Anna Irene Cesaranon. 20 Riflessioni 4.0

Social Network society

I network digitali non possono essere descritti come un medium o una semplice infrastruttura, siccome al loro interno hanno tutta la complessità di un sistema sociale. Tale sistema è ciò che noi chiamiamo società digitale (Granieri, 2006). Partendo da questa affermazione di Giuseppe Granieri tratta dal suo libro La società digitale, che condensa tutto il significato dei media digitali o New media, possiamo già intuire il ruolo e l’importanza della rivoluzione in atto generata dalle tecnologie del terzo millennio. Misurarsi con la realtà di Internet, riprendendo le parole di Giovanni Boccia Artieri (2012), significa prendere atto dei mutamenti strutturali e culturali che hanno investito il nostro Paese. “Il nostro modo di abitare il mondo e di conoscerlo” (Ivi, p. 9) si struttura attorno ad un universo connesso e quindi sempre più dipendente da questo stato di permanente interconnessione – reale o potenziale – che influisce e si riverbera su ogni aspetto della nostra vita, dal modo di relazionarci gli uni agli altri, al “pensare” e “realizzare” nei contesti più disparati organizzativi, educativi, informativi e dell’intrattenimento (Ibidem). Emerge, dunque, “un terreno culturale in cui sono intrecciate in modo nuovo tecnologie, forme relazionali e apparato bio – cognitivo” (Ivi, p. 10), che trova una sua espressione online in quelle culture chiamate partecipative. I soggetti “connessi” non solo consumano informazione ed intrattenimento, ma partecipano, producono, distribuiscono, condividono nuove forme culturali elaborate da un driver in cui convergono media mainstream e conversazioni dal basso (Ibidem). I fenomeni emergenti di mediatizzazione della cultura caratteristici delle culture di rete, è il caso qui di citare il citizen journalism, o l’editoria online o meglio la realtà degli user generated content e degli user distributed content, danno vita a un cambiamento delle condizioni di possibilità di produzione, distribuzione e consumo del potere simbolico. Una nuova connessione che dà vita a “un ambiente mediatizzato della cultura il cui mutamento prevede una logica non dicotomica e di non contrapposizione” (Ibidem). Le logiche circolari della realtà di produzione-distribuzione-consumo devono tener conto delle ambivalenze “in un continuo gioco di rimandi e intersezioni costanti” (Savonardo, 2013, p. 15). Le espressioni di conflittualità e le forme di negoziazione si esprimono su un territorio nuovo in cui gli schemi dicotomici di contrapposizione del tipo attivo/passivo, pubblico/privato non hanno più ragione di esistere (Boccia Ariteri, 2012).

Lo scenario complesso della realtà digitale deve tener conto delle continue forme di ricomposizioni e oscillazioni fra poli e principi di re-entry in cui le differenziazioni si ricostituiscono nell’unità per poi diversificarla al suo interno. In tal senso il caso, tanto dibattuto, della privacy nei siti di Social Network riporta in auge la distinzione tra pubblico/privato all’interno di uno spazio digitale, in cui a detta di Boccia Artieri (Ivi, p. 11), “è possibile essere pubblici in un contesto privato, attraverso la capacità di mantenere un senso della privacy attraverso il controllo sui meccanismi di condivisione e così via”.

La Rete, ovvero quel paesaggio complesso in cui si ibridano logiche reticolari e principi relazionali – Internet e Web – caratterizzanti i social media e che in essa convivono, in tal modo incarna un sistema culturale che assimila la suo interno le due sfaccettature di una stessa tensione non dicotomica, ovvero quella tra pubblico/privato; e contemporaneamente una nuova “soggettività pubblica” che condivide, produce, consuma, crea, distribuisce (Ibidem). Il nuovo soggetto digitale diviene così un prosumer (Toffler, 1987), un produttore consumatore che dialoga dialetticamente con la realtà che egli stesso crea, consuma, produce, condivide.

