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30 dicembre 2015

Il quartiere della Magliana e la sua banda

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Francesco Landolfi

Quando il territorio genera il crimine

 

  1. Roma, la città che cresce (1870-1970)

Nella sua storia Roma ha attraversato momenti più o meno difficili, da faro del mondo occidentale a dimora papale durante il medioevo fino al 1870, quando il governo piemontese decise di nominarla come nuova capitale d’Italia; eppure, come città dello stato pontificio la città non aveva mai superato le 250.000 persone, né si era ampliata più di tanto dal punto di vista urbanistico[1]. A differenza di altre metropoli contemporanee come Parigi, Vienna o Londra, Roma si trovò quindi in una triplice condizione di inferiorità per dimensione, popolazione e modernità strutturale.

A colpi di successivi piani regolatori, la capitale cambiò per sempre il proprio aspetto “provinciale”, aumentando esponenzialmente la propria superficie e quasi decuplicando la propria popolazione[2]. Tra il 1873 e il 1883 vennero approvati i primi due piani regolatori che erano stati progettati per la metamorfosi architettonica di una città non più pontificia, bensì europea.[3] La logica dell’urbanistica ottocentesca si protrasse fino al periodo giolittiano, in cui tra il 1907 e il 1914 si verificò un’iniziale decollo dell’edilizia popolare presso i quartieri Esquilino, Trionfale, Celio, Ostiense.[4]

Tra il 1924 e il 1940 il governo fascista promosse una sostanziale modernizzazione degli spazi urbani, lasciando largo agli sventramenti di quartieri ancora d’epoca medievale.[5] Negli anni a cavallo tra la firma dei Patti Lateranensi (1929) e il piano regolatore fascista del 1931 cominciarono così a formarsi dodici borgate “ufficiali”[6], abitate da una popolazione composta da «sfrattati, sbaraccati, immigrati, disoccupati e lavoratori occasionali»[7], che attraverso lo sfratto coatto si trasformarono in profughi. Ecco come l’Ufficio assistenza del governatorato, in una relazione del 1930, espresse la ferma intenzione di risolvere il problema degli sfollati:

Nonostante la costruzione di quelle casette rapidissime e i rimpatri, rimarranno sempre da sistemare non poche famiglie, fra le quali le riottose, le illegali, le indisciplinate, le temibili sotto ogni rapporto.

A tutto questo complesso di senza tetto e di male alloggiati ai quali occorre aggiungere gli operai agricoli e i disoccupati, occorre dare, secondo le direttive del Governo, collocamento diverso.

Gli operai agricoli, i generici e i disoccupati da una parte, le famiglie di irregolare composizione e di precedenti morali non buoni dall’altra, potrebbero esser trasferiti su terreni di proprietà del Governatorato, siti in aperta campagna, e non visibili dalle grandi arterie stradali, ove sarebbe loro concesso di costruire le abitazioni con i materiali dei manufatti abbattuti.[8]

Si assistette quindi a un iniziale decentramento della popolazione romana, che cominciò a trasferirsi verso le nuove realtà suburbane di Donna Olimpia, del Trullo, di Primavalle, del Tufello[9], ma anche verso gli altri siti preesistenti d’Acilia, di Casal Palocco e della Magliana; borgate nate per collegare la capitale al Tirreno, secondo il progetto fascista di una «saldatura di Roma al mare»[10]. La borgata non fu altro che «un pezzo di città in mezzo alla campagna, che non [fu] realmente né l’una né l’altra cosa», né tantomeno possedette mai «la completezza e l’organizzazione per chiamarsi “quartiere”»[11], poiché tutte queste zone risultarono fin da subito deficitarie di servizi igienici all’interno di alloggi maggiormente somiglianti a baracche.[12]

Il grande cambiamento si verificò, tuttavia, a partire dal secondo dopoguerra, periodo in cui Roma si trasformò in una metropoli europea. Nel 1950 venne costruita la nuova stazione Termini e allo stesso tempo fu inaugurato il Giubileo; cinque anni dopo si svilupparono i trasporti con la prima linea metropolitana e il Grande Raccordo Anulare; nel 1957 furono firmati i due Trattati costituenti la Comunità Economica Europea; nel 1960 fu la volta dell’inaugurazione dei Giochi Olimpici estivi; infine, tra il 1962 e il 1965 nella basilica di San Pietro si svolse il Concilio Vaticano II. In seguito all’avvento della Repubblica, la capitale divenne protagonista di un ingente flusso immigratorio che incrementò la sua popolazione di 360.000 persone, fino a raggiungere i due milioni di abitanti nel 1960[13]. L’improvviso aumento demografico costrinse molte famiglie emigrate dall’Italia centro-meridionale a risiedere all’interno di quelle baracche, grotte e sottoscala che costituirono la triste suburra romana. Un atroce realismo suburbano descritto da Pier Paolo Pasolini nei suoi romanzi Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959) e nelle sue opere cinematografiche Accattone (1961) e Mamma Roma (1962), oltre che dalle inchieste sociologiche di Franco Ferrarotti[14]:

Privi di quanto rende civile l’esistenza, silenziosi e disperati, i baraccati stanno lì ad aspettare. […] Fuggiti dalla zone depresse, modificati da una miseria millenaria hanno raggiunto la capitale. Ma le speranze dei primi tempi hanno a poco a poco lasciato il posto all’attesa e all’antica rassegnazione. Un lavoro stabile, una casa decente, l’istruzione e quindi la partecipazione diretta alla vita politica e sociale sono ancora obbiettivi lontani; in una situazione che tende a cristallizzarsi, questi obbiettivi sono ormai percepiti come irraggiungibili se non per via magica.[15]

Grazie ai contributi economici dell’European Recovery Program[16] e alla legge Fanfani del 1949, l’Ina-casa venne incaricata dell’edificazione di 54.433 vani, spalmati tra le borgate di Tiburtino, Tuscolano, Villa Gordiani, Ponte Mammolo, Colle di Mezzo, Torre Spaccata, Ostia e Acilia.[17] In queste zone periferiche si sviluppò negli anni cinquanta un naturale dissenso nei confronti della Democrazia cristiana, in favore, invece, del Partito comunista italiano, che in numerose borgate vide la comparsa di una propria sezione di quartiere. Si costituì, pertanto, intorno al Grande Raccordo Anulare una sorta di «cintura rossa»[18], delimitante il nucleo centrale metropolitano fortemente democristiano e borghese. La differenza tra la Roma centrale, ricca, democristiana e l’altra Roma emarginata, povera e comunista si evidenziò soprattutto nelle statistiche strutturali delle varie circoscrizioni romane, in merito alla quantità di servizi presenti.[19] Senza alcuna sensibilità edilizia, la città continuò la sua incontrollata espansione verso il Tevere e attraverso i due Piani Regolatori Generali del 1962 e del 1966 si assistette al trionfo dell’abusivismo.

