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3 gennaio 2016

Gramsci e Keats in un cimitero romanticamente antropologico

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Oggi è un giorno caldo qui a Roma. Molto più caldo del normale. Sto seduto nel mio balcone e vedo le mie piante che sono ormai secche. Solo i gerani resistono a questa calura. La vista è quella solita: bellissima, estesa su una parte della mia città che unisce elementi architettonici di epoche storiche diverse, da cui emergono da un passato remoto  mura antiche che dovevano difenderla dai barbari, aperte da un ingresso ancora suggestivo, una vera porta per entrare a Roma.

Di lato una bizzarra piramide che un antico romano ricco e kitsch – Caio Cestio – si è fatto costruire per la sua memoria, in un anticipo sul post-modern style. Nessuno dei miei amici specie stranieri che mi viene a visitare immagina che sia una “vera” piramide, cioè in genere si pensa che è stata rubata dall’Egitto come  un obelisco e trasferita qui. Lungo il perimetro destro delle mura vi è un cimitero speciale: lì, tra gli altri,  è sepolto Gramsci insieme a Keats.

Un poeta e un uomo politico. Noi lo chiamiamo il cimitero degli inglesi, perché ci sono sepolti i non cattolici, quindi non solo britannici protestanti, ma anche greco-ortodossi, ebrei romani o persino esponenti dell’umanesimo che molto impropriamente, a causa dell’influenza delle religioni monoteiste, qualcuno si ostina a definire atei.

Sullo sfondo si innalzano i cilindri metallici di due gazometri, altri ruderi di una Roma industriale che stanno per essere trasformati in teatro e in giardino botanico. Altri miei amici, in genere romani, apprezzano di più queste rovine recenti a quelle classiche: e comunque il loro montaggio panoramico aumenta la suggestione impura e sincretica.

Le modalità di questa transizione dal moderno industrialista alla nuova metropoli comunicazionale  si può verificare attraverso questo luogo, quando – diventando una zona notturna – cambia la sua identità da industrialista  gasata a musicale industrial.

Durante la notte bianca del 2006 il gazometro è diventato un’opera luminosa e sonora. Forse ogni location ex-industriale può diventare spazio performatico, espositivo o seminariale. Tutto diventa possibile dentro questo strano corpo cilindrico. Ed è sorprendente come si innesti dentro questo corpo – il corpo-gazometro – un feticismo che lo anima, lo possiede, lo rende vivo e scorrevole dopo un secolare immobilismo mono-funzionale.

