazioni sociali che il soggetto riconosce come eccessiva o irragionevole). Tuttavia, il soggetto hikikomori vive una condizione di apatia e disinteresse nei confronti del mondo che porta ad escludere la fobia sociale. Un’altra diagnosi con cui confrontare l’hikikomori è il taijin kyofusho, che nel DSM-IV rientrava nella categoria cultural bound syndrome. Si tratta di una forma di fobia sociale che implica un’intensa paura che il proprio corpo, le sue parti e le sue funzioni, risultino spiacevoli, imbarazzanti, od offensivi agli altri a causa dell’aspetto, dell’odore, delle espressioni mimiche, o dei movimenti. C’è da chiedersi perché questa forma rientri nella nosografia dei manuali diagnostici a differenza della sindrome di hikikomori. Probabilmente alcune delle ragioni per cui la sindrome hikikomori non è ufficialmente riconosciuta nei sistemi diagnostici è di carattere metodologico: la tipologia di individui rende difficile il loro reperimento ai fini della ricerca clinica e diagnostica. Inoltre molto spesso i giovani ritirati sociali non si rivolgono alle strutture sanitarie territoriali ma ad organizzazioni no profit, ad esempio la New Start e la FSW (Free Space Wood), che si occupano di aspetti di tipo riabilitativo finalizzati principalmente al reinserimento sociale e lavorativo, rendendo difficile quantificare il fenomeno. Attualmente hikikomori è utilizzato come termine per indicare uno stato di distress. Anche il DSM-V non ha incluso hikikomori come una categoria psicopatologica differente in quanto non soddisfa i criteri per poter essere considerata una sindrome. Questo risultato non deve ostacolare tuttavia l’offerta di sostegno psicologico e sociale di cui questi soggetti e le loro famiglie possono beneficare. Infine, la sindrome hikikomori viene spesso diagnosticata impropriamente come disturbo evitante, ma se ne differenzia in quanto il soggetto hikikomori non presenta sentimenti di inadeguatezza e paura delle critiche o della disapprovazione, ma soprattutto non ha il desiderio di stabilire relazioni significative.

Nonostante i risultati suggeriscano che molti hikikomori abbiano una storia di comorbilità psichiatrica, esiste quindi anche una forma di hikikomori ‘pura’. Una possibile spiegazione è che alcune caratteristiche della cultura giapponese promuovono lo sviluppo di questa sindrome anche in assenza di altri condizioni psichiatriche diagnostiche. Questa possibilità è stata suggerita per la prima volta da Kinugasa (1998) che ha introdotto il termine ritiro sociale primario descrivendo tre casi che presentavano tratti di personalità particolari in assenza di un certificato disturbo della personalità. Questi risultati sono stati confermati da studi successivi (Suwa e Suzuki, 2002; Suwa, Suzuki, Hara, Watanabe e Takahashi, 2003).

Suwa e Suzuki (2013) hanno individuato una sostanziale differenza tra due tipologie di hikikomoriprimario e secondario e li hanno messi in relazione con i cambiamenti occorsi a livello sociale.

Vengono definiti hikikomori primari quei soggetti hikikomori che pur non avendo alcuna psicopatologia diagnosticabile grave, non sono in grado di entrare nella società o adattarsi all’ambiente circostante. Il concetto di hikikomori primario è importante per tre ragioni. In primo luogo, consente di considerare l’unicità di questa patologia e le peculiarità dei giovani ritirati senza ricorrere al paragone con disturbi psichiatrici. In secondo luogo, sulla base della psicopatologia dell’hikikomori primario, è possibile comprendere meglio i problemi sociologici del Giappone. In terzo luogo, il concetto di hikikomori primario ha implicazioni dirette sul trattamento, che richiede  nuovi metodi adatti alla patologia.

Sono state identificate le seguenti cinque caratteristiche di un hikikomori primario (Suwa & Suzuky, 2002). La prima riguarda la presenza, nella storia di individui  hikikomori , di decisivi episodi di ‘sconfitta senza lotta’. Gli esempi includono l’abbandono della propria squadra sportiva quando non si viene selezionati come giocatori oppure la rinuncia a sostenere un esame di ammissione dopo averlo preparato. Tutte le occasioni di competizione vengono evitate. Gli hikikomori finiscono per allontanarsi dal loro “percorso ideale” senza aver mai lottato per quello che volevano provando un forte disagio nei confronti di se stessi. La seconda caratteristica riguarda il possedere un’immagine di sé ideale creata sulla base dei desideri degli altri piuttosto che sui propri desideri di autorealizzazione. Si tratta di un ideale dell’io presente fin dall’infanzia, sul quale però, in età adolescenziale, non sono state riversati progetti o energie per raggiungere obiettivi concreti. Dal momento che l’immagine ideale viene creata in base alle aspettative degli altri, non nasce in questi giovani un desiderio autentico di lavorare per i propri ideali.

La terza caratteristica, fortemente legata alla seconda, riguarda l’investimento dei genitori sul figlio ‘ideale’ sulla base di una forte convinzione dell’eccellenza o della bontà del loro bambino anche una volta che è cresciuto e diventato hikikomori. La quarta caratteristica consiste nei comportamenti evitanti volti a salvaguardare il “sé immaginato” o il “sé ideale”. I giovani ritirati evitano situazioni in cui possono essere messi alla prova o trovarsi a confrontarsi con altri sul proprio stato attuale. E’ caratteristica anche l’assenza di desideri o di ricerca di attività piacevoli, che, seppur non indicano una completa anedonia, possono indicare la loro incapacità di base di ricercare gratificazioni personali.

Alcuni autori (Li, Wong & Liu 2016) si sono focalizzati sui processi transizionali che portano dall’auto-isolamento iniziale alla ritiro sociale prolungato. E’ stato condotto uno studio qualitativo su interviste semi-strutturate con 30 giovani socialmente ritirati a Hong Kong. Le interviste hanno incoraggiato i giovani a parlare dei loro sentimenti ed esperienze di ritiro sociale (Peled & Leichtentritt, 2002). Dall’analisi tematica sono emerse tre tipologie di processi che portano al ritiro sociale: status privato, spirale discendente nelle amicizie e sospensione delle esperienze.