Con il ’68, tuttavia, si assistette alla reazione violenta del sottoproletariato per la conquista del diritto alla casa. Il diffuso dissenso della periferia romana cominciò ad organizzarsi in associazioni, comitati, centri sociali e partiti armati orientati politicamente verso la sinistra extraparlamentare[20]. Nell’agosto 1969 si inaugurò la nascita del Comitato di Agitazione Borgate (CAB) da parte dei baraccati dell’Acquedotto Felice, che decisero di occupare 220 alloggi al Celio.[21] Questa fu soltanto la prima di una lunga serie di occupazioni abusive generatesi da un disperato senso d’emarginazione sociale[22]. Tra l’agosto 1969 e il marzo 1970 la situazione dell’occupazione abusiva degli alloggi sembrò espandersi in maniera incontrollabile: vennero occupati 1.150 appartamenti tra le borgate del Tufello e il quartiere dell’Esquilino, ma anche nel centro città, al Colosseo, in Piazza Vittorio, in via Prati.[23]

Per tale motivo, fu facile trovare nell’esteso sottoproletariato urbano una «disponibilità alla lotta» che fu «più forte che mai»[24]. Al CAB, infatti, si sostituirono forze di resistenza più pericolose e tenaci come Lotta continua e Potere Operaio, che fomentarono la resistenza delle masse al sistema socialdemocratico[25]. Gli scontri e le manifestazioni di piazza continuarono fino a quando a San Basilio non si raggiunse il culmine della tragedia. Organizzati nel Comitato di Lotta per la casa, i baraccati di San Basilio decisero di occupare spontaneamente gli appartamenti del lotto 23 bis[26]. In una vera e propria battaglia urbana combattuta senza sosta tra la polizia e gli occupanti, gli scontri contro le autorità si protrassero per mesi fino al settembre 1974, quando un colpo di pistola vagante tolse la vita del giovane Fabrizio Ceruso,[27] In una moltitudine di borgate e di borghetti che costituirono la “suburra” romana, il quartiere della Magliana si configurò come l’esempio peculiare di una malsana situazione causata da profonde mancanze istituzionali che, di conseguenza, produssero una serie di problemi sociali: sviluppo di fenomeni criminali e del consumo di droghe, diffusa disoccupazione, precarie condizioni igienico-sanitarie e sovraffollamento abitativo[28].

 

  1. La Magliana: un quartiere proletario, comunista e criminale

Si pensa che la località dove si trova l’odierno quartiere della Magliana fosse già abitato nell’antichità. Il nome del quartiere, infatti, deriverebbe dalla gens Manlia che in quei territori era proprietaria di un praedium documentato in due bolle papali dell’XI secolo. Nel XV secolo, per la prima volta, le fonti definiscono come «Magliana» la zona che si estendeva dal castello papale della Magliana al Tevere. Nel 1480 il nipote di papa Sisto IV, Girolamo Riario, restaurò e ampliò il castello a tenuta di caccia, adibendola a villa papale[29]. Tra il XVI e il XVII secolo vennero realizzate le prime grandi bonifiche sul territorio, interrotte dalle costanti inondazioni fluviali del Tevere. Grazie a Leone X (1513-1521) la villa fu ulteriormente ampliata con un vigneto[30]; un secolo dopo Urbano VIII (1623-1644) creò via Portuense, collegando Roma al castello della Magliana. Negli stessi anni il cardinale Virginio Orsini fece costruire due torri doganiere per il controllo del commercio fluviale. Dal XVIII secolo la tenuta conobbe un periodo di declino, cadendo in disuso a causa della malaria; la zona cominciò così ad essere definita dalle carte come Pian due Torri. Nel 1876, durante i primi anni di Roma capitale, la Magliana era tristemente definita dal frate domenicano Alberto Guglielmotti come uno «squallido e deserto tugurio», in cui l’unica presenza umana era costituita da «una misera osteria postavi a disperazione dei passeggieri».[31]

Nel 1926 la zona Pian due Torri divenne proprietà dell’ingegnere piemontese Michelangelo Bonelli, che cercò di bonificare integralmente il territorio[32]. Nel 1948, alla morte di Bonelli l’area venne ereditata da suo genero, il conte Adriano Tournon, che cominciò a lottizzare le terre, distruggendo gran parte degli alberi circostanti ed edificando le prime abitazioni. Fu in quegli anni che il Comune di Roma decise di inserire il territorio della Magliana all’interno della XV circoscrizione municipale. Con la costruzione della linea metropolitana, dell’aeroporto di Fiumicino e all’organizzazione delle Olimpiadi, si cominciò a “valorizzare” l’area attraverso una cementificazione intensiva ed estranea a qualsiasi controllo urbanistico auspicato dal Nuovo Piano Regolatore del 1962[33].

Contando su ingenti finanziamenti della Banca Nazionale del Lavoro, nel decennio 1965-1975 i “palazzinari” romani Aladino Minciaroni, Alfio Marchini, Gaetano Anzalone e Franco Caltagirone, appartenenti al gruppo immobiliare Condotte Acque, cominciarono a cementificare oltre tre milioni di metri cubi di appartamenti[34]. Al censimento del 20 ottobre 1971, la popolazione della Magliana si attestava sulle 19.068 persone, domiciliate presso 16.677 vani, con un rapporto di 1,1 abitanti per stanza. Nel 1975, su 42 ettari di territorio furono realizzati 7.800 alloggi per 31.671 persone. In quattro anni quindi il rapporto abitanti/stanze aumentò a 1,3, a fronte di una media più bassa per il resto della circoscrizione e per Roma rispettivamente di 1,06 e di 0,96[35]. Nel 1971 l’ambiente si fece ancor più insostenibile in seguito all’arrivo dei baraccati di Prato Rotondo. Tale flusso migratorio verso la Magliana produsse un maggiore sovraffollamento abitativo. Nel 1977 circa 50.000 persone vivevano su una superficie di 42 ettari, con una media di 1.050 abitanti per ettaro, a differenza dell’EUR in cui, su un’area di 400 ettari, abitavano soltanto 13.000 persone (30 per ettaro)[36]. A causa dell’alta densità edilizia, gran parte degli alloggi si ritrovarono ad essere totalmente privi di insolazione e di aerazione, perché i “palazzinari” non rispettarono neppure le distanze minime tra i condomini fissate dal Piano Regolatore.

