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23 settembre 2017

Adolescenti e cannabis

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Giovani testimoni non accompagnati

 

 

Anna Paola Lacatena

L’adolescenza non è una malattia ma una stagnazione della vita.
Fatta di turbolenza e di stagnazioni, di azioni che si esauriscono in gesti, di progetti che rimangono sogni.
L’adolescenza termina ma non passa mai.
La sua memoria o il suo strascico si prolungano nelle grandi tappe dell’esistenza, con un’eco vivida continuamente ridestata.
(Fabbrini A., Melucci A , 1992)

 

Introduzione

La “Relazione europea sulla droga 2016: tendenze e sviluppi” dell’Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze (OEDT) di Lisbona presenta un’analisi globale delle ultime evoluzioni e dei trend del fenomeno della droga nei 28 Stati membri dell’UE, in Turchia (paese candidato) e in Norvegia.

Le nuove stime evidenziano che, in termini di valore, la cannabis rappresenta la quota più ampia del mercato europeo delle sostanze illecite. La produzione di tale sostanza è diventata una delle principali fonti di reddito per la criminalità organizzata. L’importazione di cannabis da molteplici paesi di approvvigionamento e l’aumento della produzione interna in Europa costituiscono una notevole sfida per l’attività di contrasto, mettendo così a dura prova le già esigue risorse delle autorità doganali e di polizia. I reati legati alla cannabis, la maggior parte dei quali riguarda il consumo o il possesso per uso personale, rappresentano inoltre circa i tre quarti di tutti i reati connessi alla droga. (pag.12)

Si stima che circa l’1% degli adulti europei faccia un uso quotidiano o quasi quotidiano di cannabis, nel senso che hanno fatto uso di questa droga su 20 o più giorni nell’ultimo mese. Circa il 60% di queste persone rientra nella fascia d’età compresa fra i 15 e i 34 anni e più di tre quarti sono di sesso maschile. A tal proposito va precisato che i livelli di potenza sia della resina che delle foglie di cannabis sono andati ad elevarsi modificando geneticamente le piante, ottimizzandone la resa, implementando il numero di raccolti, tagliando il prodotto con sostanze in grado di fidelizzare i clienti inducendoli a dipendenze ignorate (metadone, amfetamine, ecc.), migliorandone il sapore, accentuandone e variegandone gli effetti. Per intendersi non si tratta più della cannabis che circolava negli ambienti delle contestazioni culturali e giovanili degli anni ’70. La concentrazione di THC (delta-9-tetraidrocannabinolo) è andata moltiplicandosi nel tempo con accorgimenti particolari a cominciare dalla selezione e dagli incroci di apposite specie. Questo è un dato preoccupante, poiché potrebbe aumentare i rischi di problemi di salute gravi e cronici per i consumatori nel breve e lungo periodo. Basti pensare che nel mese di febbraio, l’Osservatorio ha denunciato l’allarme per un cannabinoide sintetico chiamato MDMB-CHMICA che sarebbe collegato a 13 decessi nel vecchio continente.

La cannabis è ora responsabile anche della maggior parte dei trattamenti ai quali i pazienti si sottopongono per la prima volta, benché i dati relativi all’inizio del trattamento debbano essere interpretati nel contesto di percorsi di segnalazione e di una definizione ampia di ciò che costituisce una cura appropriata per questa popolazione. Le risposte politiche in quest’ambito devono inoltre tenere presente che, diversamente da quanto avviene in alcune parti del mondo, in Europa la cannabis è in genere fumata insieme al tabacco e, di conseguenza, è importante istituire una sinergia tra la politica di controllo della cannabis e quella di controllo del tabacco. (ibidem, p.12).

I modelli di consumo vanno dal consumatore occasionale (sperimentale) a quello abituale sino al dipendente. Complessivamente, il numero di pazienti sottoposti a trattamento per la prima volta per problemi legati alla cannabis è salito da 45 000 nel 2006 a 69 000 nel 2014. In questo gruppo, il numero di persone che hanno dichiarato di fare uso quotidiano di cannabis è aumentato dal 46 % nel 2006 al 54 % nel 2014. Le cause dell’aumento del numero di pazienti che entrano in trattamento non sono chiare, ma potrebbero essere collegate a cambiamenti nella prevalenza del consumo e del consumo intensivo di cannabis nonché ad altri fattori quali la disponibilità di prodotti più dannosi e più potenti, una maggiore disponibilità dei trattamenti per la cannabis e cambiamenti nelle pratiche di segnalazione dei trattamenti. Pur dovendo fare i conti con la mancanza di una metodologia comune tale da rendere i dati sistematicamente confrontabili tra i paesi e di definizione giuridica del consumo della sostanza specifica, l’OEDT stima che 16,6 milioni di giovani europei (15-34 anni), pari al 13,3% di questa fascia d’età, abbiano consumato cannabis nell’ultimo anno (di cui 9,6 milioni avevano tra i 15 e i 24 anni, ossia il 16,4% di questa fascia d’età). Fra i giovani che hanno fatto uso di cannabis nell’ultimo anno, il rapporto tra maschi e femmine è di due a uno.