Per quanto riguarda lo status privato (Ogino, 2004) ha riscontrato che alcuni giovani socialmente ritirati potrebbero non pensare di essere molto diversi da individui non ritirati, poiché si impegnano in varie attività solitarie, come giocare al computer e ai videogiochi e leggere libri o manga,  pertanto non hanno la percezione di non fare nulla.
Per quanto riguarda le amicizie,  i giovani socialmente ritirati di solito mostrano una forte sfiducia nei confronti degli altri (Hattori, 2006). Spesso infatti hanno ricordato le esperienze traumatiche di essere vittima di bullismo da parte dei loro coetanei, di conseguenza diventano riluttanti ad aprirsi alle persone e si ritirano nelle loro case per evitare l’interazione sociale. Stando a casa, tuttavia questi giovani perdono le relazioni già stabilite e l’opportunità di incontrare nuove persone.  I giovani socialmente ritirati non possono sviluppare un senso di appartenenza al loro gruppo di pari, perché interpretano queste relazioni come semplicemente temporanee oppure perché mancano di esperienze condivise nel tempo. Alcuni giovani iniziano ad evitare le relazioni sociali perché si vergognano del loro stile di vita e questo può anche intensificare o prolungare il ritiro sociale. Ciò suggerisce che il comportamento di ritiro e la mancanza di relazioni tra pari si rafforzano a vicenda creando un circolo vizioso.

Per quanto riguarda la sospensione delle esperienze, molti giovani hanno riportato di sentirsi più liberi dalle restrizioni e scadenze rispetto a prima e che potevano dedicarsi ad attività che erano più interessanti per loro. Ciò fa eco anche all’affermazione di Furlong (2008) secondo cui alcuni giovani devono sperimentare liberamente ed esplorare da soli prima di stabilire una direzione in cui investire.

Per i giovani socialmente ritirati, stare a casa in solitudine sembrava essere un modo per liberarsi dal percorso evolutivo lineare prescritto dalla società, ovvero salire da un grado all’altro durante il loro percorso scolastico e poi passare direttamente e immediatamente al lavoro.

Tuttavia, un ritiro prolungato può ostacolare lo sviluppo psicosociale dei giovani influenzando negativamente le loro capacità comunicative e di socializzazione (Wong, 2009).

Con l’obiettivo di identificare le ragioni alla base del ritiro sociale, il modello di Asendorpf (1990) identifica tre tipologie di cause tra cui timidezza, asocialità ed evitamento, ognuno dei quali sembra essere associato ad alcuni indicatori di disadattamento nel giovane adulto (Nelson, 2013). E’ emerso che le persone timide/ evitanti vogliono interagire (elevata motivazione) ma contemporaneamente sperimentano diffidenza, paura e ansia (evitamento elevato), mentre i non sociali non interagiscono (evitamento elevato) semplicemente in quanto poco interessati a iniziare interazioni con i coetanei (bassa motivazione). Gli individui timidi ed evitanti (sia uomini che donne) riscontravano più problemi di natura interiorizzante nelle loro relazioni mentre sembravano esistere molti meno problemi per gli individui non socievoli (Nelson, 2013).

Lo scopo dello studio longitudinale di Nelson, Sarah M. Coyne, Emily Howard, and Brandon N. Clifford (2016) era di esaminare l’esistenza di una relazione tra i sottotipi di ritiro sociale identificati da Asendorpf, (1990) con una serie di variabili: l’uso dei mezzi di comunicazione (ad es. E-mail, social network), i comportamenti problematici ( ad esempio il ricorso ai videogiochi violenti), l’uso dei media e  i comportamenti di internalizzazione ed esternalizzazione. Esistono opinioni contrastanti sul ruolo che i media possono svolgere nella vita delle persone socialmente ritirate. Secondo la teoria della compensazione sociale, i media possono essere particolarmente utili per gli individui ritirati che possono provare ansia nell’interazione con gli altri in un ambiente faccia a faccia (Sheldon, 2008). Ad esempio le persone timide usano i media per creare relazioni online che gli consentono di acquisire una fiducia che successivamente trasferiscono alle loro relazioni offline  (Roberts, Smith & Pollock, 2000). Di conseguenza, questa teoria suggerirebbe che i media potrebbero “compensare” gli individui ritirati e ridurre i comportamenti ritirati nel tempo.

Al contrario, una seconda ipotesi suggerisce che l’uso dei media va a vantaggio di individui che sono già fiduciosi nelle loro capacità sociali, mentre gli individui ritirati non traggono particolare beneficio dall’uso dei media (Sheldon, 2008). Le persone socialmente “ricche”, infatti, possono usare i media come un modo per rafforzare le loro abilità sociali e creare gruppi di amicizia. Per le persone socialmente “povere”, le interazioni online non possono replicare completamente le interazioni faccia a faccia, facendo sì che l’uso dei media diventi dannoso perché sottrae il tempo che potrebbe essere usato per interagire con gli altri faccia a faccia sviluppando maggiori livelli di competenza sociale (Henderson e Zimbardo, 1998). Ad esempio, le persone timide che sono dipendenti dall’uso di Internet (Yang & Tung, 2007) e dai messaggi istantanei  tendono a sperimentare il ritiro, la depressione e un rendimento scolastico inferiore.

Gli individui ritirati potrebbero usare forme di media che non comportano interazioni sociali e che possono essere dannosi o problematici (ad esempio videogiochi violenti, gioco d’azzardo online e pornografia), perdendo quindi i vantaggi sociali dei siti di social network (Anderson, Gentile e Buckley, 2007)

Nello studio longitudinale di Nelson e colleghi (2016) è emerso che per quanto riguarda i comportamenti sintomatici, un uso mediatico solitario massiccio era un mediatore significativo dell’ evitamento al tempo 1 e dei comportamenti esternalizzanti al tempo 2. Inoltre, i risultati hanno mostrato che sebbene timidezza e comportamento asociale non fossero associati all’uso problematico dei media al tempo 1, tale uso mediatico era un fattore predittivo del ritiro sociale al tempo 2. Pertanto, i risultati suggeriscono che si può creare un circolo vizioso tra l’uso dei media e i comportamenti evitanti, i quali potrebbero mettere a rischio gli adulti emergenti per sintomi interna  lizzanti ed anche esternalizzanti.

