Commenti disabilitati su Lo scienziato sociale di fronte all’Islam europeo

1 gennaio 2016

Lo scienziato sociale di fronte all’Islam europeo

image

 

Barbara G.V. Lattanzi

Uno scoppio. Urla assordanti. Notizie allarmanti in TV. Deliri e vaneggiamenti sui social media.
La nostra percezione del mondo. Ciò che ieri ci preoccupava ora, alla luce di quei rumori e di quelle immagini angoscianti, sembra non avere più senso. Cosa importa delle tante vite allo sbando in un mondo che, dopo aver esaurito i posti a sedere, sembra ormai non offrire nemmeno posti in piedi? Il terrorismo devia sempre l’attenzione dei popoli dai problemi quotidiani e politici verso orizzonti di morte.Un tempo, tanto tempo fa, quando i timori erano altri e il mondo sembrava diverso, si diceva che il terrorismo è sempre comunque reazionario, perché lo è nelle sue conseguenze sociali e politiche.

Ora assistiamo alle piroette di coloro che, forse o probabilmente, hanno finanziato quei gruppi a nostro danno e, forse o probabilmente, con i nostri soldi. Possiamo pensare che queste siano le opinioni degli onnipresenti complottisti mediatici, ma sappiamo che le armi e i campi di addestramento costano, quindi qualcuno deve aver stanziato finanziamenti per creare questa situazione di conflitto. Se un tempo il terrorismo si colorava del nero torvo di chi organizzava stragi o del rosso vivo di chi cercava di far cadere le élite, il colore del terrorismo odierno è unicamente il nero. Nero con una scritta bianca, in una lingua che pochissimi sanno leggere, anche se gli esperti ci assicurano che contiene il nome di Dio.

E anche la strategia è la stessa, colpire i lavoratori, i ragazzi normali, le famiglie, i comuni abitanti di paesi orientali e occidentali, non certo le elite. Decisamente terrorismo nero come la pece, e decisamente Dio non c’entra nulla.I nomi dei gruppi che si sono susseguiti dopo l’”evento fondante” della nuova era, l’11/9 del 2011, sono sempre esotici ma facili da pronunciare. I loro capi hanno aspetti accigliati e folte barbe, nomi piuttosto brevi e musicali.

Tutto questo viene chiamato Islam “radicale” o “fondamentalismo” – parola, quest’ultima, che uso anche io per essere comprensibile, ma con la dovuta precisazione che non ha nulla a che fare con i fondamenti della religione. Entrambi questi termini presuppongono una presunta aderenza degli atti di violenza contro innocenti a una base fondante della religione, alle sue tradizioni, alla sua dottrina giuridica o ai principi. Tutto questo è ovviamente falso, la religione non prescrive questo e, in buona parte, lo vieta categoricamente, sia nei principi che nelle regole. Qualcuno, per dimostrare la belligeranza insita nel Corano, estrapola pezzi di versetti dal contesto, generalmente presi dalle sure “medinesi” (del periodo dell’esilio a Medina, dovuto alle persecuzioni, e che diede luogo a un intenso conflitto tra città e tribù) dove il richiamo alla necessità di rispondere agli attacchi si riferisce alla particolare situazione storica.

I “miscredenti” (di religioni pagane arcaiche, perlopiù dediti a usanze che oggi definiremmo crudeli e barbare) erano tribù pericolose e minacciose. L’etica di guerra si configura come un codice cavalleresco: chi si arrende non deve essere ucciso, i civili non devono subire danni, ecc., tanto che i barbuti tagliagole che ci intimidiscono dai monitor somigliano più ai coranici “miscredenti” che a dei veri musulmani.

Finalmente, però, anche nei nostri talk show – pullulanti di sedicenti esperti che spuntano come funghi e la cui formazione e competenza non ci è dato di sapere – si è riusciti a distinguere tra Islam vero e proprio e le sue degenerazioni: il wahabismo e il salafismo (entrambe di origine sunnita e derivanti da un’interpretazione della scuola hanbalita).

Questi due termini sono in genere presentati insieme, quasi fossero la stessa cosa. In realtà si tratta di due correnti, tanto lontane dai fondamenti e dal vero senso del Corano da poter essere considerate deviazioni se non vere e proprie eresie, convergenti su alcuni aspetti, ma in opposizione su altre, in particolare la questione delle cosiddette “innovazioni” nel diritto canonico. In comune hanno sicuramente quello che in arabo è definito come takfirismo: la tendenza a dividere in maniera tremendamente settaria, condannando coloro che non appartengono al proprio gruppo identitario, privandoli dei diritti che la religione riconosce agli esseri umani e – spesso – anche agli animali.