Secondo l’ultimo ciclo del progetto europeo di indagini scolastiche sull’alcol e altre droghe (ESPAD), pubblicato nel 2011, la maggior parte del consumo di sostanze illecite tra gli studenti di 15-16 anni riguardava la cannabis. Dati più recenti sugli studenti, in questo caso di 15 anni d’età, sono forniti dallo studio HBSC (Health Behaviour in School-aged Children, comportamenti in materia di salute in ragazzi di età scolare). Nell’indagine HBSC del 2013-2014 i livelli di consumo di cannabis nell’arco della vita variavano dal 5 % tra le ragazze e dal 7% tra i ragazzi in Svezia al 26% tra le ragazze e al 30% tra i ragazzi in Francia. Il consumo di questa droga nello stesso periodo, tra i giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni, era stimato all’1,9%; questo dato si è mantenuto stabile rispetto all’anno precedente, ma è inferiore in confronto al 4,4% del 2010-2011, ossia prima che venissero introdotte più puntuali misure di controllo.

 

I dati dell’Osservatorio Epidemiologico della Puglia

È la cannabis la sostanza stupefacente più utilizzata dai ragazzi pugliesi coinvolti in uno specifico studio sul consumo di sostanze psicotrope negli studenti delle superiori per l’anno 2015. Nella sala consigliare della Regione Puglia, nel mese di maggio 2016, infatti, è stato presentato il Rapporto sul consumo delle sostanze psicotrope negli studenti delle scuole secondarie di secondo grado redatto dall’Osservatorio Epidemiologico della Regione Puglia. La pubblicazione illustra i risultati della rilevazione effettuata su 6.409 studenti del territorio regionale di età compresa tra 15 e 19 anni, frequentanti 74 istituti nell’anno scolastico 2013/14. Dal report si evince che il 17,3% ha consumato cannabis e che il consumo aumenta passando da una prevalenza di 5,5% nei 15enni al 25,5% nei 19enni. Il 42% dei ragazzi ha dichiarato di aver fumato nei 30 giorni prima dell’intervista, cioè i fumatori tra i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 19 anni sono 93.701 e la percentuale tende a crescere con l’età. Relativamente all’età del primo uso, i maschi hanno un’età di iniziazione più precoce rispetto alle femmine. Il 63,2% dei maschi consuma per la prima volta cannabis prima dei 16 anni, contro il 54,2% delle femmine.

Rispetto alla frequenza di assunzione nell’ultimo anno, nei maschi prevale un consumo più assiduo 32,1% ne ha fatto uso 20 o più volte) rispetto a quello più occasionale delle femmine (il 39,7% ne ha fatto uso 1-2 volte). Il 5,5% dei ragazzi ha dichiarato di avere una percezione di un consumo di cannabis fuori controllo. La cannabis è stata procurata nella maggior parte dei casi da amici (76,1%), solo nello 0,4% dei casi tramite Internet. Dall’analisi della percezione del rischio, il 32,8% è consapevole che fumare cannabis potrebbe essere molto dannoso per la salute, mentre il 10,5% non contempla del tutto questa possibilità. Quanto al consumo di alcol appare piuttosto comune fra i ragazzi: il 57,8% ha l’abitudine di bere. L’età in cui la maggior parte dei ragazzi ha dichiarato di essersi ubriacata per la prima volta è risultata 16 anni (45,7%). Il fenomeno del consumo eccessivo e concentrato di alcol (binge drinking) è stato sperimentato dal 28,5% degli studenti pugliesi, soprattutto a base di super alcolici (vodka, whisky, grappa, cognac, compresi quelli miscelati nei cocktail) con una prevalenza del 12,7%. L’1,8% ha dichiarato di aver consumato cocaina negli ultimi 30 giorni (con Taranto e Lecce che innalzano la media), con un consumo maggiore tra i 18enni. L’1,1% ha consumato ecstasy. Infine, il 13,5% gioca d’azzardo, per lo più poker e bingo (soprattutto online), con prevalenza di diciannovenni.

L’indagine non ha riguardato solo l’uso di sostanze psicotrope, poiché l’obiettivo era quello di avere una fotografia quanto più vicina possibile alla realtà della vita che svolgono gli studenti pugliesi delle scuole superiori. Il loro rendimento scolastico è mediamente buono (solo sporadicamente ottimo) e nel tempo libero navigano su internet (64%), giocano con il pc e i videogiochi (22%), non fanno attività fisica (la percentuale dei “si” non supera il 13% per cento) e non leggono più (non si va oltre il 4%). Il loro rapporto con i genitori non sembra molto soddisfacente: i picchi più alti si raggiungono con le madri nel 58,6 per cento dei casi e con i padri nel 48,6 per cento degli intervistati. Dall’analisi dei legami affettivi sulla popolazione giovanile coinvolta nella ricerca, si osserva che i rapporti cambiano in relazione all’età. La percentuale di studenti molto soddisfatti del rapporto con i genitori diminuisce con l’aumentare dell’età, in particolare per le femmine.