Nello studio di Barry, Nelson e Christofferson (2013) è stata messa in evidenza la differenza tra i giovani adulti timidi da un lato e asociali dall’altro rispetto a temi quali lo sviluppo dell’identità e le qualità delle loro relazioni. L’ipotesi alla base era che i giovani adulti ‘timidi’ avrebbero riportato livelli di adattamento inferiori rispetto ai giovani adulti asociali, pertanto è necessario prendere in considerazione i differenti tipi di ritiro sociale. Le relazioni possono essere influenzate in modo diverso se gli individui possono interagire, ma semplicemente scelgono di non farlo (come nel caso degli asociali) rispetto a coloro che seppur desiderano interagire sperimentano ansia nei contesti sociali (come nel caso dei timidi). La timidezza può essere un ostacolo nella costruzione delle relazioni poiché questi individui possono “uscire” meno e avere minori opportunità di interazione. Inoltre la paura e l’ansia sperimentate dai timidi possano ostacolare il processo di identità, che è un compito di sviluppo del giovane adulto. È stato scoperto che durante l’infanzia e l’adolescenza individui timidi e ansiosi faticano nelle relazioni tra pari e possono sperimentare amicizie di qualità inferiore, aspetto che mette in discussione la stabilità nel tempo delle relazioni. E’ emerso che, in fasi di vita successive, l’autostima media l’associazione tra timidezza e qualità della relazione nelle relazioni romantiche adulte.

Gli individui asociali potrebbero benissimo non avere problemi ad interagire socialmente quando richiesto (possono semplicemente scegliere di non farlo quando gliene viene data l’occasione), pertanto sembra essere l’aspetto dell’ansia a fare la differenza. I giovani asociali pur non frequentando le istituzioni sociali (ad esempio, sul posto di lavoro, aule), se vi ci si trovano, possono essere in grado di interagire efficacemente perché non sono ostacolati dalla paura e dall’ansia.

Per quanto riguarda il processo di identificazione, i giovani adulti timidi hanno riportato livelli più bassi di investimento sulla propria identità rispetto ai loro coetanei asociali, perché questi ultimi allungano la quantità di tempo di esplorazione prima di impegnarsi in un progetto identitario. Può essere utile prendere in considerazione il fenomeno hikikomori anche alla luce della particolare transizione evolutiva nel quale prende forma. Le caratteristiche distintive di questo periodo di tempo includono un ‘sentirsi a metà’ tra l’adolescente e l’adulto, l’esplorazione dell’identità (specialmente nell’area professionale e affettiva), l’attenzione al sé, l’instabilità e la percezione di avere molte possibilità davanti a sé. La costruzione dell’identità avviene attraverso l’educazione, la sperimentazione di diversi lavori, il confronto con gli altri e la formazione continua. Date queste caratteristiche, i giovani adulti che sperimentano paura e ansia in contesti sociali oppure che li evitano hanno più difficoltà nell’affrontare questi compiti. Allo stesso modo, l’instabilità relazionale tipica di questo periodo di tempo potrebbe essere particolarmente stressante e impedire il consolidarsi di legami intimi. In generale, l’enfasi sul diventare un individuo autosufficiente durante la prima età adulta (Arnett, 2004) può essere un compito scoraggiante per un individuo poco sicuro delle proprie capacità, il quale, invece di abbracciare queste nuove opportunità di indipendenza, potrebbe voler ritirarsi in misura maggiore rispetto a quanto accadeva nell’adolescenza.

Wang (2015) si focalizza su un costrutto simile alla timidezza ma differente: la preferenza per la solitudine. Esamina inoltre la relazione tra la solitudine e i sintomi interna lizzanti e depressivi che vi  si accompagnano nelle culture orientali (Rubin & Coplan, 2010). I timidi ricercano in modo attivo l’evitamento sociale ma sperimentano maggiore sofferenza. Al contrario, i ritirati hanno una bassa motivazione per le interazioni sociali perché preferiscono attività solitarie. Una preferenza per la solitudine è abbinata ad un minor numero di amici intimi in adolescenza, bassa autostima, depressione, difficoltà con i pari e bassi traguardi scolastici. Questo conferma quanto riscontrato in ricerche condotte in America ed Europa (Wang, Rubin, Laursen, Booth-Laforce & Rose-Krasnor, 2015). Una spiegazione potrebbe essere che il ritiro è visto negativamente in adolescenza e può portare ad interiorizzare giudizi negativi da parte dei pari con conseguente autosvalutazione. La preferenza per la solitudine spesso si associa con la percezione di avere basse competenze sociali e contrasta con il desiderio crescente di appartenenza a gruppi. Questo comportamento è disapprovato dalle culture orientali in quanto antitetico rispetto al collettivismo e causa di affetti negativi e disadattamento sociale.

Un altro aspetto psicologico che accomuna molti adolescenti ritirati sociali riguarda i tratti ossessivi (De Luca, 2016). L’autore, di matrice psicoanalitica, ha riscontrato che molti dei giovani ritirati sociali potevano apparire depressi, anche se non venivano riscontrate variazioni di umore, quanto piuttosto in uno stato di paralisi totalizzante che li facevano sembrare distanti e risoluti nel non voler dire nulla di sé. Il blocco che li accumunava appariva, nei primi incontri, come il risultato di una lotta tesa a mantenere una immobilità necessaria che funzionava come una difesa messa in atto per impedire loro di agire/reagire pericolosamente. Il corpo non era più inoffensivo e la possibilità di farsi e di fare del male era cresciuta in maniera enorme: “Il rischio di morire o riportare ferite gravi è tre volte più elevato in questa fase della vita di quanto non sia nell’infanzia o nell’età adulta” (Siegel, 2014) . All’origine del blocco vi erano spesso episodi di perdita di controllo non elaborati che avevano creato uno stato di sfiducia e paura di quello che sarebbe potuto accadere che gli impediva di proseguire nella sperimentazione adolescenziale. In questi adolescenti il peso di una decisone sbagliata, le conseguenze imprevedibili di un’azione impulsiva e il sentimento di vergogna che ne poteva scaturire erano vissuti come intollerabili e irrimediabili: “Le idee ossessive sono rimproveri deformati da processi inconsci, di trasformazione e sostituzione, rivolti al soggetto stesso” (Serio, 2005). Passivi e muti, i giovani ritirati erano accompagnati dal costante pensiero ossessivo e pervasivo di non farcela per cui studiare o progettare il proprio futuro diventava una fonte di angoscia intollerabile. Dal momento che investire sugli oggetti esterni era doloroso e traumatico e era più possibile desiderare, non rimaneva che ritirarsi.