Un feticismo visuale e sonico: cosparso di tracce al neon, durante la “notte bianca 06”, anche lui si è imbiancato, illuminato da accensioni geometriche che ne ridisegnavano il corpo, come un maquillage che restaura un corpo invecchiato precocemente e lo rende di nuovo giovanile e scattante.
Dalle sue interiorità cilindriche sono emesse fluttuanti musiche industrial, come ad accompagnare la sua resurrezione: e così il gazometro ha danzato, musicato, illuminato per una lunga notte, meravigliando di stupore quanti lo percepivano solo come ferro arrugginito da pensionare: e che invece del tutto all’improvviso è diventato strumento scenico e compositivo di musiche luminose.
Infine, sempre dal mio infinito panorama, emerge il Testaccio, da tempo quartiere già popolare, dal
simbolico colle creato con i cocci delle anfore che arrivavano al vicino porto, ora zona di scorrimento della vita notturna dove di notte non si circola se non a piedi e con difficoltà.
Questo caldo torrido e secco mi fa pensare alla morte, alla morte delle cose più che delle persone. E mi immagino in un futuro remoto cosa si possa mai capire di questo strano angolo di Roma dove si sovrappongono e coesistono stili e epoche così diverse.
Le ceneri di Gramsci sono una poesia di Pasolini dedicata al fondatore del Partito Comunista Italiano. E se anche le piante qui sembrano incenerite, mi sorprendo a pensare come l’archeologia possa relazionarsi agli esseri umani. Archeologia e antropologia. Già. Gramsci era sardo, nato in quella splendida e solitaria isola; era infermo, un fisico ingobbito devastato da una malattia delle ossa.
Eppure da giovanissimo andò a Torino perché voleva fare una cosa che in futuro forse apparirà bizzarra: l’inchiesta operaia. Ma non quella dei sociologi, no, quelli che fanno la job evaluation oppure applicano taylorismo oppure toyotismo ai ritmi della produzione; oppure quelli che capiscono la fine dell’era industriale senza aver mai sentito che il genere industrial e noise ha accompagnato e anticipato questo processo molto meglio e tanto prima di questi scienziati sociali.
No di certo. Era il suo – quello di Gramsci – un modo per capire il punto di vista operaio rispetto al lavoro, per poterne cambiare la “natura” e sviluppare l’autonomia di ogni singolo produttore. Persone costruttrici del proprio destino, non solo di macchine.
Sì macchine, perché Torino è stata a lungo la capitale dell’auto. La Fiat. La più importante città industriale da cui doveva partire la rivoluzione.
La sua tomba è semplice e sempre qualche mano gentile vi colloca una rosa. Una rosa rossa come il suo ideale. Ci vado di frequente e spesso trovo persone raccolte e commosse. Con discrezione isolata. La commozione continua con Keats, perché la poesia è parte costitutiva di ogni rivoluzione: nella sua lapide forse tra qualche secolo si potrebbe ancora leggere “Here lies One whose Name was writ in Water”. La scrittura poetica muove le lettere che si assemblano e si disperdono tra le increspature delle onde. Poesia d’acqua. Una poesia che è liquida come dovrebbe essere il lavoro operaio. E non solo. Poesia e rivoluzione.
Allora immagino dal mio balcone che i due – Gramsci e Keats – si incontrano di sera, al tramonto che qui spesso è acceso di fuoco. Si incontrano tranquilli e solitari, e discutono appassionatamente sulla loro morte avvenuta spazialmente vicino: per il poeta, sull’inizio della celebre scalinata a piazza di Spagna dove aveva una bella casa; per il politico, nel tetro carcere.
“Quel cervello non deve pensare” – così diceva Mussolini di Gramsci. Lo diceva un tipo che è stato quel feroce dittatore che ha inventato il termine “fascismo” usurpando una grande tradizione dell’antica Roma: i fasci, infatti, erano le insegne del potere politico che unifica la res publica.
Questo concetto nato nella Roma per l’appunto repubblicana è più intenso di democrazia. Perché
democrazia, caro archeologo che dovresti saperlo bene, mantiene il termine di potere (crazia) che a me non piace quand’anche popolare. Repubblica invece afferma che la “cosa” è di tutti e che questa cosa è un sogno.
Il sogno di una cosa, così la chiamava sempre Pasolini riferendosi a Gramsci.
E una cosa sognata e da sognare era appunto una visione pubblica di questa strana cosa – non collettiva! Stia attento caro archeologo – pubblica nel senso che coinvolge e avvolge l’insieme dei cittadini con tutte le diversità. Ed è qui che entra l’antropologia…
Gramsci sognava e discuteva con Keats come immaginare questa cosa pubblica che lui chiamava comunismo e Keats ascoltava attento e immaginava corpi di donna percorsi da lettere d’acqua. Sosteneva che scrivere sull’acqua era come scrivere sul corpo della donna amata.
E Gramsci a udire queste parole rimaneva zitto, coi suoi occhialini stretti sul naso, fumando lentamente anche se non aveva più polmoni. Così i nostri due amici stavano a lungo in silenzio e si guardavano: entrambi non avevano avuto grandi esperienze d’amore. Forse la poesia vorrebbe essere vissuta come la politica. Forse anche viceversa… o forse entrambe non cercano che amore.