L’84% degli studenti risulta appagato dal rapporto con gli amici, mentre una percentuale pari al 4,3% dichiara di esserne insoddisfatto. Il rapporto con i compagni di scuola è leggermente più controverso per i maschi rispetto alle femmine, infatti il 4,2% dei maschi lo giudica insoddisfacente o molto insoddisfacente contro il 3,7% delle femmine. Desta preoccupazione la percezione che hanno di se stessi: il 46,1% degli studenti pugliesi intervistati riferisce di sentirsi “a volte inutile”. Tale sensazione è più frequentemente tra le donne (52%) rispetto agli uomini (40,6%). Analizzando la prevalenza per età emerge che questo sentimento decresce con l’età.

Osservando gli atteggiamenti e i sentimenti problematici accaduti negli ultimi 7 giorni, risulta che buona parte dei ragazzi intervistati ha dichiarato di aver provato “tristezza” (65,7%), seguita da “depressione” per il 39,6%. A tal proposito si segnala una percentuale di giovani che fa uso di tranquillanti, senza prescrizione medica e senza coinvolgimento dei genitori: il 3,6 delle donne e il 2,4 dei maschi. La percentuale di ragazzi che pratica sesso non protetto è ancora troppo alta: tra i 19enni parliamo del 35,8 per cento dei maschi e del 25,1 per cento delle donne.

 

Adolescente, equilibrista, un po’ depresso…

Troppo spesso l’interesse delle istituzioni e della politica rispetto al mondo del consumo di sostanze psicotrope si esaurisce ai numeri. Statistiche, tabelle, grafici per dire ciò che è sotto gli occhi (quando aperti) dei più. Quello che sembra mancare è una seria riflessione intorno ad una semplice ma complessa domanda: perché? Specificatamente a questo contributo: perché i nostri giovani fumano cannabis? Potrebbe esserci tra questo e quella diffusa percezione di inutilità, di tristezza, di depressione un qualche nesso? Nell’ultimo libro di Zygmunt Bauman, La scienza della libertà. A cosa serve la sociologia? Conversazioni con Michael Hviid Jacobsen e Keith Tester (Erickson, 2014), si legge:

(…) se la sociologia vuole essere rilevante, è necessario che si apra alle persone e che cominci a pensare nuovamente come faceva quando io ero uno studente di sociologia: che siamo qui per raccogliere le evidenze e impegnarci in un dialogo continuo con l’esperienza e per cercare di aiutare le persone nella loro lotta contro la doppia piaga dell’ignoranza e dell’impotenza. (p.43)

I sociologi, se vogliono cogliere il bisogno della lettura complessa della società complessa, non devono limitare il proprio interesse a studi «oggettivi» e quantificabili come i rappresentanti delle presunte scienze esatte, ma devono invece volgere lo sguardo alle persone, al loro bagaglio, ai loro vissuti, intercettandoli attraverso la narrazione, l’autobiografia, il racconto di vita, la conversazione. A tal proposito lo sguardo di Edgar Morin si fa impietoso dalle pagine del quotidiano Le Monde con un editoriale intitolato «En 2013, il faudra plus encore se méfier de la docte ignorance des experts». Lo studioso francese scrive:

Siamo in una civiltà nella quale sono degradate le vecchie solidarietà, dove la logica egocentrica è sovrasviluppata e dove la logica del “Noi” collettivo si è “sottosviluppata”. E’ per questo che, oltre all’istruzione, dovrebbe essere sviluppata una grande politica di solidarietà, che comporti il servizio civico di solidarietà della gioventù, per ragazzi e ragazze, e l’istituzione di case della solidarietà destinate a soccorrere chi vive in difficoltà e solitudine. Così, potremo vedere che uno degli imperativi politici è quello di fare di tutto per sviluppare congiuntamente quel che appare come antagonista agli spiriti binari: l’autonomia individuale e l’integrazione comunitaria.

Ci sono informazioni di cui solo i testimoni sono a conoscenza, così come solo gli stakeholders interni ed esterni possono farsi portavoce di alcune informazioni inderogabili per gli operatori del sociale e del socio-sanitario. Quelle informazioni delineano le cifre dell’efficacia di un intervento. Non sembrano gli indicatori numerici e quantitativi essere in grado di altrettanta chiarezza. Ricucire, tessendo la trama di ciò che è stato in ciò che è, passa attraverso il piacere del ricordare e della parola. È necessario provare, però, ad abbattere la remora alla condivisione in contrasto con il silenzio imposto, vincendo l’assenza di ascolto e l’indifferenza, mali del quotidiano e di quella forma di depressione che Lacan definisce viltà etica.

La mutazione antropologica che Pier Paolo Pasolini paventò è, a i nostri giorni, nell’incapacità di guardarsi dentro, ricercando solo ed esclusivamente il godimento. Nessun dolore, nessun insuccesso, nessuna frustrazione deve intaccare una sorta di perenne almeno quanto improbabile stato di finto benessere, che troppo spesso, però, si traduce in violenza verso se stessi e gli altri. La depressione a cui Lacan fa accenno non è quella frutto delle domande esistenziali che non trovano soluzione e risposta. Essa coinciderebbe con la difficoltà ad assumere, ad elaborare simbolicamente, il proprio fallimento, il proprio insuccesso, la ferita narcisistica subita dalla propria immagine. Se non sono l’Io che credevo di essere (narcisismo), nulla ha più senso di esistere (depressione). Inseguendo costantemente i miraggi del nuovo e del successo, nella società attuale il ricorso alla violenza sembra apparire allora come un talismano malefico finalizzato esorcizzare l’appuntamento fatale con la nostra vulnerabilità e insufficienza dalla quale, poiché – come canta Fabrizio De Andrè – dai diamanti non nasce niente, potrebbero sorgere invece fiori nuovi (Recalcati, 2014).