Un altro problema riguardò la quasi totale assenza d’attrezzature civili e di servizi pubblici, anche quelli di prima necessità[37]. Il 63% del territorio (26 ettari) venne destinato all’edificazione degli appartamenti, mentre soltanto il 32% (14 ettari) fu occupato dalle strade (molte delle quali non vennero neanche asfaltate) e da fabbricati; il 5% (2 ettari) venne occupato dalla chiesa e da un’unica scuola, insufficiente per ospitare tutti gli studenti del quartiere.[38] Mancavano, inoltre, l’illuminazione pubblica, l’asilo nido, i campi sportivi, i giardini, i parcheggi, le strutture sanitarie, i centri sociali, culturali, ricreativi e il mercato. Nel 1975 il quartiere della Magliana si presentava come uno dei tanti “quartieri-dormitorio” della periferia, costituito soltanto da un mostruoso agglomerato di edifici intensivi e somigliante più a un cimitero che a una zona residenziale. [39] Nel 1976 un gruppo di architetti dell’Università “La Sapienza” di Roma aveva denunciato la decadenza strutturale della parte sud-occidentale di Roma e, in particolare, della Magliana:

Il tessuto che ne deriva è sprovvisto di qualsiasi qualità architettonica ed è incapace di garantire lo sviluppo ordinato delle funzioni presenti; è un vero e proprio magma cementizio ad altissima densità abitativa, costruito al di sotto del livello di piena del fiume. Punti di accumulazione in questo tipo di tessuto non possono esisterne, così come sono completamente assenti emergenze qualificanti. La Magliana rappresenta un campione emblematico della periferia urbana sorta sul finire degli anni ’60.[40]

Visto che i palazzi della Magliana si localizzarono sette metri sotto l’argine del Tevere, il Comune di Roma impose ai costruttori di sottoscrivere l’obbligo di interrare i primi due piani dei palazzi. Il patto non venne mai rispettato, perché gli speculatori edilizi, aiutati dalla complicità delle istituzioni locali, edificarono otto piani per ogni condominio, invece dei sei permessi[41]. Di conseguenza, gli edifici della Magliana risultarono costantemente esposti al potenziale rischio di inondazione, nel caso in cui si fosse verificato un eventuale straripamento del Tevere[42]. Ecco come si presentava la Magliana in una perizia urbanistica che notificava gli errori dell’incontrollata speculazione edilizia:

Il piano particolareggiato prevedeva che le costruzioni avessero come quota di spiccato quella dell’argine del Tevere (m. 16,50) e non quella del terreno (m. 10) che risultava “incassato” rispetto all’argine, occorreva quindi un rialzamento di 6-7 metri per tutta la zona; questa disposizione non viene rispettata e ne consegue che tutti i fabbricati hanno due piani in più. Il pericolo di un inondamento ad una eventuale piena del fiume, l’acqua che a fior di terra si trova in tutto il quartiere, le vere e proprie marane che si sono formate negli scantinati sono solo le conseguenze più immediate. Le altre sono documentate dalle altre perizie: gli impianti di fognatura inesistenti e sostituiti da fosse biologiche per di più mal funzionanti, le tubazioni degli impianti idrici a stretto contatto con il terreno inquinato dagli scarichi, i casi particolarmente alti di epatite virale riscontrati.[43]

Al pericolo di allagamento si aggiunse quello delle epidemie. I tubi dell’acqua potabile, infatti, si situarono all’interno di in un suolo inquinato che, infiltrandosi nelle condotte idriche, causò numerosi casi di malattie infettive come la malaria. Pertanto, risultarono gravissime le condizioni igieniche, determinate soprattutto dalla totale assenza di fogne comunali[44]. Gli scarichi degli edifici confluivano in fosse biologiche e poi in un fosso scoperto che scaricava direttamente nel Tevere. La mancanza di reti fognarie produsse il ristagno permanente delle acque piovane superficiali, con una conseguente umidità perenne del territorio. Anche per questo motivo, proliferarono casi di malattie legate all’umidità ambientale quali reumatismi, bronchiti e crisi asmatiche[45]. Persistettero anche problemi legati al livello d’istruzione media della popolazione. Nel 1971 il 70% aveva conseguito la licenza media, il 9% il diploma, mentre soltanto l’1,3% conseguì la laurea, a differenza della media cittadina che si attestava sul 4,4%. Si riscontrarono anche numerosi casi d’analfabetismo, che in percentuale si attestarono sul 5% della comunità di quartiere.[46] L’emarginazione giovanile si rilevò anche nell’alto tasso di disoccupazione, determinato anzitutto da un insufficiente titolo di studio. Lutte fu il primo sociologo a percepire nelle parole di quei ragazzi la presenza di un profondo senso di pessimismo, nato dall’endogena segregazione sociale con cui avrebbero dovuto convivere per il resto della loro vita[47]:

Sono gli insuccessi, le delusioni, le umiliazioni che costringono ad essere realistici, a non sognare; è la scuola, soprattutto, che serve a ridimensionare le aspirazioni dei giovani proletari. […] Nelle esperienze dei giovani provenienti dalla classe operaia e dal sottoproletariato, nulla come la scuola è riuscito ad umiliarli, a dargli l’etichetta di stupido o di somaro, a far sentire il non valore: prima c’erano le classi differenziali, ora ci sono le bocciature che bruciano i sogni. Entrando con l’ingiustizia del sistema scolastico, questi ragazzi si rendono conto di non raggiungere livelli superiori a quelli dei loro padri. Si devono quindi accontentare di lavori modesti, subalterni, mal pagati, pesanti, gli unici concessi loro dalla società. La scuola non solo non dà la possibilità a questi ragazzi di avere delle aspirazioni, ma, reprimendo i loro desideri, non permette loro di gettare le basi per una futura, giusta ribellione. Molti genitori vengono condizionati dagli insegnanti, e riflettono questo condizionamento sui figli, contribuendo anch’essi, scoraggiandoli e umiliandoli, a far perdere lo stimolo a continuare nello studio.[48]

Dove non arrivò l’assistenza delle istituzioni politiche giunse, tuttavia, l’autogestione del Centro di Cultura Proletaria, fondato già nel 1967 dagli stessi abitanti, che attraverso l’autofinanziamento riuscirono ad organizzare viaggi, scuole serali per casalinghe e operai, doposcuola per studenti, cineforum, spettacoli e serate di canto, insieme a un circolo per anziani, una cooperativa assistenziale, una biblioteca, un laboratorio tessile e un giornale di quartiere intitolato, ironicamente, Sotto l’argine.[49] Alla Magliana la rappresentanza civile si manifestò in quella sezione di popolazione giovanile di impiegati, operai, commercianti tra i 30 e i 40 anni, che insieme decisero di fondare il Comitato di Quartiere e il Comitato di Lotta, due strutture “rossa” collegate con il Partito comunista[50]. La maggior parte dei giovani intervistati da Lutte dimostrò di riporre una certa fiducia verso l’opposizione governativa, pensando che, secondo loro, il Partito comunista avrebbe risolto i problemi delle nuove generazioni e tutelato gli interessi dei lavoratori.[51]

L’atteggiamento di rassegnazione tra le nuove generazioni della Magliana si riscontrò anche nella mancanza della fede. Tuttavia, dopo circa dieci anni dalla fine del Concilio Vaticano II, in una società ormai proiettata verso la «subcultura atea»[52] della disobbedienza ai genitori e dell’adesione agli estremismi politici, i ragazzi della Magliana vennero definiti dal sacerdote Giuseppe Giunti come «l’ultima generazione cattolica»[53]. Paradossalmente il Comitato di Quartiere, il Centro di Cultura Proletaria e il Sindacato Unitario Nazionale Inquilini Affittuari e Assegnatari (SUNIA) divennero i tre centri di diffusione «della “caritas” nelle sue manifestazioni umane (conoscenza, amicizia, dialogo)», che collaborarono così «alla misteriosa azione della grazia»[54], regalando alle famiglie più sfortunate almeno la speranza per un futuro migliore.

