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1 gennaio 2016

Per una storia del paternalismo democratico

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Francesco Perrone

Prima parte

Introduzione

Le recenti vicende socio-politiche italiane sembrano manifestare una crescente tendenza alla radicalizzazione di vari atteggiamenti collettivi verso fenomeni, vecchi e nuovi, che impattano sulla contemporaneità. Che si tratti di affrontare il problema drammatico dell’immigrazione, quello dell’efficienza della macchina statale, della disoccupazione o della crisi economica, il dibattito pubblico sempre più spesso appare caratterizzato dalla propensione ad inscatolare la complessità in formule semplificate, esacerbate ed estreme.1 Sul versante delle prassi, cresce il convincimento secondo cui il confronto democratico delle idee rischi di essere motivo di rallentamento delle azioni e che, pertanto, sia più produttivo delegare ad altri l’onere dell’analisi e della soluzione dei problemi.

Che tale delega comporti una correlativa cessione di potere non sembra rappresentare particolare motivo di allarme anche se il dibattito pubblico non appare del tutto indifferente alla questione. La politologa Nadia Urbinati, della Columbia University, avverte

che nei governi rappresentativi la deliberazione è un gioco complesso che si avvale sia della selezione dei rappresentanti sia di un rapporto permanente del parlamento con la molteplicità delle opinioni che animano la società (…). La deliberazione non ostacola o ritarda la decisione, quindi, ma la incalza, la prepara e la cambia (…). In Europa, la visione deliberativa ha caratterizzato la natura della democrazia nei decenni a partire dagli anni Settanta, mettendo a segno importanti risultati in termini di politiche sociali nazionali e di impulso a livello continentale alla costruzione dei trattati costituzionali dell’Unione Europea. Il suo declino, che la crisi economica ha accelerato, corrisponde in questi anni recenti a un’impennata della volontà decisionale degli esecutivi sia nazionali che comunitari, e un desiderio di allentare i lacci imposti dalla deliberazione, parlamentare e sociale, e di alleggerire l’impegno dei governi nelle politiche sociali.2

Sta di fatto che, in Italia e non solo, i climi d’opinione degli ultimi anni si sono mostrati sempre più spesso ostili al concetto della “contrattazione” e, specularmente, maggiormente sintonici con posizioni variamente riconducibili al paradigma del cosiddetto “decisionismo”.3 A conferma di ciò possono essere enumerati molti nuovi fenomeni di rilevanza sociale, culturale e politica: l’instaurazione del leaderismo in politica e la privatizzazione della forma-partito;4 il tramonto delle “relazioni industriali” (Pirro, 2015); l’esaurimento dei cosiddetti “corpi intermedi”5; il ripudio della concertazione come schema di governo; la riforma, in senso verticistico, del diritto del lavoro e dell’ordinamento scolastico; l’indebolimento del potere legislativo nei confronti dell’esecutivo e del maggior partito di cui è espressione; il depotenziamento delle funzioni di controllo attraverso l’attenuamento, parziale o totale, della loro terzietà.6

Simili cambiamenti però sfuggono a categorizzazioni convenzionali. In altre parole non sembrano semplicemente rubricabili all’ambito di una generale deriva autoritaria (se non, addirittura, reazionaria) della società italiana. Al contrario essi appaiono riconducibili, almeno in parte, ad altra matrice genetica, che nulla o poco ha in comune con la tradizione conservatrice in senso classico: se così fosse, tali processi sarebbero stati promossi e gestiti solo da forze politiche espressamente antiprogressiste e conterebbero sul solo sostegno dell’elettorato di estrazione conservatrice. Ma, dal momento che molti cittadini di franco orientamento riformista e progressista si riconoscono in tali tendenze, è necessario trovare un’altra spiegazione.

In realtà nella tradizione storica italiana (ed europea) esiste un filone politico-culturale che concilia obiettivi di tipo riformatore con mezzi operativi di carattere verticistico. Tale indirizzo è stato storicamente incarnato in varie forme: sulla base di principi laici o confessionali; con stili d’azione talvolta benevoli talaltra risoluti.7 Pur nella estrema varietà delle sue declinazioni, questo particolare modo di perseguire un disegno sociale, culturale e politico pur sempre di segno riformatore ha il precursore più evidente nell’illuminismo settecentesco.