L’incontro con l’Altro, secondo l’approccio lacaniano, nel quadro della lettura sociale della depressione di Alain Ehrenberg, è tra le poche possibili strade percorribili per la piena realizzazione di sé. Nelle società moderne, la misura del valore dell’individuo non è più data dal rispetto delle regole e dalla sottomissione alla disciplina interiore, bensì dallo spirito d’iniziativa, dalla capacità progettuale, dai risultati concreti che è in grado di esibire. L’individuo non è più regolato da un ordine esterno, da una conformità alla legge, la cui infrazione produce sensi di colpa, ma deve fare affidamento sulle proprie risorse personali, sulle sue doti intellettuali, sulle sue prestazioni oggettive, per raggiungere quei risultati in base ai quali verrà valutato.

Melanie Klein parla esplicitamente di una “posizione depressiva” (1957) come tappa obbligata dello sviluppo infantile, tracciandolo come il momento in cui nel bambino si conclude il vissuto di onnipotenza tipicamente infantile. Questo specifico momento si presenterà come dirimente rispetto allo sviluppo, in età adulta, di una eventuale condizione depressiva patologica. Appare, dunque, particolarmente rischiosa una società che non limita l’ipertrofia dell’Io ma altresì ne fomenta l’autotrofismo. A questo approccio si contrappone quella di J. Bowlby per il quale la depressione è essenzialmente dovuta, invece, alla perdita degli oggetti del proprio affetto, del proprio attaccamento e alla conseguente perdita di stima di sé (1976, 1978, 1982, 1983).

Per M. Mahler, invece, la depressione è correlata a quella che lei chiama fase di “separazione-individuazione” (1993). L’adolescente, infatti, attraverserebbe una nuova separazione-individuazione in cui ciò che viene messo in discussione è l’insieme degli oggetti d’amore tipici dell’infanzia con movimenti di allontanamento fisico ma avvicinamento psicologico. Il disinvestimento affettivo riguarda sia elementi esterni, come i genitori, ma anche elementi interni come il proprio Sé infantile in un processo che diviene esperienza luttuosa a tutti gli effetti. Il comune denominatore della depressione, quindi, sembrerebbe la perdita. I suoi tratti più riconoscibili restano, a prescindere dalle cause, la noia, l’irritabilità, la scarsa fiducia in se stessi, il senso di insicurezza, la malinconia sino a elementi più decisi come la distimia, l’anedonia, l’anoressia, il consumo di sostanza psicoattive, ecc..

Dagli anni Settanta in poi, però, la depressione sembra aver cambiato radicalmente forma: essa non è più alimentata dal conflitto nevrotico tra norma e trasgressione, ma, in uno scenario sociale dove, in seguito al venir meno delle norme tutto è permesso (è quindi potenzialmente possibile), la principale causa della depressione è un “senso di insufficienza” per ciò che sarebbe possibile fare e non si è in grado di fare, per ciò che gli altri si aspettano da noi e la pochezza dei risultati che riusciamo ad ottenere (Borgna, 1992).

Alain Ehrenberg (1999) pone l’accento su questo profondo mutamento intervenuto nella psiche degli individui contemporanei, rimarcando come i sintomi classici della depressione abbiano ceduto il passo all’ansia, al senso di inadeguatezza, all’incapacità di iniziativa. In un contesto sociale in cui l’individuo è costantemente oppresso dalla necessità del nuovo e del successo, la depressione diventa la misura della distanza tra le nostre aspirazioni e ciò che riusciamo effettivamente a realizzare. In questa inconciliabilità tra ciò la società richiede a ogni individuo e la fragilità o la responsabilità che l’individuo vive come una profonda inadeguatezza starebbe, secondo Ehrenberg, la fatica di essere se stessi e la conseguente depressione.

In estrema sintesi, il nuovo depresso è colui che non riesce a stare al passo con i propri desideri, o più ancora con i capricci instillati dalla società del consumo spinto. Come suggerisce il filosofo Umberto Galimberti in un articolo riportato da Repubblica nel gennaio del 2001 (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/01/11/il-nostro-deserto.html), basterebbe frugare nelle tasche degli italiani per trovarvi pillole antipanico (due milioni), ansiolitici (tre milioni), antidepressivi (cinque milioni), sonniferi a portata di mano per riuscire a reggere la qualità della vita che ci siamo costruiti, con un costo sociale equivalente a quello impiegato per le malattie cardiovascolari, e doppio rispetto a quello richiesto per la cura del cancro.

Dunque in Italia e in Occidente, l’anima sta male, se è vero, come ci riferisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che del miliardo di sofferenti psichici (un sesto dell’umanità), ben seicento milioni abitano i paesi industrialmente e tecnicamente avanzati, dove gli uomini sono sempre meno “soggetti” della loro vita e sempre più “funzionari” degli apparati che li impiegano e concedono loro le condizioni per vivere. (Galimberti, 2009) Nella società della disciplina (precedente al ’68), la nevrosi corrispondeva al conflitto tra il desiderio che vuole infrangere la norma e la norma che cerca di inibirlo. La nuova depressione si presenta come scontro tra possibile e impossibile, non più come una “nevrosi”, ma come un fallimento della capacità di andare fino al limite dell’impossibile.

