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10 settembre 2015

Dalla Tele-Matrix alla cultura dell’evento: Markus Gabriel, Byung-Chul Han, Slavoj Zizek

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Carmine Castoro

Esistono le streghe. Esistono i trolls. Esiste quel corpuscolo celeste perso in qualche lontana galassia, che sfugge al mio sguardo e viene catturato solo da un potentissimo telescopio. Esiste tutto, o tutto può esistere. Tutto tranne il mondo. La suggestiva provocazione è di Markus Gabriel, giovanissimo filosofo tedesco, appena 35enne, e già docente di Epistemologia e Filosofia moderna e contemporanea all’università di Bonn.

In questo suo Perché non esiste il mondo Gabriel ci spiega che ogni oggetto, da quello più verificabile a quello più astratto e bizzarro, può esistere, a patto di essere inserito in un orizzonte di senso all’interno del quale trova collocazione e un suo ordine di grandezza. Includendo, pertanto, anche le realtà più fantasmatiche come i sentimenti, i personaggi delle fiction, i mostri delle mitologie o pianeti e costellazioni che non fanno parte del repertorio della nostra quotidianità, l’esistenza si definisce come un insieme di campi di senso che possono intrecciarsi e sovrapporsi fra loro, in un prospettivismo che genera significato, appartenenza, fiducia con l’ambiente, strumentale ed emotiva.

Ciò che non si può cogliere, a questo punto, è proprio il “mondo” in quanto tale, inteso come “campo ultimo che abbraccia la totalità”, poiché il mondo stesso è l’insieme di tutte quelle cose che possono essere dette e inquadrate negli assiomi di singole discipline, di singole forme di ricerca e rappresentazione, di singole esperienze dotate di ragione.

Non c’è un fatto chiamato “mondo”, insomma, ed è per questo che Gabriel è contro le metafisiche, sia scientiste che religiose, poiché esse offrono di ciò che appare un valore unico, eterno, normativo: la scienza basandosi sulle leggi della fisica, la teologia sulle verità senza tempo di Dio, della fede e del piano provvidenziale affidato all’uomo. Non a caso, attingendo a tesi arcinote nella storia del pensiero occidentale, Gabriel rinviene nell’arte – che custodisce il molteplice, l’evento e lo choc estetico -, quella strategia di spostamento e trasformazione delle nostre convenzioni che può aprirci davvero all’infinito.

Fin qui tutto bene. Il punto è che Gabriel identifica come “nemico” anche quel “costruttivismo” figlio del dominio della techne e della crisi delle grandi narrazioni socio-politiche, capace solo di aggregare fatti intorno a immagini, favole, miti, circuiti epistemici, iscrizioni formali, database, diremmo oggi. Il dilemma e il delitto del postmoderno è infatti questo: significati slacciati e irrelati dove latita un senso comunitario e allargato delle cose, al contrario occasionale e autoreferenziale.

Come risolve questa impasse Gabriel? Con quel “nuovo realismo” (in Italia, Ferraris) che, dopo aver sbattuto fuori dalla porta principale messianismi, feticismi e razionalismi, fa risalire dalla finestra una sorta di trascendentalismo che dovrebbe, chissà perché, unificare le percezioni sotto uno stesso ordine. Gabriel parla infatti di “realismo della ragione”, di “struttura”, di “fatticità” – ovvero “la circostanza che qualcosa in generale esista” – e soprattutto di “fatti non costruiti” che garantirebbero il processo conoscitivo, senza perdersi nel dubbio iperbolico sui metodi stessi che stiamo applicando per vedere e capire ciò che ci circonda. Insomma, dice Gabriel, se tutti vedono una mela in una fruttiera e sono d’accordo nel chiamarla tale, “deve pur darsi un qualche livello fondamentale della realtà!”.

Come possa essere che l’esistenza di un “qualcosa in generale” sia fonte di verità, Gabriel non ce lo dice. Né ci svela come possano esistere fatti “non costruiti” che siano basici e non storici, costitutivi e non intersoggettivi, fondativi e non sempre e soltanto ipotetici, anche nel caso della mela che tutti vediamo sul tavolo. Se invece si entra nell’ottica non realistica, ma irrealistica della realtà stessa, notiamo che l’”oggettività” delle immagini è sempre un entanglement, come si dice nella meccanica quantistica, un rapporto di intricazione, di embricazione fra elementi, una texture sempre plurivoca e multifocale, che deriva dai settaggi delle strumentazioni, dai posizionamenti, dalle chiavi di lettura, dalla sovrapposizione di sistemi intuitivi e di verifica.

