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30 dicembre 2015

Il senso del sacro nella fenomenologia del peccato originale

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Danilo Campanella

Il sacro è un elemento della struttura della coscienza, legata allo sforzo compiuto dalla persona per ritrovare la sua origine, attraverso una visione del mondo, della vita e della storia che abbia un significato più ampio, che non finire in se stessa. Il più antico tentativo di ritrovare questa origine si trova nei testi sacri delle grandi religioni. Tuttavia, il senso del sacro é legato, soprattutto nella tradizione giudaico-cristiana, al tema della ribellione, della colpa, in una parola sola del peccato. Non un peccato qualunque, ma il primo.

Nel creare l’uomo, colui che conosciamo come « Dio » lo costituì in uno stato di santità e giustizia, offrendogli la grazia di un’autentica partecipazione alla sua vita divina (cfr. Catechismo , 374, 375). Così la Tradizione, nel corso dei secoli, ha descritto la vita dell’uomo nel Giardino di Eden, un luogo di comunione tra il Creatore e le sue creature « fabbricate » a immagine e somiglianza del Padre. La creazione non è “neutra” rispetto alla comunione con il Creatore, ma è orientata ad essa. Gli uomini erano liberi, erano « nudi » e non ne provavano vergogna. Non avevano bisogno di lavorare, e godevano dei frutti che la terra produceva da sé, senza bisogno di alcun artificio.

La Scrittura parla di una guerra intercorsa precedentemente, tra il Creatore e alcuni suoi messaggeri, in principio buoni, perché in piena comunione col suo volere, poi ribellatisi a lui e quindi caduti in disgrazia. A questo primo « incidente » ne segue un secondo, quello degli uomini, tentati dal Nemico del Creatore ; essi subirono l’influenza di chi è «omicida fin da principio […] e padre della menzogna» ( Gv 8, 44). Per secoli la teologia giudaico-cristiana si é incentrata sul tema della redenzione annessa alla logica conseguenza di un errore che, in senso morale, viene chiamato « colpa ». Come lavarsi ha utilità se si é sporchi, cosi’ redimersi ha senso soltanto se prima si é colpevoli, se ci si é « sporcati », avendo poi bisogno di essere ripuliti. L’impossibilità di poter giudicare il prossimo, elevandosi a giudice, sta nel Nuovo Testamento proprio in quella certezza per cui nessuno é senza peccato e, per questo, non può scagliare la « prima pietra ».

Il tema della colpa originaria era così pressante nella cultura religiosa mondiale che ha abbracciato più di un monoteismo, compenetrando il nostro senso del sacro e dandogli una nuova direzione psicologica e teologica. È così forte nella religione cristiana che, ad ogni battesimo, il sacerdote cita il tema della colpa, rassicurando i genitori che col battesimo il loro bambino abbraccia Cristo: colui che, col suo sacrificio, aveva liberato il mondo dal peccato delle origini, a cui sono legati i nostri antenati biblici Adamo ed Eva. Ma non solo. L’argomento del peccato originale è un tema cardine del catechismo, delle predicazioni della Chiesa, degli approfondimenti dottrinali, delle riflessioni di mistici e teologi. Da alcuni decenni, però, questo argomento si é sempre più defilato, non soltanto nelle riflessioni durante il culto, ma anche nei momenti cerimoniali.

Al contrario di Lutero, fedele a un’interpretazione letterale dell’Antico Testamento, che sosteneva una libertà dell’uomo che rimane annullata, e che in tutto ciò che fa c’è il peccato, il Concilio di Trento (1546) ha riconosciuto la rilevanza del battesimo, a livello ontologico, che cancella il peccato originale, pur rimanendo le sue conseguenze. Ma l’uomo è libero nei suoi atti e può guadagnare meriti mediante le opere buone, grazie a un battesimo che cancella realmente il peccato originale (cfr. Catechismo, 405). Il Concilio non decretò che l’uomo fu creato nella grazia di Dio, ma stabilito, evitando la confusione di natura e grazia che, come avrà da spiegare Tommaso d’Aquino, l’una é cio’ che siamo, l’altra é ciò che volgiamo essere: l’azione divina unita alla nostra libertà d’azione.

