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23 settembre 2017

Possessione e malattia in epoca prescientifica

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 Un viaggio transculturale

 

Teresa Iannaccone

In epoca prescientifica la rielaborazione della malattia e della morte è vissuta come un rito collettivo, cioè un atto sociale che circoscrive, distrugge e si risolve. La realtà della natura, la sua oggettività, la sua materialità sono un prodotto del razionalismo della conoscenza. L’ uomo era figlio non succube del sapere, per tutta la vita completamente immerso nel soprannaturale. Solo l’esperienza della religione o della superstizione è in grado di offrire qualcosa di analogo. I miracoli, che per noi sono impossibili o inspiegabili, sono per i popoli primitivi una consuetudine quasi quotidiana. La distinzione fra natura e mondo trascendente non aveva alcun valore. In alcuni casi le potenze occulte che causavano la malattia diventavano persone.

Per esempio nell’arcipelago malese le malattie, soprattutto la varicella, erano rappresentate come spiriti o come una specie di divinità. Il sogno stesso non era pura illusione. Quello che interessava non era la forma degli esseri, che poteva cambiare in qualsiasi momento, né le loro proprietà fisico-chimiche, di cui non aveva sospetto: erano gli influssi e dunque le loro disposizioni. Agli occhi dei popoli antichi esseri viventi e oggetti erano dotati della stessa esistenza fisica; partecipavano al mondo mistico delle forze soprannaturali esercitando influssi, buoni o cattivi, fortuna o sfortuna. E’ la testimonianza di un tipo di approccio che è stato via via emarginato dal contesto della ricerca scientifica finendo con l’impoverire l’uomo contemporaneo.

Tuttavia, questo patrimonio che, come un fiume carsico, ancora scorre sotto la superficie visibile della scienza formalizzata e dell’accademia, è indispensabile per comprendere la fortuna di consuetudini ed espedienti altrimenti incomprensibili. I morti erano in realtà dei vivi che sono passati da questo mondo a un altro diventando invisibili, intangibili, invulnerabili. Il mondo dei morti intratteneva relazioni costanti con quello dei vivi. Quando un indigeno trascurava di rendere gli onori dovuti alla effigie scolpita di un morto, era punito con una malattia o con un’altra disgrazia.

E questo non solo in un contesto culturale africano. I popoli paleo balcanici avevano elaborato due figure a cavallo tra esistenza naturale e soprannaturale. Oltre al vampiro, lepir, che si originava dai cadaveri delle persone che non avevano avuto i sacramenti finali, esisteva lo stupan, protettore di interi villaggi contro gli stranieri e le malattie e altri spiriti demoniaci delle malattie: in aspetto femminile, di giorno giaceva sulle nubi e di notte girovagava per le strade. Dunque non appena un uomo premoderno subiva un insuccesso, o una disgrazia, anche se ne vedeva le cause, nel senso in cui intendiamo questa parola, non vi si fermava. Si chiedeva quale cattivo influsso aveva agito su di lui e perché, chiamando in causa lo stregone, che altri non era se non il medium tra lui e il morto offeso.

Atteggiamento non molto diverso da quello del paziente che si sentiva offeso da un male: chiamava in causa il medico che è il medium tra lui e la scienza, la nostra divinità maggiore. A proposito degli stregoni, bisogna dire che in moltissime società primitive, in presenza di una malattia grave o di un morto, il cattivo influsso cui si pensava subito, se non era la collera di un antenato, era, a colpo sicuro, l’azione di uno stregone. Essere gravemente ammalati era precisamente essere stregati. Così la malattia grave e la morte erano molto spesso opera di una potenza occulta. In definitiva l’indigeno considerava la malattia e la morte come qualcosa del tutto innaturale a cui qualche stratagemma poteva porre rimedio. Ecco perché per tanti secoli la via razionale tracciata da Ippocrate, il primo a sostenere l’organicità delle malattie, ha avuto dimensione secondaria, se non proprio residuale.

Nelle culture sciamaniche le malattie erano il segno di un destino da sciamano: un antenato sciamano ha scelto la possessione per manifestarsi nel nuovo adepto. Possessione intesa come l’intrusione di un dio, di un demone o di uno spirito nel corpo di una persona altrimenti normale, la quale da quel momento diviene strumento dell’intruso. Questa presenza si esprime sotto forma di un male con il quale l’intruso tormenta la sua vittima rivelando il passato e il futuro attraverso la bocca del paziente. Un quadro di possessione si riscontra nelle religioni africane del Brasile, originate da una commistione sincretistica tra culti africani della costa occidentale, propri degli schiavi importati, e culti cattolici.

