Giacomo Buoncompagnin. 20 Riflessioni 4.0

Comunicazione e violenza nel terrorismo contemporaneo

Una lettura sociologica del fenomeno

Generalmente la storia ci ha rappresentato la violenza come la risultante di un conflitto tra individui o gruppi. Il sociologo e criminologo americano Randall Collins (2008), dopo il tragico attentato dell’11 settembre negli Stati Uniti, formulò un nuovo paradigma della violenza, quello di “violenza contemporanea”, prendendo proprio l’11 settembre come “data zero” di riferimento. Per “violenza contemporanea” Collins (2014), intende una nuova forma di violenza che caratterizza la società contemporanea e che è frutto, non di conflitti a priori, ma di mutamenti sociali, culturali comunicativi all’interno di nuovi contesti, senza tralasciare il ruolo dei media e i loro contenuti violenti, lo stile di film, serie tv,Tg d’informazione, che puntano direttamente, senza limiti e tutele, ad attrarre l’attenzione dello spettatore con immagini cruente , mescolando realtà e finzione.

Il “processo di civilizzazione”(Collins,2014), l’evoluzione della società, i nuovi media elettronici e digitali, il fenomeno della globalizzazione, cambiamenti politico-economici hanno dunque fortemente influito sulle interazioni umane, cambiando radicalmente il modo di relazionarsi e di comunicare, di costruzione e percezione della propria identità e realtà. Questo nuovo contesto però, afferma Collins (2014), ha portato l’uomo ad evolversi “psicologicamente” in maniera da acquisire una <<propensione neurologica>>a evitare lo scontro fisico. Ciò avviene a causa di quella che il sociologo chiama “ the barrier of confrontational tension and fear” : la barriera emotiva della paura e dello scontro.

L’aggiramento della barriera emotiva però può avvenire, relazionandosi con altri individui, è un legame sociale che mette in crisi quell’ “energia emozionale” che nasce con l’interazione (Collins,2014) e si verifica in cinque situazioni violente che il sociologo analizza facendo riferimento in particolare al fenomeno del terrorismo contemporaneo:

1)attaccking the weak:attaccare una persona debole ed indifesa (es:bulli,rapinatori,sequestratori ostaggi);

2)scontro tra combattenti disciplinati da regole e rivolto ad un pubblico di spettatori: il pubblico qui ha una forte influenza nella durata e nel livello di violenza dello scontro ,chi combatte si concentra più sull’audience che sullo sfidante;

3)conflitto tra individui che si colpiscono a lunga distanza: la distanza fisica favorisce il superamento della tensione e della paura (es:omicidi per terrorismo);

4)uso strategico dell’inganno: la vittima non conosce il reo e le sue intenzioni (terrorista suicida);

5) concentrarsi sul “gesto tecnico violento” e sull’arma utilizzata invece che sulla vittima (tipico dei cecchini).

In queste situazioni, l’individuo riesce ad esercitare la violenza “aggirando l’ostacolo dell’ emotività” e vincere la paura in quanto, non si innesca nessuna tensione e <<l’adrenalina dell’assassino riesce a fluire con maggiore calma,evitando di ridurre la sua lucidità>> (Collins, 2014). Chi commette violenza, sono coloro che riescono ad aggirare la tensione e la paura generata dal confronto e trasformare questa “situazione emozionale” in un vantaggio per loro stessi.

Il tema del terrorismo, prima ancora che quello della violenza, è da sempre oggetto dell’attenzione di studiosi provenienti dalle più svariate discipline, rimane ancora oggi un vero e proprio enigma conoscitivo. Tradizionalmente, l’inquadramento dell’agire violento si è ridotto a modelli esplicativi che individuano nella “malattia mentale” o, altre volte, nell’“ambiente sociale” la causa del gesto deviante (Cerretti,Natali ,2012).