Ma dove non arrivarono neanche i vari comitati, le parrocchie di quartiere, il femminismo e la lotta politica giunsero i fenomeni devianti della droga e della criminalità. Secondo uno studio svolto dallo statistico Enzo D’Arcangelo nel 1977, pur essendo sviluppato il consumo di sostanze stupefacenti all’interno della classe borghese, negli anni settanta l’assunzione di sostanze stupefacenti si diffuse anche all’interno della periferia abitata dagli strati inferiori della società romana, in un generale e «disperato rapporto di massa con la droga»[55]. Tanto D’Arcangelo quanto Lutte, infatti, svolsero le loro ricerche in anni coincidenti con il passaggio da un’epoca in cui il rapporto con la droga era racchiuso ancora e soltanto all’interno dell’alta società, ad un’altra in cui la droga cominciò a diventare parte integrante della vita quotidiana dell’intera società italiana, senza distinzione di ceto o di sesso. Lo scontro generazionale, le disperate condizioni igienico-sanitarie, la carenza dei servizi, la dilagante disoccupazione, l’avvento della droga, la ribellione politica, la generale instabilità sociale e il sovraffollamento abitativo furono tutte motivazioni che verso la metà degli anni settanta generarono un’esplosione di violenza criminale per le strade della Magliana:

È comprensibile che in una situazione simile […] si sviluppino forme di “delinquenza giovanile”, la cui responsabilità va prima ascritta ai responsabili della costruzione del quartiere. […] Ma nessuno di loro, malgrado i delitti evidenti che hanno commesso, ha conosciuto la prigione; mentre parecchi giovani del quartiere han fatto soggiorni più o meno lunghi nel carcere minorile. Il carcere minorile mi sembra la rappresentazione spinta alle sue ultime conseguenze della condizione giovanile in questa società.[56]

La Magliana possedette tutte le caratteristiche per essere stigmatizzato come un «quartiere contro i giovani», cui venne negata «la possibilità di studiare, di lavorare, di praticare lo sport, di avere il necessario per una vita dignitosa»[57]. Per trovare le soluzioni ai problemi endemici della Magliana, molti ragazzi reagirono diventando tossicodipendenti, altri covarono interessi ideologici verso la sinistra extraparlamentare, altri ancora intrapresero la carriera delinquenziale diventando rapinatori[58]. Si radicò ben presto un tessuto malavitoso giovane e organizzato inizialmente in piccole bande periferiche (dette in gergo “batterie”), dedite a determinati tipologie di reati quali il furto, lo scippo e la rapina. A partire dalla metà degli anni settanta questi gruppi microcriminali si unificarono per dare vita a quella che la cronaca nera e le sentenze giudiziarie identificarono nella prima vera criminalità organizzata romana: la banda della Magliana.

 

  1. Cos’è la banda della Magliana?

Quando si è parlato di attività e organizzazioni criminali italiane, normalmente l’opinione pubblica ha sempre fatto riferimento alla più famosa e tradizionale triade mafiosa di Cosa Nostra, della Camorra e della ‘Ndrangheta. Nella storia della malavita romana, l’unica organizzazione che sia riuscita a darsi un assetto tale da poter essere definita come una vera e propria associazione mafiosa, è stata la cosiddetta banda della Magliana, che, attraverso una fittissima rete di collegamenti, complicità e coperture con gli ambienti più svariati del mondo legale, è riuscita ad imporre la propria supremazia antistatale, consumando «tutto il suo potenziale eversivo e antagonista» e divenendo «esso stesso istituzione e sistema»[59].

La banda fu in grado di svolgere attività di condizionamento di periti, di avvocati, di personale sanitario, di esponenti delle forze dell’ordine per ottenere benefici e trattamenti di favore nei processi penali[60]. Così l’ex bandito e collaboratore di giustizia Maurizio Abbatino dichiarò in una sua intervista rilasciata al giornalista Giuseppe Rinaldi per la trasmissione televisiva «Chi l’ha visto?», riguardo alla permeabilità corruttiva dell’organizzazione criminale all’interno dei servizi pubblici della capitale:

Rinaldi: «Quant’era il vostro volume d’affari?»

Abbatino: «[…] Eravamo diventati una macchina, una pompa, un’idrovora, che poi tutto quello che entrava, la maggior parte dei proventi insomma, andava retribuito ai vari avvocati, perché noi avevamo a disposizione quasi tutti gli avvocati di Roma, medici, dottori e perché no anche qualche politico, cancellieri […] C’è stato un periodo in cui noi entravamo con le macchine al servizio di stato, entravamo sotto il tribunale, scaricavamo, lasciavamo insomma, pellicce, oggetti di antiquariato […] Noi avevamo un contatto con un capo cancelliere, poi lui ci diceva che quei giudici erano corrotti, non so se si vantava o no, sta di fatto che poi quei processi prendevano la direzione che volevamo noi.»[61]

Fino agli anni settanta, la criminalità romana, essendo sempre stata dedita a reati limitati contro il patrimonio quali furti, rapine ed estorsioni, aveva consentito alla malavita straniera (ad esempio il gruppo criminale dei Marsigliesi), la gestione degli affari più remunerativi[62], dal traffico degli stupefacenti ai sequestri di persona, subendo «il fascino di criminalità pericolose arrivate per conquistare la capitale» e dando «ospitalità praticamente a tutti»; Roma assunse così le caratteristiche di “porto franco” per la malavita organizzata. Secondo l’ex questore di Roma Nicola Cavaliere, si assistette così all’immigrazione «di una serie di personaggi che si [trasferirono] nella capitale e nella provincia per attuare le loro forme di criminalità»[63]. Nel 1972 si insediò Giuseppe Calò, boss mafioso della cosca palermitana di Porta Nuova. Per Cosa nostra egli rappresentò la nuova mafia imprenditoriale, nell’ambito del quale i clan siciliani investirono il loro capitale illegale in attività finanziarie lecite dove il livello dei profitti fu più rapido e maggiore: l’edilizia tradizionale e quella turistica[64].

Una volta presa consapevolezza della forza derivante dalla fusione delle varie “batterie” di quartiere in un’unica organizzazione, per i banditi romani si presentò l’opportunità concreta di appropriarsi delle attività criminali più remunerative, abbandonando definitivamente il ruolo marginale cui erano sempre stati relegati precedentemente[65]. A tal proposito, è importante sottolineare il fatto che la banda della Magliana non si compose mai di una struttura verticistica, ma da gruppi confederati aventi uguale importanza, all’interno dei quali si riscontrarono differenti capi primi inter pares tra loro, che non ebbero la supremazia, bensì un ruolo determinante nella gestione organizzativa della banda. A differenza delle altre organizzazioni mafiose italiane, infatti, non si costituì una vera e propria “cupola”[66].