Il dispotismo illuminato

Per comprendere il senso di un ossimoro come “dispotismo illuminato” è bene riepilogare alcuni caratteri del pensiero progressista del settecento, contestualizzandoli pienamente allo scenario di allora.

È noto come con l’illuminismo si affermasse la convinzione che tutti gli esseri umani siano ugualmente dotati di diritti inalienabili e naturalmente forniti di “lumi” razionali i quali, seppure in maniera graduale e sostanzialmente moderata, avrebbero consentito di individuare un programma comune per dar vita a una società ragionevole e giusta, capace di vincere la menzogna, il privilegio, la violenza e la sopraffazione. Per varie ragioni tale Weltanschauung era però irrinunciabilmente legata all’idea che “dal basso” una simile riforma fosse inattuabile e che, di conseguenza, avrebbe potuto realizzarla solo il potere sovrano del monarca (quest’ultimo illuminato dalla ragione e consigliato da intellettuali laici e progressisti).

Già questo basterebbe a confermare il carattere moderato e verticistico del movimento, pienamente espresso dalla locuzione “dispotismo moderato” benché, nel contempo, sia altrettanto indubbio che la natura dell’illuminismo fosse autenticamente riformista ed oggettivamente progressista. Il fatto che gli illuministi puntassero alla gradualità dell’azione riformatrice, poiché non fiduciosi nei confronti di un’autonoma capacità di riscatto da parte della popolazione, non inficia il carattere progressista del movimento. Semmai, lo distingue dal radicalismo politico che, a cavallo tra settecento ed ottocento, mirava a soluzioni e metodi più drastici e risoluti.

Ciò non di meno è altrettanto noto che il disegno dell’illuminismo conteneva una serie di contraddizioni che nascevano dal contrasto creatosi tra l’astrattezza dei principi cui si spirava e la concreta realtà con cui doveva fare i conti, caratterizzata da fortissimi e drammatici conflitti economici, sociali e politici.8 Tutto questo poco si conciliava con l’ottimistica previsione di un progresso graduale ma incessante e consensuale. La rivoluzione francese avrebbe dimostrato che la politica e la società conoscono una propria dimensione emotiva, passionale, romantica e violenta che non si accorda con l’assiomatico razionalismo propugnato dagli illuministi.9

Il giacobinismo

Il 3 dicembre 1792 Robespierre termina il proprio discorso alla nuova assemblea costituente (la Convenzione), chiamata a decidere della sorte del re, con la terribile affermazione secondo cui “Luigi deve morire perché la patria possa vivere”. Quel drammatico episodio fu emblematico di un epocale punto di svolta che, su un piano politico, statuiva tra l’altro come la rivoluzione francese sostituisse al verticismo moderato di stampo illuminista il verticismo radicale di matrice giacobina. Un simile avvicendamento manteneva tuttavia in vita l’obiettivo di un avanzamento complessivo delle condizioni sociali e politiche in senso decisamente anticonservatore. Prova ne sia che la rivoluzione francese raccolse in fretta l’adesione di liberali e democratici di tutta Europa, che vennero presto chiamati giacobini.10

Nelle sue successive evoluzioni, il variegato fronte politico anticonservatore (ed antireazionario) europeo mantenne e sviluppò tendenze di tipo verticista. Senza che, però, ciò ne alterasse l’intima natura progressista. Ad esempio, il bonapartismo11 conservò notoriamente fortissimi caratteri di verticismo politico, in parte derivanti dalla propria indole militarista.12 Così come fortemente gerarchici e piramidali furono i tratti distintivi società segrete nell’età della restaurazione.13 Non si deve dimenticare che il ceto militare, soprattutto nel segmento dei giovani ufficiali subalterni, rappresentò nel primo ottocento un pilastro fondamentale su cui poggiava la cospirazione europea, sia in senso liberale sia in senso democratico. E anche altre categorie sociali impegnate in senso progressista, come i professionisti e gli intellettuali, erano cognitivamente e culturalmente inclini ad accettare come naturale un’impostazione piramidale e gerarchizzata della comunità e, conseguentemente, dell’azione politica. In altri termini, il desiderio di realizzare il disegno di una società liberale e più giusta era sincero, tuttavia ciò si accompagnava spesso ad una certa qual sfiducia nei confronti di popolo14 e plebi, ritenuti incapaci di fare da sé e, correlativamente, si univa alla convinzione che il diritto-dovere di esprimere la leadership spettasse (soltanto) ai migliori esponenti dei ceti borghesi e dell’aristocrazia liberale.

