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22 settembre 2017

Il caso del campo rom di Cosenza

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L’integrazione possibile e le inclusioni mancate

 

 

Mario Campanella

 

Abstract: Il campo rom di Cosenza è uno dei più importanti del Sud italiano per ampiezza e dimensione qualitativa. E’ stato effettuato un lavoro di rilevazione su venti giovani, età 15-18 anni, divisi per sesso. Dall’analisi del sondaggio è emersa la difficoltà di percepire l’ambiente circostante come idoneo a una forma di inclusione. Assenza di empatia e di reciprocità confermano l’insussistenza di una forma identitaria possibile, rispetto al luogo abitativo e l’impossibilità di creare legami integrativi.

Abstract: The Cosenza ‘s rom camp is one of the most important South Italian breadth and quality dimension. It ‘was made a detection work of 20 young people, aged 15-18 years, divided by gender. An analysis of the survey have shown the difficulty of perceiving the environment as appropriate to a form of inclusion. Lack of empathy and reciprocity confirm the absence of a form of identity can be compared to the living place and the impossibility of creating additional bonds.

 

Premessa

Il lavoro qui riportato consiste nella rilevazione diretta dello stato di percezione sociale di adolescenti rom e la sua originalità parte proprio dal confronto diretto, in un setting atipico, con i bisogni inespressi di una comunità che vive un forte disagio .
Individuare la popolazione adolescenziale come punto di congiunzione per poter comprendere ciò che si muove all’interno è una caratteristica storicamente sottovalutata dalle analisi sul fenomeno, quasi tutte concentrate, invece, sulle condizioni oggettive dei minori, sulla mendicità e sui riflessi di pubblica sicurezza degli insediamenti .
Nella città di Cosenza vive da diversi anni una folta rappresentanza di etnia rom, di origine prevalentemente rumena. Si tratta di circa 500 persone, il 50 % dei quali minori, che hanno vissuto per un lungo periodo in baraccopoli sistemate ai lati di alcune confluenze del fiume Crati.
Si è in presenza di una condizione unica , se legata alle tradizioni di presenza sinta, anche rispetto al resto del Paese , che offre l’opportunità di cogliere le sensazioni , in chiave diretta e non sublimata, di un aggregato gruppo di pari, che autoalimenta condizioni di distanza dettate da un rifiuto implicito di integrazione da parte dei residenti.

Nel corso degli anni, l’amministrazione comunale di Cosenza, con l’intento di eliminare le condizioni di invivibilità connesse alle baracche e di recuperare una dimensione pedagogica nei confronti delle persone di diversa etnia, ha utilizzato sistemi più o meno condivisibili, ma assai poco risolutivi in ambito di un percorso integrativo, limitandosi a una gestione indefinita delle emergenze, più che a una politica di socializzazione.
Il campo rom è stato costruito agli inizi del 2000, alle adiacenze del fiume Crati, da un centinaio di persone giunte prevalentemente dall’Albania, dalla Bosnia Erzegovina e dalla Serbia (Censis 2000)
Nel giro di cinque anni, questa popolazione si è quadruplicata, sia per una costante riproduzione demografica, sia per l’arrivo di parenti e persone di eguale provenienza, attratte da una serie di iniziative pregresse della locale amministrazione.(Comune di Cosenza- 2002)
La particolarità del dato cosentino è costituita da una larghissima presenza di residenti storici di origine “zingara” , mai integratisi e , in parte, protagonisti di una serie di segmentazioni preoccupanti della delinquenza organizzata .
Il flusso migratorio nomade avvenne negli anni 60 e trovò il suo culmine con le grandi operazioni di edilizia residenziale pubblica che si registrarono a cavallo tra la fine del decennio e gli inizi degli anni settanta, costituendo la premessa per una ghettizzazione rilevante.
La metodica dell’integrazione scolastica : basata sul rispetto interetnico e sulla capacità di evitare muri invisibili a Cosenza non è mai esistita.
E’ stato creato un quartiere dormitorio, Via Popilia (poi oggetto di apprezzabili trasformazioni urbanistiche ad opera dell’ex Sindaco e ministro socialista Giacomo Mancini, negli anni 90 ) , con una defezione organizzata della rete di supporto sociale .
Alla popolazione nomade è stata implicitamente consegnata la “gestione” di una serie di attività illegali o confinanti che spaziavano dal mercato del rame alla macellazione abusiva.
Un primo, serio tentativo di delocalizzazione dai ghetti produsse, negli anni novanta, la costruzione di ulteriori palazzi esclusivamente riservati ai nomadi italiani , coincidente con le variazioni antropologiche e commerciali del territorio e della micro-criminalità.
Attraverso la concessione esclusiva del mercato della droga, i nomadi indigeni hanno acquisito potere e indipendenza, ma ciò ha determinato un ulteriore ampliamento della linea divisoria tra attività legali e integrative e comportamenti delinquenziali.
Per questi motivi, i rapporti tra i nomadi indigeni (concetto ossimorico che prende spunto dalla conclamata stanzialità) e rom extracomunitari sono stati conflittuali.

