La riproducibilitĂ digital-auratica
Chi ha rubato la fragile Aura? E quale la relazione con la fragilissima Gaia?
di Massimo Canevacci
1.
Nella mia ipotesi, una delle principali fragilitĂ dellâambiente attuale è caratterizzata dai flussi di comunicazione visuale e digitale: una dissipativa ecologia digitale.
Questi flussi ridefiniscono il concetto di identitĂ in senso fratturato, frammentato e molteplice: un flusso determinato in gran parte dal concetto emergente di ubiquitĂ antropologica. Ubiquità è parola chiave per entrare in un aspetto della fragilitĂ soggettiva contemporanea. LâidentitĂ fragile non si riferisce solo agli esseri umani ma anche alle opere dâarte e alle persone ivi rappresentate dai grandi artisti del passato. Per questo è importante riflettere su come sia cambiata lâaura, la âsuaâ fragilitĂ , partendo ovviamente da Walter Benjamin.
Forse anche Gaia ha perso il suo sacro â una volta irriproducibile â per essere proprio come Aura. Gaia e Aura sono connesse.
Inizialmente propongo di osservare e ascoltare il video pubblicato sul sito de la Repubblica [1] nel quale la Monna Lisa di Leonardo Da Vinci trasforma la Gioconda in una âopera dâarteâ digitale e vocale. Una Monna Lisa ricostruita. Nel guardare il suo viso modificato che canta una melodia ârapâ, priva della sua fisionomia bella e misteriosa sono rimasto stupito. Lei è ora e forse per sempre una AI-ML, una Monna Lisa trasformata e trasformabile. Ora la Gioconda ha identitĂ molteplici, ognuno può farsi unâimmagine qualsiasi di lei, unâimmagine diversa dallâaura originale. O meglio, non ha piĂš âauraâ. Arte digitale, pubblicitĂ , social e ora AI le hanno rubato il segreto del sorriso.
Quando ero studente, leggevo libri, saggi, discussioni a riguardo: il suo sorriso, ma anche i suoi occhi, il paesaggio erano un enigma. Ognuno poteva dare la propria interpretazione e, ovviamente, anche io avevo la mia.
Questa tecnologia che permette di animare foto o immagini si chiama Vasa-1. Monna Lisa è ovunque e potrebbe essere chiunque.
Lâaura Gioconda adesso è fragile, fragilissima. La Gioconda non ha piĂš aura perchĂŠ diventa ubiqua, fratturata, ogni sua immagine parziale può essere riutilizzata senza resistenza. Lei è debole. Dovrebbe essere necessaria la scrittura visionaria di un nuovo Peter Schlemil, che in passato scrisse Lâuomo senza ombra o, meglio, di un nuovo Hugo Hoffmanstahl con il suo La donna senza ombra. E adesso il pubblico attende La ragazza senza Aura. Monna Lisa e non solo.
Chi è il ladro di Aura? Chi ha rubato Aura? Dove sta Gaia?
2.
Come è noto, Walter Benjamin scrisse il suo celebre saggio sulla riproducibilitĂ tecnica in un conflitto dialettico (e politico) con lâ âauraâ irriproducibile incarnata nellâopera dâarte. Per lui la crescente produzione di film e fotografie seguita dalle classi popolari era una sfida contro la struttura di classe aristocratico-borghese e contro lâestetizzazione fascista della vita. Di conseguenza, tutta la manifestazione delle arti visive, del cinema, della fotografia stava diventando â a suo avviso â riproducibile attraverso la tecnologia in una prospettiva proletaria rivoluzionaria.
Nello stesso saggio Benjamin scrive anche unâanticipata visione sul fragile potere dello sguardo sviluppando le tesi freudiane sullâ INCONSCIO OTTICO. Qui non è possibile focalizzare tale prospettiva, tuttavia per me uno sviluppo cosĂŹ creativo â sulla classica tesi freudiana sulla sua âscopertaâ dellâinconscio â attende unâanalisi profonda e nuova, focalizzata su come inserire lâinconscio ottico negli inesauribili flussi digitali: la fragilitĂ inflazionata dellâottica sta forse ormai penetrando nellâinconscio?
Adorno rispose al saggio di Benjamin sulla riproducibilitĂ dellâarte con un libro sulla reificazione dellâascolto; presenta uno scenario in cui le tecnologie massificate â piuttosto che la liberazione sotto la bandiera della riproducibilitĂ â aumenterebbero la reificazione di massa e la personalitĂ autoritaria. Questi punti di vista divergenti riguardo tecnologia e cultura non potranno mai essere risolti tra loro due e forse non lo saranno da nessuno dei loro seguaci. La mia ipotesi è che lâonnipresente comunicazione digitale possa affrontare e trasformare la loro opposizione â basata sulla dialettica Hegel-Marx â attraverso unâaltra visione del pensiero oltre la sintesi, le dicotomie e anche oltre ogni dialettica.
