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23 settembre 2017

Bioetica sociologica e sociologia della bioetica

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La svolta empirica e la questione della fallacia naturalistica

 

 

Riccardo Campa

 

Abstract

L’articolo espone le ragioni per cui la bioetica può giovarsi di un allargamento del suo approccio interdisciplinare ai metodi delle scienze sociali e, in particolare, della sociologia. Non mette in questione la legittimità degli studi di impianto puramente assio-normativo, ma piuttosto rimarca l’utilità di quelli analitico-descrittivi. Infine, affronta la questione epistemologica della ‘fallacia naturalistica’ in cui potrebbero incorrere studi di bioetica sociologica e presenta sette casi teorici di ricerche nel campo della bioetica empirica che non comportano violazione della Legge di Hume.

 

 

1. Premessa

È stato avviato recentemente anche in Italia un dibattito sulla cosiddetta “svolta empirica in bioetica” (empirical turn in bioethics). Per introdurre e giustificare un volume di studi empirici sulle famiglie delle persone in stato vegetativo permanente, Enrico Furlan (2014: 7) ha caratterizzato la svolta in questi termini:

Anche se fin dalle sue origini (tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70) la bioetica è stata concepita e presentata come un’impresa strutturalmente interdisciplinare, va riconosciuto con franchezza che nei primi vent’anni della sua storia, essa è stata dominata soprattutto da filosofi e teologi. Fu principalmente a questi ultimi che in un primo tempo medici, scienziati e politici si rivolsero chiedendo come gestire le situazioni eticamente dubbie e come risolvere i nuovi dilemmi etici con cui essi si stavano scontrando. (…) Le altre discipline invece, specialmente le cosiddette scienze sociali, giocarono nei primi due decenni di storia di questo nuovo campo di indagine solamente un ruolo marginale (peraltro con buona soddisfazione di filosofi e teologi).

In altre parole, la prospettiva assio-normativa ha dominato il campo sin dall’inizio, lasciando in posizione marginale quella analitico-descrittiva. Del resto, è innegabile che la bioetica a partire dalle proposte biopolitiche di Platone e Aristotele per arrivare alle battaglie dei nostri giorni sulla fecondazione in vitro o sul fine vita ha sempre rivendicato e ricoperto un ruolo di indirizzo, prodromico all’elaborazione di leggi dello Stato in materia di riproduzione e cura dei corpi umani.

Tuttavia, si è fatta recentemente largo la convinzione che l’attività normativa non esaurisca il discorso bioetico, o, più precisamente, che studi incentrati principalmente o persino esclusivamente sulla ricostruzione e l’analisi di fatti e processi possano essere considerati “bioetici” a tutti gli effetti, anche se non contengono indicazioni sul “che fare”, purché siano inerenti alle questioni tradizionalmente affrontate della bioetica.

Del resto, nel discorso bioetico incluso quello di teologi e filosofi non troviamo solo giudizi di valore, ma anche giudizi di fatto. Troviamo ricostruzioni di fatti medico-scientifici e storico-sociologici rilevanti per l’elaborazione di una proposta normativa e talvolta risolutivi del dibattito. Inoltre, è ben chiaro anche a filosofi e teologi che i giudizi di fatto e di valore prodotti dalle diverse dottrine bioetiche influenzano le dinamiche sociali e l’assetto della società, così come le dinamiche sociali e l’assetto della società influenzano le dottrine bioetiche. Lo studio di questo intreccio di “influenze” rappresenta tipicamente il campo di indagine della sociologia.