La presenza di questi pensieri ossessivi, paralizzanti non era facile da individuare in quanto i giovani ritirati non percepivano questi pensieri come disturbanti bensì come utili e protettivi, proprio per la loro connotazione morale. Alcuni pensieri erano così presenti nella loro mente al punto da configurare una vera e propria occupazione militare. Lo stato di assedio militare è del resto quello presente nell’etimologia della stessa parola ossessione (Bellantuono et al., 2009).  Questi ragazzi erano spesso accusati di essere dei «bamboccioni» in quanto non riuscivano ad immaginarsi un futuro mentre non veniva considerato l’aspetto morale e lo sforzo di adattamento che queste generazioni stanno effettuando in un mondo dove le certezze sul futuro che avevano caratterizzato la crescita dei loro padri, sono perdute. Di conseguenza, rimproverarli di essere svogliati e indolenti, non fa che aumentare la pressione paralizzante dovuta all’eccesso di morale, con il risultato che l’adolescente si blocca e si ritira in se stesso ancora di più.

E’ bene distinguere tra gli hikikomori con tratti ossessivi e gli Otaku: soggetti ossessivamente interessati a qualcosa, in particolare manga e videogiochi. La principale differenza risiede nella modalità di approccio ai media: mentre l’otaku li utilizza per impossessarsi di quel sapere e come mezzo per diventare parte di un gruppo, l’hikikomori usa i media come forma di evasione dalla realtà che non implica nessun coinvolgimento personale o interazione umana (Suwa & Suxuky, 2013).

 Caratteristiche familiari

 Il ruolo delle famiglie differisce molto tra Italia e Giappone (Chan & Lo, 2014; Heinze and Thomas, 2014). Per comprendere il sistema familiare giapponese è utile considerare il concetto di amae (Aguglia et al., 2010) La parola amae è il sostantivo del verbo transitivo ameru che significa “dipendere da e presumere la benevolenza dell’altro”. L’amae è un’emozione che il lattante esperisce nei confronti della madre tra il primo e il secondo anno di vita, quando comincia a differenziare sé stesso dalla madre.  L’educazione materna è permissiva e intollerante in quanto l’obiettivo è crescere un bambino collaborativo e compiacente. Questo stile genitoriale protettivo e simbiotico può favorire l’eccessiva dipendenza degli adolescenti dalla madre: infatti l’iperprotettività è una caratteristica comune nelle famiglie di giovani ritirati e spiega il motivo di eventuali episodi di violenza da parte degli hikikomori nei confronti delle madri (Nakamura e Shioji, 1997).

La struttura dei rapporti familiari presentava le stesse caratteristiche nei differenti casi di giovani hikikomori: un padre per lungo tempo assente da casa, e che ora, non riusciva a recuperare la relazione con il/la figlio/a; una madre ipercontrollante e ansiosa molto legata al proprio figlio/a ma poco capace di gestire il rapporto e di trasmettere fiducia. Non venivano riferiti disturbi del comportamento alimentare né sintomi che indirizzassero verso condizioni psicopatologiche come psicosi, ritardo mentale, autismo o franca depressione: questi ragazzi apparivano privi del desiderio di stabilire relazioni interpersonali significative, apatici e disinteressati al mondo. Sono stati segnalati anche casi di ‘preritiro’ in cui i contatti con i pari erano sostanzialmente interrotti mentre la frequenza scolastica era preservata ma vissuta in modo molto solitario.

Suwa, Suzuky, Hara, Watanabe & Takahashi (2003) hanno identificato un gruppo di giovani caratterizzato da “ritiro sociale primario” e hanno riscontrato che l’insorgenza per il ritiro sociale primario non è semplicemente un problema della persona ritirata, ma include anche problemi di relazioni familiari. Per indagare le dinamiche familiari è stato condotto un sondaggio utilizzando la scala di valutazione della adattabilità e della coesione di Olson (1979). L’ adattabilità è la capacità della famiglia di adattarsi a vari fattori di stress. Le variabili specifiche di questa dimensione sono: struttura del potere familiare (assertività e controllo), gli stili di negoziazione, le  relazioni di ruolo e regole di relazione e feedback (positivo e negativo). Un basso livello di adattabilità, come è tipico delle famiglie di hikikomori, significa che ci sono norme prescrittive all’interno della famiglia e ruoli rigidi e prestabiliti che non possono essere cambiati per far fronte ai cambiamenti richiesti dalla situazione al fine di risolvere i problemi. Le regole sono trasmesse tacitamente piuttosto che espresse esplicitamente, il che rende l’opposizione ancora più difficile, per cui i figli vengono inconsapevolmente influenzati da queste regole nella cultura familiare.  C’è una tendenza pervasiva ad adottare l’opinione di una persona (generalmente un genitore) che decide cosa dovrebbe fare la famiglia. Ci sono elevate aspettative da parte dei genitori che i figli si comportino in un certo modo e si realizzino in modo simile a loro con una famiglia e una professione avviata.

