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11 settembre 2015

Fake in China. Per un altlante ubiquo sotterraneo delle emozioni

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Giorgio Cipolletta

FAKE

I viaggi sono viaggiatori: c’è chi naviga, o chi approda in qualche porto, oppure atterra da qualche parte, in ogni caso dovrebbe portare con sé il testo di Massimo Canevacci: Fake in China, edito da Aracne (2014). L’opera dell’antropologo italiano ci racconta un viaggio di superficie nel territorio cinese (un paese che sta cambiando), in cui si narra in profondità qualcosa di più di un viaggio, di un’avventura, di uno scambio accademico presso l’Università di Comunicazione di Nanjing — la CUCN. Canevacci presenta in questo testo una sorta di racconto intimo, biografico, dove la grafia scende e graffia nei territori disseminati della vita che gioca sul filo sottile con la morte, fin dalla nascita. Tra le righe il lettore (attento) sente il respiro vitale che ansima, prima addirittura di dare un nome partoriente, prima di nascere e scoprire che si è già morti. Fake in China è un nodo alla gola che stringe e fa tremare. Fake in China è riflessione ubiqua su mondi e modi differenti di pensare e agire.

Questa fiction etnografica parte da qui e si muove su itinerari non lineari lungo diversi luoghi del paese, tra alcune grandi metropoli come Nanjing, Shanghai, Hong Kong, Macao, Chong Quing; lungo il fiume Yangtze e i suoi imprevisti incontri; sulle spiagge e i resort etno–turistici di Sanya; nei diffusi parchi tematici e le tante Venezie locali; il tutto intriso di frammenti di storie personali (quelle di Canevacci), di passati che affiorano, cruciali momenti della vita sentimentale, le difficoltà del mangiare, l’impegno per insegnare a studenti diversi, scambi di chat con un amico di vita (Decio Murè): un intimo e incredibile dialogo tra politica e vita, tra l’essere e il sentirsi, tra il mondo e i sogni, come un dis-velamento imprevedibile verso l’orizzonte che emoziona e pulsa nell’atlante geografico sconfinante delle anime inquiete. Le immagini assalgono l’immaginario e si ri-versano nel viaggio finale tra metropoli, eco-coregrafie, monologhi interiori, massaggi, elefanti, eccedenze di natura, gole ristrette, mentre Iago si trova rinchiuso nelle sue ossessioni umorali e improvvisamente si emoziona dell’innocenza di Ofelia.

Se si riflette meglio su quanto sta accadendo oggi, pare appunto che la distinzione tra vero e falso,  non riesca a cogliere in profondo la superficie delle cose. Nell’epoca dell’iper-immaginazione, stimolati dalle infinite immagine quotidiane che ci assalgono, tutti noi possiamo sia creare cose, storie, immagini e sia replicarle senza dover per questo chiedere il permesso a nessuno. Secondo Canevacci le cose vengono selezionate, sezionate, inghiottite, assemblate e riciclate come fossero prelibate parti di un corpo nemico fatto prigioniero e cucinato, ancora pieno delle virtù che portava con sé e il cui scopo finale sarà l’essere divorato e assorbito dall’affamata intraprendenza locale.

La “tecno–antropofagia”, infatti, per Canevacci, si traduce in un divorare merci e tecnologie per assumerle come proprie nella fisiologia individuale. L’attuale conflitto si ritrova proprio tra forze produttive ideative, tecnologie della riproduzione e la comunicazione digitale. Il centro motore si rintraccia sempre nell’ideazione innovativa, solo che questa “aura” dura un nano–secondo, in quanto la sua esposizione è offerta agli occhi replicanti di tutti. L’obbligo dell’esposizione consegna tutto alla visibilità, porta l’aura come apparizione di una distanza a sparire completamente.

Ecco che il fake diviene non più l’opposto di vero o autentico, ma esso non è altro che l’onda che accelera il mutamento degli stili di vita e che diffonde una semplice verità sullo stato delle cose. Fake quindi rinomina il “falso-vero” in un mix immanente che dissolve le distinzioni del dualismo classico basato sulla certezza di verità. Un processo che l’arte aveva praticato da tempo, in stretta alleanza col mito (contro e oltre una logica tradotta come razionalità strumentale o ratio) e che il film di Orson Welles (F forf Fake) riesce a esprimere al meglio attraverso una sorta di testamento di un grande artista del cinema. Per Canevacci, infatti, l’arte non è mai realista, né tantomeno riproduce la realtà, anzi essa esprime dissonanze verso ogni realismo e l’artista, fumando la pipa di Magritte, crea un fake.

Massimo ritrae con declino appartenente e costringente una versione di un viaggio (il suo e non solo) che condivide con il suo caro amico Decio, in una stupefacente, sana e viva chat ubiqua, tra gli interstizi liquidi della rete. Si assiste con stupore ad un resoconto romantico da Marx a Billy Wilder dentro ad un passages dove Benjamin e Klee rovistano tra le macerie della storia e Bateson riscrive la geografia dei territori a caratteri cinesi. Si tracciano le basi per una nuova alleanza tra architettura, urbanismo, arti digitali, design eXpanso e comunicazione visuale.

Fake in China racchiude in sé luoghi, territori e stati d’essere in movimento: eppur si muove. La ricerca etnografica di Canevacci in altre parole è un racconto che sorregge e regge cattedrali di vita, dove l’insegnamento di osservare, guardare e riguardare il mondo conduce a universi dissonanti, polifonici, fino a innamorare-(si). Euridice desidera l’urto delle dissonanze e il desiderio di perdersi e viaggiarsi oltre i confini di nazionalismi fuori luogo. Fake in China è il viaggio finale da dove ripartire attraverso architetture dei tempi fluttuanti e corpi ibridi in direzione di futuri possibili e immaginari in-credibili. Le pupille sono rapite dai visus delle metropoli, mentre i nostri occhi seguono la direzione indisciplinata dei visi dei grattacieli, come in una danza pupillare invisibile sciogliendo indecifrabili ideogrammi, in cui noi spettatori meravigliati e curiosi doniamo sguardi e riceviamo visioni. Fake in China è interstizio poetico verso l’oltre.