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30 dicembre 2015

Le mutilazioni dei genitali femminili

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 Laura Sugamele

Retaggio storico di una pratica patriarcale?

 

Classificazione, distribuzione geografica e conseguenze delle MGF

La mutilazione genitale femminile comprende varie tipologie di pratiche escissorie dei genitali. Questa pratica prevalente in Africa sub-sahariana, presente anche nei paesi di religione islamica e di cui sono vittime donne e bambine, ha nefasti risvolti fisici e psicologici. Attualmente, le MGF rappresentano uno degli ambiti di azione su cui la Comunità internazionale si sta concentrando ormai da anni, al fine di divulgare informazioni sui problemi connessi a tale pratica e, sul fatto che essa è strettamente radicata ad una violenza costante e ad un controllo che un certo tipo di società tribale, ancora oggi, attua ed impone sul corpo della donna.

La realtà nella quale le donne nascono, crescono e vivono, soprattutto in alcuni paesi come Nigeria, Egitto, Somalia, Etiopia, Eritrea, Afghanistan e Yemen, è caratterizzata sia dall’eventualità dell’essere sottoposte alla pratica mutilatoria genitale, sia dall’emarginazione e solitudine, violenze fisiche, matrimoni precoci, gravidanze ed aborti in età adolescenziale. Quando si parla di pratica mutilatoria genitale ci si riferisce alla parziale o totale eliminazione dell’apparato genitale, che causa una evidente modifica del profilo anatomico e di quello funzionale. Nello specifico, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), le donne che nel mondo sarebbero state vittime di una pratica così brutale, sono più di centotrenta milioni, considerando che è molto difficile stimare degli indicatori precisi, dato che le mutilazioni dei genitali vengono praticate nel segreto e nel non visibile ambito della sfera familiare, che è la principale colpevole di mantenere inalterata la prosecuzione di una tale barbarie. Oltretutto, nei paesi africani, specialmente quelli islamici, presentano una elevata incidenza di spose bambine, situazione che aggrava notevolmente la vita delle donne caratterizzata da mortalità provocata da complicanze in gravidanza e durante il parto, anche a causa di terribili condizioni non igieniche.1 La classificazione dell’OMS ha individuato quattro differenti tipologie di mutilazioni genitali:

Tipo I. Circoncisione femminile: asportazione della punta del clitoride, pratica che prevede la fuoriuscita simbolica di sette gocce di sangue;

Tipo II. Escissione: asportazione del clitoride o escissione con taglio totale o parziale delle labbra;

Tipo III. Infibulazione: asportazione del clitoride con scarificazione delle grandi labbra che vengono fatte aderire e cicatrizzare insieme, a cui segue la cucitura della vulva;

Tipo IV. Non classificato: rientrano tutte quelle pratiche che causano danni irreparabili agli organi genitali femminili come perforazione o incisione del clitoride e della vagina o intrusione di sostanze corrosive nella vagina per produrre una emorragia al fine di restringerla.

Queste pratiche dannose colpiscono, in egual misura, sia le bambine e le donne in Africa e in Medio Oriente che quelle delle comunità di immigrati nei paesi industrializzati.2     La MGF è presente anche in alcuni paesi asiatici come l’Indonesia e la Malesia. È da rilevare che le modalità di esecuzione e l’età delle bambine alle quali viene praticata la MGF sono differenti. Ad esempio, in Somalia viene praticata sulle bambine, in Nigeria e Yemen sulle neonate e in Uganda sulle adolescenti. In generale, sono gli stessi genitori che insieme alle pressioni sociali dell’intera comunità, acconsentono con volontà e convinzione a sottoporre a tale pratica la propria figlia. Non mancano anche situazioni diverse nell’età in cui viene effettuata la pratica mutilatoria, ovvero al momento del matrimonio, in gravidanza o durante il parto.3