Il salafismo è una corrente che vuole richiamare alla purezza originaria dei “salaf” (i pii predecessori, i primi apostoli del profeta, spesso con un richiamo particolare al terzo califfo Omar), la cui fondazione è attribuita in particolare a Ibn Taymiyya (Damasco 1263-Damasco 1328) la cui dottrina fu influenzata da vicende storiche e che può essere interpretata come una reazione all’invasione mongola dell’epoca, con la conseguente introduzione di tradizioni e costumi stranieri – in genere effettivamente legate a una cultura di tipo animista-sciamanico – nelle società autoctone di religione islamica. Nel XIX –XX sec. si assiste poi a un revival di questa corrente nell’area nord-africana e nelle zone asiatiche limitrofe, come conseguenza del colonialismo degli europei. Salafismo e neosalafismo possono quindi essere considerate reazioni a invasioni straniere e resistenza alle influenze culturali introdotte e forzate dall’occupante.

I testi semplificati di Ibn Taymiyya sono ancora diffusi per la propaganda e il reclutamento da gruppi estremisti in ambito islamico. Il wahabismo nasce per opera di Muhammad ibn ʿAbd al-Wahhāb (XVIII sec.) come dottrina fortemente dogmatica e farisaica, in appoggio alla nascente egemonia della dinastia monarchica Sa’ud nella penisola araba. Potenze straniere interessate a unire gli Emirati in un unico stato appoggiarono la diffusione delle teorie di questo caposcuola. Di conseguenza il wahabismo è divenuto la dottrina ufficiale dell’Arabia Saudita, ispirando gli studi delle madrasse e delle Università negli Emirati.

Poco importa a quale delle due correnti (considerate devianti dalla maggioranza dei musulmani) i filo terroristi pensano di abbracciare, ciò che li spinge non è certo la fede religiosa. D’altronde non fu per fede che nacquero e si diffusero salafismo e wahabismo, ma per interessi politici. In genere i “fondamentalisti” pericolosi in questi ultimi anni portano barbe salafite (con i baffi rasati) e non disdegnano il finanziamento dei petrodollari. Le dottrine vengono usate, forse nemmeno approfondite, se non nella semplificazione tonante degli strani decreti di qualche mufti wahabita o degli opuscoletti che richiamano Ibn Taymiyya e Sayyid Qutb.

Ovviamente solo una minima parte di coloro che abbracciano queste scuole giungono alla violenza fisica, ma la violenza si nutre di queste ideologie.I “nemici” dei takfiri sono i cristiani, gli sciiti, le minoranze religiose o etniche e anche i musulmani sunniti che non si piegano ai loro ordini per non diventare carne da macello in una guerra così indesiderata. Insomma tutti tranne loro stessi. Imbottiti di droghe e di odio, sono perfetti killer telecomandati e pronti a tutto. Ma ciò che più ci colpisce, in questa nuova versione del “mostro” venuto dall’oriente, è che questa volta il mostro non viene dall’oriente, ma spesso dal nostro continente, dalle nostre città.

Molti immigrati nati e cresciuti in Occidente, anche di seconda e terza generazione, il cui legame con la cultura del paese di origine della famiglia è sempre più flebile. Sradicati, a volte (ma non sempre) economicamente disagiati, più vicini alla cultura rap più deviante e ai suoi miti e valori che non a una religione rivelata. Alcuni cenni biografici ci passano davanti, insieme ai loro volti barbuti o velati e ai loro tatuaggi: spesso un passato di spaccio e delinquenza, alla ricerca di facili guadagni disonesti.

Non c’è da stupirsi, è solo un passaggio da una forma di devianza a un’altra, forse più redditizia, sicuramente più gratificante dal punto di vista identitario, visto che fornisce delle illusorie radici a chi le ha perse o non ha saputo coltivarle. È la disfatta dell’Europa indubbiamente, che non ha saputo integrare, nel rispetto delle propria e dell’altrui cultura. È anche l’amaro frutto di un passato di colonizzazione e sfruttamento, trasformatosi poi in depauperamento sempre maggiore delle classi lavoratrici piombate nello sconforto del precariato e disoccupazione.

Il disagio sociale non dovrebbe essere considerato mai in senso assoluto, ma relativo. Impossibile con la crisi che stiamo subendo per i figli raggiungere i successi dei padri migranti, a cui è stato concesso di trasferirsi, trovare lavoro, ottenere uno status legale e costruire la propria vita e famiglia. Impossibili per queste nuove generazioni perseguire i fini e gli obiettivi individuali propri dei modelli culturali introiettati.

Simili considerazioni possono valere per i convertiti, anch’essi vittime delle congiunture economiche, della restrizione dei diritti e dello scollamento delle istituzioni dalla democratica rappresentanza popolare, di una politica economica piegata sempre più alle esigenze delle elite e sempre meno al benessere comune. I beifiti si comportano come membri di una setta e non di una religione, discendenti di quella cultura New Age che frammentava il desiderio di spiritualità in mille gruppi di stampo pseudo-esoterico, magiche e individualiste in periodi di crescita economica, millenariste e rabbiose in epoca di recessione.