Paul Virilio, in La macchina che vede, nell’odierna era delle tele-trasmissioni e del digitale, non a caso parla di “abolizione dell’apparenza dei fatti” e “del principio stesso di verità” come di una sorta di conoscenza del reale video-assistita (oltre la vecchia nozione di bugia), come se l’Apparato mediatico e la sua energia cinematica ne garantissero una tele-ovulazione e poi una tele-fecondazione, base cromosomica stessa e di riproduzione successiva. E fa bene a paragonare l’oggetto sottratto ad ogni fisicità, ridotto al suo tempo reale e alla sua “alta definizione”, ad un “ordigno osservato”, ad una “presenza paradossale”.

Gabriel non porta alle estreme conseguenze l’idea di esistenza come campo di senso, e l’illusorietà, l’immane variabilità, la desertificazione del reale stesso sembrano spaventarlo: da qualche parte c’è un gancio, un nucleo, una forza che fa da perno. Dimenticando che la realtà è proprio questo andirivieni fra congegni di potere che ci abituano a determinate considerazioni e assuefazioni di senso, e letture cataclismatiche, urgenze del divenire, “buchi” nel cielo stellato dei concetti ufficiali che ci mettono in crisi e ci fanno ri-vedere le cose, ri-giudicarle o ri-prenderle per quello che è meglio e preferibile che siano. Se il professore di Bonn usa le mele, Wittgenstein negli aforismi Della Certezza citava l’acqua che si riscalda e gela su una precisa scala termica, solo perché finora “noi sappiamo che essa si è comportata così in innumerevoli casi”.

Niente di ragionevole o irragionevole, dunque: solo un gioco linguistico, una rete di prove, tentativi, connessioni e stratificazioni che, sin da quando siamo bambini, si basano sull’unione, spesso perversa, di “scienza ed educazione”. E tutto diventa oggettivo. Ma fino a prova contraria. Finanche Bergson, in una famosa conferenza tenuta a Londra nel 1913 su quella che definiva “la terra incognita dei fenomeni psichici” (pubblicata in Italia in una bella edizione Elliot col titolo Fantasmi), ci fa capire che, solo una ricerca improntata ai criteri di evidenza e rigore delle scienze matematiche, ha fatto sì che nel tempo le attività dello spirito, gli scambi fra coscienze, e finanche le suggestioni e le telepatie, venissero ridicolizzate e considerate astruserie, proprio perché euristicamente messe in minoranza dal prevalere dell’ortodossia del tutto misurabile.

Insomma, è sull’irrealismo che si riscopre la nudità dell’essere umano e la variopinta efflorescenza di tutte le idee del mondo che vogliamo far prorompere e condividere, articolando sempre meglio la giustizia, l’uguaglianza, aprendo il mantice della democrazia. La letteratura e il cinema sembrano raccogliere molto meglio questo seme della polifonia il-logica della vita.

In Truman Show, quando Truman si vede cadere dal cielo un riflettore usato nei set cinematografici e comincia a dubitare di essere sotto l’occhio di qualcuno (mentre i comunicati ufficiali alla radio parlano di un incidente tecnico coi bagagli a bordo di un aereo che sorvolava l’isola), lo fa perché va verso la cosa accogliendola nel suo senso proprio, sospendendo la rigida regolarità dei protocolli che si è costretti a utilizzare (quando l’osservazione è già osservanza), disattendendo spesso assunti migliori, maggiormente valutativi, più pratici, o soddisfacenti o più consoni all’evento.

Nel divertente e impegnativo surrealismo del romanzo La stanza di Jonas Karlsson, l’impiegato di un’agenzia governativa crede nell’esistenza di una stanza all’interno del palazzo, che non esiste nelle mappe catastali. Eppure lui ci entra, prova serenità, ci passa le ore, e racconta questa storia. Lo prendono per pazzo, lo temono, gli altri oscuri travet si sobillano contro di lui. Ma solo quando capiscono che in quella camera immaginaria il loro stravagante collega svolge una mole di lavoro enorme a vantaggio di tutti, all’improvviso sono disposti ad accettare questo delirio-sogno, perché l’irrealismo chiama a una profonda radice etico-politica, che o affilia tutti, o si autorevoca in dittatura o follia da curare.