Per secoli, e ancora oggi, gli studiosi hanno dibattuto sul monogenismo e sul poligenismo dell’essere umano. Dal punto di vista rivelativo, il poligenismo non si concilia con la Rivelazione sul peccato originale (cfr. Pio XII, Enc. Humani Generis , DH 3897), poiché nella בראשית si parla, appunto, di una coppia di progenitori. Nondimeno, si parla anche di altri uomini, presso cui Caino si sarebbe rifugiato, dopo il primo fratricidio della storia. Entrambi i casi si riallacciano al tema della creazione vista sotto un’ottica evolutiva o creazionista. Le due teorie sono entrambe corrette, rivelano la verità sulla nostra origine, per altro già ben documentata nell’Antico Testamento.

Non cambia, però, l’imbarazzo che oggi attanaglia molti credenti, sempre meno convinti di essere figli di un peccato originante e carichi di un peccato originato: impuri in ogni caso. A mio parere l’aver mal compreso, seppur parzialmente, e l’aver dimenticato il tema del peccato originale, é stato non soltanto un grave danno per le religioni, ma anche tutta la cultura « filosofica » successiva, confondendo quindi la differenza fra colpa e senso di colpa, fra danno e rammarico del danno. Fondendo i due temi assieme, non esiste più colpa e, quindi, nessun danno. La portata di queste conseguenze é enorme.

Ma torniamo per un attimo ai nostri progenitori mitologici (nel senso nobile del temine), il primo uomo e la prima donna. Cosa successe quando mancò loro la fiducia nel Creatore, dando ascolto all’« estraneo »? Ebbero accesso alla formula della consapevolezza, ma non fecero in tempo ad accedere a quella della lunga vita. I due alberi erano entrambi nel giardino, e il loro frutto non poteva essere colto dall’uomo perché:

ומעץ הדעת טוב ורע לא תאכל ממנו כי ביום אכלך ממנו מות תמות

« Ma dell’albero del discernere il bene, ed il male non mangiare; perocchè, qualora tu ne mangi devi morire » (Torah, Genesi 2,17).

La coppia di uomini ebbe accesso a quell’albero (non si parla di mela, né di altro) e ne mangiarono il frutto. I loro occhi, in senso metaforico, si aprirono.

« Udirono il rumore del Signore Yahwèh, camminante pel giardino dalla parte del giorno; e 1’uomo e la sua moglie, per timore del Signore Yahwèh, si nascosero tra gli alberi del giardino ». (Torah, Genesi 3,8).

Il creatore, tuttavia, non li uccise, ma anzi gli diede dei vestiti, perché erano nudi ed evidentemente incapaci di indossare altro se non foglie d’albero per nascondere le pudenda:

ויעש יהוה אלהים לאדם ולאשתו כתנות עור וילבשם

“Il Signore Yahwèh fece ad Adamo ed alla sua moglie tonache di pelle, e li vestì ». (Torah, Genesi 3,21).

« Il Signore Yahwèh disse: Ecco, l’uomo è divenuto quasi uno di noi, discernendo il bene ed il male; ora non vorrei che porgesse la mano, e prendesse anche dell’albero della vita, e ne mangiasse, ed avesse a vivere sempre. Il Signore Yahwèh lo mandò fuori del giardino di Eden …” (Torah, Genesi 3,22-23).

(3:22) ויאמר יהוה אלהים הן האדם היה כאחד ממנו לדעת טוב ורע ועתה פן-ישלח ידו ולקח גם מעץ החיים ואכל וחי לעלם

(3:23) וישלחהו יהוה אלהים מגן-עדן לעבד את-האדמה אשר לקח משם

Il Creatore decide quindi di lasciare agli insubordinati le conseguenze della loro scelta: viene fatta la loro volontà. Essi cominciano a provare fatica, dolore e frustrazione. Vivevano in un giardino appositamente creato da Yahwèh ed in cui erano stati messi (e nel quale lo stesso Yahwèh passeggiava), ma ora vanno « fuori » da quel luogo. Si ritrovano, senza alcuna protezione, a doversela cavare da soli.

Una colpa così grande, quella dell’Uomo, da non aver altra punizione sen non quella di lasciarlo a se stesso, com’egli voleva farsi creatore, sul consiglio del Nemico. Come allora, l’uomo postmoderno rifiuta di avere colpe e quindi che vi sia bisogno di rimediarvi: é creatura e creatore al tempo stesso, avulso ad un dio che lo giudichi ed a una religione che lo indottrini. Dio é morto, secondo il filosofo Nietzsche, perché colpa e senso di colpa coincisero e, rifiutate dall’uomo, non si poté che rifiutare anche il dio stesso che le rappresentava. Fu la morte del senso del sacro, la de-sacralizzazione della vita, della storia e del tempo, che continuiamo, soltanto simbolicamente, ad indicare come « avanti Cristo » e « dopo Cristo ».