Al momento dell’uscita di scena della banda dei Marsigliesi, tra le organizzazioni malavitose della capitale ne spiccavano tre. La prima era la “batteria” di Trastevere-Testaccio ed era comandata da Danilo Abbruciati, attivo nell’orbita mafiosa di Pippo Calò e in contatto anche con gli stessi Marsigliesi. La seconda, la “batteria” di Acilia-Ostia era capeggiata da Nicolino Selis, il quale si avvalse di forti legami con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Infine, tra i quartieri della Magliana, del Trullo e del Portuense agiva un nuovo gruppo di rapinatori indipendenti guidati da Maurizio Abbatino[67].

Con l’arresto di Albert Bergamelli nel marzo 1976 a Roma, il mito criminale dei Marsigliesi si concluse definitivamente. All’interno del sottobosco malavitoso capitolino si creò così un vuoto di potere che venne colmato dalla nuova banda romana a partire dal 1975, quando nel carcere di Regina Coeli, su iniziativa di Selis, si progettò per la prima volta l’idea di fondere i vari gruppi microcriminali romani in un’unica organizzazione criminale, sul modello della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo[68]. Tale circostanza venne confermata dal collaboratore di giustizia Antonio Mancini: «Io [e] Nicolino Selis […] parlavamo del fatto che a Napoli un certo Raffaele Cutolo stava mettendo in piedi un’organizzazione criminale, allo scopo di escludere dal territorio infiltrazioni di altre organizzazioni di diversa estrazione territoriale»[69].

Inizialmente il ruolo di coordinatore della costituenda associazione venne offerto a Gianfranco Urbani, che deteneva contatti rilevanti con la ‘Ndrangheta. Urbani, tuttavia, non volle assumere il ruolo che gli venne proposto, rendendosi, comunque, disponibile come mediatore operativo tra la banda e le altre organizzazioni[70]. Secondo le carte giudiziarie, si pensa che il vero unificatore delle “batterie” di rapinatore sia stato Franco Giuseppucci. Trentenne, leader riconosciuto da tutte le bande malavitose che agivano a Roma, Giuseppucci svolgeva il ruolo di bookmaker presso gli ippodromi di Tor di Valle e Capannelle. Simpatizzante fascista, Giuseppucci si pose anche come il trait d’union tra i rapinatori delle borgate e il terrorismo neofascista dei Nuclei Armati Rivoluzionari[71].

Alla luce di quanto sin qui esposto, arriviamo ad una prima importante conclusione: promotore dell’aggregazione, già pianificata in carcere da Selis, fu la figura criminale di Giuseppucci, che concepì per primo la formazione di un’inedita mafia romana. Nonostante la banda non si fosse ancora completamente costituita. Insieme alla “batteria” della Magliana, Giuseppucci decise che il riscatto ricavato da un sequestro di persona avrebbe potuto risultare il capitale necessario per una futura estensione criminale con altre “batterie” malavitose, attraverso un loro possibile coinvolgimento nel racket del traffico di stupefacenti. La sera del 7 novembre 1977 venne sequestrato il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere[72]. Dei dieci miliardi richiesti all’inizio del sequestro, i rapitori ottennero un miliardo e cinquecento milioni[73]. Giuseppucci anzitutto fornì alla “batteria” della Magliana un iniziale collegamento operativo con l’organizzazione di Selis, insieme ad un legame strategico con la vera criminalità organizzata: tanto Giuseppucci quanto Selis, infatti, si trovarono in stretti contatti con il boss della camorra cutoliana Enzo Casillo.

Contraddistinti da un comportamento violento e da un sistema organizzativo poco conosciuto a Roma, i banditi della Magliana riuscirono a stabilire un vincolo associativo tra le varie batterie della malavita romana e successivamente ad attivare punti di contatto con la grande criminalità nazionale, con l’eversione neofascista, con i servizi segreti legati alla loggia massonica P2 di Licio Gelli[74] e persino con uomini politici di levatura nazionale durante i giorni del sequestro dell’onorevole democristiano Aldo Moro:

Rinaldi: «Dopo il rapimento di Moro chi è che viene a chiedervi qualcosa?»

Abbatino: «È venuto l’onorevole Piccoli, ma non è tanto il fatto che sia venuto lui, ma chi ce l’ha mandato.»

Rinaldi: «Ci racconta come è avvenuto questo incontro, dove eravate?»

Abbatino: «È avvenuto a Viale Marconi sul bordo del fiume, insomma.»

Rinaldi: «Chi eravate?»

Abbatino: «Eravamo un po’ quasi tutti della Banda. Comunque c’eravamo io, Franco Giuseppucci, Nicolino Selis che appunto aveva preso il contatto […] ma vede Flaminio Piccoli era stato mandato da Raffaele Cutolo.»

Rinaldi: «Che era amico di Nicolino Selis.»

Abbatino: «Di Nicolino Selis, e voleva sapere insomma, se potevamo fare qualcosa per salvare la vita di Moro. Oggi non escludo che abbia dato anche qualche informazione Franco, senza dirmi niente, conoscendolo.»

Rinaldi: «Che tipo di informazione?»

Abbatino: «Può aver detto dove si trovava? […] All’epoca, anche perché era la zona nostra.»[75]

Oltre al controllo del traffico di droga, nell’estate del 1978 la banda si appropriò anche del racket del gioco d’azzardo interno agli ippodromi di Roma, che fino ad allora erano stati gestiti dal boss indipendente Franco Nicolini. Il suo assassinio solidificò ulteriormente il patto collaborativo tra il gruppo della Magliana e quello di Acilia/Ostia. La sera del 26 luglio 1978, Nicolini fu ucciso all’interno dell’ippodromo di Tor di Valle con dieci colpi di pistola[76].

Pochi mesi dopo l’omicidio, anche la “batteria” di Testaccio entrò a far parte dell’organizzazione. Il capogruppo dei Testaccini venne riconosciuto in Abbruciati, che permise alla banda di prendere contatto con fornitori di sostanze stupefacenti del calibro di Stefano Bontade e Pippo Calò[77]. Attraverso la pratica dell’usura (reato commesso dal solo gruppo testaccino), confluì così nelle casse della banda un’enorme quantità di denaro necessaria per l’acquisto della droga, ma anche per una possibile infiltrazione nel settore imprenditoriale, in funzione del riciclaggio e dell’investimento[78].