E cosa dire di alcuni serial dell’ultima stagione Sky giocati proprio sull’indecidibilità di ciò che definiamo “reale”, soprattutto nel secolo dell’ipermediaticità? In Perception l’investigatore è uno schizofrenico che dialoga simpaticamente con le sue allucinazioni che gli ricordano proprio i registri misteriosi annidati sotto le apparenze più congrue, e così risolve gli omicidi. In Wayward Pines con Matt Dillon, sorveglianza, certezza dell’identità e narcosi gestita da una casta di “controllori” si incastrano in scatole cinesi che non sembrano avere un fil rouge. Sulla scia di Existenz di Cronenberg, dove vita biologica e giochi virtuali non hanno più trincee e stazioni ben chiare nella mente degli internauti.

La Matrix del famoso film è davvero fra noi, ma la salvezza di un nuovo Logos può arrivare solo dalla frase finale del primo film, quando Neo, ormai consapevole di essere l’Eletto, prima del suo volo liberatore, uscendo dalla cabina e affrontando silenziosamente la folla, ripete dentro di sé un messaggio appena spedito: “So che avete paura di cambiare. Non conosco il futuro. Non sono venuto a dirvi come andrà a finire ma come tutto comincerà. Farò vedere a tutta questa gente quello che non volete che vedano. Mostrerò loro un mondo senza di voi (agenti della Matrix, ndr.), un mondo senza regole e controlli, senza frontiere e confini, un mondo in cui tutto è possibile. Quello che accadrà dopo dipenderà da voi e da loro”.

Sicuramente il calcificarsi, pur nelle sue illusorie iridescenze, di una Forma dell’immagine ha trasfigurato, saturato, blindato ancor più degli anni scorsi l’orizzonte esistentivo delle nostre libertà. Perché oggi (come affermo anche nel mio ultimo Clinica della tv. I dieci virus del Tele-Capitalismo) il falso non è solo copertura o nascondimento del vero, ma, peggio, auto-determinazione e auto-rafforzamento di una luccicanza tecnologica, di una retorica del visibile così pervasive, credibili, osannate e al di sopra di ogni sospetto, da alimentare i nostri convincimenti più stabili con estrema facilità, fino a far indossare al Reale stesso l’indumento ottico che più serve a difendere taluni profitti privati, e/o orientare le masse verso alcune precise stazioni dell’indottrinamento e dell’illiberalità tout court.

Scopriamo che una nuova inquietante Tele-Polis ci insegna che diventare chef milionari è il top del momento, che è redditizio vendere cocaina, che la morte è un gioco di società, che se si finge amore si diventa famosi, che gossip e sciocchezze valgono le prime pagine, che si esiste solo se ci si “mitraglia” di selfie, che la dissidenza e la diversità sono reperti giurassici o rischi che non possiamo correre. Scopriamo, inoltre, che la pubblicità tanto amata e “naturalizzata”, e mai più messa sul banco degli imputati, tende ormai, più che a reclamizzare un prodotto di largo consumo, a incistare il linguaggio ordinario, le memorie collettive, le frontiere dell’autenticità, con ingranaggi da Meccano e automatismi commerciali che non ci separano più da un’unica melassa globalizzata di merci e compulsioni. Tutto questo ha il carattere ormai della sfida e dell’emergenza.

E allora, scagli la prima pietra chi, nei selfie che furoreggiano fra social e cellulari, ha mai visto qualcosa di diverso da facce in primo piano, tutte sorridenti, tutte “vincenti”, anche se di cosa non si sa, con un cocktail in mano in qualche locale notturno, in comitive raggianti o in pose che simulano le stesse viste su qualche rivista glamour o sulla locandina di qualche film di Hollywood. Per antonomasia non si dà una ritrattistica virtuale che sappia di dolore, sconfitta o malefico imprevisto, a meno che non se ne voglia considerare la variante turpe e sconsiderata, ma non meno demenziale e standard, di gente che ha scelto l’autoscatto vicino al lenzuolo bianco di un incidente stradale, a fianco di un barbone in coma o della carcassa di una vettura bruciata a Milano dai Black Bloc.

Il web è semplicemente stracolmo di questo stupidario nauseante, di questa demiurgia portatile del sé, di questa taumaturgia rassicurante dell’io-conto, io-esisto, io-valgo, io-c’ero. E solo una esegesi cialtrona del postmoderno semplifica la complessità del rapporto Immagine-Realtà schiacciandola sulla vecchia diatriba fra “tecnofobi” e “tecnofili”, ovvero fra chi avrebbe terrore apocalittico delle tecnologie ubiquitarie e chi ne sarebbe esecutore e costruttore entusiasta.