Nell’Islam, la salvezza viene dall’unico Dio, Colui che è stato annunciato dai profeti e che rappresenta l’unica verità; Egli, per mezzo della sua misericordia, può perdonare ogni persona che sia sinceramente pentita dei suoi errori se nel frattempo abbraccia la fede dell’Islam, la sua legge scritta nel Corano e il suo Profeta. Tutti quelli che sono vissuti prima della venuta del profeta Muhammad non sono condannati, perchè ad ogni nazione venne inviato da Dio un profeta di riferimento, che preparasse i popoli alla venuta dell’unica legge, quella islamica. In tal senso, il giudaismo e il cristianesimo sarebbero stati due passaggi necessari. Coloro che non hanno conosciuto il Corano, ma hanno vissuto secondo i comandamenti della sua Legge, osservati dai popoli « del Libro » saranno salvati. Anche i bambini neonati, ad esempio, morti nella loro innocenza, sia dei musulmani che dei miscredenti, potranno godere del Paradiso dopo la morte, grazie all’infinita giustizia di Dio:

“Chi segue la retta via, la segue a suo vantaggio; e chi si svia lo fa a suo danno; e nessuno porterà il peso di un altro. Non castigheremo alcun popolo senza prima inviar loro un messaggero.”(Corano 17:15)

مَنِ ‌اهْتَدَ‌ى‌ فَإِنَّ‍‍مَا‌ يَهْتَدِي لِنَفْسِ‍‍هِ ۖ ‌وَمَ‍‌‍نْ ضَ‍‍لَّ فَإِنَّ‍‍مَا‌ يَ‍‍ضِ‍‍لُّ عَلَيْهَا‌ ۚ ‌وَلاَ‌ تَزِ‌ر‍ُ‍‌ ‌وَ‌ا‌زِ‌‍رَةٌ‌ ‌وِ‌زْ‌‍رَ‌ ‌أُ‍خْ‍‍رَ‌ى‌ ۗ ‌وَمَا‌ كُ‍‍نَّ‍‍ا‌ مُعَذِّب‍‍ِ‍ي‍‍نَ حَتَّى‌ نَ‍‍بْ‍‍عَثَ ‌‍رَسُولاً

Per quanto riguarda il peccato originale, il Corano racconta che Adamo si pentì, e Dio rivelò a lui le parole con cui pentirsi:

فَتَلَ‍‍قَّ‍‍‍ى‌ ‌آ‌دَمُ مِ‍‌‍نْ ‌‍رَبِّ‍‍هِ كَلِم‍‍َ‍ات‌‍ٍ‌ فَت‍‍َ‍ابَ عَلَ‍‍يْ‍‍هِ ۚ ‌إِنَّ‍‍‍هُ هُوَ‌ ‌ال‍‍تَّوّ‍َ‍‌ابُ ‌ال‍‍رَّحِيمُ

“Adamo ricevette parole dal suo Signore e Allah accolse il suo [pentimento]. In verità Egli è Colui che accetta il pentimento, il Misericordioso.” (Corano 2:37)

Attraverso l’accettazione di Dio del pentimento, il primo uomo biblico venne purificato del peccato che commise. Nel Corano Dio ascrive a Se stesso l’attributo della misericordia e del perdono, sottolineando che la Sua Misericordia perfetta è ben rappresentata dai suoi molti nomi: come il Perdonatore, il Misericordioso:

قُ‍‍لْ يَاعِبَا‌دِي ‌الَّذ‍ِ‍ي‍‍نَ ‌أَسْ‍رَفُو‌ا‌ عَلَ‍‍ى‌ ‌أَ‌نْ‍‍فُسِهِمْ لاَ‌ تَ‍‍‍قْ‍‍‍نَ‍‍طُ‍‍و‌ا‌ مِ‍‌‍نْ ‌‍رَحْمَةِ ‌اللَّ‍‍هِ ‌إِنَّ ۚ ‌اللَّ‍‍هَ يَ‍‍غْ‍‍فِ‍‍ر‍ُ‍‌ ‌ال‍‍ذُّن‍‍ُ‍وبَ جَمِيعا‌‌ ً‌ ‌إِنَّ‍‍‍هُ ۚ هُوَ‌ ‌الْ‍‍غَ‍‍ف‍‍ُ‍و‌رُ‌ ‌ال‍‍رَّحِيمُ

“Dì: ‘O Miei servi, che avete ecceduto contro voi stessi, non disperate della misericordia di Allah. Allah perdona tutti i peccati. In verità Egli è il Perdonatore, il Misericordioso.’” (Corano 39:53)

Se una persona contravviene alla legge di Dio, tutto quello che deve fare è pentirsi sinceramente: Adamo ha peccato, ma questo è stato cancellato attraverso il di lui pentimento.