Furlan (2014: 9) evidenzia che, a livello internazionale, l’allargamento della bioetica alle indagini empiriche è stato pienamente acquisito da un paio di decenni: «A partire dagli anni ’90 (…) le cose cominciarono a cambiare: sociologi, psicologi, antropologi, etnografi ed epidemiologi iniziarono ad utilizzare le metodologie proprie delle rispettive scienze per indagare i fenomeni e le problematiche su cui si concentrava il dibattito bioetico. In alcuni casi la bioetica stessa divenne oggetto di studio in quanto nuovo fenomeno sociale». A supporto di questa tesi, l’autore fornisce un elenco di esempi di bioetica empirica in letteratura. All’interno di questa “svolta empirica”, ci interessa in particolare la vicenda della prospettiva sociologica. Sebbene, all’estero, la dimensione sociologica della bioetica sia oggi riconosciuta da molti studiosi, stupisce la paucità, se non la totale assenza, di studi dedicati alla bioetica sociologica o alla sociologia della bioetica in Italia. Le stesse espressioni “bioetica sociologica” e “sociologia della bioetica” sono utilizzate molto di rado nel nostro paese. Una rapida ricerca in rete rivela che non sono stati attivati corsi universitari con queste denominazioni, né sono stati pubblicati libri o articoli che riportino nel titolo queste espressioni. Il che, naturalmente, non prova la totale assenza, giacché non tutti i testi scientifici e le informazioni sono accessibili in rete, ma senz’altro prova che la prospettiva sociologica non ha nella letteratura in lingua italiana un impatto paragonabile a quello che ha nella letteratura in lingua inglese. Addirittura, è difficile trovare queste espressioni all’interno dei testi in lingua italiana, di qualunque tipologia, accessibili in rete. Poche sono le eccezioni. Di «sociologia della bioetica» si parla, per esempio, in un articolo di Armando Saponaro (2000), che analizza la questione della riproduzione assistita nell’ottica della teoria dei sistemi di Luhmann. L’espressione ricorre anche in un articolo di Mariachiara Tallacchini (2006: 19), ma, piuttosto significativamente, si accenna alla «sociologia della bioetica» per rimarcare l’assenza del suo referente reale.

Sarebbe interessante riflettere in modo più approfondito sul significato politico e sociale delle diverse ricostruzioni storiche e teoriche della bioetica, che alternativamente ne collocano l’origine o nella revisione dell’etica medica o nella rivoluzione tecnologica della biomedicina. Dietro a queste posizioni, infatti, si tende a riconoscere un peso maggiore, nel costituirsi del discorso bioetico, in un caso al riequilibrio dei poteri, nell’altro al riequilibrio dei saperi tra medico e paziente. Gli autori che hanno ricondotto storicamente e teoricamente ad unità le due diverse origini/fondamenti della bioetica revisione del sapere/potere scrivono perlopiù da punti di vista disciplinari esterni al contesto bioetico, come l’antropologia medica e gli studi sociali sulla scienza; mentre una sociologia della bioetica conosce ancora scarsa diffusione.

Eppure, se si effettua un’analoga ricerca in lingua inglese, in corrispondenza di “sociological bioethics” o di “sociology of bioethics” si trovano moltissimi risultati e, tra essi, anche corsi universitari con queste denominazioni. Non mancano manuali di sociologia medica precipuamente dedicati alle tematiche bioetiche, che rivelano una piena consapevolezza dell’apporto che la prospettiva sociologica dà e può dare al dibattito bioetico. Un fulgido esempio è offerto dall’introduzione di Barbara Katz Rothman (2008: xi) a uno di questi manuali:

What sociologists do is complicate the obvious, cast a critical eye on taken-for-granted truths, question assumptions and leave no ‘obvious’ fact unturned. (…) In a culture that wants to deny power, we focus our eyes on power. In America, a country that actively denies class, claiming middle class identity for all, we do a class-based analysis. We look at an occupation that values, first and foremost, doing no harm and measuring the many harms that are done. We look at people who see themselves and strive to be helpers of ailing humanity, and often show a very different picture. And now we are turning our eyes to the field of bioethics itself. It is particularly complicated: The bioethicists, like the medical sociologists, are standing outside of medical practice and research, and offering a critique and an analysis. The topics that were long the province of medical sociology as a subdiscipline have been increasingly taken over by bioethics: the doctorpatient relationship, the concept of the self in illness and the institutional constraints on clinical practice. Whether at that level, or at the more grounded level of issues, from care of the dying to creating embryos, the person at the bedside taking notes, not in a white coat, is increasingly more likely to be a bioethicist than a medical sociologist. And so, small wonder, we medical sociologists started looking at the bioethicists themselves, taking that occupation as a subject of study, and that discipline as a body of knowledge to be analyzed.

Probabilmente, all’origine di questo disinteresse tematico c’è il fatto che la sociologia medica non ha mai conquistato in Italia un ruolo di prestigio paragonabile a quello che, per esempio, gode negli Stati Uniti d’America.

Inoltre, nel nostro paese, la bioetica è vista dal mondo cattolico come appartenente alla sfera del “sacro”, se non altro perché si occupa statutariamente della “vita umana”, della quale è postulata la sacralità. Ma anche il mondo laico, sacralizzando la libertà individuale, assume ipso facto un atteggiamento “religioso”, uguale e contrario a quello cattolico. Come sottolineano Boudon e Bourricaud (1991: 392), gli studi sociologici, per loro natura, tendono ad essere visti come dissacranti o sacrilegi, perché riducono a oggetto di studio anche il sacro e le opinioni sul sacro, assumendo come dato di fatto empirico l’esistenza di una pluralità di prospettive e, soprattutto, la loro possibile relazione con fattori socioeconomici.