Non è certo di questo avviso Byung-Chul Han, filosofo coreano docente a Berlino, che ha riscosso negli ultimi anni notevole successo e grande seguito in Italia con le sue opere pubblicate tutte dalle Edizioni Nottetempo, Eros in agonia, La società della stanchezza, La società della trasparenza, e ora questo Nello sciame. Visioni del digitale stampato da pochi mesi. Cosa sono i selfie per Han? Si sprecano le sue espressioni più corrosive e scuoianti, rispetto a un fenomeno troppo grossolanamente sdoganato – soprattutto dai fanta-apologeti del mifacciounafoto -, come una presa di potere e una conquista di visibilità rispetta a quella dei padroni del pianeta, laddove proprio l’illustre pensatore orientale rincara la dose di tutta una grande tradizione del pensiero occidentale (da Heidegger a Barthes, a Baudrillard, per dirne solo alcuni), che vede proprio nell’eccesso di visibilità, nella metastasi delle efflorescenze iconografiche un terreno fradicio, la serialità di un Modello anestetico, l’inesorabile perdita di contorni, sfumature, ombre, opacità, singolarità.

Han parla di “frastuono”, di “povertà di sguardo”, di “dispersione generale”, di “stordimento”, di una gigantesca “macchina egotica” che ha scalzato il silenzio della riflessione, la veemenza dell’agire – che finanche la folla di Le Bon possedeva in termini di accordo e di obiettivi – di una “costrizione a comunicare” che ingrassa e “totalizza l’Immaginario” a tutto svantaggio di un Altro e di un Altrove, di un “impercorso”, sacrificati sull’altare del Banale e dell’Istantaneo.

Serve, dunque, una nuova ontologia critica dell’immagine che dia nuova linfa e nuova libertà, nuova autonomia e criticità a quegli asfittici paesaggi tele-bio-politici nei quali le nostre coscienze sono come invischiate, avvizzite, pur se avvinte alle cinghie rutilanti del “progresso” e del benessere neoliberista che hanno negli album di un account personale inzuppati di centinaia di ricordi tridimensionali il loro totem.

Proprio la teoria barthesiana del “punctum” – sottolinea Han negli ultimi scritti -, opposto allo “studium”, all’interno di un messaggio video-fotografico, fa capire la differenza fra ciò che turba, addolora, accora, eccita, perché dà l’idea di un lutto, di un cambiamento, di un romanzo di vita, e ciò che legge solo culturalmente, o affoga in una ingestione vorace, o in un presente senza chiaroscuri. Al punctum appartiene una nettezza non individuabile, una panicità che “plana in una zona indefinita di me stesso”, che ci fa soffermare nella latenza, in “quell’oggetto secondo, intempestivo, che venga a nascondere in parte, a ritardare o a distrarre”; le foto pornografiche, i book di moda, o i modernissimi selfie, invece, ben diversamente dai reportage di guerra o dai dagherrotipi ingialliti di un secolo fa, batterebbero i rintocchi del deittico e del denotativo.

Un napalm video-virtuale, una biogasazione da spin-off fra televisivo, virtuale e fotografico, potremmo dire, che, come il famigerato composto allungato con benzina usato in Vietnam, ha la facoltà di bruciare lentamente difese critiche e correttivi etici. Quella che Byung-Chul Han definisce “shitstorm”, tempesta di sterco, riferendosi a certe ondate diffamatorie online e a un “narcisismo negativo” che non attinge più a un ideale di bellezza, ma che scarica solo l’ansia dell’anonimato nel vociare di una comunicazione del tutto inutile.

Una pantagruelica abbuffata di scimmiottature sulle quali non interessa sovrapporre un giudizio moralistico – anche se i Paperini accademici del W il Selfie vedono in questo, con notevole protervia allucinatoria, una sorta di convincente sovversione contro lo status quo -, ma evidenziare come il medium stesso, nella sua versione omerica e possente, cambi di proporzioni e di taglia l’aspetto empirico-affettivo di tantissimi utenti del medium digitale, stornandoli verso uno scadimento ludopatico, dolciastro, rigorosamente oversize, incolonnandoli verso una sovrastruttura ideo-verbale capziosa che si lascia dietro in primis storia e politica. Una vita in play-back, una vita d’appendice, una vita-caramella.