La frustrazione si tramuta in violenza e ricerca di forte identità che possa giustificarla, laddove sembra impossibile un riscatto sociale. Ora pensiamo al sogno, alla promessa di un Califfato – quante immagini esotiche meravigliose ci vengono in mente pensando a questo nome? – di un’utopia dove scompare ogni senso di inferiorità, dove un mondo finalmente redento si conforma alle regole misteriose, ma inflessibili, di una sconosciuta rivelazione, dove il peccatore possa diventare santo, l’emarginato un eroe, dove alle donne sia permesso di essere donne senza necessariamente dover raggiungere i sempre più assurdi stereotipi di bellezza dei rotocalchi, dove agli uomini sia permesso di essere uomini e potersi prendere la responsabilità anche economica di una famiglia (poco importa l’origine delle entrate).

Pensate che il regno di Dio non è lontano, è vicinissimo, o forse presente, al di là di questo monitor, dove un presunto sapiente religioso vi sta scrivendo con la sicurezza di chi può mantenere le sue promesse. Ciò che proferisce è considerato conforme alle antiche rivelazioni, ai complicati manoscritti degli sheik, fonde insieme passato e presente, realtà e utopia, in un mondo dove finalmente tutti possono sentirsi vivi, utili, dove tutte le esistenze hanno un senso seppure ingannevole, ma pur sempre un senso. Il Corano è trasformato in formula magica da ripetere senza comprensione, perché non è necessario comprendere – e nemmeno auspicabile per chi fomenta questi movimenti – l’ignoranza è finalmente considerata una virtù. È così che gli ultimi sentono di essere diventati i primi.

Il resto è affidato all’azione delle sostanze stupefacenti, probabilmente sintetizzate proprio con fini militari e somministrate a persone che non sono nuove a simili dipendenze. Il terreno per il proselitismo di questo tipo sono i social media, ma anche i luoghi fisici. Non si inizia certo parlando di terrorismo, ma della sorte dei musulmani, dell’ingiustizia dell’occidente, enfatizzando il vittimismo insito nei futuri replicanti da guerra. Alle donne viene proposto un buon marito, agli uomini una o più mogli, tanto ci pensano gli oscuri finanziamenti a mantenerle.

Viene detto che se l’Islam non è ancora vittorioso sui “miscredenti” occidentali (per inciso, i cristiani nell’Islam vero non sono considerati miscredenti, ma Din al-Kitab, religione del libro – in storia delle religioni si direbbe “religione rivelata” – , e a loro è concesso di essere giudicati come credenti nel Giorno del Giudizio) è per colpa degli “eretici” “idolatri” (e altri epiteti in genere pronunciati in arabo) sciiti o “moderati”: il nemico dei nemici ora è Assad, strano sciita di corrente minoritaria (alawita), così orientale come attitudine e mentalità, e così occidentale all’apparenza nel suo elegante smoking e con la bella moglie bionda a fianco, a capo del paese che da sempre ha saputo unire diverse religioni nella grandezza di una sofisticata e profonda cultura.

Ma l’universo simbolico di chi è accecato dall’odio è troppo limitato per ragionare sulla politica o sulla religione. Prodotto ultimo dell’occidente, questi takfiri si inventano un Islam a uso e consumo delle superpotenze, tracciano illogiche frontiere per dividere oriente da occidente, spesso senza sapere bene come rintracciare la propria appartenenza.

Stefano Allievi, in « How the Immigrant has Become Muslim », Revue européenne des migrations internationales 01 octobre 2008) sostiene che lo studio sociologico dell’Islam è un problema complesso, relativamente giovane. Questo malgrado la stessa sociologia si sia interrogata sui fenomeni religiosi fin dalla sua nascita come scienza empirica con Weber e Durkheim.

In realtà i sociologi hanno inizialmente fatto riferimento, nelle loro analisi, al cristianesimo. La religione era concepita e affrontata con un atteggiamento molto critico, seguendo presupposti illuministi, con l’apporto di elementi positivisti che cercavano di tracciare regole generali nello sviluppo del sentimento e delle istituzioni religiose verso un progresso sempre più laico.

A differenza di altre discipline con simile oggetto (come l’antropologia), che nascono come scienze applicate sul campo (in genere seguendo interessi di carattere colonialistico), la sociologia si propone inizialmente lo studio della modernità occidentale, tra cui l’Islam, che a torto o a ragione non era considerato parte della modernità.
L’immigrazione e la globalizzazione degli ultimi decenni hanno però proiettato interi pezzi del mondo considerato orientale nel nostro continente. Senza contare l’apporto della sociologia americana che necessariamente ha dovuto fare i conti con la questione dell’integrazione molto prima di noi.