Le stesse risorse basilari derivanti dai piccoli furti o dalla mendicità infantile sono state appannaggio degli abitanti del campo rom, privilegiati dall’assenza di interesse specifico per la microcriminalità che gli indigeni hanno marcato in parallelo all’acquisizione del mercato della droga.
La lunga premessa serve a identificare il focus di un respingimento culturale ad altissimo impatto nei confronti dei rom da parte del resto della popolazione, con una rilevanza maggiore rispetto al quadro nazionale proprio in virtù delle precondizioni storiche sull’assenza di reciprocità culturale registratasi nel tempo all’interno dello spazio di cointeressenza civica, tra i “cosentini” (definiti italiani dai nomadi) e gli zingari, accezione divenuta equazione di inferiorità etnica e che ha trascinato ancor più, nella costruzione di stereotipi, gli abitanti del campo rom.
Sulla base di questa precisazione, l’articolo si struttura su livelli di originalità, demandando all’inchiesta giornalistica la capacità di rilevazione , con il tentativo di lettura sociologica di una condizione essenzialmente unica che non trova una soluzione definita.
Non ci sono soluzioni concrete che, individuando a bersaglio le criticità, orientino gli interventi della pubblica amministrazione.
Essa si limita , nella fattispecie come in tantissime altre condizioni simili, a destinare un fondo una tantum, a concertare iniziative volte solo a garantire una sicurezza minima di vivibilità , ma non a percepire il problema come perpetuazione o come risorsa.
Tanto che, gli accampamenti, nella storia di Cosenza, subiscono variazioni temporali con il minimo comune denominatore del ritorno allo status quo.

 

1. La rilevazione

Venti giovani di età fra i quindici e i 18 anni, 12 di sesso femminile e otto di sesso maschile, abitanti nel campo rom, sono stati sottoposti a un questionario composto da cinque domande, in un contesto di assoluta diffidenza e di variegata eterogeneità.
La somministrazione delle domande è avvenuta attraverso un lungo e faticoso lavoro di persuasione e di abbattimento di loop pregiudiziali, scaturenti da una percezione essenzialmente strumentale del lavoro giornalistico e della rilevazione sociologica.
All’inizio, le famiglie pretendevano soldi per permettere l’intervista, ritenendo che si stesse organizzando qualcosa legato all’editoria commerciale.
Subito dopo, esse hanno manifestato un evidente fine di sensibilizzazione della loro situazione, non in chiave oggettiva, ma per scopi ipotetici (e poi in parte rivelatisi realistici) di richiesta di denaro alla pubblica amministrazione.
Solo dopo un lungo confronto, è apparsa una forma di insight legata alle condizioni pietose nelle quali vivevano, sino ad ottobre 2015, queste persone.
Da allora, con una delibera dell’amministrazione comunale, il campo è stato progressivamente smantellato in cambio di una dazione di denaro quantificabile in circa mille euro a famiglia.
Le oltre 450 persone vivevano in brandine donate dal Comune, a ridosso del lato ovest del Crati, in mezzo a topi e animali di ogni genere.
I 143 bambini censiti (Field-2012)svolgevano attività di mendicità e mercanzia abusiva e solo il 22 % di essi andava a scuola.
Successivamente, alcuni di questi nuclei familiari sono stati trasferiti in case del centro storico.
La popolazione adolescenziale riguardava circa 100 persone, tutte comprese fra i 13 e i 23 anni.
Il 65% erano donne, con un’alfabetizzazione ridotta al 6,7% (4 su 65) mentre i ragazzi mostravano una scolarizzazione elementare del 76%.
Questa discrasia evidenzia l’organizzazione maschilista nella gerarchia rom, probabilmente generata dalla volontà (Volpato- Bari-2013)di consentire ai maschi una sorta di condivisione nell’apparato sociale, utile seppure parzialmente per poter competere nelle dinamiche borderline di microeconomia
Saper leggere diventa essenziale per compilare un assegno o poter acquisire competenze superficiali ma indispensabili nell’individuazione dei possibili pericoli.
Per le donne, invece, il ruolo di comunità è il lavoro pesante o il furto, il sostentamento e la procreazione.
E’ la perpetuazione di alcune parti della tradizione sinta, scomparsa a Cosenza negli anni settanta con la fine delle attività circensi.