Non è un caso, infatti, che Byung-Chul Han abbia usato esplicitamente la metafora sanitaria ”infarto dell’anima” per illuminare la nostra sparizione come soggetti di affetto e volontà, pur nell’ambito di una presenza che mai è stata più visibile, estroflessa, energetica. Secondo il docente coreano, abbiamo definitivamente oltrepassato quello che – con una sorta di mitologia scientifica – poteva essere inquadrato come il “paradigma immunologico” della modernità.

Ciò che fino a pochi decenni fa era ancora il proscenio conflittuale di un Proprio contro un Estraneo che possedeva i caratteri bellicosi o contaminanti, o intrusivi, di chi sferra un attacco a un territorio, oggi è sotto il segno disperante di un “terrorismo dell’immanenza”, di un “totalitarismo dell’Eguale”, sorta di iperestesia senza avversari, di liquefazione/assuefazione senza virus da sconfiggere, di regime di festa, accidentalità e circolarità, di segni, immagini, comportamenti, che da un lato scopre e mette a rischio la nostra nuda vita, dall’altro ci obbliga per esistere a diventare merce super-indicizzata, elettrone in orbita, spettro del vivente, particella in perenne fibrillazione.

Siamo in presenza – avverte Byung-Chul Han – di una “stereotipizzazione del positivo”, di una prestazionalità diffusa il cui rovescio è l’implosione, la depressione da entropia, il dover affrontare la crisi da crollo per non poter tener testa all’impossibile che quotidianamente ci viene chiesto.

Diceva nel suo testo sulla stanchezza: “La violenza della positività non presuppone alcuna ostilità. Si sviluppa proprio in una società permissiva e pacificata… non è privativa ma saturativa, non è esclusiva ma esaustiva. Per questo è inaccessibile alla percezione immediata”. Bombardati da mille stimoli, vellicati da desideri indotti, gasati dall’efficientismo imperante figlio di spinte sempre più opprimenti del capitalismo globale verso la massimizzazione della produzione, sperimentiamo un vero e proprio autismo, un’autoreferenzialità delle logiche di consumo e partecipazione, senza valori limitanti e censure di ogni tipo.

Dunque, se un tempo avevamo un nemico da abbattere, un invasore da accerchiare e distruggere, oggi è un’intera cultura che ci ritorna addosso come un boomerang sotto le spoglie dell’estraneità e della violenza. Non è più il singolo “bug” a preoccuparci, non è più la Guerra Fredda fra incompatibili ideologie, ma un’intera macchina planetaria dell’assideramento emotivo, un Apparato tentacolare che sembra averci privato di un telos e di un più comune e ordinario concetto di “umano”. In pratica, un intero assoluto deve sostituirsi a quello dominante strozzato dal cerchio magico della moneta, della cibernetica, delle anime drogate.

Il futuro della politica intesa in senso ontofenomenologico come stare-insieme al mondo impegnando il Tempo, deve aprirsi, perciò, ad una cultura traumatica dell’”evento”. Evento è senz’altro la parola più abusata della attualità. Giornali, rotocalchi, network televisivi, pubblicità, star-system, pullulano di “eventi”. Il lancio di un nuovo telefonino, più aggiornato e ultrapiatto, è un evento. Un cataclisma naturale, un incidente aereo, una ondata di caldo africano, sono eventi. Il red carpet di un noto festival cinematografico è evento. Una ricorrenza da calendario, un’expo, una mostra, la foto a seno nudo di una diva, la stretta di mano fra due presidenti, sono tutti incoronati e incipriati come “eventi”. E sono tutti storici, imperdibili, inusuali, mai visti prima, devono per forza far sgranare gli occhi.

Ma che cos’è davvero un evento? Il grande filosofo e sociologo sloveno Slavoj Zizek ce lo spiega a chiare lettere in questo suo bellissimo testo, Evento, classica opera-pop per un “guru” mondiale del pensiero come lui abituato ad attingere ad un patrimonio ricchissimo ed eterogeneo di materiali e citazioni: dalle opere di Hegel e Lacan di cui è illustre esegeta, al cinema, alla letteratura, ai serial tv, finanche ad aneddoti personali e a barzellette che si tramandano in alcune culture, e che sono più illustrative di trattati e volumi di metafisica. L’evento deve portare un mutamento, uno scompaginamento reale, tangibile, profondo e condiviso, negli schemi d’azione dominanti, nelle grammatiche dell’ortodossia, nei livelli di potere ufficiale, nelle staticità degli apparati che creano prevedibilità e controllo.

