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10 settembre 2015

Da Homo Sapiens ad Homo Videns: come le immagini hanno plasmato l’essere umano

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di Danilo Campanella

L’essere umano migliaia di anni fa, non sappiamo precisamente quando, è passato dal vivere dalla comunità alla società. Da quando la società ha succeduto alla comunità per mezzo del passaggio dalla tribù a nuclei complessi di persone, alcuni uomini hanno avuto la forza di imporsi come governanti, ed hanno visto da subito come l’urgenza più impellente fosse quella di controllare la massa dei sudditi.

Se nelle comunità tutti “ubbidivano” l’uno all’altro spinti da legami agapici, di parentela o di amicizia, nella società fu presto chiaro che non ci si poteva guardare più solo tra parenti, amici o conoscenti, ma soprattutto tra sconosciuti, data la vastità dei nuclei sociali, tanto che, per sedare le dispute e prevenire la prepotenza del più forte sul debole, occorse la legge scritta. Essa, per secoli,  prese forma in codici sempre più complessi fino a diventare Diritto.

L’uomo che si andò a costruire durante il passaggio dalla comunità alla società era un uomo molto diverso. Diverso perché in lui intervenivano schemi artificiali e complessi, costruiti prima dalla naturale convivenza che li andava a modificare, poi, con la complessità sempre maggiore delle società (non di meno l’aumento demografico), costruiti dal direttorio proprio di quell’ambiente sociale; non più un consiglio di villaggio, ma un vero e proprio governo.

Ogni governo ha così plasmato l’uomo a sua immagine, utilizzando una matrice comune, politica, religiosa, ideologica, per attuare i primi rudimentali meccanismi del controllo di massa. Le monarchie aristocratiche utilizzando leggi, codici, ed un vero e proprio linguaggio, costruirono un certo tipo di essere umano, con una sua peculiare antropologia, e così fecero le teocrazie ed i governi ideologici. Nel mondo romano, governato dal Diritto, l’uomo doveva essere combattivo, patriota, pratico, tollerante. Nel mondo medievale, dominato dalla doppia dottrina del trono e dell’altare, vi furono due caratteri peculiari: il cavaliere e il frate. L’uomo che venne plasmato allora fu insieme fedele, devoto, idealista, intollerante.

Senza soffermarsi troppo nel dettaglio possiamo osservare lo stesso meccanismo in epoche successive. In tempi moderni il capitalismo entrò in crisi, come secoli prima il cattolicesimo. La religione occidentale si trovò dinanzi Lutero e la sua Riforma, così creò i gesuiti. La controriforma del capitalismo, se così si può dire, ebbe luogo quando il socialismo cominciò a farsi strada, sempre di più, nel panorama geopolitico; così il capitalismo creò il fascismo, anzi, i fascismi, che poi gli sfuggiron loro di mano, come precedentemente anche la Compagnia di Gesù era diventata fin troppo egemonica da costringere la Chiesa alla sua soppressione nel 1773 con la Dominis ac Redemptor di Clemente XIV[1]. Sono meccanismi che si ripetono, nel corso della storia, seppur con opportuni riadattamenti.

Il comunismo voleva, al suo principio, realizzare una società sotto la guida del Partito, con il fine ultimo di sconfiggere la lotta di classe, e garantire un’utopistica libertà del proletariato. Anche il fascismo italiano parlava di rivoluzione ma, quando divenne forte, tale rivoluzione divenne “concettuale” e la libertà “sorvegliata” dalle camice nere, “i soviet” di Mussolini, per fare posto ad una ben più statica autarchia culturale ed economica. Il fascismo tedesco, nella sua variante germanica, optò per una rivoluzione militare continua, uno stato di guerra permanente che avrebbe consentito alla Germania prima l’espansione, poi il mantenimento dell’impero sul dominio degli asserviti, (i popoli conquistati).

Le rivoluzioni che le repubbliche democratiche, collegate tra loro grazie alle tecnologie di massa, permisero e permettono sono soltanto “rivoluzioni culturali”. Tali rivoluzioni, mediate dagli stessi governi, sono guidate dai mass media per mezzo della circolazione delle informazioni, delle immagini e degli slogan che abbiamo ogni giorno dinanzi i nostri occhi. Questo è un processo antropologico uniformativo, che conduce ad un medesimo modello di vita per un unico tipo di cittadino: pacifista, lavoratore, consumatore[2].

Normalmente nel corso della storia una mistica ne sostituisce un’altra, e un sistema sociale di fonda su essa per rafforzare la propria base burocratica e permanere nel tempo. Avvenne così durante il passaggio tra Impero Romano e Chiesa Romana, da cui il Medioevo, e poi in quello tra quest’ultimo e Rinascimento. Non fu così nel secolo delle ideologie. Il progetto portato avanti dal comunismo non è stato sostituito dal capitalismo che, tra l’altro, iniziò il suo cammino precedentemente.