 

2. Le domande

Il questionario era cosi strutturato. Bisognava, ovviamente tra la popolazione alfabetizzata, rispondere a cinque domande semplici.

Che rapporti hai con gli italiani?
Ti senti deriso e umiliato? E se sì, perché?
Hai mai compiuto furti o azioni di violenza contro di loro che giustificassero la loro rabbia?
Hai qualche amico italiano?
Cosa ti offende di più?

Risposte:

Le risposte erano preconfezionate secondo un ordine di apprensione facilitata.
1) Bisognava scegliere tra) nessuno; b) di odio; c) amichevoli; d) altro
L’80% ha risposto di non avere nessun rapporto con gli italiani , con la totalità delle donne (12) e 4 uomini; il 10% ha risposto di odio, il 5% amichevoli e il rimanente 5 % ha scritto “ mi odiano “
2) Tutti e venti i partecipanti, come era in parte prevedibile, ha risposto di sentirsi deriso e umiliato , ma le motivazioni espresse possono essere interessanti. 13 persone non hanno aggiunto altro, mentre sette hanno detto di sentirsi umiliati perché “ considerati ladri, sporchi, schifosi, merde come topi da bruciare “.
3)La diffidenza generata dalla domanda, per quanto il questionario era anonimo, ha portato tutti i partecipanti a dire no.
4) Sorprendentemente e in antitesi alle prime due risposte, qui il 35 % (7 persone, sei maschi e una donna) ha detto di avere qualche amico italiano identificandolo con il semplice nome o con la famiglia .
5) Tutte e venti i partecipanti, con modalità diverse, ha risposto di sentirsi “ escluso per la pelle e l’abbigliamento “.

 

3. Analisi

Il questionario è stato somministrato in maniera semplice e anonima. Il foglio con il frontespizio blu era destinato alle donne, quello rosa agli uomini.
La scelta strategica di invertire i colori tradizionali si deve al pensiero di Gregory Bateson. ( Bertrando-Bianciardi- )e al concetto di sovversione ordinata . Il grande psicologo americano, padre della terapia sistemica, elaboratore del concetto di doppio legame, è anche il fondatore del pensiero della Scuola di Palo Alto.
A lui si deve l’intuizione, non solo terapeutica, di una desimbolizzazione ermeneutica .
La riattribuzione di funzioni consolidate avviene, secondo una logica destrutturante di una cristallizzazione , anche attraverso un piccolo segno.
I colori diversificati hanno facilitato la partecipazione, seppure con una empatia limitata .
Il quadro emergente registra una diffidenza nei confronti di un mondo vissuto come ostile e minaccioso, soprattutto relativamente ai segni .
Ferrarotti ()già in funzione sociologica dimostrò la teoria di De Saussure in relazione all’apparenza come totem invalicabile di pregiudizio da parte del soggetto emarginato.
I sentimenti di ostilità del micro-gruppo sono mascherati da un’estesa e diffusa consapevolezza di estraneità, di tanto spezzata da rapporti di presunta amicizia .
La fuoriuscita dal campo è un processo di mentalizzazione prima che di esperienza collettiva reso impossibile dalla sopravvivenza di differenze rispetto alle quali l’azione terza e negoziale della comunità pubblica si riduce a sentire la presenza di persone provenienti da altre culture esclusivamente in chiave di problema.
La crisi adolescenziale si esprime, in questo contesto, in una passività rinunciataria , che forma una pseudo-identità solo sul presupposto della “persecuzione”.
Nessuno degli intervistati ammette la sua condotta delinquenziale con una sorta di implicita giustificazione jaespersiana ( Psicopatologia generale- 1933) :” Rubo come unica soluzione , non per scelta “
Il concetto primordiale e generante della sociologia come comunità simbolica (Leorux -1998 Parigi ) trova nella fattispecie un invalicabile muro proprio nella concezione del campo, che elimina ogni speranza dialogica.
Le accezioni forti, contenute nella risposta alla seconda domanda, racchiudono l’idea, non certo illogica, di sentirsi un involucro e non un’entità autonoma, una individualità personalistica .
Sembra indiscutibile1 che le nuove organizzazioni di migranti rom costruiscano la loro parcellizzazione identitaria su un percorso di origine nomade, ma con culture e tradizioni diverse.
Nel caso specifico, la pubblica amministrazione avrebbe potuto utilizzare le risorse per una sistemazione in diversi comuni, per una scolarizzazione e alfabetizzazione, per la valorizzazione di aspetti intrinseci alla persona che si sublimano in attività artigianali o lavorative.
La coincidenza del periodo adolescenziale, la cui definizione biologica non può essere distante da quella dei coetanei indigeni, differisce solo in parte nei riti iniziatori.
Il gruppo rappresentativo fatica a trovare vie di comunicazione con il resto della comunità in ragione del succitato persistere di una simbologia escludente all’interno di uno spazio che assume il significato di diversità istituzionalizzata .
La millenaria storia del nomadismo e le sue trasformazioni sembrano avere lasciato invariato il concetto di alterità intercorrente tra ambiente e correlazione sociale( AA.VV –Milano 2012 ).