I pattern di riferimento ne devono essere scossi, le cornici simboliche incrinate, dobbiamo essere ricondotti con un effetto traumatico – ma anche con benevola forza – a quella Caduta primordiale che non ha armonie sovraempiriche e piani di salvezza a cui appellarsi. “In un Evento, non cambiano soltanto le cose, ma cambia anche il parametro col quale misuriamo i fatti del cambiamento stesso: un punto di svolta modifica l’intero campo all’interno del quale i fatti appaiono”, e dunque: “Nel capitalismo, in cui le cose devono cambiare di continuo per rimanere le stesse, il vero Evento sarebbe trasformare il principio stesso del cambiamento”.

La scelta è fra due frontiere epistemiche ben precise. Da un lato, quella che può ben essere rappresentata dagli studi, citati da Zizek, di Ahmed El Hady quando questi dice: “Il frame “neuroscienza educazionale” si combina con la promozione di “cultura esperta” su scala globale per convertire la popolazione in individui “vuoti”, indottrinati da una conoscenza frammentaria, che agisce localmente per risolvere problemi specifici dissociati da ogni sforzo collettivo e globale”. Dunque, controllo dei nostri comportamenti attraverso narrazioni e compensazioni che non prevedono il pensiero critico, l’autonomia, la consapevolezza, ma solo il “godimento” più rovinoso e insensato, e l’uso di oggetti-placebo, formule “magiche”, politiche del conformismo, gadget assolutori (quelli che Lacan in uno strano neologismo chiamava “les lathouses”, unendo il termine francese che sta per “ventosa” con la “ousia” greca che è sostanza degli enti).

Dall’altro lato, un elogio della contingenza incarnata, delle linee di biforcazione, delle dissociazioni e delle non-assuefazioni alle cifre dell’omologazione vigente e dell’osceno culturale, spirito inteso come processualità, dis-ordine e disgiunzione, moto del vivente, che rinnega qualsiasi categoria onnisciente, qualsiasi riposante principio del Buono. “Interviene un Assoluto che fa deragliare il ben bilanciato corso dei nostri affari quotidiani: non è soltanto il capovolgimento dell’ordinaria gerarchia dei valori, ma un fatto molto più radicale – un’altra dimensione entra in scena, un diverso livello dell’essere”.

Zizek rilegge alcuni classici del pensiero occidentale, filosofico e teologico, smontandoli e rimontandoli come un giocattolo semantico, come un trastullo-dada, talvolta, che forza l’approccio ermeneutico classico: del Cristo prende l’intersezione dell’Eterno con la temporalità, e sembra volutamente dimenticare sullo sfondo che è pur sempre, quella cristiana, una dottrina della Rivelazione e del Giudizio; di Platone dice addirittura che, dell’evolversi della sua stessa teoria delle Idee, “non era pienamente consapevole”, “fraintese” se stesso, che “non era pronto, o non era in grado, di accettare” taluni sviluppi del suo mito filosofico, se così possiamo chiamarlo.

Da un autore Zizek non deroga: Lacan, di cui riconferma appieno l’impalcatura Immaginario-Simbolico-Reale, dove proprio a quest’ultimo viene attribuito quel carattere di eccesso, dispendio, indeterminato, inconsistente, di Grande Altro che moltiplica le nostre attitudini, fissa/ossessiona le nostre individualità, le spinge alla creazione, all’atto, a nuove investiture di verità.

La Totalità, insomma, va assunta zizekianamente come categoria dialettica, non nella tradizionale interpretazione hegeliana del particolare che viene deprezzato e svilito poiché elemento confirmatorio dell’essere della totalità stessa, ma come riprendersi nell’altro, infinito riferirsi a sé e ri-ferire sé, come una ferita che perdesse sangue e senso, come se fosse un eterno “senza”, non espellendo il negativo ma assumendolo, incaricandosene, trattenendolo. “Il tutto è il falso” diceva giustamente Adorno, ma dobbiamo sforzarci di evitare le totalità-freezer, il Potere-stroboscopico dove il movimento è macchiettistico e rapsodico, e capire che la Falsità è intrinseca al Tutto, poiché è il ciò-che-crediamo, e che questo è al di là dei normali assiomi della morale corrente, è già-da-sempre un non-Tutto.