Il cervello di Gramsci rimase più di 20 anni in una prigione che si chiama Regina Coeli. Si pensi che cosa assurda sia la costruzione di un carcere: essa ha una struttura architettonica che dovrebbe immettere quei poveri reclusi nelle braccia della “regina del cielo”, cioè essa è costruita sul modello del panottico. Penso che ormai tutti sappiano – o dovrebbero sapere – cosa significhi questa concezione di un edificio-penitenziario con al centro il grande occhio del guardiano (colui-che-guarda) attraverso cui osservare tutti i bracci dove erano rinchiusi i prigionieri.
E questi penitenti non avevano un momento né un interstizio di libertà. Eppure nonostante la strettissima sorveglianza, Gramsci riuscì ad avere dei quaderni su cui scriveva in continuazione con la sua calligrafia precisa e minuta.
Penso di nuovo una cosa rosso fuoco forse a causa del tramonto: che forse è cosa blasfema trovare affinità tra la Madonna regina-del-cielo e il panottico di Bentham che ti osserva sempre anche nei momenti di più esclusiva intimità. E che forse è proprio questo concetto di peccato legato perversamente a uno sguardo controllore che lega … carcere e paradiso. Che avessi scoperto la trama che connette a senso unico questi due mondi apparentemente così distanti e anzi opposti! Voglio dire che è il paradiso ad essere carcere non certo il carcere ad essere paradiso, chiaramente.
Il cimitero è un luogo di morte, né carcere né paradiso, si entra dentro sempre con una attenzione particolare come se i suoi inquilini potessero essere disturbati. La morte va rispettata, non temuta. E per questo che intorno e dentro questo cimitero ci sono alberi rigogliosi, pini e cipressi.
Loro sono sempreverdi. E l’aria trasparente scorre come l’acqua su cui scrivere poesie per un amore lontano eppure ravvicinabile dal desiderio dell’immaginazione. Solo poesia e politica incrociate potranno cambiare qualcosa del mondo, come genealogi attenti potranno verificare qui, in questo piccolo spicchio di terra dove convivono i nostri amici.
Gramsci scriveva su Machiavelli. Attenzione, i libri di storia sono spesso dei manifesti alla stupidità umana. Machiavelli non è stato solo l’inventore della scienza della politica, staccata da morale, religione e metafisiche, ma una importante figura che incorpora l’impotenza dell’intelligenza.
Per lui era fondamentale – stiamo nel 500, quando l’Italia rinascimentale a livello culturale esprime il massimo della sua creatività – trasportare la potenza della cultura dentro la politica e costituire l’unità d’Italia, anziché lasciarla così divisa in mano straniera. Insomma anche Machiavelli voleva unirsi a Leonardo.
Ma non gli riuscì e l’Italia sprofondò in secoli bui. E allora, dice Gramsci, un nuovo principe che riscatti non più la nazione (che da tempo si è affermata) bensì i lavoratori tutti: questo il suo compito e questo moderno principe per lui era il Partito.
Può un archeologo del futuro scoprire cos’è un partito? …. Non so … mi sembra difficile. Anche perché ormai da tempo i partiti così come erano sono finiti. Per questo si deve guardare dentro questo cimitero poetico-politico, oscillando sempre tra questi due estremi, tra le tombe del poetico e
del politico. Gramsci stava in isolamento carcerario, eppure le cose più lucide le ha scritte lui e non solo su Roma o sull’Italia, ma forse sull’intera area “occidentale”, altro termine strano.
Forse ora può sembrare ovvio, ma per lui l’economia (di cui era attento studioso) non determinava la cultura, come una scolastica detta marxista affermava al tempo – per il controllo panottico di Stalin su tutti i partiti detti comunisti – ma anzi aveva una forte autonomia.
Anzi la cultura per lui – incarcerato – stava diventando asse centrale attraverso cui svolgere la politica e da questo deriva il suo concetto più noto:egemonia.
Un partito cioè non è apparato burocratico o dittatoriale o verticistico: deve praticare un paziente coinvolgimento e convincimento delle persone, specie quelle non lavoratrici, che non vanno eliminate e tantomeno stigmatizzate, bensì con cui svolgere una riflessione culturale che possa egemonizzare, appunto, strati sociali o generazionali, adesso diremmo anche etnici e di genere, diversi dagli operai.
Insomma, l’egemonia è poesia, la poesia sottile e quotidiana della politica.
Ora il confine esterno del cimitero è protetto dalle mura che risalgono all’imperatore Aureliano. Vi sono feritoie e torrette, bocche di lupo e fossati. Un sentiero sterrato lo accompagna e da lì ci si può affacciare nel sottostante scenario che si congiunge alla piramide che dal suo proprietario si chiama Cestia.
Per me è il paesaggio più romantico di Roma. E anche più squisitamente antropologico. Forse nessuno ci crederà, ma questa sera, dopo che l’oscurità è succeduta al tramonto, ho pensato di camminare solitario sotto le mura quando ho alzato gli occhi: ebbene sono sicuro di aver incrociato i due, ma sì proprio Gramsci e Keats, che discutevano un po’ in inglese e un po’ in italiano.
Parlavano animatamente di poesia. Era bizzarro perché Gramsci conosceva bene le poesie di Keats, mentre questi non poteva conoscere i quaderni del carcere.
Quaderni del carcere: si sa che in questi quaderni lui scriveva di tutto: dalla cultura popolare al fordismo, dalla critica al centralismo democratico in vigore in quel partito (e pochi sanno che Gramsci fu perfino espulso da partito dai membri della cellula – così si chiamavano i membri della stessa sezione del partito) al cinema americano. Insomma letteratura ed economia erano intrecciate e si transitava dall’una all’altra con freschezza e puntigliosità.
Ma pochi sanno una cosa che veramente fa sognare. Questi quaderni furono fatti “evadere” da una persona poco conosciuta ma che è anche lui un nome scritto nell’acqua: Piero Sraffa, un valente economista che lavorava in Inghilterra, proprio vicino a dove Keats aveva vissuto i suoi brevi anni, esule dall’Italia fascista ma col permesso di visitare l’amico.
Uno che ha scritto produzione di merci per mezzo di merci. Insomma Sraffa aveva capito tutto rispetto alla teoria del valore-lavoro, che gli archeologi hanno difficoltà a reperire tra i resti di anfore o merci andate a male: non più basato sul plus-lavoro e plus-valore, ma sulle macchine-merci
che aggiungono esse stesse valore ad altre merci e non più il lavoro operaio. Merci-quasi-immateriali. Sensibilmente sovrasensibili.
Alla fine udii distintamente che Gramsci chiedeva un favore al suo giovane amico: di insegnargli a scrivere il suo nome nell’acqua. E Keats – già triste di suo – era come disperato, perché lì, in quel cimitero per quanto bello non c’era acqua. Non solo. Ai morti l’acqua è preclusa. I vivi pensano che loro non hanno sete.
Ma poi il poeta si mosse e il politico lo seguì turbato dalla serietà dell’amico.