Grazie a un patto tra le varie gangs di quartiere che fino a quel momento si erano spartite in maniera piuttosto pacifica le rispettive zone d’influenza, la malavita romana si diffuse velocemente da Trastevere a Testaccio, dal Portuense alla Magliana, fino al litorale romano da Ostia ad Acilia. La banda della Magliana impose così la propria egemonia criminale sul proprio territorio d’appartenenza contro la duplice infiltrazione delle organizzazioni mafiose avverse e delle forze dell’ordine.[79]

 

  1. Conclusioni

Diversi studiosi statunitensi, dall’architetto Oscar Newman ai sociologi Paul L. e Patricia J. Brantingham, hanno confermato attraverso i loro studi il fatto che molto spesso gli atti criminosi si verificano in spazi urbani che possiedono gravi carenze architettoniche e che contemporaneamente sono soggetti ad un’elevata densità abitativa.[80] La relazione tra territorio e crimine risulta piuttosto evidente nell’oggetto di questa ricerca che, peraltro, è stata confermata dalla teoria sociologica dell’environmental criminology, in cui si sottolinea la stretta connessione tra la nascita di manifestazioni criminali e i fattori sociali, economici, giuridici e fisici di un determinato spazio urbano.[81]

Anche in Italia si sono svolte numerose analisi sociologiche su come il fenomeno delinquenziale fosse un’emanazione diretta di una precisa «struttura sociale e fisica» urbana e continuasse a sopravvivere all’interno di particolari «zone disorganizzate e deteriorate» della città[82]. Roma in questo caso si configura come il luogo ideale per lo sviluppo del bandismo, in cui «the local authorities [were] local men, operating in complex local situations, and where a few miles [might] put the robber beyond the reach or even the knowledge of one set of authorities […], which [did] not worry about what [happened] “abroad”»[83]. Tutto ciò che gli speculatori edilizi, insieme alla cieca complicità del Comune di Roma, avrebbero dovuto evitare nella “rivalorizzazione” delle borgate venne, invece, effettuato attraverso in un insensibile progetto d’urbanizzazione che non tenne conto di «un preciso stile architettonico»[84].

Fu esattamente ciò che accadde nel quartiere della Magliana alla metà degli anni settanta. L’isolamento del quartiere dal resto della metropoli, la mancanza del sistema istituzionale, la precarietà economica della disoccupazione, la malasanità e il malfunzionamento infrastrutturale furono i componenti fondamentali per la genesi di una delinquenza comune, che si evolse in un’autentica e inedita criminalità organizzata romana, sostituendosi alla legge statale e trattando con le istituzioni in una condizione di sostanziale parità[85]. A partire dai “lunghi” anni settanta eversione terroristica e criminale si svilupparono così in zone criminogene, dove la trasmissione della cultura criminale continuò a rafforzarsi a scapito del sempre più atrofizzato braccio armato della giustizia italiana.

 

 

Bibliografia

Fonti:
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Alla Magliana 1.500 famiglie si sono ridotti gli affitti, «l’Unità», 8 luglio 1971.
Magliana: ecco come la DC e i costruttori hanno «inventato» un quartiere illegale, «l’Unità», 19 febbraio 1972.
Il Comune sotto accusa per casa, scuole e verde, «l’Unità», 4 maggio 1972.
La Magliana è illegale, «l’Unità», 18 gennaio 1973.
Un quartiere a misura di speculazione, «l’Unità», 26 gennaio 1973.
I 300 mila vani abusivi della “Roma sbagliata”, «La Stampa», 15 marzo 1973.
Nuova sede del PCI alla Magliana, «l’Unità», 10 aprile 1973.
Perché si è sviluppata l’epatite alla Magliana, «l’Unità», 6 settembre 1973.
Roma: banditi rapinano un ufficio postale feriscono il direttore e fuggono senza soldi, «La Stampa», 23 gennaio 1974.
Scontri davanti alle case Iacp occupate a S. Basilio, «l’Unità», 7 settembre 1974.
Caprarica Antonio, Un giovane ucciso negli scontri nel quartiere romano S. Basilio, «l’Unità», 9 settembre 1974.
Roma: assalita di notte una caserma. Raffiche di mitra contro i carabinieri, «La Stampa», 1 dicembre 1974.
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Caricati gli studenti che chiedono la scuola, «Il Messaggero», 3 marzo 1976.
Vogliono una scuola al posto dei capannoni, «Paese Sera», 7 aprile 1976.
Il duca Grazioli rapito da cinque armati, «Il Messaggero», 8 novembre 1977.
Rapito nella sua tenuta da cinque uomini armati, «l’Unità», 8 novembre 1977.
Curino Luciano, Rapito ieri sera a Roma il duca Massimiliano Grazioli, «La Stampa», 8 novembre 1977.
Ucciso a revolverate davanti all’ippodromo, «l’Unità», 26 luglio 1978.
De Risi Sergio, La moglie ha gridato vendetta ammonendo: So chi ti ha ammazzato, «Il Messaggero», 27 luglio 1978.
Tutti assolti per la Nuova Magliana il quartiere costruito abusivamente, «La Stampa», 21 aprile 1979.
Rinaldi Giuseppe, Intervista a Maurizio Abbatino, «Chi l’ha visto?», 7 novembre 2005.

 

 