Chi difende una posizione bioetica è spesso convinto di sposare l’unica autentica visione morale, mentre le opinioni contrarie sono trattate alla stregua di aberrazioni ideologiche. La sociologia scardina sin dal principio questa impostazione, mettendo le varie posizioni sullo stesso piano, proprio come il biologo mette, in senso letterale, tutti gli organismi che studia sul tavolino portaoggetti del microscopio. Inoltre e soprattutto il sociologo cerca di capire che cosa c’è dietro queste posizioni. Se filosofi e teologi, per capire la sostanza di un dibattito, per comprendere i perché di una posizione o dell’altra, più spesso seguono la traccia delle dottrine, o delle convinzioni ideali, sociologi ed economisti tendono invece a seguire la traccia dei soldi, o degli interessi materiali. Entrambe le indagini sono legittime e reciprocamente complementari, ma la seconda attività investigativa va a toccare un tasto delicato, perché mette in questione l’immagine pubblica proposta dagli stessi protagonisti del dibattito. Il rischio è che i soggetti della discussione vadano a impantanarsi in reciproche accuse di sordidi motivi, inconfessati e inconfessabili. Si può dunque capire una certa indifferenza o addirittura diffidenza nei confronti di questa prospettiva di studio.

 

2. Bioetica sociologica e sociologia della bioetica: scopi e metodi

Come abbiamo visto poc’anzi, i rapporti tra bioetica e sociologia possono costituirsi in almeno due modi diversi, dando vita a campi di studio che abbiamo denominato “bioetica sociologica” e “sociologia della bioetica”. Come Katz Rothman sottolinea, la bioetica sociologica non fa che sovrapporsi ad un campo di studio che ha già una lunga storia, quello della “sociologia medica”. La bioetica sociologica studia, infatti, i fenomeni bioetici con i metodi quantitativi e qualitativi della sociologia. Per “fenomeni bioetici” intendiamo tutti i comportamenti eticamente controversi, ovvero giudicati giusti da alcuni e sbagliati da altri, legati ai tradizionali temi della bioetica. Per fare un esempio, il bioeticista tradizionale, di qualunque orientamento, di fronte a fenomeni come l’aborto, la fecondazione in vitro e il suicidio assistito, inizierebbe con chiedersi se essi sono moralmente accettabili o se sia giusto legalizzarli, mentre il bioeticista sociologico inizierebbe col chiedersi che incidenza statistica essi hanno, quali sono le motivazioni delle persone che ricorrono a queste pratiche, che relazione c’è tra questi comportamenti ed altre caratteristiche degli attori sociali, come l’età, il reddito, il grado di istruzione, l’etnia, il credo religioso, ecc., lasciando a margine, o evitando del tutto, l’elaborazione di un proprio giudizio di valore. Si parla invece di “sociologia della bioetica” quando oggetto di studio dei sociologi diventano gli stessi bioeticisti tradizionali, visti come operatori del settore medico o agenti nell’arena politica. In questo caso non siamo di fronte a una semplice ridenominazione di una attività di ricerca che si svolge da tempo, ma ad un nuovo campo di indagine. Anche i bioeticisti e le loro dottrine possono essere studiati con metodi quantitativi e qualitativi. Può, per esempio, essere oggetto d’indagine il numero di bioeticisti che lavorano nel settore pubblico o privato, e altre loro caratteristiche come reddito, età, sesso, orientamento politico, credo religioso, ecc. Nella misura in cui sono le loro dottrine bioetiche ad essere analizzate, si entra nel campo della Wissensoziologie, o sociologia della conoscenza. In campo di studio, il metodo d’indagine più utilizzato è quello dell’analisi del discorso.

Ci sono, naturalmente, molti modi di condurre l’analisi del discorso. Rosalind Gill (2000: 174-176) ne enumera cinquantasette. È, comunque, generalmente accettato che tra gli obiettivi della discourse analysis ci sono i seguenti: «viewing discourse and language as being productive of social reality (discourse doesn’t simply describe reality but it creates it as well)» ed «emphasizing the rhetorical functions of discourse (discourse is to promote one side of a conflict)». La prospettiva sociologica è dunque funzionale non solo a ricostruire i fenomeni bioetici in termini avalutativi e metodologicamente rigorosi, ma anche a svelare la dimensione performativa e retorica dei discorsi bioetici. L’arte consiste nel capire che cosa c’è dietro un certo discorso. Anche chi discute di una questione senza mai formulare giudizi di valore può ricostruire i fatti in modo tale da fare prevalere una certa, implicita, prospettiva assiologica. In altre parole, si può assumere una posizione ideologicamente non neutra anche “lasciando parlare i fatti” (Weber 1996: 66-67; Campa 2014: 132-133).