Mi arrampicai sulle mura per poter vedere cosa stava accadendo e vidi qualcosa anche se non tutto. Keats prese con molta precauzione un vaso ricolmo di fiori che accompagnava il soggiorno di un emigrato russo, forse un russo bianco anti-rivoluzionario e, come chiedendo scusa, poggiò i fiori appassiti ai margini della tomba.
E così fece con altri vasi muovendosi rapido tra le tombe ben conosciute, fino a riuscire a riempire d’acqua un gran recipiente. Tornò vicino al politico e, lui poeta, gli mostrò il contenuto del vaso e rimase immobile qualche secondo, poi con uno scatto insospettato ne gettò il contenuto verso l’alto. Gramsci alzò la testa e sgranò gli occhi, perdendo gli occhiali sottili. Ma vide.
L’acqua sgranata disegnò come un foglio liquido sull’aria e per un attimo rimase così, come indecisa se rimanere ferma a galleggiare nell’aria o precipitare a terra: in quell’attimo sospeso vidi che Gramsci mosse rapido le mani e le gocce scrissero qualcosa, ma non il suo nome. Non riuscii a vedere bene, eppure sono sicuro che le gocce d’acqua scrissero:


il sogno di una cosa will be writ in the water…


… e poi si sparsero sulla terra stupita.

 
 
 
 

English version

Gramsci and Keats in a cemetery romantically anthropological

 

Today is a warm day here in Rome. Much warmer than usual. Sitting in my balcony, I’m looking at my plants, dead by now. Only the geraniums are standing this great heat. The view is the same: wonderful, broad on a part of my city that links architectonic elements of different historical periods, from which, come out, originating from a distant past, ancient walls, built to protect it from the Barbarians, opened by a still evocative entrance, a real door to come in Rome.