Grazie agli interventi della politica internazionale e di ONG che sono intervenute nei territori interessati, al fine di divulgare campagne informative sui pericoli conseguenti nell’effettuare le MGF, sono state introdotte leggi che le vietano come il Violence Against Persons Prohibition Act approvata in Nigeria il 25 maggio 2015 e che alla sezione sesta della legge, prevede la punizione con la detenzione fino a quattro anni e con sanzione pecuniaria, per tutti coloro che sono colpevoli di aver commesso mutilazioni genitali contro le donne. In Gambia, anche il presidente Yahya Jammeh ha affermato l’intenzione di porre finalmente un divieto alle MGF e che tale provvedimento avrà effetto immediato. Tuttavia, questi cambiamenti positivi stanno producendo di converso un aumento di tale pratica nella clandestinità, in quanto i genitori sono costretti ad agire nell’immediato e ciò sta causando un notevole abbassamento dell’età delle bambine sottoposte alla MGF, con conseguente elevato rischio di mortalità.

La pratica mutilatoria dura 15 o 20 minuti circa e viene effettuata da una donna anziana della comunità, detta mammana. Chiaramente, la mammana non ha alcuna conoscenza sanitaria o medica, tant’è che durante l’operazione vengono adoperati coltelli o lamette e lasciato solo un foro per consentire la fuoriuscita del sangue mestruale e dell’urina. Gli strumenti inoltre non sono nemmeno sterilizzati e durante l’operazione non si usano anestetici. Solo negli ultimi anni è stato richiesto l’intervento di personale sanitario come ostetriche, infermieri e medici. La crudeltà che inconsapevolmente i genitori e la comunità infliggono alla bambina, comporta durante la crescita oltre che disturbi psichici, complicanze molto gravi dal punto di vista sanitario come cistiti, ritenzione urinaria e infezioni vaginali. Ulteriori problemi insorgono durante il parto, in quanto si deve procedere con una deinfibulazione per consentire al bambino di uscire per non lacerare la madre. In questo caso, dato che i tessuti cicatriziali non sono per nulla elastici a causa della mutilazione genitale, è frequente che nella donna insorgano problemi ginecologici vari, come incontinenza urinaria e fecale o addirittura il prolasso uterino. Nella donna sottoposta alla pratica mutilatoria, possono manifestarsi problemi sessuali come la frigidità e, in particolare, evidenti difficoltà nei rapporti sessuali causati dall’irrigidimento dei tessuti della vagina, condizione che provoca un terribile dolore e, in generale, problemi psicologici e comportamentali, ansia, disturbi del sonno, incubi, depressione. Alla luce di queste osservazioni, è importante considerare che le MGF sono uno strumento per lacerare o impedire una normale vita sessuale femminile che, in questo modo, viene allineata con l’unica funzione socialmente valida: il progetto procreativo, in un contesto come ad esempio quello africano, dove una prole numerosa rappresenta un patrimonio ed è simbolo di appartenenza alla comunità.

 

Ridefinizione della femminilità

La mutilazione dei genitali femminili ha origini egiziane parallelamente alla circoncisione maschile raffigurata in alcuni rilievi della tomba egiziana di Ankh-Ma-Hor (sesta dinastia, 2340-2180 a.C.). A documentare l’esistenza di queste due pratiche fu Erodoto, secondo il quale l’escissione genitale femminile veniva praticata oltre che dagli Egiziani anche dai Fenici, dagli Ittiti e dagli Etiopici. Storicamente non esistono, comunque, evidenze che dimostrino una connessione tra la religione e la diffusione delle MGF. È, invece, probabile che la sua diffusione sia da ricondurre a pratiche tribali che hanno nella costituzione dell’identità di genere, dei rapporti maschili e femminili, la propria definizione sociale come una forma simbolica ma anche materiale del passaggio definitivo della ragazza dall’età della fanciullezza a quella adulta, fase con la quale diventa effettivamente una donna attraverso la manipolazione fisica del corpo.4 Questa manipolazione fisica costringe le bambine ad una modifica dei movimenti del corpo, a causa delle ferite subite, nuova condizione che le induce ad assumere una andatura lenta e flessuosa.