Il modernismo paternalista

In Italia tale impostazione, particolarmente sintonica con la cultura cattolica, era ovviamente molto forte. Non a caso il manifesto di tale ideologia va individuato nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

I Promessi Sposi non sono infatti soltanto un’opera d’arte, ma un manifesto programmatico e uno strumento forgiato per un’operazione di egemonia politico-culturale di altissima qualità. Con esso il programma di rinnovamento dei lombardi trovava il mezzo adeguato per imporsi con i suoi caratteri all’intera cultura italiana e, più ancora, al lettore medio di massa dell’Ottocento come modello non solo di una soluzione letteraria ma più ampiamente di un’intera concezione di civiltà, di rapporti religiosi, umani e civili (…). Questo tratto profondamente conservatore, anzi nel suo intimo persino aristocratico, si svela soprattutto, com’è ormai ben evidente, attraverso la funzione che nella sua opera maggiore è assegnata ai cosiddetti “personaggi popolari” (Lucia, Renzo): i quali, coerentemente con tutte le posizioni del romanticismo lombardo ma anche qui con maggior audacia da parte del Manzoni, divengono certo i protagonisti dell’opera, ma non smettono perciò di essere personaggi “ingenui”, che mai potrebbero arrivare alla verità e marciare sulla giusta strada, senza che una guida illuminata e paziente non provvedesse a indicargliela (fra’ Cristoforo, il cardinale Federico Borromeo).

Alberto Asor Rosa (1975, 310-311) coglie perfettamente il significato civile, oltre che letterario, del romanzo. Tuttavia, il messaggio politico dell’opera è da lui interpretato in termini forse troppo semplificati, ancora molto assoggettati allo schema in base al quale tutto ciò che non è rivoluzionario necessariamente non può che situarsi nel campo della conservazione.15 Ciò induce il critico ad intravvedere nel Manzoni una vera e propria “incapacità di andare al di là di un modernismo paternalista”. Ma è proprio questo il punto centrale della questione: tale modernismo paternalista non è obbligatoriamente sintomatico di un substrato profondamente conservatore, anzi nel suo intimo persino aristocratico, come ritiene Asor Rosa. In Italia tale impostazione “modernistico-paternalista” è riscontrabile in pressoché tutta l’elaborazione di teoria politica di stampo moderato, sia di matrice cattolica (Rosmini, Gioberti), sia di matrice laica (D’Azeglio). Ciò trova conferma anche sul versante della prassi, il cui campione è senza dubbio Cavour: egli lavora costantemente al conseguimento di un risultato politico-diplomatico-militare di carattere indubbiamente modernista, seppur di segno moderato e “piemontese”. Il punto è che, piaccia o no, la tradizione progressista europea, illuminista e post-illuminista, semplicemente contiene al proprio interno un filone “modernistico-paternalista”, e ciò non basta a cambiarne il segno in senso conservatore.

Va rammentato che la posizione tipica del moderatismo ottocentesco non si identifica propriamente nella geometrica equidistanza che contraddistingue ciò che oggi definiremmo il centro politico (vale a dire la posizione intermedia tra progressismo e conservatorismo). Tale caratteristica del moderatismo è frutto di un’evoluzione successiva. Rispetto ai centristi del ventesimo secolo, i moderati dell’ottocento sono significativamente più sbilanciati in senso progressista. Ovviamente ostili a soluzioni radicali dell’assetto sociale e statuale, i moderati tuttavia hanno ben chiari i nemici contro cui combattere: la conservazione, il privilegio aristocratico ed ecclesiastico, l’ignoranza, la povertà estrema. Per quanto attiene poi alla prassi della lotta politica, le differenze tra moderati e radicali sono minime. La cospirazione, l’insurrezione, la lotta armata e la soluzione manu militari sono praticate dai moderati come dai radicali. Solo in seguito le rispettive forme dell’azione politica si distingueranno con nettezza.