Aside, an eerie pyramid an ancient Roman, rich and kitsch, – Caio Cesio – wanted to be built for his memory, anticipating the post-modern style. No one of my friends, in particular foreigners who come and see me, can imagine this is a real pyramid. In other words, you can usually think that it was stolen from Egypt, like an obelisk, and brought here. Along the right boundary of the walls, there is a special cemetery. There, amongst others, is buried Antonio Gramsci together with John Keats. A poet and a politician.

We call it the English cemetery because there are buried non-catholic people, therefore, not only British protestants but also Greek Orthodox Christians, Roman Jews, and even members of the Humanism that somebody, very improperly, thanks to the monotheistic religions’influence, persists to define as atheists.

The metallic cylinders of two gasometers rise in the background, other ruins of an industrial Rome that are going to be transformed into a theatre and a botanical garden. Other friends of mine, generally Roman people, appreciate more these recent ruins than the classical ones: and, however, their panoramic assembly increase the impure and syncretic suggestion.

Thanks to this place, you can check the steps of this transition from the modern industrialist to the new communicational metropolis, when, becoming a nocturnal area, it changes its identity from gassed industrialist into musical industrial.

During the ““Long Night of Museums” of 2006, the gasometer became a bright and resounding work. Maybe, every ex-industrial location can become the right place for performances, seminaries and exibitions.

All is possible inside this strange cylindrical body. And it’s amazing how in this body – the gazometer-one – can be born a fetishism that gives life to it, possesses it and makes it alive and flowing after a secular monofunctional carelessness.

A visual and sonic idolatry: strewn with neon trails, during the “Long Night of Museums” of 2006, even itself is grown white, enlightened by geometrical lightings that redesigned its body, like a makeup that restores a prematurely got old body making it young and agile again.

From its cylindrical interiorities were emitted floating industrial musics, as to accompany its resurrection: and so the gasometer danced, set to music and shone for a long night, becoming suddenly a scenic and compositive instrument of bright musics that astonished all those people who considered it only like a rusty iron to pension off.

At last, still from my endless view, the “Testaccio” comes out: for a long time formerly a working-class area – its name derives from the symbolic hill built with the fragments of the amphoras coming from the near port -, now through-way of the nocturnal life where, by night, you can’t move on but on foot and with a huge effort.

This warmth hot and dry makes me think to the death, the death of things more than that of people. And I imagine what you can ever understand, in a distant future, of this strange fragment of Rome where so different styles and periods coexist and are superimposed one upon another. “The ashes of Gramsci” is a lyric by Pier Paolo Pasolini dedicated to the founder of the Italian Communist Party. And even if here the plants seem to be burnt to ashes, I’m catching myself thinking how archaeology can be linked to human beings. Archaeology and anthropology. Of course.

Gramsci was Sardinian, born in that wonderful and secluded isle; he was invalid, a body made hunchbacked and ravaged by a bones’ disease. Yet, when he was very young, he went to Turin because he wanted to make something that, maybe, will seem eerie in the future. The “worker inquiry”. But not that of sociologists, those who make a job evalutation or apply the taylorism or the toyotism to the rhytms of the production; or those who understand the end of the industrial era without having never heard that the kind “industrial noise” supported and anticipated this process

long before and much better than these social scientists. Certainly not.

Gramsci’s way was a method to understand the workers’ point of view compared to the labour market, in order to change the “nature” and to develop the independence of every single maker. People able to make their own destiny, not only cars.

Yes, cars. Because Turin was for a long time the Capital of the cars: The “Fiat”. The most important industrial city had to be the starting-point of the revolution.

His grave is simple and some gentle hand always puts a rose on it. A red rose like his ideal. I usually go there and I often find absorbed and touched people. With solitary discretion. The emotion continues with Keats because poetry is a strategic element of every revolution. On his gravestone, maybe, in some century, you could read again: “Here lies One whose Name was writ in Water”. The poetical writing moves the letters that gather and disperse amid the ripples of the waves.