Sia chiaro che anche filosofi e teologi talvolta svolgono, in modo impareggiabile, delle “analisi del discorso” così intese, senza aver mai letto un manuale di metodologia sociologica. Anzi, possiamo dire che in alcuni casi i sociologi hanno appreso quest’arte dai filosofi, tanto è vero che tra i vari tipi di analisi del discorso c’è anche la cosiddetta “Foucauldian discourse analysis” (Marvasti 2004: 110-112). Vi è, però, anche tutto un repertorio di tecniche di ricerca qualitativa e di data analysis che sono poco o punto conosciute dai bioeticisti di formazione filosofica e che, invece, sono d’uso comune tra i sociologi. Il repertorio comprende: structured interview, unstructured interviews, ethnographic interviews, e focus group interviews. Per quanto riguarda l’analisi dei dati, possiamo citare, a titolo d’esempio: content analysis, narrative analysis, conversation analysis, e interactional discourse analysis. Perciò, siamo convinti che estendere il carattere interdisciplinare della bioetica, per includere le scienze sociali, non può che portare benefici.

 

 

3. La questione della fallacia naturalistica

Per alcuni filosofi e teologi, lo stesso concetto di “bioetica sociologica” (o, più in generale, “bioetica empirica”) è un ossimoro, una contraddizione in termini, per ragioni squisitamente filosofiche. In altre parole, la resistenza nei confronti di questo tipo di studi si basa anche su un dubbio relativo alla legittimità epistemologica degli stessi. Questo dubbio trova terreno fertile sia nell’ambito della cultura di orientamento laico sia in quella di orientamento cattolico (o, se si preferisce, pro-choice e pro-life). Ed è proprio questo dubbio che vogliamo cercare di sciogliere.

Per esempio, nel campo laico, Jacques Monod (1971: 93) si dichiara convinto che «i paesi occidentali, liberali e capitalistici, manifestano ancora un’adesione puramente formale a una nauseabonda mistura di religiosità giudeo-cristiana, di diritti “naturali” dell’uomo, di prosaico utilitarismo e di progressismo ottocentesco» e sostiene, altresì, che la prospettiva empirica e scientifica della biologia può dare un apporto fondamentale all’evoluzione dell’etica stessa. Ciononostante, riconosce anche che «per definizione e per funzione, un sistema di valori, un’etica deve definire non un “essere” ma un “dover essere”: un alto ideale, uno scopo da perseguire che non può essere l’uomo stesso. Nessun sistema etico può essere puramente utilitaristico; pensarlo è un errore psicologico, una contraddizione in termini, la negazione della funzione stessa dell’etica» (Ibid.: 95). Analogamente, in campo cattolico, monsignor Elio Sgreccia, nel suo poderoso Manuale di bioetica, pur avendo idee piuttosto distanti da quelle di Monod, sottolinea con particolare insistenza che la bioetica ha statutariamente una funzione normativo-prescrittiva.

Se parliamo in termini di priorità statutaria, le posizioni metaetiche di Monod e Sgreccia sono difficilmente contestabili. Si possono però contestare gli argomenti sovente utilizzati per mettere completamente da parte la prospettiva sociologica.

Per esempio, Sgreccia (2007: 62) sottolinea che «un primo tentativo di dare fondamento alla norma etica basato sui fatti (in netta opposizione con la legge di Hume) e con il risultato di relativizzare valori e norme, è rappresentato dall’orientamento sociologico-storicistico: si tratta della proposta di un’etica puramente descrittiva. Secondo tale prospettiva, la società nella sua evoluzione produce e cambia valori e norme, che sono funzionali al suo sviluppo, così come gli esseri viventi nella loro evoluzione biologica hanno sviluppato certi organi in vista della funzione e, in definitiva, per il miglioramento della propria esistenza. La teoria evoluzionista di Darwin viene a comporsi con il sociologismo di M. Weber e con il sociobiologismo di H. J. Heisenk e di E. O. Wilson».