E’ quella che Manuel Castells (2009) chiama self mass communication per designare questa fase della società dell’informazione, ancora in atto, in cui l’universo comunicativo si sgancia dai modelli classici e schemi del passato, specularmente gli utenti o users della rete non sono più limitati partecipando solo come pubblico di un’opinione pubblica, ma sono essi stessi a produrre società, svincolandosi dalle istituzioni tradizionali. Il nuovo individuo è consapevole di essere “pubblico in pubblico” (Boccia Artieri, 2012, p. 11), abita un mondo in cui i legami, le relazioni, i sentimenti, e la possibilità di comunicare il proprio “messaggio” ad un pubblico indistinto, si intersecano producendo un nuovi modi rilevanti di rappresentare pubblicamente la propria sfera personale di interessi, motivazioni, pulsioni, ecc.

I mondi online, la realtà dei blog, dei Social Network, dei siti partecipativi in stile wiki presentano un ambiente mediatizzato della cultura in cui la narrazione individuale e collettiva diventa pratica di massa (Ibidem). I media, contro ogni tentativo di riduzionismo o reificazione tecnologica della realtà (Napoli, 2015), come in un processo circolare, si integrano nel contesto sociale esistente, plasmandolo ma venendo al contempo plasmati essi stessi. Si traghettano, in veste digitale, verso quella che Boccia Artieri (2012) chiama (social) network society, creando quello che Yochai Benkler (2006; trad. it. 2007) definisce un “ambiente digitale di rete”, contraddistinto dalle maggiori opportunità e possibilità a disposizione degli individui per assumere un ruolo più attivo all’interno del sistema dei media (Arvidsson, Delfanti, 2013). Ma al contempo questo ambiente sembra essere caratterizzato dallo scontro e dalle relazioni conflittuali tra gli organismi che lo compongono: copyright e proprietà, gestione delle infrastrutture tecnologiche, organizzazione del lavoro e dei mercati, informazione e cultura, censura.

Achille Ardigò (1984) qualche tempo fa ha definito Internet come una rivoluzione per il cambiamento apportato nelle modalità di comunicazione e quindi di relazionalità nei mondi vitali. Oggi noi possiamo affermare con forza che la realtà che viviamo, sia essa il modo con cui ci rapportiamo con l’altro o come produciamo beni e servizi o ancora il modo in cui intessiamo rapporti sociali o la sperimentazione del nostro essere (Bonazzi, 2015) o dei nostri sé multipli (Beck, 2000, 2002), è marcatamente segnata dalla rivoluzione digitale che ha generato una relazionalità quotidiana complessa ed eclettica (Cipolla, 2013) attraverso la moltiplicazione delle opportunità comunicative, rendendoci consapevoli delle infinite possibilità esistenziali del mondo (Boccia Artieri, 2012).

Esistono diverse modalità in cui l’apparto tecno-digitale va permeando il nostro panorama quotidiano, è il caso qui di citare gli smartphone, i social network, le app, i wearables ecc. (Lupton, 2015), in un’era storica definita “internet delle cose” (Cipolla, Ardissone, 2016), e che entro il 2020 vedrà circa 50 miliardi di oggetti connessi in rete che, avranno la capacità di entrare in comunicazione “dialogando” tra di loro (Ibidem). Non saremo, dunque, come sostiene acutamente Boccia Artieri (2009), più immersi in internet, ma una sua parte. A tal riguardo l’autore sottolinea il fatto come l’internet di ogni cosa (social internet of everything) sia innanzitutto, una narrazione sociale da cominciare ad immaginare, per gestire il cambiamento, sviluppando una consapevolezza maggiore sulla necessità di prenderci cura dei dati e degli effetti che le tecnologie e i dispositivi indossabili avranno sugli individui e conseguentemente sul comportamento sociale (Ibidem).