Un esempio chiaro e recente di violenza contemporanea sono anche gli ultimi attentati che hanno colpito la città di Parigi , Nizza, Bruxelles, Dacca, che in parte ci hanno purtroppo rivelato le nuove strategie e modus operandi del neo-terrorismo, che vedono come carnefici (e vittime allo stesso tempo) giovani tra i 20 e i 30 anni che per varie ragioni decidono di avvicinarsi alla violenza e al jihadismo.

Il terrorismo contemporaneo sfrutta a proprio vantaggio tutte le potenzialità della società dell’informazione e si nutre, cresce, si rafforza anche grazie a questa.

Si pone cosi un problema anche di tipo culturale legato alla concezione di violenza, nasce ,afferma Gallino (2006) una nuova forma di “violenza culturale”; non esiste più un unico centro culturale, ma sub-culture ,una pluralità di opzioni valoriali spesso contraddittorie e differenti (Cipolla,2012).

In quanto fenomeno criminale organizzato , nel tempo, il neo terrorismo jihadista ha subito una sostanziale evoluzione .

Il (cyber)terrorismo presenta oggi quattro caratteristiche fondamentali: internazionalizzazione,transnazionalizzazione, globalizzazione ed in particolare la digitalizzazione.

Le nuove tecnologie e i nuovi linguaggi hanno favorito la diffusione, condivisione e socializzazione dei contenuti mediali anche della propaganda terroristica , determinando la costruzione di un nuovo macro-ambiente virtuale, di nuove reti socio-virtuali, che costituiscono uno dei principali punti di forza del terrorismo contemporaneo : non a caso si parla oggi di “jihadismo globalizzato” (Weiman,2012). In contrapposizione a quello moderno, fondandosi su una forte radice ideologica-identitaria, il terrorismo contemporaneo trova nella cultura digitale la sua maggiore risorsa e ciò ha portato i relativi attori violenti ad argomentare il proprio progetto politico sanguinario, inscrivendolo in una specifica concettualizzazione e visione della vita, elaborata su un principio di esclusività (Antinori,2015). E’ un fenomeno che si presenta in varie forme, che si manifesta con nuovi tratti criminologici, ampiamente discusso e nella letteratura di settore.

Quando si parla di terrorismo non è possibile rintracciare un orientamento prevalente rispetto a una sua definizione, poiché si tratta, tra l’altro, di un fenomeno che si inserisce a metà tra la scienza politica, la sociologia e la criminologia.

Una prima definizione di terrorismo viene offerta solo dopo la rivoluzione francese, quando il termine entra in uso nel linguaggio politico. W. Laqueur (1978) a tal proposito rimarca che: “I termini “terrorismo” e “terrorista” sono apparsi in data relativamente recente: il supplemento del 1798 del Dictionnarie della Académie Français dava il significato del termine “terrorismo” come système, régime de la terror, cioè sistema o regime del terrore” : una strategia messa in atto dai governi per sottomettere la popolazione, , attraverso l’uso sistematico della violenza ai danni delle entità statali da parte di organizzazioni clandestine con finalità politiche/religiose.

Per reato terroristico, inoltre, si intende : ” l’attività intenzionale posta in essere al fine di intimidire gravemente la popolazione, costringere indebitamente i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto, destabilizzare gravemente o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche o sociali di un paese o un’organizzazione internazionale “(Decisione Quadro del Consiglio 13 Giugno 2002, sulla lotta contro il terrorismo, 2002/475/GAI.).

Il terrorista sfida il monopolio statale dell’uso legittimo della forza e inevitabilmente, anche in termini di comunicazione, quindi di propaganda, negli istanti in cui l’attentato si consuma, l’azione terroristica stabilisce una superiorità rispetto allo Stato, una dimostrazione di forza che rappresenta ugualmente uno scontro politico, ma che è necessaria a garantire la pubblicità degli eventi sui media e il clima di tensione tra i cittadini .

A partire però dal 2001 con l’attacco alle Torri Gemelle, assistiamo a nuove forme di terrorismo:fu Barry Collins (1997) a coniare il termine di cyber terrorismo per definire l’uso del cyberspazio per fini terroristici. Sempre nel 1997 ,Mark Pollit, agente speciale dell’FBI ,offre una particolare definizione di cyber terrorismo come attacco premeditato a sfondo politici contro le informazioni, sistemi informatici e dati che si trasformano in violenza contro obbiettivi non combattenti da sub gruppi nazionali.