Il progetto socialista ha lasciato un vuoto che non si è ancora riempito e, al suo interno, il sistema sociale occidentale è sopravvissuto grazie alle “leggi” dell’economia di mercato. Regole che in molti hanno messo in discussione, anche violentemente, ma nessuno è mai riuscito a spodestare o a modificare. Oggi più che mai l’essere umano, deluso dalle promesse tanto del socialismo quanto del nazionalismo, vive di tali regole senza discutere, soggiacendo de facto alle regole di mercato.

In molti considerano il sistema mercatista migliore di altri perché, permettendo a tutti di migliorarsi grazie alle propri forze, rendendo tutti gli uomini uguali (premesso il successo), è anche il modello sociale che meglio di tutti garantisce la libertà. Se l’asserzione che il liberismo mercatista possa essere ritenuto un sistema migliore della monarchia, della teocrazia, dell’anarchia o dell’utopia socialista, potrebbe andar bene, non si prova però come esso possa rendere gli uomini più liberi e migliori.

Una delle idee più diffuse oggi consiste nella convinzione che l’istruzione pubblica, assicurata ed elargita ampiamente, abbia migliorato gli uomini, addirittura resi tutti uguali; Gustave Le Bon ci spiega:

Per il solo fatto di essere tanto ripetuta, questa asserzione ha finito col diventare uno dei dogmi più incrollabili della democrazia[3]

Il sistema del mercato di massa massificato ha necessità, come anche i sistemi sociali del passato, di un controllo dei suoi protetti, detti consumatori, soddisfacendo ai loro bisogni in cambio di beni, servizi e protezione. Il problema, rispetto ai “regimi” del passato, è che la società di mercato, su base capitalista, ha bisogno per definizione di un consumo ininterrotto e sempre maggiore di beni per comprare, vendere e rimpinguire il capitale: il fine ultimo della nostra società. 

Ma i bisogni dell’uomo sono limitati. Per questo motivo vanno creati artificialmente: essi sono i “desideri creati”. Qualsiasi sociologo, psicologo delle masse o esperto di marketing li conosce bene. Si comincia con il sollecitare l’insistenza dei bambini nei confronti dei genitori per l’acquisto di cose del tutto inutili: le richieste della prole hanno spesso risposta positiva sui genitori, soprattutto sulla genitrice. Stanchi dei ritmi di vita quotidiani i genitori spesso, pur di non scontentare i figli, se stessi, e le persone circostanti, cedono. I bambini vengono così abituati a sollazzarsi in facezie, godendo di cose e dinamiche assolutamente inutili, alimentati dall’irrazionalità, nell’irriflessione e, quindi, abituati a rifuggire alla dolorosa necessità di pensare[4]. In alcuni casi determinate patologie, che sfociano nel criminale, derivano dalla frustrazione maturata proprio in tenera età[5], causata dai desideri non soddisfatti: cosa assai frequente poiché non tutto si può soddisfare, benché di tutto siamo “bombardati” dalle immagini e dai messaggi del tubo.

 L’interesse vero del marketing consiste nel valutare la possibilità di “manipolazione” dei giovanissimi consumatori, giocando su due elementi: vulnerabilità (la loro) e l’affezione genitoriale; milioni di euro e di dollari vengono impiegati per sovvenzionare ricerche di questo tipo, in modo da costruire un “rapporto commerciale” con i futuri consumatori, così da averli già come acquisiti, per quando saranno adulti, come “irrazionali” consumatori di beni e servizi. In tal senso, quando acquistiamo, siamo in realtà acquistati. Come i sistemi politico-ideologici indottrinavano i sudditi, con lo stesso meccanismo il mercato, tramite le sue agenzie educative, le multinazionali, lavora sui consumatori di tutto il globo; si, perché il mercato, al contrario della nazione, non ha patria o, meglio, le abbraccia tutte.

L’ identità personale propria della persona diviene un “io” che non siamo noi, poiché tutto ciò che facciamo è attraversato da immagini, suoni, messaggi ripetuti da un sistema che potremmo senza alcun errore dottrinale definire politico. Se l’identità é intrattenimento dell’essere su se stesso, nella nostra epoca dell’intrattenimento, vi é la necessità di creare un Io artificiale, un subiectum sociale e di massa con cui intrattenere gli stessi soggetti.