Il concetto di reificazione (da Marx a LukĂ cs) è parola chiave in Adorno fin dal libro La dissonanza e la regressione dellâascolto. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Adorno divenne ancora piĂš critico nei confronti delle possibilitĂ rivoluzionarie che il cinema o la riproducibilitĂ potessero offrire alla classe operaia. Dialettica dellâIlluminismo fu da lui elaborato con lâamico Max Horkheimer, in particolare nel capitolo molto innovativo sullâindustria culturale. Fu uno scandalo sia per i partiti comunisti legati allâUnione Sovietica che per il punto di vista âmarxistaâ. Cultura e industria uniscono sovrastruttura e struttura. Questi punti chiave dellâortodossia dialettica sono unificati dalla nuova forma di cultura del consumo. Ecco perchĂŠ era solo unâipotesi disperata immaginare che lâauratica riproducibile potesse favorire una rivoluzione contro la borghesia.
I rapporti tra aura e riproducibilitĂ sono piĂš complessi e deformati. Tali relazioni assumono, in particolare guardando ai social network e alla comunicazione digitale, una specifica fragilitĂ che può favorire un processo oltre un paradigma dualistico. La mia ipotesi è che la comunicazione digitale onnipresente possa affrontare e trasformare lâopposizione âdialetticaâ tra Benjamin e Adorno attraverso unâaltra visione epistemologica: oltre la sintesi, le dicotomie e anche oltre ogni dialettica. Il soggetto ubiquo può affrontare le fragilitĂ antropologiche digitali in una conflittuale prospettiva diversa.
3.
Successivamente, e con un percorso del tutto autonomo, lâarte di Andy Warhol si confronta con la serialitĂ in modo vicino alla riproducibilitĂ di Benjamin e diverso dalla massificazione di Adorno. Ignorando il loro metodo dialettico, Warhol non sintetizza, ma sincretizza i due amici nella sua serialitĂ pop. CosĂŹ facendo, scioglie la contraddizione dialettica su riproducibilitĂ o massificazione. La sua arte esprime un feticismo sensuale (o meglio un meta-feticismo) attraverso una mercificazione delle icone di massa, che le dissemina nei loro vuoti simbolismi attraverso segni impuri. Assimilando Mao, Marilyn e Campbell, eccita e inebria ambiguamente il loro potere globale politico, sessualizzato e commercializzato. Dopo di lui la dialettica tra arti auratiche o massificate non ha piĂš senso. La pop art penetra il corpo seriale delle merci, seleziona le icone mass mediali piĂš diffuse, disloca merci e simboli vuoti attraverso lâespansione di icone seriali-riproducibili-massificate. E lâicona, ogni icona, non sarĂ piĂš la stessa. Qualsiasi icona può diventare altra da se stessa.
Paradossalmente Warhol â in quanto artista neo-dandy ironico-erotico-iconico â unifica e rovescia Adorno e Benjamin, creando riproducibilitĂ analogica di serialitĂ auratiche.
RiproducibilitĂ , massificazione e serializzazione sono intrecciate, fluenti e in conflitto. Allo stesso tempo Warhol è condizionato dalla cultura di massa da cui dipende: non esiste pop art senza mass media analogici. Lo scenario attuale è ben diverso: la tecnologia digitale espande la comunicazione in una potenzialitĂ decentrata e autonoma allâinterno dei media tradizionali e ancor piĂš al di fuori di essi. Internet sottrae la massa iniziale ai media tradizionali (âmass mediaâ), al di lĂ dei media massificati, riproducibili o serializzabili: il web afferma âil mediaâ, un media singolare-plurale che ingloba molteplici operativitĂ , prima differenziate e ora unificate in un unico strumento. Questo media singolare-plurale aiuta una soggettivitĂ multividuale che collega logiche esperenziali, ricerche emotive e risultati compositivi. Forse lo stesso concetto di media è obsoleto: iPhone è un Mall: un concentrato di spazi digitali di consumo e comunicazione dove puoi vedere, incontrare, comprare, tutto, e divertirti compulsivamente: I-Mall
4.
I concetti classici di spazio e tempo stanno cambiando radicalmente; ora unâinterconnettivitĂ digitale diffusa sta favorendo lâubiquitĂ come concetto emergente che produce un processo fluttuante accelerato e orizzontale riguardante lo spazio-tempo; un flusso frammentato di spazi-tempi segmentati viene connesso, attraversato e assemblato allâinterno di riferimenti innovativi e inquietanti su identitĂ , genere, lavoro, radici, territorio.
Ho rianalizzato il concetto di simultaneitĂ elaborato dai futuristi italiani allâinizio del XX secolo nel suo legame con visioni inquietanti delle performance meccaniche. I futuristi si occupavano di sensorialitĂ perturbative determinate dal contesto metropolitano. I futuristi si innamorarono di queste inquietanti tecno-sensorialitĂ al di lĂ di ogni nostalgia per il passato. Da un traffico caotico è emerso il concetto di simultaneitĂ di Marinetti (1921) che unificava differenze artistiche o popolari su stili, modelli, comportamenti.