Dopo gli attacchi dell’11 settembre, il termine viene invece usato come esempio della minaccia di Al-Quaeda attraverso il web, ma il significato è ampliato nel tempo con nuove definizioni, spesso diverse in base al Paese di provenienza.

Da tempo le organizzazioni terroristiche hanno ben compreso le potenzialità del web; dapprima individuandolo come obiettivo di attacchi, ma sempre più intuendo le enormi potenzialità comunicative insite allo strumento.

Il Cyber-Terrorismo è generalmente inteso come serie di attacchi illegali e minacce contro i computer, le reti e le relative informazioni contenute in essi al fine di intimidire o costringere un governo o il suo popolo a sostegno di determinati obiettivi politici o sociali.

Inoltre, per qualificarsi come cyber-terrorismo, un attacco dovrebbe tradursi in violenza contro persone o beni, o almeno causare abbastanza danni atti a generare paura come a titolo esemplificativo attacchi seri contro infrastrutture critiche .

Sono quei tipi di attacchi che interrompono i servizi non essenziali o che sono soprattutto un fastidio costoso non è definibile tale. Un’altra definizione del Cyber-Terrorismo è la seguente : attività di attacchi elettronici su infrastrutture critiche, furto di proprietà intellettuale in materia di ricerca e sviluppo e l’utilizzo di internet a scopi propagandistici e di comunicazione finalizzata alla rete terroristica (Europol, Eu terrorism situation and trend report, 2012.)

Sono state individuate due distinte tipologie di Cyber-Terrorismo : – Target oriented : la rete è intesa come obiettivo e come arma. Tool oriented: la rete è intesa principalmente come strumento e come supporto.

Particolarmente interessante è quest’ultima tipologia.

Infatti il Web, viene utilizzato in questo ambito a vari scopi come ad esempio : – Comunicazione sicura internazionale ed intercontinentale – Condivisione di obiettivi, piani, addestramento a distanza – Proselitismo e divulgazione del messaggio terroristico (new media, social media).

Negli ultimi anni situazioni politico-economiche , l’uso dei mezzi di comunicazione hanno favorito e permesso di costruire nuove strategie e una “valida”propaganda di un nuovo gruppo terroristico che si basano su nuovi codici comportamentali di riferimento per i soggetti militanti, target prestabiliti (giovani in primis), obbiettivi di medio-lungo termine e utilizzo del web, nuovo ambiente virtuale costituito da nuovi linguaggi e dinamiche organizzative comunicative e di attacco che stanno determinando in modo identitario il nucleo vitale del neo-terrorismo.

Non è da tralasciare il fatto che l’informazione ha acquisito un ruolo di sempre maggiore centralità, implementando le capacità di live reporting e streming degli eventi notizia bili, di spettacolarizzazione della violenza, del suicide-bombing, sempre alla ricerca incessante dell’audience, ma con un forte rischio di apprendimento ed emulazione di comportamenti violenti da parte dello spettatore, basti pensare agli attacchi a New York, Madrid e Londra negli anni precedenti (Maistrello,2010).

Da un punto di vista sociologico e criminologico però, l’aspetto più interessante e particolare è come sia strutturato, organizzato e come operi in rete il nuovo terrorismo contemporaneo di stampo jihadista, in particolare l’aspetto che concerne la costruzione di reti sociali criminali e le strategie di arruolamento e attacco, adottate attraverso l’uso del web .

Tale fenomeno si caratterizza per asimmetria, flessibilità operativa e capacità di interconnessione comunicativa tra i gruppi e i soggetti e grande abilità e conoscenza dei sistemi di comunicazione digitali.