Quando si riflette sulle motivazioni che sono alla base del persistere delle MGF, si tende a collegare la problematica come conseguenza di una cultura patriarcale che impone alle donne tale pratica. È, invece, interessante osservare che si tratta di una ritualità complessa e segreta che si trasmette di madre in figlia, da generazioni ad altre generazioni di donne.5 Secondo l’antropologa sierraleonese Fuambai Sia Ahmadu, in un saggio intitolato Rites and Wrong: an insider/outsider reflects on power and escision, afferma che alcune donne sottoposte all’escissione, avrebbero assunto una visione essenzialmente negativa con conseguente timore ad attuarla, in quanto hanno interiorizzato il messaggio occidentale sulla pratica, tanto da essere indotte «a lamentarsi della mancanza del clitoride generando così frustrazione».6

Alla base di questa tesi, verrebbe spiegata che l’immagine negativa delle MGF sarebbe da imputare alla cultura occidentale, la quale individua le pratiche mutilatorie criticamente attraverso il suo punto di vista, non alla pratica in sé, che molte donne accettano di perpetuare.7 Il termine MGF sarebbe per lo più un’espressione fondata su canoni occidentali.8

Questa espressione non viene, in effetti, adoperata nemmeno da quelle donne che ad esempio prendono le distanze da tale pratica. Le somale, si riferiscono alla mutilazione con il termine cucitura, dove l’enfasi è sul cucire o sul chiudere che preserva l’illibatezza, a differenza per noi che associamo le MGF al peggiorare, menomare, deformare e asportare parti genitali.9 Di converso, il significato culturale che le MGF hanno nei paesi dove vengono praticate è quello di una forma di intervento estetico, che serve a migliorare il corpo della donna eliminando il clitoride, identificato con la parte maschile dei genitali femminili e, nel caso dell’infibulazione, a togliere le parti molli residuali, al fine di ridefinire il profilo estetico fondato su un canone di bellezza e purezza socialmente accettato dalla comunità.10 All’interno delle comunità tribali viene accettata non solo la credenza che la manipolazione e l’eliminazione dei genitali siano utili per un aumento della bellezza nelle donne, ma, addirittura, che il clitoride produca sostanze sgradevoli e dal cattivo odore e, dunque, le forme di escissione possono essere collegate a una questione di igiene e pulizia. In una prospettiva sociologica, invece, si può affermare che le MGF rappresentano un rito di passaggio, una transizione, un cambiamento della bambina a donna finalmente pronta al matrimonio. Questo processo dapprima privato che coinvolge solo le donne che la praticano e la ragazza che la subisce, diventa in seguito collettivo, in quanto ad operazione conclusa vi è il riconoscimento sociale dell’intera comunità.

L’argomento del rito è dunque considerato fondamentale, sia all’interno dei rapporti intra-familiari sia nell’intera comunità, in quanto rappresenta una condizione definitiva che rende una donna effettivamente tale. Le MGF che nelle società tribali hanno il significato di passaggio obbligatorio all’età adulta e dell’accettazione sociale della ragazza, viene individuata anche attraverso specifiche denominazioni linguistiche. La più comune okukyàlira ensìko fa riferimento alla boscaglia dove avviene il primo intervento, da parte della zia paterna, la ssenga e della jaja, la nonna. È così che, una volta terminata l’operazione la ragazza diventa vera donna, ovvero baganda, termine che sta per donna accogliente e rispettosa per il futuro marito.11

La pratica mutilatoria viene quindi individuata come rito di passaggio, che demarca il ruolo sociale tra una donna sottoposta alla modifica dei genitali e che ha ottenuto il riconoscimento da un lato, e la stigmatizzazione di una donna non ancora modificata o trasformata e che risulta essere priva dello status sociale atto all’aver accesso all’istituzione del matrimonio, dall’altro.