I moderati, divenendo gradualmente classe dirigente, adotteranno i metodi propri della mano pubblica (da un certo momento in poi da loro stessi diretta ed amministrata), ricorrendo sempre più a soluzioni formali ed ufficiali (atti amministrativi, parlamentari, diplomatici e di governo; ricorso alla violenza esclusivamente legale della polizia e dell’esercito regolare; ecc.). I radicali, viceversa, della propria impostazione conserveranno a lungo la tendenza insurrezionale e rivoluzionaria e svilupperanno una sempre più forte convinzione della necessità di un coinvolgimento diretto delle classi popolari al processo di modernizzazione politica e sociale,16 tutti ingredienti che in seguito confluiranno nei movimenti di orientamento socialista.

Ricapitolando, almeno all’inizio le analogie politiche tra moderati e radicali sono numerose, riscontrabili sia sul piano degli scopi generali (fine patriottico, scopo costituzionale, obiettivi di modernizzazione, ecc.) sia su quello dei mezzi, degli strumenti e dei programmi per conseguire quegli scopi. Quasi tutte le maggiori differenze tra i due orientamenti si formano e si allargano ulteriormente in seguito.17 Una sola discordanza è presente e percepibile da sempre: mentre i democratici italiani, seppur con qualche incoerenza, sono per una partecipazione attiva dei ceti popolari al processo di modernizzazione del paese, i moderati non nutrono fiducia nella capacità di auto-coscienza politica esprimibile dalle classi popolari. Ad esse va il loro sostegno e la loro sincera simpatia ma debbono accettare di essere eterodirette da una “leadership esterna”, espressa dai settori più illuminati e progressisti del ceto borghese. Ovviamente non è cosa da poco, ma tale atteggiamento politico non può essere semplicemente etichettato tout court come conservatore bensì, semmai, come progressismo paternalistico o verticistico. Esattamente come paternalistico e verticistico era stato il filone anticonservatore sette-ottocentesco. Questa tradizione, in diverse forme e varianti, si conserverà per il resto dell’ottocento, emergerà più volte nel corso del ventesimo secolo e permarrà fino ai giorni nostri.

Tra ottocento e novecento: differenze paradigmatiche

L’ultimo terzo del diciannovesimo secolo è contraddistinto, in Italia come nel resto d’Europa, da un forte sviluppo industriale18 al quale corrisponde uno speculare sviluppo organizzativo del mondo operaio, ormai in grado di darsi un proprio organismo politico: nel ‘64 con la Prima Internazionale e, nel 1889, con la Seconda Internazionale, che guiderà il proletariato europeo fino alla guerra mondiale. Anche se la chiesa cattolica, con l’enciclica Rerum novarum di Leone XIII, mostra una maggiore sensibilità al problema scottante dell’ingiustizia sociale, i temi della prevaricazione e della sopraffazione si manifestano ed estendono in forme nuove: su scala extraeuropea si profila una competizione imperiale tra le potenze.

Inghilterra e Francia competono in Africa e in Asia a caccia di materie prime, basi commerciali e militari in modo da consolidare ed ampliare le rispettive reti coloniali, mentre italiani e tedeschi arriveranno all’avventura coloniale più tardi e con minor fortuna. Con l’imporsi dell’imperialismo, si assiste ad un cambiamento storico nella cultura e nella mentalità politica europea: il nazionalismo ideale, romantico e liberale tende a trasformarsi in un nazionalismo strumentale, aggressivo ed antidemocratico. Ad ogni modo, per la prima volta dopo tanti secoli, la gara in corso tra le potenze europee si spostava fuori dal continente e il Congresso tenuto a Berlino nel 1878 sanciva di fatto questo mutamento di scenario, destinato a durare fino al 1914.