Il rischio qui sta nel confondere l’Islam con la sua versione “importata” secondo schemi e problematiche propri dei fenomeni migratori post-coloniali (anomia da immigrazione, problemi di integrazione etnica, di costruzione dell’identità sociale, ecc.). L’emersione di fenomeni di conversione non può fornire chiarezza senza un’adeguata valutazione delle motivazioni dei “convertiti” e del significato che ancora riveste questa religione (considerata “straniera”, malgrado sia, di fatto, una religione universale) in seno alla nostra cultura.

Le maggiori comunità islamiche presenti sul nostro territorio hanno rinnegato il terrorismo e la cultura della morte, ma ora dovrebbero riflettere sulla cultura che le ha generate, distinguendola in maniera netta dai principi della propria religione non solo nei nefandi effetti, ma anche nei subdoli presupposti. Ciò significa considerare quali sono le basi ideologiche della divisione e della violenza da cui i credenti si devono liberare.

Per lo scienziato sociale è necessario un approccio multidisciplinare. Le religioni sono materia complessa, attraversate trasversalmente da vari approcci scientifici e da varie discipline. L’aspetto prettamente letterario delle Scritture non può essere tralasciato al fine di comprendere il significato e lo spirito insito nella purezza spesso auspicata dai credenti. Ma tale aspetto non corrisponde al fenomeno e alla vita sociale delle comunità, non può fornire senso alle molteplici derive dei fondamentalismi. L’approccio storico è sempre e comunque necessario, ma deve essere integrato con altri tipi di considerazioni. Ricerche basate solo sul dato quantitativo non sembrano adatte alle caratteristiche del fenomeno, mentre il puro qualitativismo di impronta fenomenologica rischia di perdere la forma e i contorni di un fenomeno che è molto più del vissuto individuale o familiare.

L’Islam è per gli scienziati sociali una sfida, tanto complessa quanto affascinante, da affrontare con entusiasmo, ma anche con una certa umiltà.

 

Glossario:

Califfato: istituzione o governo di ispirazione religiosa, guidato da un califfo (arabo khalīfah) vicario del Profeta

Din al-Kitab: letteralmente “religione del libro” in riferimento alla Bibbia considerata prima rivelazione messa per iscritto. Coloro che riconoscono questa scrittura sacra sono considerati, dall’Islam classico, seguaci di un profeta.

Hanbalita: una delle quattro scuole maggiori dell’Islam sunnita, prende il nome dal suo fondatore, Ahmad ibn Hanbal (Baghdad, 780-855), è la scuola che ripone meno fiducia nella ragione umana applicata alle materie teologiche e giuridiche.

Salafismo: corrente che vuole ispirarsi ai salaf al-aliīn (i pii predecessori) considerati esempi di Islam puro e originario, e si propone di eliminare elementi innovativi dal diritto canonico.

Sheik: Termine onorifico arabo per indicare un capo, una guida. E’ oggi usato per designare scolarchi o sapienti religiosi.

Sura: Capitolo del Corano, che ne conta 114, ordinate dalla più lunga alla più breve con l’esclusione della prima.

Takfiri: “accusatori” e takfirismo come tendenza a dividere e condannare all’interno della comunità islamica. Si riferisce in genere a atteggiamenti di tipo settario tra i vari gruppi e le varie scuole.

Wahabismo: movimento fondato da Muhammad ibn ʿAbd al-Wahhāb (1703–1792) nella penisola Araba nel diciottesimo secolo, è ora la dottrina ufficiale della monarchia saudita

 

Bibliografia

A.A.V.V., Islam in Italia: un dossier, 2015     http://www.stefanoallievi.it/wp-content/uploads/2015/06/italia-NIGRIZIA-2015-dossier2.pdf
  1. Allievi, in « How the Immigrant has Become Muslim », Revue européenne des migrations internationales vol. 21 – n°2 | 2008
  2. A. C. Brown, Salafism; Oxford University Press 2009
G.J. Kaczynski, Processo migratorio e dinamiche identitarie; Franco Angeli, Milano 2008
  1. Khosrokhavar, Radicalization in Prison: The French Case, Politics, Religion & Ideology , 2013Vol. 14, No. 2, 284–306
www.sufi.it (sito edito da discepoli del sufismo Naqshbandi, fornisce una traduzione del Corano gratuita, un’introduzione ai principi religiosi e altri approfondimenti)
  1. Wihtol de Wenden, Islam, immigration et intégration européenne; 33 | 2002 : Musulmans d’Europe dans Cahiers d’Etudes sur la Mediterranée Orientale et le Monde Turco-Iranien