Augustin Jeanneau sostenne alla fine degli anni ’80 che la liberazione sessuale abbia sostituito la preoccupazione di sbagliare con la preoccupazione di essere normali. È questa l’espressione sintomatica del cambiamento, non dissimile da quella segnalata dal premio Nobel Vidiadhar Naipaul (1979) secondo il quale il proprio destino non è più quello di essere buono, così come da tradizione ma di fare fortuna. Nell’attesa del segnale del suo successo, lo scrittore trinidadiano avverte un profondo senso di inquietudine, capace di trasmettere un disagio interiore. Il concetto è stato ripreso da uno dei più grandi psichiatri italiani che lo ha rivisitato in chiave antropologica per ciò che attiene alla moderna malinconia/depressione (Borgna, 1992).

In estrema sintesi, quest’ultima appare come la degenerazione di un individuo che è solo se stesso e, di conseguenza, mai se stesso, come se corresse perpetuamente dietro alla propria ombra. Se la depressione è la patologia di una coscienza che è solo se stessa, la dipendenza è la patologia di una coscienza che non è mai sufficientemente se stessa, mai sufficientemente colma di identità, mai sufficientemente attiva, perché troppo indecisa, troppo esplosiva. La depressione e la dipendenza sembrerebbero, dunque, come il diritto e il rovescio di una medesima patologia dell’insufficienza.

Mettendo a tacere il sintomo, vietando che lo si ascolti, psicofarmaci e droghe inducono il soggetto a superare se stesso, senza essere mai se stesso, ma solo una risposta agli altri, alle esigenze efficientistiche e afinalistiche della nostra società, con conseguente inaridimento della vita interiore, desertificazione della vita emozionale, omologazione. Se le emozioni, il dolore, la ricerca di individuazione e di autonomia, la fedeltà alla propria storia sono negate, il soggetto ricorre alle droghe per manipolare il corpo affinché produca i sentimenti desiderati, positivi. Lo stesso meccanismo si attiva, peraltro, con il consumo di droghe legali come gli psicofarmaci. (Miller, 2005, p.97)

La psicoterapeuta americana Alice Miller precisa ulteriormente come a volte:

Il consumo di droghe legali (alcol, sigarette, farmaci) serve a cercare di colmare il buco che la madre ha lasciato aperto. Il bambino non ha ricevuto da lei l’alimento di cui aveva bisogno e nemmeno più tardi è riuscito a trovarlo (…). Forse la prima pietra della dipendenza è posta proprio all’inizio della vita, e con essa anche l’origine della bulimia e di altri disturbi dell’alimentazione. (ibidem, p.98).

Sinteticamente, la famiglia dovrebbe educare, nell’accezione di generare, ossia di dare connotazione umana e sociale all’individuo, non limitando la propria funzione alla riproduzione biologica. Su di essa, dunque, ancora oggi si fonda la costruzione della persona e il suo prendersene cura. Per dirla alla Urie Bronfenbrenner la famiglia rende umani gli esseri umani (2010). Oggi gli adulti oscillano tra indifferenza e complicità. Adulti che non riescono ad accettare la fatica del negoziato quotidiano e della distanza necessaria. Preferiscono negoziare la regola, la fatica, il limite, la progettualità, il sogno, in cambio di una finta intesa, dell’evitamento del conflitto con le nuove generazioni, della presenza con attenzione e impegno.

Scimmiottano una condizione giovanile che non gli appartiene, scegliendo abbigliamento e patterns comportamentali giovanilistici. La conseguenza è spesso il disorientamento e l’illusione psichiatrica del posso tutto. I giovani hanno bisogno di spazi di parola, di segni di riconoscimento, di adulti che nella fatica e nella leggerezza (non superficialità) del vivere siano capaci di ascoltare e di mettersi in discussione con serietà, di cogliere l’importanza della distanza ma, allo stesso tempo, coltivare una vicinanza non fagocitante o imitativa. La domanda che ci si pone è se può esistere una cura, una possibilità di riappropriazione di quel Sè autentico, capace di rimettere in equilibrio il sentire profondo.

Forse la strada è proprio quella della condivisione dell’esperito, del percepito, del sentito. Né situazioni che coprono il sintomo, né percorsi che possono problematizzare qualsiasi esperienza. Semplicemente provare a ripercorrere, in condivisione con gli altri, ciò che ci è accaduto, in una sorta di rituale infantile che ridisegni e conformi la nostra identità di adulti perché quando il sociale non è più praticato, il privato resta senza ricambio d’aria. Con il Progetto “Kryptonite”, il Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL di Taranto, nel settembre del 2014 (e a tutt’oggi), ha avviato un’iniziativa di informazione e prevenzione rivolta ai segnalati ex art.75 DPR 309/90 del Ser.D. di Taranto, promuovendo un gruppo di confronto diretto ai più giovani su tematiche medico-sanitarie e socio-culturali, dando voce ai consumatori (nell’98% dei casi si segnala uso di cannabis).