 

MGF: costruzione dell’identità di genere

Considerando che molte donne di religione islamica vengono sottoposte alla pratica mutilatoria genitale, non vi è nessun fondamento storico o culturale che motivi un qualche collegamento tra la pratica e tale religione. Le MGF, infatti, possono essere praticate anche su donne di religione ebraica o cristiana o che appartengono alle cosiddette religioni animiste.12

Le MGF sono da individuare come un atto obbligatorio, che determina le relazioni e gli scambi sociali su cui l’intera comunità definisce il proprio assetto istituzionale. Il loro radicamento, soprattutto nelle società africane, si spiega antropologicamente, come ritualità complessa di pratiche che hanno la loro definizione simbolica nella costruzione dell’identità di genere e nell’appartenenza etnica. In tal senso, la relazione sociale e comunitaria si stabilisce a partire dal significato che il corpo assume e che, pertanto, è suscettibile di miglioramento. Le MGF diventano quindi strumenti di costruzione identitaria.13

«La costruzione di un Sé nettamente differenziato tra uomo e donna e incarnato in corpi diversi non è ovviamente qualcosa che si verifica solo in Africa».14 Difatti, «con sfumature che variano l’una dall’altra, ogni società trasforma la sessualità biologica in una costruzione culturale differenziando il maschile dal femminile per decidere delle rispettive appartenenze di genere».15 In quest’ottica, le MGF sono lo strumento simbolico del passaggio di status sociale, in quanto incidendo materialmente sul corpo, orientano al contempo, l’appartenenza di genere. Alla luce di questa osservazione, la prospettiva della costruzione soggettiva del corpo, è correlata al concetto del corpo come di un testo leggibile, sul quale possono essere scritti diversi significati e valori condivisi e riconosciuti dai soggetti della comunità. Pertanto, la costruzione dell’immagine corporea è connessa non solo alla storia del singolo individuo, bensì all’elemento sociale che incide su di esso.16 È da sottolineare, inoltre, che le MGF rappresentano un elemento cardine per l’accesso al matrimonio in Africa, in quanto contribuiscono nel regolare le risorse e la rete delle relazioni sociali. Il matrimonio in Africa non è altro che una unione fondata su un contratto stipulato tra due famiglie, le quali decidono l’ammontare della ricchezza della ragazza, che lo sposo ha l’obbligo di versare alla famiglia della futura moglie. Dal momento che il prezzo della sposa è anche riferito alla condizione di purezza e di fertilità, risulta che la funzione delle MGF è strettamente connessa alla salvaguardia della castità delle donne e alla procreazione della prole.17

L’evento della mutilazione viene interiorizzato dalle donne passivamente, sin dall’infanzia, in quanto resta celato nell’ambito del privato familiare, nel senso che esse dopo averla subita, non ne parlano volentieri, forse anche per il trauma e il dolore fisico ed interiore che le accompagnerà per il resto della vita. Tuttavia, la mutilazione è considerata una tappa necessaria sia a livello individuale che a livello socio-culturale.    È importante quindi comprendere, quanto il significato del corpo sia aderente al contesto storico di riferimento e alle rappresentazioni culturali e normative. In tal senso, i comportamenti, la fisiologia e la morfologia del corpo vengono a delinearsi come risultati dell’organizzazione sociale. Le MGF vengono dunque effettuate alle donne per ragioni identitarie e culturali, o per motivi sociali che prescrivono il controllo della sessualità delle donne, le quali devono arrivare illibate al matrimonio, evitando un eventuale adulterio connesso a un desiderio femminile non adeguatamente controllato. Da questo punto di vista, il corpo per il soggetto è «crocevia tra interiorità ed esteriorità ed il mezzo di comunicazione intersoggettiva».18

La dimensione corporea diventa il luogo in cui si definisce la storia individuale del soggetto, in quanto l’individuo interiorizza la propria cultura mediante il corpo che, al contempo, costruisce l’identità personale e sessuale nel suo rapportarsi con i membri del gruppo sociale. Nel rapporto Io-Altro, si costituisce l’incontro identitario e psico-sessuale del soggetto con l’altro individuato come differente da noi, ma anche come complementare. Detto ciò, le MGF si riferiscono a un preciso ordine simbolico radicato culturalmente e nell’espressione corporea, quale parte di un meccanismo di inclusione ed esclusione sociale che viene condiviso proprio dalle donne.19

 