In tale contesto la storia italiana e la sua evoluzione politica maturano secondo linee di tendenza e costanti di medio-lungo periodo facilmente riconoscibili. Alcune di esse erano ravvisabili già in età risorgimentale: unificazione italiana come pura espansione sabauda per annessioni;19 persistenza di povertà diffusa; mancata soluzione ed aggravamento della questione meridionale.20 Altre si manifestano in concomitanza con o in conseguenza di quanto accade nel paese già all’indomani della proclamazione del regno: tendenza alla formazione di élite distanti dalla cittadinanza e dai reali problemi della popolazione;21 allargamento della base dei diritti dei cittadini lento e contradditorio; spostamento dell’impianto politico del paese in senso conservatore ed ultraconservatore22; parallela evoluzione in senso conservatore di gran parte dell’intellighenzia italiana, anche di quella di estrazione democratica.23 Si tratta di segnali già ben visibili a molti contemporanei, al centro di temi ampiamente studiati e dibattuti fino ad oggi.

In questo momento storico, il filone politico e culturale che abbiamo finora variamente denominato come “paternalismo democratico”, “modernismo paternalista”, “progressismo paternalistico o verticistico” sembra essersi sopito, riemergendo saltuariamente in singole ed isolate occasioni24. Sarà con la fase successiva, quella giolittiana, che lo spirito moderato e nel contempo progressista riprenderà vigore.

Il primo novecento

Certamente Antonio Giolitti è stato uno dei leader politici più discussi e controversi della storia d’Italia. Desideroso di allearsi al partito socialista ma, in seguito, compiacente con il nascente movimento fascista; “ministro della malavita”, secondo Gaetano Salvemini, ma anche personaggio con trascorsi di parlamentare autenticamente liberale, benevolo nei confronti delle classi popolari e del loro diritto a soddisfare le proprie aspirazioni sociali. A questo proposito basti ricordare qualche passo del famoso discorso alla Camera dei Deputati, da lui tenuto il 4 febbraio 1901, critico nei confronti del governo Saracco che aveva chiuso la Camera del lavoro di Genova.25

Ora queste Camere di lavoro che cosa hanno in sé di illegittimo? Esse sono le rappresentanti di interessi legittimi delle classi operaie: la loro funzione e di cercar il miglioramento di queste classi, sia nella misura dei salari, sia nelle ore di lavoro, sia nell’insegnamento che giovi a migliorare e ad accrescere il valore dell’opera loro, e potrebbero, se bene adoperate dal Governo, essere utilissime intermediarie fra capitale e lavoro, come potrebbero servire ad altre funzioni, per esempio a diriger bene la emigrazione. Perché dunque il Governo adotta il sistema di osteggiarle sistematicamente? […] La ragione principale per cui si osteggiano le Camere del lavoro è questa: che l’opera loro tende a far crescere i salari. Il tenere i salari bassi comprendo che sia un interesse degli industriali. ma che interesse ha lo Stato di fare che il salario del lavoratore sia tenuto basso? […] Il governo quando interviene per tenere bassi i salari commette un’ingiustizia, un errore economico ed un errore politico. Commette un’ingiustizia, perché manca al suo dovere di assoluta imparzialità fra i cittadini, prendendo parte alla lotta contro una classe. Commette un errore economico, perché turba il funzionamento della legge economica dell’offerta e della domanda, la quale è la sola legittima regolatrice della misura dei salari come del prezzo di qualsiasi altra merce. Il Governo commette infine un grave errore politico, perché rende nemiche dello Stato quelle classi che costituiscono in realtà la maggioranza del paese. Solo tenendosi completamente al di fuori di queste lotte fra capitale e lavoro lo Stato può utilmente esercitare una azione pacificatrice, talora anche una azione conciliatrice, che sono le sole funzioni veramente legittime in questa materia.

Indubbiamente quel discorso esibiva concetti di chiarissimo stampo modernista.26 I suoi contenuti denotavano il principio, tipicamente anticonservatore, per cui compito del governo non è solo osservare una condotta imparziale rispetto alle dinamiche sociali, ma anche operare attivamente in direzione di un graduale allargamento della base dei diritti dei cittadini.27 Si tratta di due scopi diversi ma, secondo Giolitti, ugualmente necessari: neutralità dell’esecutivo e, in aggiunta, promozione di una politica rispettosa dei bisogni sociali, anche degli strati più deboli della popolazione. L’indicazione di ambedue gli obiettivi (equidistanza dell’esecutivo nelle controversie sociali e riconoscimento della legittimità e dell’opportunità della rivendicazione salariale) conferisce alla visione giolittiana un attributo non più soltanto di stampo liberale ma già esplicitamente progressista.