Come si può notare, secondo il prelato, il vizio di fondo di questo orientamento è che dà indicazioni sulle possibili linee d’azione violando la legge di Hume e cadendo nella cosiddetta “fallacia naturalistica” (Moore 1922: 10-20). In altre parole, pretende di derivare il dover essere dall’essere, i quali sono su due piani logici distinti. L’aver dimostrato che gli uomini hanno sempre vissuto in un certo modo o che stanno vivendo in un certo modo, o che il loro modo di pensare e di vivere è il risultato di certe strutture socioeconomiche, non implica logicamente che quelle abitudini siano “buone” e che si debba continuare a pensare e vivere in quel modo.

Questa osservazione contiene una buona dose di verità, ma non dimostra la totale inutilità dell’approccio sociologico-storicistico. Il problema rilevato da Sgreccia, e prima di lui da David Hume e George Moore, si palesa soltanto in una circostanza specifica, quando appunto si vuole derivare una morale oggettiva e universale partendo da situazioni di fatto, ma vi sono almeno sei casi in cui questo indirizzo non cade affatto nella fallacia naturalistica. Vediamoli in dettaglio, tenendo presente che ognuna di queste sei situazioni parte da certi postulati che non sono da noi necessariamente condivisi, né formano nel loro complesso un sistema coerente.

 

4. Sei casi in cui non c’è violazione della Legge di Hume

Primo caso. Lo scienziato sociale che studia l’ethos ovvero le norme di comportamento che sono affermate e de facto rispettate da un determinato gruppo sociale può astenersi dal dare un giudizio su di esse non perché le approva e le propone a tutti, ma semplicemente perché non ritiene che sia suo compito emettere giudizi di valore. In una struttura sociale basata sulla specializzazione e la divisione del lavoro, anche di tipo accademico, il ricercatore può ritenere che questo compito spetti ad altri. Lo studio dello scienziato puro è guidato innanzitutto dalla curiosità di conoscere, dall’idea che la conoscenza è un bene e l’ignoranza un male, da quello possiamo chiamare “principio di eusofia” (Campa 2007: 21-23). Conoscere e diffondere conoscenza è, per lo scienziato puro, un’azione autotelica, un imperativo categorico, un comportamento morale che basta a se stesso. Solo chi non vede, non sente, non riconosce il valore in sé della conoscenza, può trovare insensata una scienza inapplicata o inapplicabile. E di conseguenza può essere portato a ritenere che quello che è un genuino studio analitico-descrittivo contenga implicitamente una proposta normativo-prescrittiva. Ma se tale proposta non c’è a livello esplicito, non c’è nemmeno violazione della legge di Hume. È vero, come abbiamo detto sopra, che la propaganda ideologica può nascondersi anche dietro uno studio apparentemente avalutativo, unicamente basato su giudizi di fatto, selezionati però secondo certi presupposti. È possibile che questo accada, ma non è di per sé una necessità.

Secondo caso. La legge di Hume è vera soltanto se esiste il libero arbitrio. Se il mondo naturale e sociale fosse per ipotesi (ripetiamo: per ipotesi) deterministico in senso laplaciano, o almeno nel senso del riduzionismo sociobiologico, ovvero se gli eventi naturali ed umani si dispiegassero per dirla con una suggestiva immagine di Emanuele Severino (2017) come i fotogrammi della bobina di un film che viene semplicemente proiettato, e tutti i fatti che avvengono o avverranno sono già scritti nelle condizioni iniziali (negli atomi o nei geni), allora il dover essere deriverebbe davvero dall’essere. Tanto il determinismo quanto il libero arbitrio sono due ipotesi metafisiche, ossia al di là di ogni verifica empirica. Sono ipotesi che richiedono un atto di fede, non meno della credenza nella regolarità della natura sulla quale si basa tutta la scienza (Popper 1970: 277-279). Assumere come vera l’una o l’altra ipotesi è, in fin dei conti, una scelta “esistenziale”, primordiale, che si riverbera sulla susseguente scelta dei metodi di indagine, che siano basati sulla spiegazione o sulla comprensione (Von Wright 1971: 32). Quegli studiosi che hanno proposto un approccio sociologico-storicistico deterministico possono aver proposto un’immagine del mondo che a molti non piace, ma sul piano squisitamente logico non sono caduti nella fallacia naturalistica, giacché in quella prospettiva un’istanza normativo-prescrittiva libera e autonoma è del tutto illusoria.