Note

1 ITALO INSOLERA, Roma moderna. Da Napoleone I al XXI secolo, Torino, Einaudi, 2011, p. 150.
2 Cfr. GIANNI ACCASTO – VANNA FRATICELLI – RENATO NICOLINI, L’architettura di Roma capitale: 1870-1970, pref. di PAOLO PORTOGHESI, Roma, Golem, 1971. Dal primo censimento del 1871 (213.633 abitanti) la popolazione del Comune di Roma è aumentata di circa il 1.300%, arrivando nel 1981 a superare le 2.800.000 unità. Vedi ANDREA DI SOMMA, Lo sviluppo del tessuto urbano del Comune di Roma dal dopoguerra a oggi, «Atti 15° Conferenza Nazionale ASITA», Reggia di Colorno, 15-18 novembre 2011, p. 941.
3 Dal 1873, quando viene decretato il primo Piano Regolatore Generale, fino a oggi sono stati istituiti sette piani, di cui l’ultimo il 20 marzo 2008.
4 FERNANDO SALSANO, Edilizia residenziale pubblica, assistenza sociale e controllo della popolazione nella Roma del primo Novecento (1903-1940), «Annali del Dipartimento di Storia», Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, No. 4, 2008, p. 98.
5 Cfr. VANNA FRATICELLI, Roma 1914-1929. La città e gli architetti tra la guerra e il fascismo, Roma, Officina Edizioni, 1982.
6 In ordine alfabetico: Acilia, Gordiani, Pietralata, Prenestina, Primavalle, San Basilio, Tiburtino III, Tor Marancia, Trullo, Tufello, Val Melaina. Cfr. LUCIANO VILLANI, Le borgate del fascismo. Storia urbana e sociale della periferia romana, Milano, Ledizioni, 2012.
7 FERNANDO SALSANO, La sistemazione degli sfrattati dall’area dei Fori Imperiali e la nascita delle borgate nella Roma fascista, «Città e Storia», Vol. V, No. 1, 2010, pp. 224-225.
8 GIOVANNI BERLINGUER – PIERO DELLA SETA, Borgate di Roma, Roma, Editori Riuniti, 1960, p. 90.
9 VITTORIO VIDOTTO, Roma contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 2001, p. 199.
10 ROBERTO MILIOTTI – AMEDEO SCHIATTARELLA, Per un sistema di parchi attrezzati e servizi sociali come momento di ricucitura e interrelazione fra quartieri e borgate periferiche, in LAURA BORRONI – VINCENZO GIORGI (a cura di), Roma ovest lungo il Tevere. Per un disegno architettonico di parchi attrezzati e servizi sociali nel settore ovest di Roma lungo il Tevere, Roma, Bulzoni Editore, 1976, p. 101.
11 INSOLERA, Roma moderna, cit., p. 144.
2 FRANCO FERRAROTTI, Indagine sulla povertà a Roma, «La Critica Sociologica», No. 63-64, 1982-1983, p. 90.
3 BERLINGUER – DELLA SETA, Borgate di Roma, cit., p. 18.
4 È Pasolini stesso a confermarcelo: «Io ho voluto descrivere, con la massima fedeltà e precisione possibile, una sezione del mondo: un mondo penoso, atroce, malgrado la solare vitalità che lo pervade. Un mondo che va modificato e recuperato. La strada per farlo è quella indicata in una Vita violenta, ossia la coscienza politica di classe». Vedi VINCENZO MANNINO, Invito alla lettura di Pier Paolo Pasolini, Milano, Mursia, 1982, p. 72.
5 FERRAROTTI, Roma da capitale a periferia, cit., p. 44.
6 L’European Recovery Program, detto anche Piano Marshall, fu uno dei piani politico-economici statunitensi attuati per la ricostruzione dell’Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale.
7 INSOLERA, Roma moderna, cit., p. 200-202.
8 ALDO NATOLI, A proposito di «Borgate di Roma», «La Critica Sociologica», No. 41, 1977, pp. 30-31.
9 RENATO CAVALLARO, Roma: io decentro, tu partecipi?, «La Critica Sociologica», No. 41, 1977, pp. 65-68.
20 Nuova sede del PCI alla Magliana, «l’Unità», 10 aprile 1973.
21 MAURIZIO MARCELLONI, Roma: momenti della lotta per la casa, in ANDREINA DAOLIO (a cura di), Le lotte per la casa in Italia. Milano, Torino, Roma, Napoli, Milano, Feltrinelli, 1974, p. 86.
22 Per una testimonianza diretta di quel clima di protesta e d’occupazione abusiva cfr. LEO CANULLO, Taccuino di un militante. Quarant’anni di lotta politica a Roma, pref. di MAURIZIO FERRARA, Roma, Editori Riuniti, 1981, pp. 110-112.
23 FERRAROTTI, Roma da capitale a periferia, cit., p. 221.
24 MARCELLONI, Roma: momenti della lotta per la casa, cit., p. 94.
25 ALESSANDRO COPPOLA, Le borgate romane tra ’45 e ’89: esclusione sociale, movimenti urbani e poteri locali, in MARCO CREMASCHI (a cura di), Tracce di quartieri. Il legame sociale nella città che cambia, Milano, FrancoAngeli, 2008, pp. 169-174.
26 Scontri davanti alle case Iacp occupate a S. Basilio, «l’Unità», 7 settembre 1974.
27 MASSIMO SESTILI, Sotto un cielo di piombo. Le lotte per la casa in una borgata di Roma, San Basilio, settembre 1974, «Historia Magistra», No. 1, 2009, pp. 63-81; ANTONIO CAPRARICA, Un giovane ucciso negli scontri nel quartiere romano S. Basilio, «l’Unità», 9 settembre 1974.
28 NATOLI, A proposito di «Borgate di Roma», cit., p. 32.
29 LIDIA BIANCHI, La villa papale della Magliana, Roma, Fratelli Palombi Editori, 1942, pp. 21, nota 1, 33-38.
30 Ecco come il frate domenicano Leandro Alberti descrisse quel luogo nel 1537: «Seguitando il Tevere vedesi Magliano molto bello, e dilettevole, ove sogliono pigliarsi piacere i Pontefici Romani miglia 5 discosto da Roma». Vedi ANGELO PELLEGRINI, La Magliana, Roma, 1866, p. 119.
31 ALBERTO GUGLIELMOTTI, Guerra dei Pirati, Firenze, Le Monnier, 1876, p. 156.
32 GERARD LUTTE, Giovani invisibili. Lavoro, disoccupazione, vita quotidiana in un quartiere proletario di Roma, Roma, Edizioni Lavoro, 1981, pp. 15-17.
33 VINCENZO MASTRONARDI – ARMANDO PALMEGIANI – FABIO SANVITALE, Sangue sul Tevere. Storie di serial killer, valigie e canari, Roma, Sovera Edizioni, 2014, p. 47.
34 MARIA IMMACOLATA MACIOTI, La Magliana nuova a Roma, «La Critica Sociologica», No. 68, 1983-1984, p. 44.
35 COMITATO DI QUARTIERE (a cura di), La Magliana, vita e lotte di un quartiere proletario, Milano, Feltrinelli, 1977, p. 37.
36 COLLETTIVO STUDENTESCO DELLA MAGLIANA (a cura di), Scuola alla Magliana. Ragazzi e ragazze delle medie si organizzano in collettivo e lottano per una scuola diversa, Pistoia, Cooperativa Centro Documentazione, 1977, p. 15.
37 Il Comune sotto accusa per casa, scuole e verde, «l’Unità», 4 maggio 1972.
38 Magliana: per 50.000 abitanti solo una media e un’elementare, «l’Unità», 12 ottobre 1975; Caricati gli studenti che chiedono la scuola, «Il Messaggero», 3 marzo 1976; Vogliono una scuola al posto dei capannoni, «Paese Sera», 7 aprile 1976.
39 BRUNO POGGIO, Invece del parco sette residenze e supernegozi, «Il Messaggero», 19 febbraio 1976.
40 MILIOTTI – SCHIATTARELLA, Per un sistema di parchi attrezzati, cit., p. 104.
41 Magliana: ecco come la DC e i costruttori hanno «inventato» un quartiere illegale, «l’Unità», 19 febbraio 1972.
42 BRUNO BONOMO, Le lotte per la casa alla Magliana negli anni Settanta, in VITTORIO VIDOTTO (a cura di), Contributi allo studio delle trasformazioni urbane e della proprietà immobiliare a Roma dopo il 1870, «Dimensioni e problemi della ricerca storica», Vol. XVII, No. 1, 2005, p. 176.