 

Conclusioni

Lo studio qui riportato ha esaminato un gruppo di adolescenti ospitati in un campo rom di Cosenza.
La loro provenienza estera, la dislocazione urbanistica del luogo, la sussistenza di condizioni antropologiche e storiche particolari , riguardanti Cosenza e il suo circondario nel rapporto con la comunità nomade e sinta, ne fanno un caso esemplare per quanto riguarda il territorio italiano.
Dall’analisi dei bisogni espressi si è riscontrata una diffidenza costruita secondo schemi di reciprocità escludente tra i ragazzi rom e la comunità circostante.
Gli interventi di integrazione da parte delle amministrazioni pubbliche interessate si sono limitati a una questione di sicurezza sociale e non hanno riguardato, durante tutto l’arco della permanenza, il coinvolgimento di scuole, centri aggregati e sociali , formazione professionale, mediazioni culturali.
Il volontariato si è limitato a offrire un’assistenza pratica intermittente.
La delicatezza dell’età adolescenziale, con la naturale propensione all’emersione di contenuti di autonomia e di emancipazione . di condivisione con un gruppo dei pari diventa motivo di identificazione forzata e di arretramento nelle esplicitazioni con il sistema interetnico.
La tendenza a considerare l’altro in funzione di convinzioni radicate è un percorso di reciproca diffidenza che eventi sociali concomitanti (crisi economica, competizione su progetti di bonifica e di provvidenze economiche) assume ancora maggiore rilievo .
Il lungo periodo, circa nove anni, che ha portato la comunità rom ad insediarsi nella città di Cosenza sarebbe stato sufficiente a predisporre una serie di misure capaci di valutare l’impatto qualitativo di un progetto sociologico .
Tale processo avrebbe dovuto prevedere una disaggregazione del gruppo originario e la contestuale applicazione di una scala di interventi riguardanti i comuni della provincia .
Gli adolescenti intervistati, in una desolante situazione di analfebatizzazione, sono invece già inseriti in filiere locali di microcriminalità, proprio a seguito di un atteggiamento respingente da parte delle istituzioni.
Il loro grado di consapevolezza rispetto a una ponderale criticità è piuttosto elevato, ma la rassegnazione dimostrata, seppure in un ambito oggettivamente destrutturante, lascia presagire la coesistenza di posizioni corporative e micro identitarie che nascondono , anche in ragione delle considerazioni antropologiche suddette , un’evidente tendenza al razzismo da parte della popolazione circostante .
Quanto questo razzismo sia endogeno, e cioè precostituito da una contrapposizione atavica tra i cosentini e i sinti, o invece sia frutto di un’evidente carenza di sociologia urbanistica , è difficile stabilirlo .
Sulla base di considerazioni empiriche, mai soggette ad analisi, esiste una percentuale inferiore all’eccezione di base della totalità di matrimoni tra soggetti di origine cosentina e di origine sinta .
Pur in presenza di un insediamento sessantennale che ha comunque prodotto , per casualità, emancipazioni e progressioni autoctone al di fuori di quelle organizzate dalla pubblica amministrazione .
I tentativi, ammirevoli, di produrre una pur minima d’integrazione di base, coincidenti con l’accorpamento di istituti scolastici, sono sempre stati respinti energicamente dalla popolazione indigena.
Sembra compiersi, in questa fattispecie, una profezia deleuziana di incomunicabilità ricercata ( Deleuze, 1978 ) che non mette assolutamente in relazione possibili competenze, ma funge da dis-apprendimento istituzionalizzato , con una gilda di fenomeni collaterali destinati solo ad acuire le diversità , a non tentare di sollecitare elementi di condivisione .
Il ghetto che non può rispondere con una reazione identitaria di rafforzamento culturale collettivo, poiché privato degli elementi originali, diviene tautologicamente motivo di differenziazione pseudo-borghese.
E cosi si estrinseca la costruzione di due realtà parallele , rette che non convergeranno mai, costituito dagli adolescenti locali , che vivono la loro vita in contesti di micro-gruppi strutturati, e quelli di etnia rom, marginalizzati e relegati a una sorta di predestinazione circoscritta.
L’unico punto di convergenza rimangono le occasioni di confine, allorquando maturano reati che richiedono una sorta di comunicazione obbligata .
Per anni , i sinti cosentini hanno gestito il mercato dei <<cavalli di ritorno >>, cioè le autovetture rubate per le quali si chiede un riscatto al proprietario .
Questa parcellizzazione, accettata dalla malavita organizzata , poteva consentire a tratti rapporti di mercanzia o di interazione , che però rimanevano, per loro natura, circoscritti e che acuivano la differenza di base sul piano strettamente sociale .
L’intervista è servita a chiarire , fuori da ogni ipocrisia istituzionale , i sentimenti di ostilità di generazioni che hanno acquisito confidenza con i territorio e che è presumibile vorranno rimanervi, al di là delle dichiarazioni d principio che hanno accompagnato la chiusura del campo.
Essi sono ultimi tra gli ultimi, poiché la vecchia etnia nomade ha raggiunto una stabilità economica e di condizione, in seguito alla spartizione degli interessi criminali e non vuole avere alcun tipo di correlazione con persone vissute come pericolose per la continuazione di un mercato florido, potendo derogare solo a un tipo di acquisizione di manovalanza delinquenziale.
Non può sfuggire, infatti, che un passaggio siffatto e accelerato verso la società adulta, antitetico alla collocazione bio-sociale occidentale, non monitorato, si inserisca, in una città del Mezzogiorno italiano, in un quadro di prevedibile reclutamento finale da parte delle organizzazioni criminali, a conclusione di un processo ossimoricamente logico di degrado e di abbandono.