Ciò premesso, permane in Giolitti quell’alone di ambiguità politica che caratterizza i fautori di politiche di tipo paternalistico. La sua sincera inclinazione di misurato progressista lo spinge a politiche di indubbia modernizzazione del paese, ma tutto questo è subordinato alla condizione di una gestione del potere28 autocratica e si accompagna, tipicamente, ad una sostanziale sfiducia nei confronti dell’iniziativa politica popolare autogestita. Ciò è forse in grado di spiegare, almeno parzialmente, il lato opaco della politica del liberale Giolitti: dai brogli elettorali alle posizioni ondivaghe in politica estera e coloniale, all’atteggiamento indulgente verso il fascismo.

Se su Mussolini e sul movimento da lui fondato esiste una sterminata e variegata letteratura, in questa sede ciò che è importante osservare è l’assoluta estraneità del fascismo al filone politico-culturale oggetto del presente lavoro. Certamente esistono alcuni ingredienti ideologici trasversali e comuni a vari movimenti, orientamenti o stili politici e, tra questi, il populismo29 è senza dubbio riscontrabile nel regime fascista così come in altre forme politiche e di governo. Tuttavia, se è vero che in ciò che abbiamo definito “paternalismo democratico” si realizza una singolare convivenza tra “obiettivi di tipo riformatore” e “mezzi operativi di carattere verticistico” è pur vero che al fascismo, nel proprio concreto realizzarsi storico, manca del tutto il movente della solidarietà e di una sincera simpatia sociale verso le classi subalterne.30

Semmai al fascismo italiano, specialmente se lo si considera nel proprio evolversi da movimento a partito e da partito a regime, sembrano applicarsi altre etichette concettuali. E non è casuale che i diversi studiosi dedicatisi allo studio del fascismo italiano e del suo leader abbiano adoperato differenti categorie. Emilio Gentile (2008) ha evocato la nozione di totalitarismo, in polemica con quanto già affermato da Hannah Arendt (2009) che, nel 1951, aveva ritenuto di temperare il proprio giudizio, indirizzandolo su una visione del fascismo italiano come autoritarismo.31 Altri studiosi, come Giovanni Sabatucci, hanno optato per opinioni intermedie. Inoltre, per ciò che riguarda il fascismo come regime e, più in particolare, lo stile di comando esibito dal duce, va anche menzionata l’utilità del ricorso alla pur non univoca nozione critica di cesarismo.32 Ciò che tuttavia non è riscontrabile nel fascismo e nel suo coacervo ideologico è l’adesione sincera alla causa dei più deboli che, sebbene in vario modo e in varia misura, costituisce il denominatore comune alle posizioni progressiste di ogni epoca.

Note

1Dibattito pubblico spinto dall’azione svolta dai media, motori ed acceleratori della semplificazione informativa.

2www.huffingtonpost.it/nadia-urbinati/declino-democrazia-deliberativa-crescita-esecutivismo_b_7311122.html, 19/5/2015.

3Per decisionismo intendiamo in questa sede, al di là dell’originaria definizione proposta dal filosofo del diritto Carl Schmitt, la tendenza ad affrontare i problemi posti dalla quotidianità, in un dato contesto politico (ma anche organizzativo o familiare o individuale), con determinazioni rapide e non necessariamente ponderate o rispettose delle regole.

4Cioè la formazione di partiti come proprietà personali dei leader.

5“Il disallineamento crescente tra il modello organizzativo e funzionale dei grandi corpi intermedi, basato su una logica settoriale e verticale, e la spinta all’orizzontalità indotta dall’evoluzione dei processi economici e sociali hanno di fatto reso sempre più complesso il mestiere di “fare identità” e “fare rappresentanza”. AA VV 2014 Il vuoto della rappresentanza degli interessi, in I vuoti che crescono, Un mese di sociale, Censis, Roma.