Un soggetto umano, slegato dal suo contesto originario, cosi costruito nei suoi bisogni e necessità “dimentica”, per così dire, la sua autocoscienza originaria, ossia il suo essere persona conseguenza evolutiva delle relazioni che avvengono all’interno della comunità.

Per formare il nuovo tipo d’uomo e di donna esistenti li si è traslati dal mondo “teoretico” del linguaggio, che per altro ha formato, nel simbolico, la nostra intelligenza di Homo sapiens sapiens, al mondo visivo delle immagini dell’ Homo videns, da cui prende il nome questo breve saggio, avocandolo in prestito dall’eminente Giovanni Sartori che ne ha formulato il concetto[6].

Detto ciò, non sono persuaso che il potere abbia de-costruito l’Io dei singoli uomini come Sartori suggerisce alla fine del suo saggio[7], anzi, il contrario. Se, come lui scrive all’inizio del suo eminente studio

[…] la televisione non è soltanto strumento di comunicazione; è anche, al tempo stesso, paideia, uno strumento antropogenetico, un medium che genera un nuovo ànthropos, un nuovo tipo di essere umano[8], se è vero che il televisore entra, per cosi dire, nel televedente, plasmandolo, è vero allora che la televisione forma (o contribuisce a formare) un nuovo tipo di soggetto.

Non trattasi quindi di de-costruzione, ma di costruzione. Inoltre vivere in una società iperdinamica, dalle forti connotazioni tecnologiche e virtuali, non può che causare il ripiegamento dell’ “Io” su se stesso, dando spazio a forme psicologiche esterne e artificiali. La personalità che si viene a formare, svuotata di ogni trascendenza e autocoscienza, è prona ad ogni esigenza di mercato.

Non possiamo asserire quindi, a rigor di logica, che un individuo siffatto è esso stesso un prodotto di mercato? Quest’opera sociale e antropologica è forse, oltre gli auspici di ogni altra epoca, la più complessa opera di ingegneria sociale.

 

 

 

Bibliografia

AA.VV., Questione sociale e democrazia nel pensiero di Giuseppe Toniolo, I libri del Corriere della Sera, Milano 2012;
A. Olivetti, L’ordine politico delle comunità, Edizioni di Comunità, Milano 1970;
Aristotele, Opere, Laterza, Bari 1973;
A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Mondatori, Milano 2014;
A. Touraine, La globalizzazione e la fine del sociale, il Saggiatore, Milano 2008;
B. Mussolini, L’Avvenire del lavoratore, 1 luglio 1909, in B. Mussolini, Breviario ( a cura di Giovanni Mattazzi), Rusconi, Milano 1997;
Cicerone, De Officiis, Opere politiche, Mondadori, Milano 2007;
C. Schmitt, Teologia politica. Quattro capitoli sulla dottrina della sovranità (1922), in Id., Le categorie del «politico», Bologna, Il Mulino, 1972;
D. Rambaudi, Politica e argomentazione: strategia e tecniche del consenso nelle società di massa, Marzorati, Milano 1979;
E. de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Raffaelli, Rimini 2014;
E. S., Erman, N. Chomski, La fabbrica del consenso, Il saggiatore, Milano 2008;
E. Serra, Perché i ragazzi sono così fragili, Corriere della sera, giovedì 18 settembre 2014, anno 139, n. 221;
F. Taylor, The Principles of Scientific Management, New York, W. W. Norton, 1947;
G. Sartori, Homo videns, Laterza, Roma-Bari 2009;
G. Le Bon, Psicologia delle folle, Tea, Milano 2004;
K. Marx, F. Engels, Manifesto del partito comunista (trad. Domenico Lorurdo), Laterza, Roma-Bari 2012;
U. Cerroni, Teoria e società di massa, Editori Riuniti, Roma 1983;
V. I. Lenin, Scritti economici, Editori Riuniti, Roma 1977;
V. Pareto, Corso di economia politica, Boringhieri, Torino 1948.
 
 

[1] Nel 1814 papa Pio VII riabilitò la Compagnia con la bolla papale Sollicitudo omnium ecclesiarum.
[2] Si veda E. S., Erman, N. Chomski, La fabbrica del consenso, Il saggiatore, Milano 2008
[3] Gustave Le Bon, Psicologia delle folle, Tea, Milano 2004, pp. 122-125.
[4] Gustave Le Bon, op. cit., p. 136.
[5] Si veda Elvira Serra, Perché i ragazzi sono così fragili, Corriere della sera, giovedì 18 settembre 2014, anno 139, n. 221, p. 27.
[6] Si veda Giovanni Sartori, Homo videns, Laterza, Roma-Bari 2009.
[7] Cfr. Giovanni Sartori, op. cit., p. 145.
[8] Cfr. Ibidem, p. 14.