“Water poetry”. A poetry that is liquid as it should be the working-class labour. And not only. Poetry and revolution. Then I imagine, from my balcony, the two of them, Gramsci and Keats meeting each other in the evening, towards sunset that, here, is often fiery red. They’re meeting each other lonely and peaceful and they’re discussing passionately about their death occurred in geographically near places: for the poet, at the beginning of the famous stairs in “Spain Square” where he had a beautiful house; for the politician in the gloomy jail.

“That brain doesn’t have to work”, Mussolini said about Gramsci. The man who used this concept was a fierce dictator who invented the term “Fascism” usurping a great tradition of the Ancient Rome: the “fasces”, in fact, were the insignia of the political power that unified the “res publica”. This concept, born exactly in the Republican Rome, is stronger than that of “democracy”. Because “democracy”, and you should know it very well, dear archaeologist, keeps the term “power” (crazia) which I dislike even if it’s popular.

“Republic”, instead, says that “the thing” belongs to everybody and this thing is a dream. “The dream of a thing”, Pasolini always used to call it speaking about Gramsci. And a public vision of this strange thing – not general! – was exactly a dreamt thing and a thing to dream. Be careful, dear archaeologist: “public” in the sense that involves and wraps up all the citizens with their diversities. And at this point anthropology plays its role.

Gramsci was used to dream and to discuss with Keats how to imagine this “public thing” he called “Communism”. Keats was used to listen to him very carefully and to dream women’s bodies crossed by water letters. He was used to say that to write on the water is like to write on the loved woman’s body. And Gramsci, hearing these words, with his tight lorgnettes on his nose, was used to be silent, smoking slowly, even if he hadn’t lungs any more.

So, our two friends were used to keep silent for a long time, looking at each other: no one of them had had great and important love stories. Maybe poetry would like to be lived like politics. Maybe also vice versa. Or maybe they’re both seeking only love.

Gramsci’s brain stood for more than twenty years in a jail called “Regina Coeli”. Let’s think about how the construcion of a jail could be absurd: it has got an architectonic structure that should lead those poor convicts to the queen of the heaven’s arms. In other words its structure is ispired by the model of the “panoptic”.

By now, I think everybody knows, or should know, what this conception of a penitentiary-building means, with on its center the big warden’s eye (he who looks) through which it was possible to control all the wings where the convicts were locked up. And these repentants didn’t have neither a moment nor a little hole of freedom. Yet, in spite of a very strict surveillance, Gramsci was able to have some notebooks where he was used to write continuously in his thin and precise handwriting.

I’m thinking again about a fiery red thing, maybe because of the sunset: that, maybe, it’s blasphemous to find a comparison between the Madonna, Queen of the Heaven and Bentham’s “panoptic” that always observes you, even in the moments of the most exclusive privacy. And that, maybe, it’s just this concept of “Sin” perversely linked to a supervisor-look, that joins “jail” and “heaven”.

I wish I had found out the plot that connects one-way these two worlds seemingly so far and opposite, indeed! I mean, it’s heaven to be jail and, of course, not jail to be heaven.

The cemetery is a place of death: neither jail, nor heaven and you always come in very carefully as if its tenants could be disturbed. The death has to be respected, not feared. It’s for this reason that around and inside this cemetery there are luxuriant trees, pines and cypresses. The’re evergreen. And the diaphanous air flows like the water where you can write lyrics for a far love that you can reapproach thanks to the desire of the imagination.

Only crossed poetry and politics will be able to change something of this world, as cautious geologists will be able to verify here, in this little segment of land where our friends are living together. Gramsci used to write about Machiavelli. Be careful, the history books are often placards of the human foolishness. Machiavelli wasn’t only the inventor of the political science, distinct from ethics, religion and metaphysics but even an important character that includes the powerlessness of intelligence.

He tought it was fundamental – we are in the Sixteenth century when the Italian Reinassance expressed the highest level of creativity in the cultural field – to carry the power of the culture into the politics and to make the unification of Italy instead of letting it fragmentized in foreign hand.

In conclusion, also Machiavelli wanted to join Leonardo. But he wasn’t able to and Italy sank into decay (Dark centuries). And then, Gramsci was used to say, a new prince that no more redeems the nation (which by now is unified) but all the workers: this is his mission and this prince, for him, was the Party.