Per avvicinarci alle tematiche bioetiche, sappiamo per esempio che i conservatori tendono ad assumere posizioni pro-life mentre i progressisti si assestano in genere su posizioni pro-choice. Ebbene, alcuni studi sociobiologici hanno recentemente cercato di dimostrare che conservatori o progressisti si nasce, non si diventa. Sono stati eseguiti esperimenti utilizzando “eye trackers” e altri dispositivi per misurare la risposta involontaria a stimoli visivi di cittadini politicamente orientati e hanno scoperto che i conservatori (“conservative”) rispondono più rapidamente agli stimoli minacciosi e avversi rispetto ai progressisti (“liberal”). Uno studio pubblicato su Science (Oxley et al. 2008) riporta che a 46 partecipanti con forti convinzioni politiche sono state mostrate immagini repellenti («a very large spider on the face of a frightened person, a dazed individual with a bloody face, and an open wound with maggots in it») ed è stato verificato che la risposta ha basi biologiche, ovvero che ci son prove di correlazione tra orientamento politico («political attitudes») e tratti fisiologici («physiological traits»). In uno studio analogo, è stata avanzata l’ipotesi che la forma mentis dei conservatori dipenda da una conformazione genetica formatasi nel Pleistocene (un periodo che si dispiega tra 2,5 milioni di anni e 12.000 anni dal presente), quando avere uno “strong negativity bias” poteva essere essenziale alla sopravvivenza. I progressisti sarebbero invece “mutanti” formatisi negli ultimi 12.000 anni, dunque in corrispondenza con l’era neolitica, caratterizzata da meno pericoli. Per tale ragione sarebbero più aperti ai cambiamenti e meno ossessionati da questioni come l’ordine e la sicurezza (Hibbing, Smith e Alford 2014).

Se questo fosse vero, le argomentazioni etiche non potrebbero mai essere persuasive, ma si limiterebbero a razionalizzare ex post una risposta emotiva che è già scritta nei geni. In altre parole, ogni bioeticista non potrà che parlare ai convertiti. Il suo apporto non sarà inutile, perché l’esito finale dello scontro dipenderà anche dalla qualità e dalla quantità delle “truppe” che ogni schieramento saprà mobilitare, ma ogni militante che sarà convinto a entrare sul “campo di battaglia” lo farà impugnando quella bandiera che era programmato ad impugnare. L’alternativa poteva essere solo il disimpegno.

Naturalmente, quella del “cervello progressista” e del “cervello conservatore” (Garzia 2011: 18-19) è una materia assai controversa che si scontra anche con dati empirici anomali (per esempio, la fluttuazione di una parte dell’elettorato o la presenza di una pluralità di dottrine politiche complesse e non riducibili a due opzioni), ma si tratta comunque di una possibilità teorica che non può essere scansata col semplice gesto di una mano, solo perché disturba le coscienze.

Terzo caso. Ammesso che lo scienziato sociale descriva un ethos (un costume sociale, una consuetudine, un codice morale in azione) al fine confessato di proporlo come modello di comportamento, la fallacia naturalistica scatta soltanto se la proposta è intesa come un obbligo vincolante per tutti, che trova fondamento proprio in quei fatti. Quello dell’oggettività e dell’universalità del codice etico (al singolare) è un elemento fondamentale della prospettiva cristiana e, perciò, monsignor Sgreccia avverte giustamente il problema, dal suo punto di vista ma non si tratta di un postulato accettato da tutti. Le osservazioni sociologico-storicistiche possono, infatti, fungere da base di partenza per elaborare unetica normativa che non ha ambizioni di necessità e universalità. Se si rinuncia in partenza al dover essere, per proclamare soltanto un poter essere (io ti mostro qual è il trend sociobiologico e ti consiglio di seguirlo, ma in ultima istanza resta una tua libera scelta) non sussiste alcun problema logico. Il fatto che sia sempre stato così non implica che debba sempre essere così. Questo è vero. Ma, d’altro canto, non esclude nemmeno che possa ancora essere così, se qualcuno lo vuole.

Questa è, per esempio, la prospettiva di Jacques Monod, il quale parte da un’osservazione della realtà sociobiologica, ma non per definire un’etica che si impone all’uomo di necessità. Per sfuggire a ogni tentazione animistica, egli dichiara infatti il carattere assiomatico e in qualche misura arbitrario di qualunque codice etico, anche quello che lui stesso accetta e propone. Seguiamolo nel ragionamento. Innanzitutto, secondo Monod (1971: 142), «i sistemi animistici (…) hanno tutti più o meno voluto ignorare, avvilire o reprimere l’uomo biologico, provocare in lui orrore e terrore di alcuni aspetti relativi alla sua condizione animale. L’etica della conoscenza, al contrario, incoraggia l’uomo a rispettare e ad accettare questo retaggio pur riuscendo, quando è il caso, a dominarlo. Riguardo le più elevate qualità umane il coraggio, laltruismo, la generosità, l’ambizione creatrice essa, pur riconoscendone lorigine sociobiologica, ne afferma anche il valore trascendente al servizio dellideale che definisce».