La seconda variabile, coesione, indica i legami emotivi della famiglia e gli indicatori usati per descriverla includono: il legame emotivo, l’indipendenza, i confini, le coalizioni, il tempo e lo spazio condivisi, e i processo decisionali. La bassa coesione, presente nelle famiglie dei ritirati sociali, indica che c’è poco spazio per la condivisione emotiva tra genitori e figli. Nonostante ci sia un’attenzione verso i figli, essa assume più la forma del controllo con scarsa considerazione per l’espressione verbale diretta di quanto viene sperimentato a livello emotivo, sia in positivo sia in negativo, pertanto è difficile per i membri empatizzare con i sentimenti negativi degli altri. In particolare, i genitori non vogliono farsi vedere spaventati e si sentono insicuri sulle loro relazioni con i loro figli, pensando che se mostrano le loro debolezze ai figli, potrebbero causargli un danno.

Per quanto riguarda la comunicazione, nelle famiglie dei ritirati sociali è stato spesso riscontrato di come i genitori tendano a non informarsi sullo stato d’animo dei loro figli così che essi finiscono per non confidare a nessuno i loro problemi. Il sistema valoriale viene trasmesso in modo invariato dai genitori ai figli in modo tuttavia poco flessibile e differenziato così che non costituisce un supporto allo sviluppo dei loro figli. Sulla base di queste caratteristiche familiari, il meccanismo di esordio per il ritiro era solitamente  innescato da piccole battute d’arresto nel percorso di sviluppo dei giovani che assumono però un significato di catastrofe irreparabile.

Sono state esaminate anche le caratteristiche sociali ed economiche  ricorrenti nelle famiglie con hikikomori (Umeda, Kawakami & The World Mental Health Japan Survey Group, 2012). I risultati mostrano che il fenomeno ricorre di più nelle famiglie con alto livello di istruzione. Una possibile spiegazione è che i genitori altamente istruiti da un lato hanno un reddito migliore e possono permettersi di avere figli a carico, dall’altra hanno aspettative molto elevate che premono sui loro figli al punto da indurli al ritiro sociale per evitare il fallimento.

Questi autori hanno riscontrato che anche la psicopatologia di un genitore costituisce una fattore di rischio. Ad esempio il disturbo di panico materno era significativamente associato a hikikomori in quanto generava problemi di interiorizzazione nel bambino, in particolare disturbi d’ansia e riduceva la propensione dei loro figli all’attività di esplorazione mettendo in atto comportamenti iperprotettivi (Schneider, Houweling, Gommlich-Schneider, Klei, Nundel & Wolke, 2009). Un’altra possibile spiegazione è un fattore genetico comune alla base dei problemi materni del disturbo di panico e di interiorizzazione dei bambini (Yamagata et al., 2006).

Nel complesso, è stato ampiamente riconosciuto che alcuni tratti degli stili genitoriali, come l’atteggiamento autoritario e di rifiuto, il controllo, e l’iperprotettività influiscono sul rischio di sviluppare e mantenere la sindrome di hikikomori (Borovoy, 2008).

Hikikomori nel contesto italiano

 In Italia i centri che si sono maggiormente attivati nello studio del fenomeno sono l’Unità Funzionale Salute Mentale Infanzia e Adolescenza della Azienda USL 8 Arezzo (UFSMIA) e la cooperativa sociale Minotauro di Milano. Ad Arezzo, l’UFSMIA ha ricevuto negli ultimi anni alcune richieste di presa in carico di adolescenti che presentavano forti analogie con i casi descritti in letteratura come hikikomori.

Ad Arezzo è stato condotto uno studio epidemiologico in collaborazione con l’istituzione scolastica e il MIUR che ha coinvolto le classi dell’anno scolastico 2013/2014 per un totale di 2694 ragazzi. E’ emerso che circa l’1% degli iscritti alle scuole medie non frequenta le lezioni e che una parte di questi non va a scuola perché rimane in autoreclusione nella propria casa. Al termine dell’indagine, incrociando dati epidemiologici e osservazioni cliniche è emerso come il fenomeno del ritiro sociale estremo sia presente in Italia fin dalla preadolescenza e non sembri essere in comorbidità con problemi specifici dell’ apprendimento (DSA), di autostima o di relazione. Si tratta di studenti prevalentemente maschi, la cui carriera scolastica è presto segnata da bocciature, forse per una scarsa motivazione allo studio; difficoltà ad alzarsi, uscire di casa e andare a scuola; bassa autostima; difficoltà di apprendimento ma non DSA, scarso interesse per lo studio e scarsa motivazione anche da parte della famiglia.

Il processo di causa effetto tra questi fattori e lo sviluppo del ritiro sociale può essere letto anche in modo inverso: dopo essere stati respinti per le troppe assenze questi studenti probabilmente risultano demotivati e rinunciatari nei confronti dell’attività scolastica.

A Milano, presso il centro clinico e di ricerca Il Minotauro è stato  stituito  il “Consultorio gratuito per gli adolescenti ritirati che abusano delle nuove tecnologie”. Tra il gennaio 2012 e l’aprile 2014 il consultorio milanese ha preso in carico 139 adolescenti dai 9 ai 24 anni d’età, anche se è probabile che la dimensione del fenomeno sia più ampia e ci siano diversi casi ‘sotto-soglia’.  I casi di questi ‘ragazzi ritirati’ erano accomunati dalle seguenti caratteristiche: evasione dell’obbligo scolastico e progressivo abbandono di tutti i contesti sociali e relazionali, ritiro in camera, sfasamento del ritmo sonno-veglia. L’adolescente hikikomori può essere definito un caso specifico di abbandono scolastico dato che l’assenza da scuola è una delle manifestazioni più evidenti ma essa è solo la conseguenza di una forma di ritiro più ampia e molto spesso non era causata da insuccesso scolastico o fobia scolare.