L’informazione veicolata è sì scientifica ma anche accompagnata da una lettura socio-culturale della società attuale guardando alle problematiche del consumo e dei comportamenti a rischio nel quadro più generale della relazione personale, sociale e istituzionale. Tale progetto, poi, attraverso la specificità degli interventi informativi, tarati sul target e sulle caratteristiche di consumo (uso, dipendenza), si colloca tra la prevenzione secondaria e quella terziaria. In estrema sintesi, la secondaria agisce sulla prevalenza, con lo scopo di diminuire il tasso dei nuovi casi, mentre la terziaria opera sulla gravità, ossia evita o riduce i danni derivanti dall’utilizzo di sostanze stupefacenti legali e illegali.

Inoltre, attraverso il contatto e il lavoro diretto con chi vive in prima persona la problematica in questione, è possibile ricavare informazioni, strumenti di monitoraggio della situazione presente, elementi di valutazione ed efficacia di modalità e approcci in materia di prevenzione, al fine di orientare azioni ed interventi futuri. Un “gruppo di parola”, uno spazio dedicato fuori dal controllo del mondo adulto dove farsi reciprocamente delle domande e dove mettere in comune il proprio sapere, la propria esperienza, il vissuto e il percepito.

 

Legalizzare? Discutiamone

È stato presentato il VII Libro Bianco 2016 sulla legge sulle droghe, promosso dalla Società della Ragione Onlus insieme a Forum Droghe, Antigone e Cnca. Tra i dati più rilevanti evidenziati emerge come il contrasto della cannabis assorba, con scarsi risultati, lo sforzo repressivo statale più consistente. I cannabinoidi rappresentano, infatti: «Il principale impiego di energie e risorse dell’apparato di polizia e giudiziario impegnato nella repressione penale della circolazione di sostanze stupefacenti illegali». Di fatto, 10.751 operazioni di polizia in materia di stupefacenti, ovvero il 56,3% sul totale, hanno avuto a oggetto i cannabinoidi. Ben 13.360 segnalazioni all’autorità giudiziaria (48,2% sul totale), hanno riguardato persone trovate in possesso di cannabis o derivati. Si registrano, inoltre, 26.403 segnalazioni alla prefettura, pari al 79% per cento, sono dovute a consumo personale di cannabinoidi.

Nel documento si legge, inoltre che, la cannabis è la sostanza psicoattiva illecita più diffusa in assoluto al mondo, sia nella popolazione adulta, sia in quella scolarizzata. In Italia, tra gli studenti 15-19enni, l’uso cannabis durante l’anno aumenta in corrispondenza dell’età sia tra gli studenti che tra le studentesse, con un rapporto che resta stabile nei passaggi tra le diverse età: ad ogni 2 ragazze che hanno utilizzato cannabis corrispondono 3 coetanei maschi. Il 23% degli studenti italiani ha fatto un uso esclusivo di cannabis durante l’anno, mentre circa il 4%, oltre alla cannabis, ha consumato anche altre sostanze psicoattive illecite. Se per l’uso esclusivo di cannabis si evidenzia un lieve e costante aumento dal 2012, per il policonsumo si osserva una sostanziale stabilità negli ultimi 6 anni.

La proposta sulla legalizzazione della cannabis intende rivoluzionare l’attuale normativa che, dopo la bocciatura della Fini-Giovanardi da parte della Corte Costituzionale nel 2014, è tornata di fatto ad essere quella approvata nel lontano 1990, la legge Jervolino-Vassalli (DPR 309/90).Il testo di legge è stato presentato quasi un anno fa su iniziativa del senatore e sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, promotore dell’intergruppo per la legalizzazione della cannabis. Si tratta di un gruppo nato nel 2015 cui hanno aderito oltre cento parlamentari di quasi tutte le formazioni politiche che, partendo da vari testi di riforma già depositati sulla materia in Parlamento, ha cercato di fare una mediazione.

La proposta di Legge n. 3235 prevede la possibilità di coltivare cannabis per uso personale entro precisi limiti. Ovvero si potrà piantare fino a un massimo di cinque piante di sesso femminile e tenersi quanto ottenuto. Non è prevista autorizzazione; l’unico obbligo è comunicare tale micro-coltivazione all’ufficio regionale dei Monopoli. È anche possibile coltivare in modo associato, senza fini di lucro. Il modello sono i cannabis social club spagnoli. Nel caso italiano si tratterebbe di associazioni con non più di 50 membri, maggiorenni, che potranno coltivare fino a 5 piante ad associato. Anche qui serve comunicazione all’ufficio regionale dei Monopoli.

I dati sull’identità dei coltivatori ad uso personale saranno trattati come dati sensibili secondo il Codice privacy e non saranno diffusi o ceduti ad altri.

La stessa capovolge l’impostazione vigente consentendo ai maggiorenni la detenzione di una piccola quantità di cannabis (5 grammi all’esterno innalzabili a 15 grammi in casa). In pratica sarà lecito il possesso di quelle quantità per uso ricreativo, senza dover richiedere alcuna autorizzazione o comunicazione. Resta proibito e punito lo spaccio. E resta proibito il suo consumo in luoghi pubblici, aperti al pubblico e in ambienti di lavoro, pubblici e privati. Inoltre si depenalizza la cessione gratuita a una persona maggiorenne (e la cessione tra minorenni) di una modica quantità di cannabis, entro il limite massimo previsto per la detenzione personale consentita.