Il nostro orizzonte comunicativo sembra attraversato da mille indicazioni semantiche che ci informano, divertono, emozionano, seducono, ci inducono alla riflessione sul nostro essere e su gli altri, e perché no, ci distraggono dalle fatiche quotidiane e dalle inquietudini che talvolta ci attanagliano (Bonazzi, 2014). Parafrasando Gerog Simmel (1995, p. 36) l’individuo nella net- society vive “un’intensificazione della vita nervosa, che è prodotta dal rapido e ininterrotto avvicendarsi di impressioni esteriori e interiori”, ritmi di vita intensi e un’elevata stimolazione dei sensi. Come trasognato tra mille shock, si lascia sedurre (Rafele, 2010) dal nuovo che avanza (de Kerckhove, 1991, trad. it. 1993), da questa nuova realtà filtrata da una rappresentazione numerica binaria (0 o 1), in cui ogni cosa può essere tradotta in cifra e trasmessa in un flusso di informazioni incorporeo che viaggia nelle reti digitali. Il codice binario “registra e traduce suoni, profumi, colori delle cose visibili e invisibili. Ogni cosa può essere ormai tradotta in ogni altra” (de Kerckhove, 2008, p. 184).

Il computer ci dispiega così, le sembianze di un universo comunicativo costituito dal linguaggio dei bit, fornendoci di nuova memoria, aprendoci un luogo virtuale innovativo che viene spartito con gli altri, vissuto sia come terreno cognitivo sia come emotivo, allargando la nostra dimensione esperienziale fatta, sia pure di ambivalenze. Infatti è con lo sviluppo e la nascita di Internet che il computer realizza la sua vocazione a divenire prima condivisione gnoseologica e poi anche emozionale (Bonazzi, 2015). I media-mondo di cui ben argomenta Boccia Artieri (2004), come territorio nuovo nel quale si intrecciano vita e sapere sperimentando percorsi diversi, una mutazione di scenario nel quale diviene visibile e praticabile la realtà dei media-mondo come realtà universale, connettiva e condivisa. Questa realtà si caratterizza come uno spazio di creazione di linguaggi (connettività, ipermedialità, interattività), un luogo di negoziazione tra vecchie e nuove soggettività, siano esse imprese, collettivi, individui, forme tecnologiche e post- umane, insomma “un luogo nel quale è possibile osservare le diverse forme della comunicazione e i livelli d’intreccio” (Boccia Ariteri, 2004, p. 9).

La net-society, ovvero nelle parole di Costantino Cipolla (2015) realtà emergente della relazionalità intersoggettiva e connettiva, ha generato un universo impalpabile, immateriale ma, secondo Bonazzi (2014), non per questo meno vero, una commistione di mondi online e offline che interagiscono vicendevolmente. Ma soprattutto, a detta dell’autore, si è andato creando nell’online tutto un mondo che, pur essendo esterno a noi, penetra con prepotenza nei nostri pensieri e nelle nostre emozioni, costituendosi come espressione spesso privilegiata della esternalizzazione del nostro universo emozionale.

Proprio su questo Derrick de Kerckhove (2008) si è interrogato nelle sue riflessioni che animano i suoi scritti, sulla dialettica interiorizzazione esteriorizzazione e sul rapporto tra la nostra mente e le tecnologie digitali. Lo studioso, seguendo la genealogia della comunicazione umana attraverso la parola ( si veda a tal riguardo il contributo di Walter Ong, 1982), intercetta quello che per lui costituisce un momento fondamentale del linguaggio come fonte e strumento di espressione e trasmissione del sapere, nel momento in cui la parola scritta perde il suo rapporto con la parola parlata, divenendo così assimilazione silenziosa dell’individuo. In tal senso il linguaggio viene interiorizzato in una relazione privatistica con la parola scritta, lo spazio mentale diviene il centro privilegiato dell’attività conoscitiva del soggetto e del suo pensiero.