La dimensione analitico-descrittiva e assiologico-normativa si compongono, dunque, nel pensiero di Monod in modo del tutto peculiare. Proprio grazie allo studio scientifico dei comportamenti umani, l’uomo può «rendersi conto che al di fuori di lui non ci sono, e non possono esserci, nessuna fonte e nessun criterio divini, storici o naturali per i suoi valori. Lui soltanto li crea, li definisce e li plasma. Ciò equivale a dire che, per ricostruire le basi di un sistema di valori su cui possa fondarsi la vita sociale, politica e personale dell’uomo nell’epoca della scienza, dobbiamo prima di tutto fare veramente tabula rasa, dobbiamo andare più avanti e più a fondo di quanto implichi la frase profetica di Nietzsche: “Gott ist tot”. Non soltanto, infatti, “Dio è morto”, ma sono morti anche i suoi diversi succedanei, romantici, storicisti, progressisti» (Monod 1990: 94).

A questo punto, dobbiamo avere il coraggio di trarre le dovute conclusioni dalle premesse. Da esse consegue che, «nell’epoca della scienza nella quale non è ormai più difendibile nessuna delle ipotesi trascendenti tradizionali che avevano la funzione di definire uno scopo o un imperativo sovrumani, noi dobbiamo fare la stessa cosa, costruire un analogo sistema di valori, ma con una premessa essenziale: noi sapremo, e dichiareremo, che la nostra scelta è deliberata, cioè assiomatica, nei fatti come nelle intenzioni» (Ibid.: 95). Chi avrà il coraggio di percorrere questa strada approderà ad «un’etica conquistatrice e, per certi aspetti, nietzschiana, perché è una volontà di potenza: ma di una potenza confinata solo nella noosfera» (Ibid.: 115).

Quarto caso. Si può anche voler conoscere l’etica reale, l’ethos, attraverso un’indagine storico-sociologica, non per proporne la perpetuazione, ma per cambiare il mondo. Per esempio, questo è il proposito di Karl Marx e Friedrich Engels, quando studiano i valori egemonici della borghesia nella società capitalistica. In questo caso, non si deriva il dover essere dall’essere, ma dalla negazione dell’essere. È vero tuttavia che l’essere che appare è considerato una negazione del vero essere e, perciò, la negazione della negazione consiste in un’operazione ancora più ardita della semplice violazione della legge di Hume. Nota, infatti, Luciano Pellicani (2012: 293) che «attribuire alla storia un fine ultimo, che per di più corrisponde a ciò che l’umanità più ardentemente sogna il superamento dellalienazione , equivale a ricadere di peso dentro la prelogica affettiva del pensiero animistico». Del resto, il carattere fondamentalmente animistico del marxismo è stato notato anche da Monod. Perciò, Eugenio Ripepe (1992: 95) ha concluso che a Marx «è riuscita la mirabolante impresa di aggirare la legge di Hume in senso inverso, […] cioè di far discendere l’essere (necessariamente) dal dover essere e di coniugare le suggestioni dell’utopia con le certezze della scienza».

Il marxismo resta però un caso sui generis di studio analitico-descrittivo finalizzato alla trasformazione del mondo. Gran parte del pensiero politico rientra nella stessa categoria, ma senza ricadere nell’animismo, nella fallacia naturalistica o nel tentativo di aggirarla in senso inverso, perché rifugge da ogni determinismo. Lo stesso determinismo all’interno del marxismo è, peraltro, un argomento ancora dibattuto e controverso (Campa 2015).

Quinto caso. Non di rado le analisi storico-sociologiche mettono in luce situazioni di anomia, anarchia, caos assio-normativo, conflitto sociale. Non si può certo dire che cada nella fallacia naturalistica chi descrive e analizza queste situazioni, dato che dalla descrizione dei fatti non deriva alcuna indicazione chiara sulla linea di condotta da intraprendere. Quand’anche lo scienziato sociale confessi di preferire una tra le varie proposte etico-politiche in competizione, proprio perché la preferenza è espressa in un quadro relativistico e pluralistico, risulta piuttosto evidente che essa non può (né intende) trarre forza o necessità dalla situazione di fatto descritta. In altre parole, chi dovesse descrivere il conflitto tra laici e cattolici in tema di aborto o eutanasia, fecondazione assistita o cellule staminali, senza prendere posizione, ma cercando magari di scoprire le determinanti socioeconomiche o sociobiologiche dello scontro ideologico, non viola in alcun senso la legge di Hume.