Attualmente i ‘ritirati’ sono prevalentemente maschi ma sono in aumento anche le femmine con un esordio durante la fase della scuola secondaria di primo grado ma spesso anche nel primo anno delle scuole secondarie di secondo grado. L’autoreclusione avviene a seguito del crollo dell’ideale infantile alle prese con la trasformazioni e i compiti evolutivi dell’adolescenza. Esiste una relazione ma non sovrapposizione tra ritiro sociale e dipendenza da internet in quanto i ritirati sociali conducono una vita quasi esclusivamente notturna e virtuale. Tuttavia la partecipazione al mondo seppur attraverso lo schermo è un passo in avanti per un hikikomori in quanto rappresenta un tentativo di relazione e interazione reso tollerabile dall’assenza del contatto fisico e dall’ambiente virtuale che consente di anestetizzare vissuti di tristezza e solitudine suscitati verosimilmente dall’inadeguatezza e dall’angoscia che derivano dal confronto diretto. Internet oltre a supplire il contatto reale, svolge una funzione di mediatore simbolico tra realtà e onnipotenza narcisistica. Il mondo virtuale protegge lo sviluppo di una rappresentazione di sé accettabile, e soddisfa la necessità di esplorare senza coinvolgersi in prima persona e mettere a rischio la fragilità del proprio Sé e dei propri limiti (Lancini, 2019).4

In modo analogo a Napoli, l’Unità Operativa di Psicopatologia degli Adolescenti (U.O.P.A.) ha delineato un profilo   dell’autorecluso nel contesto italiano che condivide molte delle caratteristiche de fenomeno giapponese hikikomori. Si tratta di adolescenti di 14/15 anni che non vanno a scuola e non escono di casa fino ad annullare progressivamente le relazioni con i pari. Vivono nella loro camera senza far nulla o impegnandosi in attività solitarie come il disegno, i videogiochi, la lettura di fumetti, l’uso di internet. Quasi tutti i ragazzi e le ragazze hanno uno o più animali di compagnia. Non vengono riferiti disturbi del comportamento alimentare né sintomi ascrivibili a categorie psicopatologiche quali psicosi, ritardo mentale, autismo. In modo analogo alle configurazioni familiari in Giappone, anche in Italia sono emersi ruoli famigliari simili e una reazione genitoriale passiva di fronte all’insorgenza del ritiro: un padre che è stato per lungo tempo assente; uno stretto legame di dipendenza che intercorre tra madre e figlio con una madre molto legata al proprio figlio ma iperprotettiva in costante ansia per le azioni e le scelte del proprio figlio ma, al contempo, poco capace di porre dei limiti.

E’ emersa una differenza nel ruolo del padre in quanto in Italia mancherebbe l’elemento di idealizzazione della figura paterna come ‘realizzato sociale’ e le conseguenti aspettative rivolte dai padri ai figli.
Nonostante l’eziologia del fenomeno assuma connotazioni in parte differenti legate alla diversa configurazione socio-culturale dei due paesi, la situazione emotiva che gli adolescenti sperimentano è simile e questo ha delle ripercussioni sul trattamento. Ciufferi e Mancini (2011) hanno definito un protocollo, seppur non ancora completo, per i ragazzi in autoreclusione che prevede un lavoro in parallelo con una coppia di clinici per i genitori e uno psicoterapeuta per il ragazzo o la ragazza. Di fronte alle frequenti resistenze dell’adolescente ad uscire dalla propria stanza si è rivelato utile l’uso del telefono per i primi contatti.

 Implicazioni terapeutiche: come affrontare un trattamento con gli hikikomori

Per aiutare gli adolescenti ritirati è necessario porsi in un’ottica evolutiva in cui il cambiamento, che è già caratteristico di questa fase, ovvero quella del giovane adulto, viene visto come la facilitazione di una trasformazione fisiologica e non come cura. La psicoterapia è allora naturalmente orientata alla comprensione e al superamento della crisi, attraverso nuove svolte decisionali che consentano di riattivare le potenzialità di cambiamento (Di Lorenzo, 2013).

Comprendere le preferenze terapeutiche è un prezioso primo passo per stabilire un contatto con gli  hikikomori che possono sentirsi ambivalenti riguardo alle relazioni sociali e al desiderio di ‘fuoriuscita’ dalla situazione di ritiro.

I ricercatori giapponesi hanno scoperto che i due terzi dei giovani socialmente ritirati non hanno intenzione di incontrare professionisti della salute e che l’accesso ai servizi sociosanitari avviene solo per i casi gravi dietro invio dei genitori (Koyama et al., 2010), si ritiene quindi che solo una piccola parte della popolazione dei ritirati sociali può essere identificata e aiutata. Inoltre spesso i giovani socialmente ritirati non sono disposti a parlare quando gli assistenti sociali tentano di coinvolgerli (Wong, 2009).

Wong (2012) ha osservato che uno dei motti del lavoro sociale è “iniziare lì dove si trova il paziente”: quindi, per coinvolgere i giovani socialmente ritirati, si deve partire dalla loro prospettiva avviando conversazioni basate sui loro interessi ma anche visitarli nelle loro case. Concentrarsi sui loro interessi e punti di forza può aiutare il terapeuta a guadagnare la loro fiducia e stabilire l’alleanza di aiuto. Sakamoto, Martin, Kumano, Kuboki e Al-Adawi (2005) hanno sperimentato una forma di intervento in Oman basata sull’ambiente in cui si rifugia l’hikikomori, ovvero la sua abitazione, utilizzando la tecnica della nidoterapia. Secondo Tyrer (2002), la nidoterapia cerca di minimizzare i problemi del giovane ritirato sociale a uscire nel mondo esterno. Contrariamente al tradizionale setting terapeutico, la nidoterapia è centrata sull’adattamento dell’ambiente al paziente per evitare una resistenza assoluta alla proposta di aiuto. L’assunto di base è che il comportamento asociale sia  caratterizzato dalla paura del giudizio sociale e dall’insofferenza alle condizioni rigide poste dai genitori. La nidoterapia utilizza un approccio “non ostile e accomodante” per incorporare i membri della famiglia in psicoterapia, i quali, quando accettarono il funzionamento solitario dei loro figli, sperimentarono una minore quantità di quella angoscia che gli può consentire poi di prendere parte attivamente alla terapia.