Can an archaeologist coming from a future period find out what a party is? I don’t know. It seems difficult to me. Even because it’s a long time, by now, that parties, as they were, are over. For this reason we have to take a look inside this political-poetical cemetery, always wavering between these two heights; between the politician’s and the poet’s graves. Gramsci was in a prison confinement; yet he wrote the most lucid things not only about Rome or Italy but, maybe, about the whole western area, another strange term.

Maybe it can be obvious now, but, for him, economy (that he studied carefully), wasn’t able to determine culture, as a scholastic called “marxist” was used to say in that period – for Stalin’s panoptic control over all the parties defined as “communist” – but, on the other hand, it had a powerful autonomy. On the contrary, culture, for him – imprisoned – , was becoming the main element to make politics and from this intuition derives his most celebrated concept: hegemony.

A party, in other words, is not a dictatorial or a bureaucratic or a taken at the top machinery: it has to involve and to persuade all people patiently, in particular unemployed ones who don’t have to be excluded and so much the less censured. A party, for Gramsci, has to develop a cultural reflection in order to dominate just social or generational classes that today we’d call ethnical or genre, different from workers.

In other words, hegemony is poetry, the daily and subtle politics’ poetry.

Now the external boundary is sheltered by the walls that Adrian the emperor ordered to be built. There are loopholes and turrets, wolf holes and moats. An unmetalled track leads it and there you can take a look at the view below that joines the pyramid that owes its name “Cestia” to the owner. This the most romantic view in Rome, for me. And even the most exquisitely anthropoligical one.

Maybe, nobody will believe it, but this evening, after the darkness replaced the sunset, I thought to walk lonely below the walls when I raised my eyes: well, I’m sure I met the two of them, just Grasmci and Keats, of course, that were discussing a bit in English a bit in Italian.

They were speaking vivaciously about poetry. It was strange because Gramsci knew very well Keats’ lyrics while the latter couldn’t know “The notebooks of the jail”.

“The notebooks of the jail” We know that in these notebooks Grasmci wrote about everything: from the popular culture to the “fordism” from the criticism of the democratic centralism, in force in that party, (and few people know that Gramsci was even expelled from the Party by the members of the cell – this was the name of the members of the same unit of the Party – to the American cinema. In other words, literature and economy were interlaced and you could go from the former to the latter with purity and spitefulness. But few people know something that can truly makes you dream. These notebooks were brought out of the jail by a little known person who is a name written on the water too: Piero Sraffa, a good economist that worked in England, just near the place where Keats had lived his short years, exile from the Fascist Italy but with the permit to go and see his friend. He who wrote “the production of goods by goods”.

So Sraffa, had undsterstood everything about the theory of value-job, that the archaeologists aren’t able to find amid the remnants of amphoras or rotted goods: no more based on the plus-work and on the plus-value but on the machinery-goods that add value to other goods themselves and no more the factory-work. Almost immaterial goods. Clearly oversensible ones.

In the end, he distinctly heard that Gramsci asked a favour to his young friend: to teach him to write his name on the water. And Keats – already sad by himself – was desperate because there, in that cemetery, even if it was wonderful, there was no water. That’s not all: the dead were not allowed to have water, the living men were used to think that they’re not thirsty. But, then, the poet went forward and the politician followed him uspet by his friend’s seriousness.

I climbed up the walls to see what was going on and I saw something, even if it wasn’t all. Keats cautiously took a vase full of flowers that accompanied the stay of a russian emigrant, maybe a white anti-revolutionary russian, and as apologizing, he put the withered flowers on the borders of the grave. And he made the same thing with other vases moving quickly amid the well-known graves till he was able to fill a big container with water.

He returned near the politician and, he poet, showed him the contents keeping still for a second. Then, with an unexpected release, he tossed it up. Gramsci lifted his head and opened his eyes wide, losing his thin lorgnettes. But he saw.

The shelled water drew something like a liquid sheet in the air and, for a moment, remained in this way as uncertain if to keep still floating in the air or to cast down in the ground: in that suspended moment I saw Gramsci moving quickly his hands and the drops wrote something but not his name. I couldn’t see well but I’m sure that the drops of water wrote: the dream of a thing will be writ in the water… And then they spread themselves on the astonished ground.