La filosofia si realizza solo nel risveglio, nella presa di distanza, nell’anticipazione di ciò che non c’è, nell’interruzione del continuismo e dell’organicismo sociali, nella differenza che stona rispetto all’ambiente circostante, “straniamento” dice Badiou, “spostamento” come altrove diceva Zizek: “il pensiero è quel processo che nasce dallo sfondamento della totalità del sapere stabilito o, come diceva Lacan, il processo che fa un buco nel sapere”. Apoplessia contro anemia.

Una negatività che diventa “affermazione”, inversione di scelte, e non solo spirito critico barricadero, poiché porta con sé nuovi assetti di pensiero e di relazione. In questo senso la neutralizzazione del Potere non solo rende positivi, festosi, immanenti alcuni concetti e alcune realtà particolarmente scomodi, ma è come se li sottoponesse a denaturazione, adulterazione, liofilizzazione, smagnetizzazione.

Esattamente come quando usiamo l’alcol denaturato per disinfettare un taglio senza che ci bruci troppo la ferita; come quando beviamo un vino fidandoci di una etichetta doc truffaldina; come quando usiamo la bustina di qualche prodotto essiccato in granuli; come quando, nei vecchi nastri o vhs, speravamo di trovare musica o registrazioni importanti e si sentiva solo il fruscio della involontaria cancellazione. Il negativo in questa maniera diventa negletto e alloglotto, subisce dei sostanziali omissis e viene “parlato” dall’esterno secondo una lingua che non gli apparteneva sin da prima.

Il punto, allora, non è recuperare una “realtà” presunta autentica o di sottosuolo, che conserverebbe il valore e la preziosità delle possibilità vere dell’uomo, ma insistere in un’opera di “framing e reframing”, come dice Zizek, cioè di libera imbastitura delle leggi e delle certezze che riguardano la comunità, l’eguaglianza, la dignità e l’emancipazione di tutti. Pena lo scadere in quell’”en-framing” (incorniciamento) con cui Zizek traduce il Ge-stell heideggeriano, l’impianto efficientista e operazionista della techne come naturale e autolesionistico modo di apparire dell’Occidente stesso nell’epoca contemporanea: “un modo di inquadrare la realtà che mette in pericolo l’inquadramento stesso: l’essere umano ridotto a un oggetto di manipolazione tecnologica non è più propriamente umano: perde infatti la sua caratteristica più propria: l’essere estaticamente aperto alla realtà”.

Oltrepassare gli status quo significa, allora, per il filosofo sloveno, “attraversare la fantasia”, agirla, vivere in una universalità fintanto che non capiamo che dobbiamo correggerla, curvarla, comprimerla o espanderla, ma per il chiaro e non pilotato beneficio di tutti. In un linguaggio mediatico potremmo dire che ci serve sempre una fiction per imbrigliare la nostra angoscia primordiale, ma che questa non diventi marcia illusione, comoda fiaba nelle fondine dei gendarmi del mondo.

Diversamente avremmo quei terribili supplementi ideologici del Capitalismo che sembrano neutrali e intoccabili: il gioioso intrattenimento della televisione, l’iperrazionalità dello scientismo che risolve tutto in oggettività classificabili e processi neuronali, o esercizi meditativi di sconfessione del sé e del reale come il buddhismo contro la cui destituzione della responsabilità personale si scaglia duramente Zizek. “Il vero Evento è l’Evento della soggettività stessa, per quanto illusoria possa essere”: decostruzione con etica, dunque. E senza nemmeno troppa moderazione. Diciamo un bel film di cui aspettiamo il sequel…

 

Bibliografia

Bergson Henri, Fantasmi, Eliot, Roma 2015
Castoro Carmine, Clinica della tv. I dieci virus del Tele-capitalismo, Mimesis, Milano 2015
Gabriel Markus, Perchè non esiste il mondo, Bompiani, Milano 2015
Han Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma 2012
Han Byung-Chul, La società della trasparenza, Nottetempo, Roma 2014
Han Byung-Chul, Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo, Roma 2015
Karlsson Jonas, La stanza, Isbn Edizioni, Milano 2014
Wittgenstein Ludwig, Della certezza, Einaudi, Torino 1999
Zizek Slavoj – Badiou Alain, La filosofia al presente, Il Melangolo, Genova 2012
Zizek Slavoj Evento, Utet, Milano 2014