Lo studio di Funakoshi e  Miyamoto (2015) ha evidenziato le difficoltà dei genitori giapponesi quando scelgono di usufruire di supporto psicologico da parte dei Servizi sociosanitari. Il background socio-culturale in Giappone può essere considerato uno dei motivi per cui i padri ricevono scarso sostegno familiare. È possibile, infatti, che i padri giapponesi non abbiano sviluppato familiarità con il bambino nelle prime fasi di vita, perché sono stati assorbiti dal loro lavoro e non sono stati adeguatamente supportati nel loro ruolo genitoriale dalle istituzioni pubbliche e mediche. Inoltre, circa il 40% dei bambini con hikikomori ha evitato il padre quando ha iniziato a ritirarsi socialmente per evitare conflitti aperti. Se i padri fossero più coinvolti attivamente nell’affrontare i problemi dei loro figli, non solo allevierebbero il disagio psicologico delle madri, ma ciò avrebbe anche un impatto positivo su tutti i membri della famiglia

Per quanto riguarda le madri dei futuri hikikomori è emerso come spesso soffrano di disturbi psichiatrici, ad esempio, depressione post-partum o mettano in atto comportamenti disfunzionali che non sempre vengono intercettati dai Servizi. È importante, ai fini dell’inquadramento del problema e delle scelte riabilitative, monitorare la qualità delle relazioni familiari perché la presenza di conflitto coniugale può rappresentare un ostacolo al trattamento e la sua risoluzione potrebbe contribuire allo sviluppo del benessere mentale di tutti i membri della famiglia. Oltre ad un sostegno rivolto a tutta la famiglia, è particolarmente importante dunque che entrambi i coniugi ricevano sostegno per rafforzare le risorse della coppia e unificare la loro linea educativa nei confronti dei figli.

In generale per arrivare ad una soluzione definitiva, essendo l’ambiente centrale per il supporto emotivo e sociale del giovane, la sua condizione di disagio e stress sarebbe ridotta se fosse l’ambiente a cambiare, almeno durante la prima fase. Gli individui di una società collettivista sono costretti ad essere conformisti e a rinunciare al loro “sé autentico” per conformarsi agli standard sociali. Jilek e Jilek-Aall (1970) avevano già suggerito che, ad esempio, di fronte ad un esordio di psicosi iniziale, una reazione di accettazione e assistenza da parte della società può fare la differenza. Allo stesso modo, Koenig (2000) ha suggerito che l’intervento psicoterapico sarà probabilmente più efficace quando accrescerà la speranza e la fede e quando riconoscerà l’importanza della dipendenza del malato dal suo ambiente sociale.

Li e colleghi 2016 hanno riscontrato che una volta usciti dallo stato di solitudine in cui si trovavano, questi giovani ritirati hanno riconosciuto la motivazione personale e l’impegno attivo da parte degli assistenti sociali come i principali fattori che contribuiscono al loro cambiamento. In particolare, tre sono i fattori che contribuiscono alla ‘guarigione’. Il primo fattore consiste nel riequilibrare il sé ideale con la realtà dal momento che molti giovani dedicano il loro tempo a fantasticare su piani di azione ideali ma non intraprendono azioni concrete per realizzarli. Sebbene alcuni giovani socialmente ritirati fossero disposti a scendere a compromessi ed esplorare il mondo esterno, gli assistenti sociali hanno comunque trovato difficile aiutarli a reintegrarsi nella società a causa del conflitto tra interessi personali e richieste del mondo del lavoro. Infatti, se un modo per reintegrare un giovane socialmente ritirato è quello di trovare un lavoro, alcuni giovani sostenevano che il proprio impiego doveva essere associato ai propri interessi in quanto temevano che il lavoro li avrebbe allontanati dai loro interessi. Wong (2012) ha raccomandato di adottare diverse disposizioni flessibili, ad esempio corsi introduttivi o brevi giorni scolastici o lavorativi che suscitassero il loro interesse e facilitassero la loro esplorazione di una carriera futura senza che ciò risultasse un impegno eccessivo.

Il secondo fattore comporta la riconnessione con le persone. Sebbene il ritiro sociale sia stato generato da una spirale di abbandono progressivo delle amicizie, alcuni giovani socialmente ritirati sono riusciti a fare nuove conoscenze attraverso Internet. Inoltre, alcune piattaforme, come YouTube, offrivano canali di comunicazione in grado di fornire argomenti comuni per l’avvio di conversazioni, superando il problema dei giovani ritirati di avere meno esperienza con il mondo esterno e quindi meno argomenti e minori capacità interpersonali. Dopo l’esperienza di essersi ricollegati, i ragazzi socialmente ritirati sono diventati più disposti ad aprirsi e più fiduciosi nel parlare con le persone e fare amicizia.