Sesto caso. Vi sono situazioni di anomia o dissonanza culturale, ovvero situazioni in cui due gruppi sociali entrano in conflitto perché non sono d’accordo sui valori fondamentali che dovrebbero ispirare “la buona vita”. Friedrich Nietzsche è forse il filosofo che più di ogni altro è riuscito a mettere in luce l’alterità tra le virtù aristocratiche fondate sulla volontà di potenza che a suo dire troviamo nei Greci, nei Romani e negli Italiani del Rinascimento e la morale cristiana fondata sul contempus mundi, ovvero su una negazione dei valori mondani che trova compimento negli ideali della carità, della rinuncia, della sofferenza terrena, in vista di un premio post mortem e di una vendetta finale affidata alla divinità. Come sottolinea Mario Perniola (2013: 7), «la morale [cristiana] nasce, secondo Nietzsche, dalla pretesa di conservare e di mantenere in vita ciò che è stato condannato dalla storia, ciò che è “malato”, “maturo per il tramonto”, fallito sul piano dei fatti, creando un nuovo ambito per definizione distinto dalla realtà, che è appunto quello dell’ideale, del dover essere, del valore». Per chiarire con un esempio: Nietzsche e Lutero sono d’accordo su ciò che ha fatto Alessandro VI, ma mentre per il primo questo papa rappresenta la punta più alta raggiunta dal cristianesimo, per avere riportato in vita le virtù mondane, per Lutero egli rappresenta il punto più basso della storia del cristianesimo, per avere negato i valori paleocristiani. C’è accordo sui fatti, non sui valori.

Accanto a questa situazione di conflitto assiologico tra “morale dei signori” e “morale degli schiavi”, apparentemente insanabile, vi sono però anche situazioni in cui vi è un accordo sostanziale sui valori, ma non sui fatti da valutare. Il che significa che l’approccio analitico-descrittivo può, in linea di principio, risultare persuasivo e risolutivo della controversia. In altre parole, in questa specifica circostanza ove resta inteso che fatti e valori sono su due piani logici distinti e la source dei valori non è nei fatti si può sostenere una posizione bioetica senza mai uscire dal perimetro del discorso fattuale e senza violare la legge di Hume. Un esempio può aiutare a capire. Laici e cattolici, pur litigando quasi su tutto, sembrano essere d’accordo sul principio dell’immoralità dell’eutanasia diretta e autoritaria, ovvero decisa dal medico o da una autorità giudiziaria senza il consenso del paziente. Se, in un determinato caso medico, fosse stabilito senza ombra di dubbio, a livello fattuale, che c’è stata eutanasia diretta e autoritaria, laici e cattolici dovrebbero convergere sullo stesso giudizio di condanna.

 

5. Conclusioni

In conclusione, possiamo senz’altro convenire che l’analisi etica di indirizzo sociologico-storicistico è insufficiente in termini fondativi, ma ciò non significa che essa sia inutile o fallace. Se non altro, per acquisire piena consapevolezza del proprio compito, la bioetica normativa ha bisogno di una bioetica sociologica capace di fornire analisi qualitative e quantitative dei fatti e dei processi che i bioeticisti tradizionali sono poi chiamati a valutare e indirizzare, e di una sociologia delle bioetiche (al plurale) capace di ricostruire, descrivere, analizzare le dottrine bioetiche in rapporto al contesto storico-sociale in cui emergono.

Non si tratta solo di riconoscere che l’attività analitico-descrittiva è propedeutica all’elaborazione di un’etica normativa (in senso debole o forte), ovvero di prendere atto che non si può procedere a una valutazione dei fatti, se prima non si conoscono i fatti, che siano quelli medico-scientifici o quelli storico-sociologici. La questione fondamentale è che anche lasciando fuori ogni determinismo e ogni sociologismo solo comprendendo fino in fondo i condizionamenti sociali a cui tutti noi siamo sottoposti, possiamo liberarci, in certa misura, da essi. Anche quando assumiamo il ruolo di bioeticisti.

In altri termini, per elaborare una linea d’azione bioetica pienamente consapevole ed efficace, è di grande vantaggio conoscere tre coordinate che solo le scienze sociali possono fornirci: 1) da dove provengono le nostre idee e i nostri valori; 2) dove siamo posizionati nel processo storico-sociale o persino sociobiologico; e, infine, 3) dove possiamo andare e dove non possiamo andare, dato questo posizionamento.

 

 

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