Se lo spaccio è punito, la proposta suggerisce di consentire la commercializzazione della cannabis all’interno di un regime di monopolio statale per la coltivazione delle piante, preparazione e vendita al dettaglio. In pratica, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli potrà autorizzare soggetti privati a coltivare cannabis e venderla in locali dedicati (un po’ sul modello dei coffee shops), prevedendo un sistema di tracciabilità del processo produttivo, il divieto di importazione/esportazione e altre regole. La coltivazione personale e associata sarebbe esclusa dal regime di monopolio.

Si introducono norme per semplificare la produzione di cannabis per medicine e scopi terapeutici così come le modalità di consegna e approvvigionamento. Oggi la possibilità di accedere alla cosiddetta cannabis terapeutica è di fatto pregiudicata da vincoli amministrativo-burocratici, per superare i quali è utile un intervento legislativo di semplificazione delle procedure, scrive la proposta di legge.

Il 5% dei proventi derivanti per lo Stato dalla legalizzazione del mercato della cannabis saranno destinati al finanziamento dei progetti del Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga, per informazione, prevenzione, riduzione del danno, riabilitazione. Il resto andrà nelle casse dello Stato. Le risorse finanziarie ricavate dalle sanzioni amministrative che colpiranno chi viola i limiti previsti dalla legge saranno impiegate in interventi formativi, educativi e curativi. Legalizzare la cannabis, dunque, per alcuni significherebbe una sottrazione ai guadagni illeciti della criminalità organizzata, ci sarebbe da puntualizzare che per la stessa non rappresenterebbe un grande contraccolpo avendo nel tempo diversificato i propri campi d’azione (vedi mercato della contraffazione, delle armi, degli esseri umani, degli organi, dei prodotti bancari, ecc.).

Potrebbe rappresentare una svolta dal punto di vista della piccola manodopera criminale che si contende ad oggi spaccio e territori. Per altri significherebbe maggiori controlli e, dunque, garanzie sulla qualità della sostanza assunta, sebbene non sarebbe del tutto impensabile un’eventuale infiltrazione, come per il gioco d’azzardo, delle cosche sulla gestione e sulle vendite o un aumento dei costi e, dunque, un ipotizzabile conseguente ricorso a mercati paralleli rispetto a quello ufficiale e di Stato. Per altri ancora potrebbe individuare la possibilità di nuovi introiti per le casse esangui dello Stato italiano. Basterebbe guardare alle entrate legate al mondo dell’azzardo, però, per rendersi conto della situazione debitoria delle concessionarie e di un guadagno che nel corso degli anni è andato assottigliandosi per l’Erario.Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, a tal proposito e dalle colonne del quotidiano “La Stampa” dell’8 luglio sostiene:

Penso che uno Stato democratico non si possa permettere il lusso di liberalizzare ciò che provoca danni alla salute dei cittadini. Uno stato democratico si deve occupare della salute e della libertà dei suoi cittadini, noi sappiamo invece che qualsiasi forma di dipendenza genera malattie, in particolare psichiche, ma genera anche ricatto. Non possiamo liberalizzare ciò che fa male.

Inoltre lo stesso Gratteri, tra i più riconosciuti esperti di ‘ndrangheta al mondo, aggiunge :

Il guadagno che si sottrarrebbe alle mafie è quasi ridicolo rispetto a quanto la criminalità trae dal traffico di cocaina e eroina.

I numeri ufficiali a proposito di consumo di cannabis sarebbero (inutile nascondere l’esistenza di un sommerso poco quantizzabile):

Ogni 100 tossici dipendenti solo il 5% usa droga leggere. Di questa percentuale solo il 25% viene utilizzato da maggiorenni, l’altro 75% sono minorenni. Se noi pensiamo di liberalizzare e vendere droghe leggere e allora dovremmo ipotizzare di vendere hashish e marijuana anche ai minorenni. Di sicuro non risolveremmo il problema di contrasto alle mafie. Le mafie per coltivare canapa non pagano luce, acqua e soprattutto personale, se si legalizza invece bisogna assumere operai, pagare acqua, luce, il confezionamento, il trasporto. Si è fatto un esperimento a Modena creando delle serre, si è capito che in questo modo un grammo costerebbe 12 euro, più di quanto costa al mercato nero. È evidente che il “consumatore” andrà comunque dove paga meno.

Al di là della capacità di leggere in chiave criminologica un fenomeno così complesso, restano aperte importanti questioni etiche, educative e della cura. Si tratta di discutere di uno Stato che prova a finanziare la prevenzione con l’uso, di una sorta di schedatura di massa, di rinfocolare ideologismi e falsi moralismi. Si tratta di proposte e emendamenti (migliaia) senza i veri protagonisti, fuori dal loro sentire, lontani da ciò che pensano e provano. Più ancora si tratta di fare i conti con un mondo degli adulti (dalle istituzioni alla famiglia, alla scuola) incapace di interpretare le idee dei più giovani, di fare da punto di riferimento per gli stessi, di proteggerli senza per questo negargli la possibilità di individuarsi come persone. Si prevedono per i prossimi mesi lunghe ma si spera non infruttuose discussioni.