Sono i media elettronici a riportare in auge l’oralità e la parola parlata, si definisce infatti, questa fase come oralità secondaria, in cui gli individui danno avvio a un processo di esteriorizzazione della parola e della sua fruizione, tipica però dei mezzi di comunicazione di massa quali la televisione. Questa, infatti, risulta essere l’era dell’oralità terziaria in cui l’utente ha la possibilità di controllare lo schermo, che fino a quel momento era stato la fonte di informazioni ed emozioni e accolto sena poter interagire attivamente. Conseguentemente i rapporti di potere mutano e i ruoli si invertono: lo schermo è oggetto di controllo da parte di un utente attivo nel processo di comunicazione. Egli ora è protagonista del suo universo comunicativo, e con il web anche di quello emozionale, ora sceglie se raccontare una storia, non importa reale o fantastica che sia, ogni avvenimento può essere oggetto di commenti, critiche, adesioni, perfino raccontare la colazione del mattino o i contrattempi di una giornata può divenire oggetto di conversazione e/o condivisione (Bonazzi, 2014).

La relazione tra il singolo e la parola viene esteriorizzata, così come per de Kerckhove (2008) anche le funzioni della conoscenza, come la memoria e il pensiero accompagnate da una rivalutazione della sensorialità, in un orizzonte semantico in cui ognuno si può muovere liberamente alla ricerca di informazioni e costruire il proprio mondo. La rivoluzione cognitiva apportata dai media elettronici, fa sì che la memoria e le informazioni esteriorizzate in tempo reale attraverso lo schermo, giungano all’utente che a sua volta in tempo reale può condividerle o distribuire. “Navigare sul web vuol dire immergersi nell’universo a più strati che è piacevole sondare e dove ogni informazione rimanda ad un’altra informazione in un processo cognitivo che può allargarsi orizzontalmente e verticalmente, per estensione e in profondità” (Bonazzi, 2014, p. 12).

Centrale appare in tal modo la questione del ”sapere” nell’era digitale, giacché l’immenso mare di informazioni e conoscenze che esiste al di fuori della mente umana e di cui l’individuo può fruire, esplorare, esperire per risolvere le sue esigenze conoscitive, relazionali, ludiche ecc., fanno affiorare una nuova sensorialità, definita terziaria, nelle parole di de Kerckhove (2008), per cui l’oggetto mentale della nostra ricerca viene ricostruito e prende vita sensoriale fuori di noi. Mamma Internet ha prodotto una generazione di viaggiatori virtuali che in connessione tra loro si raccontano, si informano, si confrontano, creano il loro universo simbolico producendo più visioni del mondo, facendo insomma sentire la loro voce che, talvolta è percepita come sussurrata e talvolta gridata. La palpabile fecondità della rete (Bonazzi, 2014), fanno del web un luogo vivo, in cui tutto si interseca creando una fitta rete di comunicazioni e sopra ogni cosa, fa sperimentare all’utente il potere di gestire insieme con gli altri la comunicazione, e il sentirsi protagonisti di una realtà che spesso e volentieri, non è solo online ma travalica quei confini riuscendo ad incidere anche in quella quotidiana, offline. Gli internauti, attraverso l’uso sociale di Internet, annettono “alla propria immediatezza socio-ambientale contenuti simbolici altrimenti estranei ed asincroni rispetto alla durata dei propri decorsi di coscienza” (Borrelli, 2008, p. 187).

In tal senso Davide Borrelli (2008) ha rilevato che i contenuti user generated della rete, pur essendo frutto di un’esperienza mediata e non “in carne ed ossa”, si concretizzano nel corso di una durata non estranea ai vissuti di coscienza soggettiva di chi li utilizza. Il social networker non si trova in una posizione esterna rispetto ad essi, ovvero di chi sia “tratto al di fuori”, in abs-tracta dal processo di elaborazione collettiva che li costituisce, ma si trova nella condizione concreta di chi “cresce insieme” agli oggetti e ai contenuti verso cui rivolge la propria intenzionalità, li riconosce come espressione di sé e vi si sente implicato (Ibidem). E per chiudere il paragrafo iniziato con Granieri e la sua citazione, ne propongo un’altra dello stesso autore che sembrerebbe semplificare la complessità del mondo che viviamo, e di quello con cui ci confrontiamo che, è un contesto di umanità accresciuta in quanto cresce un sistema di possibilità e aspettative. “Perché aumenta il range di possibilità per ciascuno di noi, non la certezza del risultato” (Granieri, 2009, p. 47).

Anna Irene Cesarano

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