I neo-terroristi individuano il loro target principalmente sulla base del suo valore simbolico e grazie alla piattaforma internet , i gruppi si aggregano organizzando attacchi e scambiando informazioni in network virtualizzati, disseminando video-attestazioni delle proprie gesta e soprattutto persuadendo i giovani ad arruolarsi ed abbracciare la loro ideologia attraverso forum, chat e social media, (Antinori,Marotta,2007). La globalizzazione della violenza terroristica viene oggi favorita dall’ampia diffusione e condivisione delle informazioni digitali, sviluppo tecnologico mediale e interconnessioni sul piano politico-economico.(White ,2013). Secondo Alberto Fernandez, coordinatore del Center for Strategic Counter-Terrorism Communications per conto del Dipartimento di Stato statunitense, l’ISIS rappresenta il punto di riferimento in termini di qualità e quantità della propaganda politica e ideologica. Il sistema di distance learning (insegnamento/apprendimento a distanza) è un’innegabile risorsa strategica con la quale il messaggio jihadista raggiunge commilitoni e simpatizzanti, rafforzandone i legami e creando attività collettive internazionali.

Tra gli strumenti più usati troviamo forum, magazine e corsi online, fornisce ai visitatori materiali audiovisivi di apprendimento su svariati argomenti (da costruzione di armi biologiche a tecniche di sequestro), aggiornamenti e notizie sull’organizzazione e pubblicazioni. Dabiq è il magazine online ufficiale dell’ISIS, e rappresenta una versione più curata di Inspire e Al Shamika (Ballardini.2015). In aggiunta, bisogna certamente considerare il supporto globale di simpatizzati alla causa jihadista. Famoso è il caso di Grand Theft Auto: Salil al-Sawarim, video gioco ideato da un supporter indipendente, riprende le dinamiche di GTA in stile ISIS.

La Social Media Strategy del Califfato è complessa e ben articolata.

Oltre ai tradizionali social come Twitter, Facebook e YouTube, l’organizzazione si rifà anche ad altri social network (tipo Diaspora, dopo la chiusura di account ISIS sui social citati). Ulteriore novità introdotta dall’organizzazione sono certamente forme di terrorismo partecipativo. In aggiunta alle capacità comunicative e di marketing, l’ISIS si distingue per cultura, preparazione e intraprendenza tecnologica dei propri combattenti. Non solo attacchi di terra ,digitali e hackerism, il Califfato ha creato app e software specifici per le proprie esigenze strategiche , promosse e utilizzate da migliaia di follower.

I trend operativi del nuovo terrorismo sembrano aver determinato un’interessante mutamento sociale, politico, culturale e anche criminologico rappresentato da: -polarizzazione della sicurezza: concetto sempre più connesso sul piano criminale, quasi esclusivamente alla percezione della costante presenza della minaccia terroristica latente(White,2013); –digital warfare: costruzione ed attestazione a livello digitale-mediale di un nuovo ambiente di interconnessione, conflitto ,comunicazione e promozione terroristica (Colarik,2007).

C’è un ulteriore questione da non sottovalutare da un punto di vista socio-antropologico: le dinamiche emotive del terrorista, l’essere anche esso stesso un’individuo e riconoscerlo come tale. Gli studiosi S. Cottee e Hayward (2011) nella rivista “Studies in Conflict and Terrorism”, invitano, più che a normalizzare ,ad “umanizzare “ i criminale (principalmente si riferiscono ai terroristi) considerandoli prima di tutto uomini dotati di emozioni e sentimenti propri , potenzialmente capaci di non superare “la barriera emotiva della paura e dello scontro”.

Gli studiosi di terrorismo, in particolare, hanno a lungo trascurato questo aspetto sotto il profilo socio-culturale : la voce tremolante, lo sguardo agitato, la contrazione del viso del terrorista, in realtà assumono una grande importanza e accrescono la nostra conoscenza del terrorismo (Orsini,2013). L’obbiettivo strategico che le Istituzioni oggi dovrebbero oggi prima di tutto porsi , consiste nel conoscere,individuare e comprendere meglio la costruzione di nuove reti sociali e il nuovo target, principalmente giovanile, dei criminali terroristi o meglio ancora, si indagherà sul legame tra criminalità e società del web, legame oggi inevitabile e che è fortemente presente in un costante fenomeno che caratterizza la nostra quotidianità: il terrorismo.