 

Bibliografia

Monografie italiane

Comune di Cosenza- Rapporto sulle attività dell’amministrazione comunale- Cosenza- 2002

Ferrarotti Franco, Vite di baraccati. Contributo alla sociologia della marginalità, Napoli, Liguori, 1974

Fondazione Field- Progetto Rom: un popolo di bambini – Catanzaro 2012

Volpato Chiara, psicosociologia del maschilismo- Edizioni Laterza-2013

Testi con originale straniero

Jaspers Karl; Allgemeine Psychopathologie, trad. Romolo Priori, Psicopatologia generale, Il pensiero scientifico, Roma 1964; con saggio introduttivo di Umberto Galimberti, ivi, 2000

Leroux Robert, Histoire et sociologie en France: de l’histoire-science à la sociologie durkheimienne, PUF, 1998.

Vaux de Foletier F., Mille anni di storia degli zingari, Jaka Book, Milano, 1990.
Articoli su rivista
Deleuze G. , filosofia e minorità- Milano 1978, Tellus, rivista italiana di geofilosofia”, n. 23, 2001.
Saggi in volume collettaneo

AA.VV. Figli migranti. I minori romeni e le loro famiglie in Italia: I minori … Milano – Franco Angeli-2012
Allodi Leonardo, Berardinelli Sergio- Sociologia della cultura- Milano Franco Angeli 2012

Bianciardi Marco, Bertrando Paolo, (a cura di), La natura sistemica dell’uomo. Attualità del pensiero di Gregory Bateson, Milano – Raffaello Cortina, 2009

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