Il terzo fattore che ha contribuito all’uscita dal ritiro è stato riacquistare slancio per la vita. Le visite a domicilio e l’impegno assiduo degli assistenti sociali hanno svolto ruoli importanti nel motivare i giovani a riflettere sulla propria situazione e ad abbandonare il ritiro sociale attraverso un processo di ‘risveglio’ dal ritiro sociale. Infatti i giovani socialmente ritirati hanno iniziato a capire che il ritiro sociale può avere conseguenze negative a lungo termine, ad esempio perdere la propria rete sociale o cessare di interagire con l’ambiente esterno, con conseguente compromissione delle opportunità future di studio e lavoro. La maggior parte di questi giovani non si rendeva conto che si stava ritirando ‘prima di aver iniziato’ e pensava di non aver bisogno di cercare aiuto. Gli assistenti sociali possono effettuare un primo contatto online attraverso i social media o i giochi per conoscere pensieri e bisogni dei ritirati sociali nell’ambiente virtuale non gerarchico e creare un rapporto di fiducia prima di invitarli a incontri faccia a faccia. Il tempismo delle visite a domicilio è cruciale in quanto i giovani socialmente ritirati possono trovarsi in una fase di confusione mentale e non sentirsi in gradi di parlare o ascoltare (Wong, 2014).   Oltre a offrire occasioni di ‘riapertura’ per i ragazzi gli assistenti sociali devono collaborare strettamente con i genitori in quanto sono quelli che dovrebbero veramente capire le condizioni dei propri figli e che possono offrire spunti importanti per l’identificazione precoce del problema e per la terapia (Rubinstein, 2016). A questo proposito, Suwa e colleghi (2003) hanno riscontrato che una delle concause principali di ritiro sociale tra i giovani riguarda il rapporto con le figure genitoriali e alcune caratteristiche delle relazioni familiari servono a promuovere e mantenere il problema.  In primo luogo, i genitori devono diventare più consapevoli dello stato attuale del loro figlio e cercare di affrontarlo senza assumere posizioni estreme nel considerare il problema con pessimismo o minimizzandolo oppure vivendo sentimenti di disperazione e autocondanna. In secondo luogo, è opportuno che i genitori imparino a riconoscere le dinamiche disfunzionali che concorrono a mantenere il problema, ad esempio rafforzare l’aspetto moralistico e punitivo nei confronti dei loro figli, mostrandogli gli standard che non avrebbero rispettato e suscitandogli un senso di vergogna. Descrivendo il processo di trattamento e le insidie ​​che potrebbero essere incontrate, lo psichiatra Saitō (2013) spiega ciò che definisce il “sistema hikikomori“, utile ai fini del trattamento. Il sistema consiste in una serie di cerchi concentrici in cui il centro, il giovane hikkomori, è disconnesso dal cerchio circostante, la famiglia, e ognuno di essi è disconnesso dal cerchio esterno, la società. Tali disconnessioni sono il risultato di una scarsa comunicazione. Quindi, durante il trattamento è importante mettere in atto comunicazioni positive che aiutino l’individuo ritirato a riconnettersi all’interno della famiglia e della società. Saitō differenzia due atteggiamenti dei genitori nei confronti dei figli: l’amore iperprotettivo e l’empatia, individuando nel passaggio dalla prima alla seconda forma di affetto genitoriale, la trasformazione da un sistema hikikomori chiuso in se stesso ad un sistema sano e aperto. L’amore iperprotettivo è tossico per i figli perché li ostacola a rapportarsi con la società, impedendo l’identificazione al di fuori della dinamica familiare che può condurre al ritiro. Per superare la rinegoziazione dei rapporti genitori-figli in adolescenziale bisogna creare una nuova relazione basata sull’empatia e l’accoglienza dell’angoscia che sperimenta la persona ritirata. Una buona comunicazione implica riparare il processo di sintonizzazione tra genitori, in particolare la madre, e il figlio, che si è rivelato carente nella prima infanzia ostacolando il processo di soggettivazione. Pertanto il lavoro con i genitori dovrà basarsi su un sostegno alla loro capacità di mentalizzare le emozioni, in quanto essi spesso non le esprimono trasmettendo ai figli una realtà ovattata e finta e creando il patologico doppio legame che sfalsa i piani della comunicazione verbale e non verbale (Mastropaolo, 2011).

Per quanto riguarda la prevenzione, dal momento che la scuola è uno degli ambienti sociali più importanti per un adolescente, gli assistenti sociali possono fornire proattivamente servizi di sportello e ascolto ai futuri hikikomori prima che abbiano completamente abbandonato la scuola, cercando di attivarsi per intercettare preventivamente il disagio. Può esser utile organizzare dei programmi di sviluppo giovanile a scuola e aiutarli a sviluppare i loro interessi e le loro inclinazioni all’interno di un contesto sociale condiviso. Sarebbe dunque auspicabile un processo di sensibilizzazione e formazione per il corpo docente che porti a riconoscere i ragazzi “sulla strada del ritiro” e consenta agli insegnanti di attivare strategie didattiche per rafforzare l’inclusione di questi ragazzi nel mondo della scuola.

Per quanto riguarda il trattamento riabilitativo attualmente presente nel contesto italiano, le esperienze raccolte da diversi clinici indirizzano verso strategie terapeutico riabilitative ad hoc. Un approccio psicoterapico non individuale garantisce migliori possibilità di successo, in un’ottica combinata che prevede una terapia di esposizione progressiva e una terapia di gruppo, in cui il gruppo famiglia, può essere percepito come luogo sicuro per riprendere le interazioni sociali (Aguglia, 2010).6 In diverse occasioni una combinazione di psicoterapia individuale e di intervento con la famiglia (consulenza o psicoterapia familiare), associato a volte con programmi di educazione professionale domiciliare ha riattivato un’apertura sociale in questi giovani ritirati (Ranieri, 2015). In altri casi sono state attivate anche altre forme di intervento: dai trattamenti psicofarmacologici all’intervento del Servizio Sociale, dalla segnalazione al Tribunale dei Minori all’allontanamento dalla famiglia con collocazione in comunità.

Per concludere, è opportuno che il singolo programma terapeutico riabilitativo sia progressivamente calibrato sulla base delle risorse del singolo hikikomori e della sua famiglia, sul grado di compromissione delle relazioni familiari e sul livello di apertura verso gli interventi di aiuto.

1. Coplan & Rubin, 2010

2. Tamaki Saitō, classe 1964, è uno psicologo e scrittore giapponese, specializzato in psichiatria adolescenziale; direttore clinico del    Sofukai Sasaki Hospital, una clinica privata di Chiba, città situata a sud-est di Tokyo. Viene considerato il massimo esperto mondiale del fenomeno hikikomori.

3. Émile Durkheim (1858-1917): filosofo, antropologo, considerato uno dei padri della sociologia moderna. Ha introdotto il termine “coscienza collettiva” per indicare l’insieme delle credenze e dei sentimenti comuni ai membri di una società.

4. John Bowlby (1982) ha teorizzato la teoria dell’attaccamento da una prospettiva etologica: l’ attaccamento è parte integrante del comportamento umano dalla culla alla tomba”. Il comportamento di attaccamento si manifesta da parte del bambino nei confronti della figura di attaccamento o caregiver per ottenere affetto e protezione.

5.  La bruttezza immaginaria – Intervento clinico con ragazzi ritirati. Atti dell’evento culturale tenutosi a Milano il 9 e 10 maggio 2014 ad opera della Cooperativa Minotauro

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