Dopo la simultaneitĂ futurista, lâubiquitĂ digitale è ora un concetto sensoriale applicato alle esperienze individuali ampliate nella vita quotidiana insieme a culture social, stili artistici, comportamenti espressivi, movimenti conflittuali. La differenza tra simultaneitĂ futuristica e ubiquitĂ digitale è legata al territorio. Lâesperienza ottica della simultaneità è legata allo specifico paesaggio urbano come contesto caotico e creativo. Le esperienze di ubiquitĂ sono materiali e immateriali allo stesso tempo.
Lâubiquità è al di lĂ di ogni dualismo di spazio e tempo, maschile e femminile, materiale e immateriale, natura e cultura, lavoro (work) e lavoro (labour), corpo e anima, aura e riproducibilitĂ . Monna Lisa diventa un soggetto dalle molteplici identitĂ . Divorzia da Leonardo cantando âPaparazziâ e ballando sul cadavere dallâaura fragile.
Pertanto, invece dellâopposizione dialettica tra aura e riproducibilitĂ , le articolazioni digitali mescolano queste prospettive che, da dicotomiche, sono diventate sincretiche, polifoniche, diasporiche, ubique e⌠fragili. Dalle culture digitali emerge una comunicazione che diffonde infinite, fragili Aure riproducibili, al di lĂ del dualismo delle tecnologie (e delle filosofie) analogiche. Un musical, un romanzo o un pezzo artistico connesso a un social network può restare nella sua âauraticaâ autonomia espressiva cosĂŹ come può essere disponibile a mutazioni ubique e a riproducibilitĂ decentralizzata. Invece dellâarte collettiva, ci sono artisti connettivi e performer ubiqui.
La comunicazione digitale è irriproducibile, riproducibile e modificabile allo stesso spaziotempo. La cultura digitale incrocia, attraversa, mescola lâestetica auratica, la tecnica riproducibile, lâidentitĂ ubiqua. Ovvero: arte, tecnica, individuo.
Questâaura riproducibile â unâaporia per il pensiero dialettico â esprime manifestazioni liberazioniste, personalitĂ regressive o comportamenti passivi lungo la comunicazione digitale. Questo mix decentralizzato di tecnologie orizzontali e soggettivitĂ diasporiche rende qualsiasi prodotto visivo consumabile ovunque e trasformabile da tutti.
La comunicazione digitale è onnipresente e Aura è fragile⌠Il motivo profondo di questa fragilitĂ sta in questo processo digital-comunicazionale attraverso cui Aura ha perso il sacro e sta diventando riproducibile. Proprio come GaiaâŚ
5.
Recentemente in Europa è nato un movimento ecologista, i cui militanti applicano alcuni comportamenti che causano o aumentano la fragilitĂ dellâaura emessa nelle opere dâarte. In Italia Ultima Generazione o Extinction Rebellion (XR). Se guardiamo alcune performance con una prospettiva diversa relativa al warming globale, ecc., e se ci concentriamo sullâaura e sulla crisi ecologica, è possibile collegare la fragilitĂ della terra (Gaia) alla fragilitĂ dellâaura (Van Gogh).
Lâhic et nunc fondamentale nellâosservare la Venere di Botticelli o il Seminatore di Van Gogh va inserito in un processo in cui il senso di quei dipinti e la relativa aura vengono profondamente modificati secondo uno schema ubiquo polimorfo. Questi flussi comunicativi âmilitantiâ coinvolgono e modificano famose opere dâarte: è la loro ânaturaâ, per cosĂŹ dire, o meglio le loro identitĂ estetiche. Si pongono paradossalmente nel solco della pop art di Andy Warhol, ampliando, rendono âpoliticaâ in una visione eco-catastrofica ma sempre distruggendo il potere dellâaura, o meglio usarlo per i propri fini.
Catturano solo la potenza visibile dellâopera dâarte, non quella estetica.
Attraverso i social (e ormai i giornali sono parte dei social) inseriscono queste opere in un panorama ubiquo dove si dissolve il senso classico della primavera o della semina: ciò che emerge è una conferma della dissoluzione dellâaura, troppo fragile rispetto a lâuso spietato â interminabile e incontrollabile â del digitale. LâubiquitĂ auratica emerge dissolvendo la componente sacrale dellâopera, per trasformarla in un rap deformato o in una colla con cui incorporare le mani nelle opere dâarte e farle divenire âopereâ.
La fragilitĂ incarnata dallâaura ubiqua è ora collegata alla fragilitĂ di Gaia, alla fragilitĂ ecologica.
La possibile conclusione appare inquietante: forse vi è una connessione de-sacralizzata tra Gaia e Aura, immanentemente connesse. Forse Gaia è ubiqua, fragile, riproducibile come Aura. Il dramma ecologico è anche dramma estetico. Gaia e Aura sono sorelle separate che vorrebbero di nuovo incontrarsi per ridefinire il senso dellâarte e della terra.
Bibliografia
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Sobchack, V. (ed.) (2000). Meta-morphing, Minneapolis:University of Minnesota Press.
Note
[1] https://video.repubblica.it/tecnologia/dossier/intelligenza-artificiale/il-rap-di-monna-lisa-e-un-capolavoro-dell-intelligenza-artificiale/467387/468344 (consultazione del 22 maggio 2024).
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