43 MARCELLONI, Roma: momenti della lotta per la casa, in cit., p. 105.
44 Perché si è sviluppata l’epatite alla Magliana, «l’Unità», 6 settembre 1973.
45 LUTTE, Dalla borgata di Prato Rotondo, cit., p. 13; COMITATO DI QUARTIERE (a cura di), La Magliana, cit., pp. 38-41.
46 MACIOTI, La Magliana nuova a Roma, cit., p. 51.
47 Peraltro, Lutte era stato uno degli ispiratori e fondatori del Centro di Cultura proletaria.
48 Ivi, pp. 135-136.
49 LUTTE, Dalla borgata di Prato Rotondo, cit., pp. 20-21.
50 COLLETTIVO STUDENTESCO DELLA MAGLIANA (a cura di), Scuola alla Magliana, cit., p. 19.
51 LUTTE, Giovani invisibili, cit., p. 138.
52 GIUSEPPE GIUNTI, Funzione preparatoria di un’inchiesta tra la popolazione giovanile della Magliana. Indicazioni Teologico-Pastorali, Roma, Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura “Seraphicum”, 1974, p. 15.
53 Ivi, p. 41.
54 Ivi, pp. 103-104.
55 ENZO D’ARCANGELO, La droga nella scuola. Inchiesta tra gli studenti di Roma, Torino, Einaudi, 1980, p. 58.
56 GERARD LUTTE, Adolescenza e gioventù: fasi naturali dello sviluppo umano o istituzioni socio-economiche di emarginazione e sfruttamento?, in AA.VV., La condizione giovanile. Introduzione critica alla psicologia degli adolescenti e dei giovani, Pistoia, Cooperativa Centro Documentazione, 1980, p. 62.
57 COLLETTIVO STUDENTESCO DELLA MAGLIANA (a cura di), Scuola alla Magliana, cit., p. 62.
58 Roma: banditi rapinano un ufficio postale feriscono il direttore e fuggono senza soldi, «La Stampa», 23 gennaio 1974; Roma: assalita di notte una caserma. Raffiche di mitra contro i carabinieri, «La Stampa», 1 dicembre 1974.
59 Requisitoria dei pubblici ministeri di Bologna Libero Mancuso e Attilio Dardani, 13 maggio 1986. Cit. in GIANNI FLAMINI, La banda della Magliana. Storia di una holding politico-criminale, Kaos, Milano 2002, p. 31. Per quanto concerne la bibliografia sulla storia della banda della Magliana cfr. GIOVANNI BIANCONI, Ragazzi di malavita. Fatti e misfatti della banda della Magliana, Milano, Dalai Editore, 2005; ANGELA CAMUSO, Mai ci fu pietà. La vera storia della banda della Magliana da 1977 ai giorni nostri, Roma, Castelvecchi, 2012; OTELLO LUPACCHINI, Banda della Magliana. Alleanza tra mafiosi, terroristi, spioni, politici, prelati, Roma, Koinè, 2005; PINO NICOTRI, Cronaca criminale. La storia definitiva della banda della Magliana, Milano Dalai Editore, 2010; SABRINA MINARDI – RAFFAELLA NOTARIALE, Segreto criminale. La vera storia della banda della Magliana, Roma, Newton Compton, 2010.
60 CORTE D’APPELLO DI PERUGIA, Sentenza di secondo grado, 17 novembre 2002, p. 101.
61 GIUSEPPE RINALDI, Intervista a Maurizio Abbatino, «Chi l’ha visto?», 7 novembre 2005.
62 TPR, Sentenza-ordinanza, cit., p. 64.
63 XIV LEGISLATURA, Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare, 6 maggio 2003, p. 12.
64 TPR, Sentenza-ordinanza, cit., p. 114.
65 XIV LEGISLATURA, Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare, 18 gennaio 2006, pp. 430-431.
66 CORTE D’ASSISE DI PERUGIA, Sentenza di primo grado, 24 settembre 1999, pp. 343, 348.
67 Nel 1979 si celebrò il processo alla banda dei Marsigliesi. Dei 37 imputati (tra cui vi era Abbruciati) vennero condannati soltanto i componenti storici della banda Albert Bergamelli, Jacques Berenguer e Maffeo Bellicini. Vedi FLAMINI, La banda della Magliana, cit., p. 16.
68 Allora il personaggio non era noto come poi lo sarebbe divenuto in seguito. Testo ricavato da CORTE D’ASSISE DI ROMA, Sentenza di primo grado, 23 luglio 1996. Cit. in FLAMINI, La banda della Magliana, cit., p. 151.
69 Interrogatorio di Antonio Mancini al giudice istruttore di Roma Otello Lupacchini, 29 aprile 1994. Cit. in TPR, Sentenza-ordinanza, cit., p. 64. Sulla nascita della banda si veda ANTONIO MANCINI – FEDERICA SCIARELLI, Con il sangue agli occhi, Milano, Rizzoli, 2007, pp. 47-52.
70 Interrogatorio di Antonio Mancini al giudice istruttore di Roma Otello Lupacchini, 29 aprile 1994. Cit. in TPR, Sentenza-ordinanza, cit., p. 65.
71 FLAMINI, La banda della Magliana, cit., pp. 21-31.
72 LUCIANO CURINO, Rapito ieri sera a Roma il duca Massimiliano Grazioli, «La Stampa», 8 novembre 1977; Rapito nella sua tenuta da cinque uomini armati, «l’Unità», 8 novembre 1977; Il duca Grazioli rapito da cinque armati, «Il Messaggero», 8 novembre 1977.
73 Nel 2015 il gioielliere Roberto Giansanti ha sostenuto che anche il suo sequestro di persona, avvenuto a Roma il 16 maggio 1977, venne effettuato dalla banda della Magliana. Di tale rapimento, tuttavia, la banda non fu mai incriminata. Su tale argomento cfr. ROBERTO GIANSANTI – RAFFAELLA PERLEONARDI, Il sequestro Giansanti, 16 maggio 1977. Quando a Roma la banda della Magliana rapiva il gioiellliere, Tavernelle, David and Matthaus, 2015.
74 FLAMINI, La banda della Magliana, cit., p. 30.
75 RINALDI, Intervista a Maurizio Abbatino, cit. Flaminio Piccoli era onorevole della Dc. Sul covo di via Montalcini e sul ruolo della banda della Magliana nel sequestro di Aldo Moro cfr. SERGIO FLAMIGNI, La prigione fantasma. Il covo di via Montalcini e il delitto Moro, Milano, Kaos, 2009.
76 SERGIO DE RISI, La moglie ha gridato vendetta ammonendo: So chi ti ha ammazzato, «Il Messaggero», 27 luglio 1978; Ucciso a revolverate davanti all’ippodromo, «l’Unità», 26 luglio 1978.
77 Interrogatorio di Maurizio Abbatino al giudice istruttore di Roma Otello Lupacchini, 25 novembre 1992. Cit. in TPR, Sentenza-ordinanza, cit., p. 86.
78 BIANCONI, Ragazzi di malavita, cit., pp. 75-90.
79 XIV LEGISLATURA, Commissione parlamentare sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare, 27 maggio 2003, pp. 9-10.
80 ELENA BIANCHINI – SANDRA SICURELLA, Progettazione dello spazio urbano e comportamenti criminosi, «Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza», Vol. VI, No. 1, 2012, pp. 79-80.
81 Su tale argomento cfr. TULLIO BANDINI – UBERTO GATTI – BARBARA GUALCO – DANIELA MALFATTI – MARIA IDA MARUGO – ALFREDO VERDE, Criminologia. Il contributo della ricerca alla conoscenza del crimine e della reazione sociale, Voll. I-II, Milano, Giuffrè, 2004.
82 FRANCESCO CARRER, Struttura urbana e devianza: i dati della ricerca, in TULLIO BANDINI – GIACOMO CANEPA (a cura di), Città e criminalità. Ricerca sul rapporto tra criminalità, controllo sociale, e partecipazione, Milano, FrancoAngeli, 1984, p. 39.
83 HOBSBAWM, Bandits, cit., p. 21.
84 BIANCHINI – SICURELLA, Progettazione dello spazio urbano, cit., p. 82.
85 ALISON JAMIESON, Le organizzazioni mafiose, in LUCIANO VIOLANTE (a cura di), Storia d’Italia, La criminalità, vol. 12, Torino, Einaudi, 1997, p. 462.