6Si pensi alla riforma del Senato, con i rappresentanti di questo ramo del Parlamento che verrebbero nominati proprio dagli enti, come regioni e città metropolitane, su cui i senatori stessi dovrebbero esercitare la propria funzione di controllo. Oppure al riformato Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, organismo centrale di garanzia che, sebbene abbia funzioni solo consultive, è per la metà dei propri membri nominato dal MIUR.

7La sociologia dell’organizzazione ha da tempo superato la visione dicotomica dell’analisi del potere, tendente a suddividere gli stili direzionali in democratici ed autoritari. Già a metà del ventesimo secolo l’americano Rensis Likert propose di classificare i diversi modi di esercitare la leadership articolandoli in un ventaglio di quattro possibilità: 1) stile autoritario-sfruttatorio; 2) stile autoritario-benevolo (o paternalistico); 3) stile consultivo; 4) stile partecipativo di gruppo. Da quel momento in poi, all’interno di enti ed aziende, etichettare un dato stile di comando come democratico o autoritario rappresentò una grossolana semplificazione. Cfr. Perrone, 2005.

8Sotto il profilo squisitamente sociologico, si può sostenere che l’età illuministica rispondesse in pieno al modello funzionalistico di una società armonica ed ordinata: dinamica ma nel contempo equilibrata. Al contrario, l’epoca successiva si presta pienamente ad essere meglio rappresentata dalla sociologia critica, focalizzata a cogliere i contrasti sociali e le contraddizioni di potere della polis moderna.

9Già la rivoluzione industriale inglese aveva mostrato che proclamare la piena libertà di un individuo (per esempio, dell’operaio di fabbrica) poteva anche significare creare soprattutto la condizione giuridica per poterne accentuare lo sfruttamento. Mentre la rivoluzione americana, pur così fortemente ispirata dalle nuove idee, avrebbe presto dimostrato l’intreccio tra aspirazioni ideali (indipendenza e libertà) e convenienze economiche o fiscali (è emblematico che il più celebre degli slogan rivoluzionari americani sia: “No taxation without representation”).

10Ugo Foscolo ben rappresenta, in età napoleonica come nella restaurazione, un modello estremamente rappresentativo di giacobino italiano. L’appellativo “giacobino”era usato in molte zone d’Europa in maniera molto più estensiva che non in Francia: mentre lì i giacobini rappresentavano decisamente l’ala sinistra del fronte rivoluzionario, nel resto del continente, per essere definiti tali, bastava richiamarsi, anche in maniera blanda e contenuta, a generici principi di costituzionalismo. I giacobini europei erano di solito intellettuali, professionisti e militari che ricercavano soluzioni politiche dei problemi di nazioni e paesi europei, spesso dimenticando, ancora una volta, che serviva anche una soluzione sociale.

11Sia nella versione iniziale, offerta da Napoleone I, sia in quella incarnata dal nipote Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, meglio noto con il nome di Napoleone III.

12Va ricordato che i codici militari napoleonici, che incarnavano il verticismo militarista bonapartista, prevedevano il totale assoggettamento alla gerarchia interna (scalabile meritocraticamente e per anzianità), cancellando ogni vantaggio ed ogni privilegio della nobiltà: essi rappresentarono una delle manifestazioni più “verticali” e nel contempo più spiccatamente democratiche del riformismo napoleonico.

13Se delle gesta militari napoleoniche non rimase in vita quasi null’altro che una viva aneddotica al limite della leggenda, ciò che paradossalmente sopravvissero per sempre in Europa furono gli effetti delle sue riforme, sia sul piano tecnico (legislativo, normativo, organizzativo, amministrativo e burocratico) sia sul piano culturale (nella società, nei gruppi dirigenti delle amministrazioni pubbliche, nella mentalità delle gerarchie civili e militari). Questo fu ciò che accadde. E questo spiega il fin troppo noto luogo comune di una Restaurazione la quale non restaurò che le parvenze dell’Europa pre-napoleonica.

14La borghesia, nel linguaggio politico italiano dell’800.

15D’altra parte si tratta di giudizi di impianto critico militante, tipici dell’epoca in cui furono pensati e scritti: tra gli anni ’60 e ’70 del novecento.