 

Conclusioni

La letteratura internazionale ha più volte messo in luce come la partecipazione ad attività strutturate e guidate da un leader adulto con incontri regolari (Cooper, Valentine, Nye, Lindsay, 1999; Eccles & Barber, 1999; Marsh, 1992) riduce il rischio di abbandono scolastico (McNeal, 1995), incrementa la soddisfazione, abbassando i livelli di depressione (Mahoney, Schweder & Stattin, 2002) e gli atti delinquenziali (Landers & Landers, 1978; Mahoney, 2000). La partecipazione ad attività non strutturate, non supervisionate e svolte prevalentemente con il gruppo dei pari, al contrario è associata a comportamenti antisociali ( Persson, Kerr , Stattin, 2007; Stattin et al., 2005). Da questi studi è emerso come un buon adattamento adolescenziale sia frequentemente associato ad attività strutturate, mentre un cattivo adattamento sarebbe correlato abitualmente ad attività non strutturate.

Altri studi hanno indagato l’attività sportiva negli adolescenti, mettendo in luce come il fatto di sentirsi competenti o trovare attività, che procurano soddisfazione e caratterizzate da una forte motivazione, possano condurre ad un coinvolgimento sempre maggiore (Carpenter & Scanlan, 1998; Mahoney et al., 2010), mentre la mancanza di competenza e motivazione e l’eccessiva presenza di pressione e restrizioni sarebbero, al contrario, associate all’abbandono scolastico e all’ emarginazione sociale (Gould, Feltz, Horn & Weiss, 1982; Guillet et al., 2002; Klint & Weiss, 1987; Sarrazin, Vallerard, Guillet, Pelletier, Cury, 2002).

Al mondo degli adulti piacciono i numeri a quello dei ragazzi bisognerebbe avvicinarsi con la reale voglia di conoscerli, ascoltarli, comprenderli perché il viaggio verso la maturazione e l’adultità non è immediato, indolore, facile. Non è nell’accelerazione, nel consumo di cose ed esperienze, nell’illusione che il “saper vivere” è un’acquisizione dovuta. Questo dovrebbe essere fare passi in avanti ma, in alcuni casi, tornare sugli stessi per riflettere cercando prossimità con i propri pensieri, idee, orizzonti del sentire. Grande è la proliferazione di stimoli cognitivi, opportunità (reali?) esperienziali a cui sono esposti gli adolescenti e i giovani nella società attuale. Tutto questo, però, non è sufficiente per rivedere orizzonti simbolici e valoriali, lasciando vulnerabili i ragazzi e le ragazze di fronte a tensioni, conflitti, squalifiche rispetto a percezioni e sentimenti.

È una questione che, pur nella necessità di contestualizzare e di non generalizzare con facilità, sembra coinvolgere i giovani e non solo del territorio pugliese. La cannabis, dunque, come la possibilità di uno spazio tutto per sé dove coltivare un’autenticità (?) altrimenti negata da un mondo adulto circostante con la continua chiamata alla menzogna, all’efficienza, alla prestazione, al consumo. La cannabis per attestare il superamento della condizione liminale di adolescente e per questo correndo il rischio di restare incastrati nel cliché del ragazzo o della ragazza poco responsabile e, di conseguenza, poco adulto/a.

La cannabis come possibilità di individuarsi in quanto non omologabili (?) e per questo, forse, ancora più nel solco di un comportamento omologabile e de-individualizzante. La cannabis come moda, tendenza, imitazione di un mondo che appartiene solo ai giovani (vedi ambienti rap, hip hop), troppo spesso vampirizzato da adulti incapaci di accettare il proprio corrispettivo anagrafico. La cannabis come auto-terapia, medicamento rispetto alla mancanza di fiducia, di speranza, di futuro. È per alcuni la risposta alla malinconia e alla depressione adolescenziale, riducendone però la portata creativa delle stesse. La cannabis come superamento di una barriera di incomunicabilità, di spazi di parola, di segni di riconoscimento. Per stare assieme e farlo in una presunta autenticità che sa non prendere tutto troppo seriamente. La cannabis per piacere e per dolore.

Perché lo fanno tutti… Non è una droga vera e propria… Perché è più pericoloso l’alcol eppure i miei genitori bevono… Perché mi fa sentire rilassato… Perché non da dipendenza… Perché mi fa stare bene… Perché mi fa staccare… Perché che c’è di male?!… Perché se non fumi pensano che hai paura e ti prendono in giro… Perché non ho di meglio da fare… Perché è vietato… Perché mi piace… Non lo so perché, però, fumo lo stesso… Non è vero che il fumo ti porta alle droghe pensanti… Per passare la serata… È più bello stare con gli amici… ecc. ecc. (dalla voce di alcuni ragazzi che hanno partecipato ai gruppi “Kryptonite” del DDP- Ser.D. di Taranto nel 2016).

Agli adulti piacciono i numeri, ai ragazzi le parole, l’ascolto, le risposte ai perché. Per un corretto sviluppo dei nostri giovani se ne sconsiglia l’assenza…

 

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