Un fenomeno mediatizzato e digitalizzato che non nasconde, anzi sfrutta la forza e il successo della rete, per mostrare qualsiasi forma di violenza, con un forte rischio contagio e l’aumento esponenziale dello spontaneismo violento di massa.

Gran parte delle ricerche sui terroristi sono state focalizzate per lungo tempo sulle loro ideologie e possibili psicopatologie, mentre di recente diversi studi (Sageman,2004-Gambetta,2005-Stern,2003) hanno concentrato l’attenzione sulle loro reti e le strutture organizzative di reclutamento, addestramento e supporto.

Novità degli ultimi mesi, messa in evidenza anche in un recente intervento dell’attuale Presidente del Consiglio italiano Gentiloni, il 5 gennaio scorso, è il successo di radicalizzazione all’interno di un altro ambiente, meno virtuale questa volta, quello del carcere.

Per arruolare nuove leve lo Stato Islamico sta abbandonando le moschee per puntare sempre di più sulle prigioni.

Spesso dalla criminalità alla radicalizzazione il passo è breve.

Elementi interessanti in tal senso emergono da uno studio pubblicato l’11 ottobre scorso dal think tank britannico ICSR (International Center for the Study of Radicalisation and Political Violence), con sede al King College di Londra, il cui titolo è Criminal Pasts, Terrorist Futures: European Jihadists and the New Crime-Terror Nexus. Il rapporto è stato redatto esaminando i profili di 79 jihadisti rinchiusi nelle carceri europee, provenienti da Belgio, Gran Bretagna, Danimarca, Francia, Germania e Paesi Bassi.

Tutti hanno un passato criminale e tutti prima di essere arrestati sono andati a combattere in Siria o sono stati coinvolti in attacchi terroristici compiuti in Europa. Dopo i primi attacchi in Francia, Gilles De Kerchove, coordinatore europeo contro il terrorismo , affermò che mettere in prigione migliaia di combattenti rientrati dalla Siria sarebbe stato “un invito alla loro radicalizzazione”.

La recente vicenda di Anis Amri (ucciso in uno scontro a fuoco con la Polizia a Sesto San Giovanni), lo conferma : si era infatti radicalizzato durante quattro anni di detenzione in 6 penitenziari siciliani. Un recente rapporto del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha reso noto che sono 645 le persone a rischio di radicalizzazione tenute sotto controllo a partire dal loro ingresso nelle carceri italiane. Si fa sempre più strada la necessità di intervenire con un supporto psicologico per evitare la radicalizzazione, che va combattuta con una contro-narrativa in grado di cancellare nella mente messaggio di terrore e morte che arriva dal sedicente Stato islamico.

L’apprendimento di una subcultura criminale all’interno di un ambiente sociale, attraverso lo strumento della “comunicazione interattiva”, fu argomentazione centrale di un’interessante teoria, quella dell’”associazione differenziale”, elaborata dal criminologo Edwin Sutherland: il comportamento criminale viene appreso dall’interazione con altri (all’interno di gruppi, specifici ambienti o tra persone legate tra loro),  mediante un processo di comunicazione.

Le origini della radicalizzazione andrebbero dunque, in questo caso, ricercate nel web e nel carcere dove si costruiscono nuovi processi di socializzazione, all’interno dei quali l’individuo finisce per accogliere “nuove” norme e valori.

 

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*Buoncompagni Giacomo. Dottore in comunicazione , specializzato in comunicazione pubblica e scienze socio-criminologiche con master universitari di secondo livello. Esperto in comunicazione strategica e linguaggio non verbale. Cultore della materia e Collaboratore di Cattedra in “Sociologia generale e della devianza“ e “Comunicazione e nuovi media”presso l’Università di Macerata. E’Presidente provinciale dell’associazione Aiart di Macerata e autore del libro “Comunicazione Criminologica”( Gruppo editoriale l’Espresso2017). giacomo.buoncompagni@libero.it