Nel Corano vi è anche un passaggio interessante, che rivela ciò che avvenne tra gli angeli quando Dio annunciò la creazione degli esseri umani che, tuttavia, nella libertà e nell’imperfezione avrebbero peccato:

وَ‌إِ‌ذْ‌ قَ‍‍‍الَ ‌‍رَبُّكَ لِلْمَلاَئِكَةِ ‌إِنِّ‍‍ي جَاعِل‌‍ٌ‌ فِي ‌الأَ‌رْ‍ضِ خَ‍‍لِيفَة‌ ً‌ ۖ قَ‍‍الُ‍‍و‌ا‌ ‌أَتَ‍‍جْ‍‍عَلُ فِيهَا‌ مَ‍‌‍نْ يُفْسِدُ‌ فِيهَا‌ ‌وَيَسْفِكُ ‌ال‍‍دِّم‍‍َ‍ا‌ءَ‌ ‌وَنَحْنُ نُسَبِّحُ بِحَمْدِكَ ‌وَنُ‍‍قَ‍‍دِّسُ لَكَ ۖ قَ‍‍‍الَ ‌إِنِّ‍‍‍ي‍ ‌أَعْلَمُ مَا‌ لاَ‌ تَعْلَمُونَ

“E quando il tuo Signore disse agli Angeli: “Porrò un vicario sulla terra”, essi dissero: “Metterai su di essa qualcuno che vi spargerà la corruzione e vi verserà il sangue, mentre noi Ti glorifichiamo lodandoTi e Ti santifichiamo?”. Egli disse: “In verità, Io conosco quello che voi non conoscete.” (Corano 2:30)

Nel Corano il peccato di Adamo non passa, ovviamente, come nella tradizione cristiana, attraverso una macchia che si toglie soltando col battesimo o con una formula d’accettazione della legge di Dio.

I Profeti non hanno accennato direttamente alla questione del peccato originale come di un qualcosa che sarebbe stata tramandata nelle generazioni a venire. La nozione di “peccato originale” è stata introdotta da Paolo di Tarso e, successivamente, esposta dai teologi cristiani. Attraverso i concili, è stata poi accettata, per tradizione.

Il concetto di peccato originale non ha fondamento nelle scritture precedenti, considerate come divine dal cristianesimo. Nessuno dei Profeti prima di Gesù era noto per aver predicato questo concetto, piuttosto, la salvezza è stata ottenuta attraverso la fede in un Unico Dio e l’obbedienza ai Suoi comandamenti, predicata da tutti i profeti dell’Antico Testamento, incluso il Profeta dell’Islam, Muhammad, nel grande monoteismo successivo a quello giudaico-cristiano.

Si viene salvati solo se si é perduti. Un uomo che non crede di aver bisogno di salvezza, é totalmente introflesso su se stesso, avulso a qualsiasi trascendente e, quindi, su di una fondazione sacrale dell’esistenza. Il senso del sacro non può esservi, quindi, senza una concezione metafisica che si forma nel nostro percorso interiore, come uomini e donne operanti del mondo. E probabilmente le nevrosi hanno origine dalla mancanza del senso del sacro, dall’incapacità (o il rifiuto) di scegliere fra la vita e la morte, fra l’infinito e il finito, Gesù e Barabba, Dio o il mondo.

La rimozione dei significati e dei significanti del « peccato originale » ha diviso l’Uomo (non a caso Satana, oltre che il Nemico, é Colui che divide), trasformandolo in un essere sconosciuto a se stesso, schizofrenico, disadattato, insicuro ed eternamente frustrato.

Far coincidere il senso di colpa con la colpa, significa gettare sia il problema che la sua percezione, credendo che, eliminata la seconda, si elimini il primo: equivale a credere che, eliminando il dolore (ad esempio con un’aspirina), si elimini il male, credenza non poco diffusa nella nostra quotidianeità, in cui le aspirine si sprecano, ma i problemi rimangono.