Note
[1] Cfr., Morrone. A. “et. al”, Sessualità e culture. Mutilazioni genitali femminili: risultati di una ricerca in contesti socio-sanitari, a cura di Aldo Morrone e Alessandra Sannella, Franco Angeli, Milano, 2010, p. 34.
[2] Cfr., UNICEF, Cambiare una convenzione sociale dannosa: la pratica dell’escissione/mutilazione genitale femminile, p. 9, disponibile all’indirizzo <http://www.unicef-irc.org/publications/pdf/fgm-i.pdf> il 30/11/2015.
[3] Cfr., Linee guida destinate alle figure professionali sanitarie nonché ad altre figure professionali che operano con le comunità di immigrati provenienti da paesi dove sono effettuate le pratiche di mutilazione genitale femminile per realizzare una attività di prevenzione, assistenza e riabilitazione delle donne e delle bambine già sottoposte a tali pratiche, p. 6, disponibile all’indirizzo <http://www.salute.gov.it/imgs/c_17_pubblicazioni_769_allegato.pdf> consultato il 30/11/2015.
[4] Cfr., Primi A. “et. al”, La condizione della donna in Africa Sub-sahariana. Riflessioni geografiche, libreriauniversitaria.it., Padova, 2011, p.140.
[5] Cfr., ibidem.
[6] Mmaka V, The cut. Voci del cambiamento per rompere il silenzio sulle Mutilazioni Genitali Femminili, Edizioni dell’Arco, Tricase, 2015, p.9.
[7] Cfr., ibidem.
[8] Cfr., Sembè Ne O., Moolaadé. La forza delle donne, a cura di D. Colombo e C. Scoppa, Feltrinelli, Milano, 2006, p.64.
[9] Cfr., pp. 64-65.
[10] Cfr., p. 65.
[11] Cfr., Morrone A. “et. al”, Corpi e simboli. Immigrazione, sessualità e mutilazioni genitali femminili in Europa, Armando editore, Roma, 2004, pp. 123-125.
[12] Cfr., Corpi consapevoli: MGF e integrazione nello stato di diritto, a cura di Alessandra E. Forteschi e Oria Gargano, p. 105, disponibile all’indirizzo <http://lnx.befreecooperativa.org/wordpress/wp-content/uploads/2012/03/Corpi_Consapevoli_-_ISTISSS_def.pdf>, consultato il 11/12/2015.
[13] Cfr., p. 106.
[14] Vegetti Finzi S. “et. al”, La cura delle donne, a cura di Rossella Bonito Oliva, Meltemi editore, Roma, 2006, p. 337.
[15] Ibidem.
[16] Cfr., Lombardi L., Società, culture e differenze di genere: percorsi migratori e stati di salute, Franco Angeli, Milano, 2005, p. 66.
[17] Cfr., AIDOS, Tahara. Un cortometraggio per promuovere l’abbandono delle mutilazioni dei genitali femminili/escissione, pp. 13-14, disponibile all’indirizzo < http://www.aidos.it/files/1264501163Tahara%20guida%20alla%20discussione.pdf>, consultato il 11/12/2015.
[18] Barbieri C. “et. al”, Il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili fra cultura, sessualità e distruttività, p. 26, in Rassegna Italiana di Criminologia Anno V n° 1/2011.
[19] Cfr., ibidem.
 
 
Bibliografia
AIDOS, Tahara. Un cortometraggio per promuovere l’abbandono delle mutilazioni dei genitali femminili/escissione, disponibile all’indirizzo < http://www.aidos.it/files/1264501163Tahara%20guida%20alla%20discussione.pdf>.
Barbieri C. “et. al”, Il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili fra cultura, sessualità e distruttività, in Rassegna Italiana di Criminologia Anno V n° 1/2011.
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Lombardi L., Società, culture e differenze di genere: percorsi migratori e stati di salute, Franco Angeli, Milano, 2005.
Mmaka V, The cut. Voci del cambiamento per rompere il silenzio sulle Mutilazioni Genitali Femminili, Edizioni dell’Arco, Tricase, 2015.
Morrone A. “et. al”, Corpi e simboli. Immigrazione, sessualità e mutilazioni genitali femminili in Europa, Armando editore, Roma, 2004.
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