16Nota, a questo proposito, è l’azione di “apostolato” laico propugnata da Mazzini.

17La più significativa delle quali è probabilmente nella consistenza numerica della base di cittadini aventi diritto al voto: relativamente ristretta secondo i desideri dei moderati; allargata, negli obiettivi dei democratici.

18Le rivoluzioni del ‘48-’49 avevano decisamente rinsaldato in tutta Europa la grande borghesia della finanza e dell’industria che, con il liberalismo politico, suggellava la dottrina delle libere istituzioni e, con il liberismo economico, sanciva la legittimazione del profitto.

19Espansione non solo politico-militare ma amministrativa, organizzativa, culturale, già denunciata dalla tradizione mazziniana.

20Questione affrontata da studiosi come Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini, Antonio Gramsci ed altri.

21I gruppi dirigenti attivi in campo politico, amministrativo-burocratico, economico ed imprenditoriale, in una parola: l’establishment, furono notoriamente oggetto di indagine di studiosi del calibro di Gaetano Mosca, Wilfredo Pareto, Roberto Michels: pur diversissimi tra loro, essi sembrano concordare sull’idea che l’azione politica (nel senso più ampio del termine) sia attivata non dalle masse ma solo da gruppi ristretti i quali tuttavia, giunti al potere, mirano a perpetuare il proprio predominio, assumendo quindi un’inevitabile atteggiamento conservatore. Le teorie dell’élite mostrano alcune significative assonanze con la teoria dell’avanguardia rivoluzionaria del leninismo e con il modello gramsciano dell’egemonia.

22I passaggi storici anche simbolicamente più significativi di questa tendenza sono rappresentati dalla dura politica fiscale della destra storica (nell’ottica del raggiungimento del pareggio di bilancio); dal ribaltone in politica estera operato dalla sinistra storica con la pattuizione della triplice alleanza con Austria e Prussia; dalle repressioni antipopolari di Crispi e Rudinì.

23Destino condiviso dallo stesso Crispi, ex mazziniano, e da intellettuali come Verga, Carducci e Pascoli.

24Una per tutte: la parziale politica di ammodernamento svolta da Crispi nel corso del suo secondo ministero, con la riforme della sanità pubblica (che stabilì il principio per cui lo Stato fosse responsabile della salute dei suoi cittadini) e della giustizia (quest’ultima, in particolare, tesa a proteggere il cittadino da eventuali abusi amministrativi).

25Discorso che contribuì alla creazione di un clima parlamentare di disapprovazione e di ostilità nei confronti di Saracco che, infatti, si dimise.

26Indipendentemente dalle pur evidenti contingenze politiche del momento che vedevano Giolitti stesso, in quella fase semplice parlamentare, desideroso di tornare a ruoli di governo.

27Ivi compreso il diritto di sciopero.

28Giovanni Giolitti proveniva dal mondo della burocrazia di stato e fu il primo capo di governo del regno d’Italia a non avere avuto trascorsi di combattente risorgimentale. Inoltre, quando divenne per la prima volta primo ministro aveva soltanto cinquant’anni: un’eccezione vera per l’epoca. In parte la sua modernità è anche interpretabile come frutto di una spiccata diversità culturale e cognitiva rispetto all’esistente.

29Inteso come esaltazione retorica e strumentale del popolo, nonché come insieme di specifiche iniziative politiche e civili tese a blandire ed adulare ampi strati di popolazione, accattivandone il consenso.

30Classi subalterne che pure il regime fascista blandì e in qualche maniera favorì (ma per pure ragioni di consenso politico e di compiacimento cesarista) con le note opere pubbliche e di riforma degli ordinamenti sociali, assistenziali e previdenziali degli anni ’30.

31Posizione poi richiamata da Alberto Aquarone e, in parte, da Renzo De Felice

32Per una sintetica ma esauriente definizione del cesarismo si veda Panebianco, 1991.

 

Bibliografia

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Perrone Francesco 2005 Manuale introduttivo alla comunicazione aziendale, FrancoAngeli, Milano.
Pirro Fabrizio 2014 Navigazione a vista. Flessibilità e relazioni industriali, Università Bocconi, Milano.