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29 marzo 2017

Other than our sea: una cartografia del viaggio verso l’Altro

 

Andiamo via, creatura mia,
via verso l’Altrove.
Lì ci sono giorni sempre miti
e campi sempre belli.
La luna splende su chi
là vaga contento e libero
ha intessuto la sua luce con le tenebre
dell’immortalità.
Lì si cominciano a vedere le cose,
le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,
là le canzoni reali-sognate sono cantate
da labbra che si possono contemplare.
Il tempo lì è un momento d’allegria,
la vita una sete soddisfatta,
l’amore come quello di un bacio
quando quel bacio è il primo.
Non abbiamo bisogno di una nave, creatura mia,
ma delle nostre speranze finché saranno ancora belle,
non di rematori, ma di sfrenate fantasie.
Oh, andiamo a cercar l’Altrove! [Pessoa]


Fabbricare, fabbricare preferisco il rumore del mare (scriveva Dino Campana), ma non in questo caso, dopo aver digerito il cortometraggio
Other than our sea di Valentina Ferrandes (mediartist e film maker tra Londra e Berlino). 10 minuti e 21 secondi è il tempo necessario con cui Ferrandes esplora i resti di un’antica colonia greca in Italia meridionale attraverso frammenti di letteratura classica, footage etnografici ed estratti manipolati dai cinegiornali attuali fino a scivolare verso i naufragi nel Mar Mediterraneo, rievocando recenti e tragiche circostanze in cui sono annegati migliaia di migranti in partenza dal Nord Africa alla ricerca di asilo in Europa. Other than our sea scalfisce come ferita, le immagini ricamano un conflitto esteriore ed interiore oltre il viaggio. Perfino Ulisse muore di fronte ad esse. Lo schermo nero che si intervalla non è altro che un salto senza fiato nel vortice, non è un viaggio ma un’ancora di salvezza o di morte, ma allo stesso tempo è rinascita verso un altrove straniero, clandestino, senza foglio di via. Il corpus delle immagini, malgrado tutto, scalfiscono, come escoriazione dell’anima e ferite sulla pelle. Il filo rosso che lega questo cortometraggio è il respiro ansimante di una libertà fatta di cartone strappato. Other than our sea mescola territori (Italia/Turchia/Regno Unito) e corpi “eccedenti” che sprofondano, affondano, spariscono, senza far rumore. Ferrandes si insinua attraverso le sue immagini dentro un’etnografia sperimentale e visuale che suscita contraddizioni interiori, tra una cultura antica come quella greca fino a sfociare alla barbaria più atroce contemporanea, dove l’immigrazione e il rapporto impacciato che abbiamo ogni giorno con essa, ci riconsegna un testimone senza voce. Other than our sea dissolve dentro la statua greca per trasformarsi in barca in direzione di un naufragio al sapore di morte, dove neanche dio si salva. Ferrandes mette in scena una sorta di anamorfismo di corpi e anime, la teologia è fallita, l’antropologia naufraga, mentre l’etica si arresta. Other than our sea è un film indisciplinato, migra oltre l’immigrazione e si scioglie nell’acqua su cui si inscrivino i nomi e si abbracciano le rovine.

Il mare diviene malato, quando si affonda non c’è nulla che possa salvarci, nemmeno le sirene… L’altro è l’orizzonte su cui trasportare le nostre riflessioni, l’altro non è che il viaggio verso un oltre, l’altro è eterotopia utopica, è necessità, l’altro non è che la nostra proiezione.

La vita si trasforma in sopravvivenza vitale, la nave è l’unico barcone su cui caricare anime perse, l’emergenza emerge su di una pietra antica scalfita dal tempo. La distanza implica nel viaggio un alterità complice di un impossibilità di essere Altro. L’Angelus Novus di Klee fissa il mare con lo sguardo deluso, gli occhi splancati, la bocca aperta e le ali ferite, non è più la storia, il passato, ma il presente e la geografia senza più confini, perché il mare non ha confini, ma conserva catastrofi. Le ali dell’angelo non sorreggono questo eterno peso della morte, questa tempesta lo spinge irresitiblmente hic et nunc, non c’è futuro per l’Altro, per un diverso altrove. E i resti di corpi affondati non sono altro che gocce di mare che toccano il fondale senza più àncora. Redimere questi orrori, cioè in altre parole dare senso e rendere giustizia alle vittime, non è più compito che viene assunto e garantito dalla divinità (dei o semidei che siano) o dalla storia dell’umanità (quasi che tali orrori fossero stati necessari a un miglioramento o all’approdo di una qualche beatitudine collettiva). Le macerie della storia restano mute dinanzi alla nostra interrogazione o immaginazione,

non trovano giustificazioni o dignità. La storia dell’uomo è rimasta e rimane la storia di sangue e morte che è sempre stata. Per questo l’Angelo di Klee ci narra Benjamin guarda angosciato il passato, mentre il vento (il tempo) lo spinge via. L’unica redenzione possibile è quella offerta dalla memoria, serbando il ricordo delle vittime, testimoniando della loro dipartita, dell’insensatezza della loro sconfitta e delle loro sofferenze, escludendo l’ambito delle “possibilità non date”.

Il mare non è altro che teatro di un corredo di mezzevele, terreno su cui i dei e semidei offrono le loro punizioni senza un amore corrisposto. Dioniso fu rapito, mentre le Pleiadi guidano la morte su cui Esiodo tesse la tela prima della tempesta, prima che irrevocabilmente scompaia, lasciando iscritto nel cielo poche “stelle nere” che pulsano e su cui si affonda il silenzio, dove persino i sogni restano muti.

La cifra stilistica di Ferrandes ci consegna con Other than our sea un registro narrativo differente, straordinariamente attento, quasi delicato. Nonostante il tema trattato, Ferrandes ci fa riflettere su quanto sia precaria la nostra dignità e mentre guardiamo il mare, almeno per una volta, non fermiamoci alla superfice piatta che scorre pacifica di fronte ai nostri occhi, ma per un solo secondo tentiamo almeno, di affondare lo sguardo alla ricerca di un grido di salvezza su cui si posa il nostro cuore muto per poi risvegliarsi da quel torpore cieco, dove gli occhi non sentono e le orecchie non guardano. Altro che il nostro mare, altro che il nostro cuore, altro che la nostra vita … altro e ancora altro e quanto altro ancora dobbiamo affondare per accorgerci dell’altro …

Screenings
2016
Zwiblenia Film Festival (upcoming)
LIDF – UK (Upcoming)
Japan Media Art Festival + JP (Upcoming)
Les Inattendus + Lyon + FR (upcoming)

2015
Visioni dal Mondo + Documentary Film Festival + Milan + IT
DokuFest Kosovo + International documentary and short film festival + KV
Haverhill Experimental Film Festival + US
Visions Du Reel + DOCM Media Library + Nyon + Switzerland
Filmideo 2015 + Index Art Center + Newark + US
Flatpack Short Film Festival + Birmingham + UK
Festival Isolacinema + Izola + Slovenia
http://valentinaferrandes.com/