I Vodun, divinità di origine africana, realizzano una possessione positiva e benefica al servizio dell’umanità sofferente. Si coglie l’elemento di ambiguità della possessione demoniaca, la quale si fonde e confonde con la possessione da parte di spiriti positivi e benevoli prossima, per esempio, all’entusiasmo che presso i Greci antichi era praticato dalla Pizia. Nell’economia religiosa germanica, Loki ha una decisa carica demoniaca e rappresenta l’insorgenza delle forze evasive dell’ordine cosmico e divino. Corrisponde, cioè, al momento dello sfrenarsi delle energie della libertà istintiva.

Nella possessione il corpo fisico è occupato da una diversa realtà, da una manifestazione concreta della potenza, che può determinare reazioni fisiologiche violente, agitazione, parossismi, fino a quando il posseduto entra in uno stato di immobilità che non è, come nel caso dell’estasi, assenza, catalessia, morte apparente. L’estasi, invece, si manifesta con l’immobilità del corpo e con una rigidità dei movimenti che ricorda la catalessi. Nella cultura ebraica gli angeli non demoniaci vengono invocati proprio contro le forze del male. Così l’angelo Rafael, angelo guaritore. Anche altri angeli svolgono questa funzione: Rahabiel, Ariel, Faniel, Lahabiel. A questi si contrappongono specularmente gli angeli demoniaci.

Sull’azione dei demoni si sofferma ampiamente anche la cultura cristiana. Il demonio medievale si configura come persona reale la quale, attraverso astuzie, riesce a dominare le singole membra del corpo umano sottraendole alla loro destinazione funzionale naturale. La loro potenza, secondo il Nuovo Testamento, è limitata da Dio e numerosi sono i riferimenti evangelici che riguardano la possessione, cioè l’invasamento dell’anima da parte di Satana o di uno spirito demoniaco. Lo spirito, uscendo, scuote il corpo del posseduto e urla fortemente. La persona posseduta dai demoni tende a isolarsi e a vivere vita selvatica. Non a caso la demonologia cristiana individuava il demonio nell’accidia e nella melanconia, come sofferenza del sé che si nega alla vitalità. Francesco Maria Guaccio nel suo secondo capitolo del suo Compendium maleficarum, parla dei segni per conoscere i demoniaci e le persone colpite da semplice maleficio.

Il demonologo procede a una elencazione di ben quarantasette sintomi divisi in due categorie, quella propria delle manifestazioni sensorie e fisiologiche e quella di manifestazioni di facoltà paranormali o eccezionali. Nel primo ordine rientrano un inspiegabile formicolio, il calore che sale dai piedi e va alla testa e che va dalla testa ai piedi; il sentirsi passare, attraverso il ventre, come un vento freddissimo o caldissimo. Al secondo ordine, il parlare lingue ignote o il comprenderle quando altri le parlino, il discutere di cose alte e sublimi quando si è ignoranti (o viceversa), il sentire una voce interna che parla e non riuscire a percepire il significato delle parole, il parlare pulitamente e dottamente da parte di un ignorante o il cantare secondo i canoni musicali senza avere la scienza, l’essere assaliti da improvvisi terrori che subito spariscono.

Nelle culture primitive è frequente l’individuazione del demonio come causa delle malattie secondo una linea di interpretazione demonologica che appartiene chiaramente anche alle culture occidentali. Gli Akikuyu dell’Africa ricorrono al rito che concerne nel “vomitare i peccati” quando lo stregone ha diagnosticato la presenza di uno spirito o di un demonio nel corpo del malato, il quale è costretto ad ingurgitare una pozione di polvere, acqua e intestini di capra. Presso i Talaing o Mon della Birmania inferiore torna il tema dell’origine demoniaca delle malattie.

I Teleuti, i Lebedini, i Cori, i Sagai, indicano l’esistenza di spiriti infernali malvagi, dimoranti sotto terra e pronti a divorare l’anima dell’uomo al momento della morte. Il passaggio dal politeismo classico, sostanzialmente immanentista, al monoteismo giudaico-cristiano, comporta una torsione che scompagina l’antico rapporto di ambivalenza tra umano e divino. Al posto dell’immanentismo troviamo invece una radicale trascendenza tra mondo terreno e sovrannaturale.

E non è senza significato il fatto che il senso del verbo “curare”, che per noi è apparentato strettamente con la medicina, avesse invece presso i Latini un significato analogo al verbo “procurare”, cioè occuparsi di prodigi e di espiazioni.