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30 aprile 2016

Tutte le ideologie della storia vengono dalla carne

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Danilo Campanella

“Se la processione che fanno e il canto del fallo che intonano non fosse in onore di Dioniso, ciò che essi compiono sarebbe indecente; la medesima cosa sono Ade e Dioniso, per cui impazzano e si sfrenano.”
Eraclito, frammento 15.

 

La nudità ci affascina, perché ci richiama a un lontano retaggio, ad un periodo ignoto e, per questo, nondimeno ci spaventa. Eppure ne siamo attratti, perché in quell’origine è sito lo stesso senso della vita.

Esso, il corpo nudo, rappresenta l’assenza di tutte le sovrastrutture fisiche, sociali, mentali ed anche estetiche:

ויהיושניהםערומיםהאדםואשתוולאיתבששו[1]

a cui abbiamo imposto, per questioni di adattamento sociale, una regola morale esterna alla natura, che ci fa fuggire, all’eco di quell’imperativo morale:

ויאמראת-קלךשמעתיבגןואיראכי-עירםאנכיואחבא[2]

Ogni società politica ha prodotto, nel corso dei secoli, una sua personale idea estetica: la “società del lavoro” ha prodotto l’idea estetica di possenza e resistenza; le “società guerriere”, quella di forza e agilità; gli individui delle “società oligarchiche” vedono spesso come belle opulenza e pinguedine [3]; quelli delle “società teologiche” amano l’esilità e l’asessualità [4].

Se nel periodo aurignaziano [5] gli uomini si esprimevano incidendo pezzi d’osso o scolpendo piccole statuette, da cui si deduce il rapporto corpo/pudore del paleolitico, nell’età successiva, quella magdaleniana, si svilupparono le pitture rupestri. Il tempo si era fatto più impietoso, gli uomini cominciarono a coprirsi di più e a vivere prettamente al chiuso. Da qui nasce il desiderio di occupare artisticamente il tempo dipingendo le caverne. Ancora qui non v’è traccia di scene prettamente sessuali o femminili, ma soltanto scene di caccia. Le prime scene dipinte che riguardano il lavoro, e il lavoro femminile, risalgono a 16.000 anni a. C., durante il Mesolitico, o media Età della pietra. Con la fine dell’ultima era glaciale, nel dodicesimo millennio, si avrà il passaggio dal nomadismo alla sedentarietà, aiutata da un clima più mite e che permetterà ai primitivi di uscire dalle caverne o spostarsi ciclicamente verso Sud. Nasce nei seimila anni successivi l’agricoltura e l’allevamento e, con esse, la proto-società, di cui sarebbe fuori tema parlare ora. Si ritiene comunque che in questo periodo la vita sessuale e politica dell’homo sapiens sia cambiata, spostandosi dal matriarcato – o comunque comunità in cui la donna aveva posizione eminente[6] – al patriarcato, quando l’uomo scopre che è il maschio a fecondare la femmina, osservando il ciclo degli accoppiamenti e delle nascite animali (cosa che sfuggiva all’uomo cacciatore) ed è il seme a fecondare la terra.

Probabilmente, fu a questo punto che avocò a se la prole (nascita della patria potestà), delimitò i campi, creò il lavoro e con esso una prima forma di proprietà privata. Alcune popolazioni continuarono ad essere nomadi, ma in un periodo successivo all’affermazione del patriarcato. Non è da poco capire quanto il rapporto tra generi e la cultura sessuale abbia determinato la formazione di una nuova cultura politica. In un primitivo regime di promiscuità nessuno sapeva quali fossero i figli di chi. L’unico rapporto sicuro di parentela era col ventre da cui si era venuti, da cui quello che oggi chiameremmo jus maternum, e che rendeva le femmine adatte al riconoscimento dei maschi e a conseguenti forme di ginecocrazia [7]. La prima forma di riconoscimento pubblico e, quindi, di potere politico, fu quindi l’appartenenza alla madre, cosa che finì con la nascita del patriarcato, ossia la presa di coscienza da parte del maschio della di lui necessità al fine della procreazione. Nonostante ciò, l’importanza dell’origine materna sarà, almeno culturalmente, sempre accettata fino all’antichità classica, tanto che l’identità dei morti in terra straniera (soldati o viandanti) verrà ricercata innanzi tutto con metodo materlineare, ovvero andando a cercare la madre del defunto che, al contrario del padre, è sempre nota. Quando non si riusciva a trovare nemmeno l’origine materna, sulla lapide veniva scritto, in epoca romana, che il sepolto era figlio di mater ignota, da cui “M. IGNOTA”, e da cui tutti i fraintendimenti successivi.

Per Johann Jakob Bachofen il maschio era stato un usurpatore del legittimo potere matriarcale femminile, ma ciò non veniva visto come un aspetto negativo, tutt’altro. Nell’interessante analisi del giurista il patriarcato era stato un progresso naturale dell’evoluzione dell’uomo, una sorta di sopruso necessario: durante la preistoria, epoca in cui l’uomo è vicino alla natura, è la terra, la corporeità a predominare, dunque è naturale che il corpo, il corpo della donna, dettasse la linea “politica” delle prime comunità. Quando il maschio prende coscienza del suo potenziale e si sviluppa l’arte, il lavoro, l’allevamento, l’agricoltura, ossia il tempo della razionalità e dello spirito, questo dominio passa al maschio. Conferme arrivarono da altri scienziati, tra cui Lewis H. Morgan che studiò il passaggio dal matriarcato al patriarcato nelle comunità Irochesi indoamericane [8].

Con il passaggio al “regime del maschio”, che è anche quello della proprietà, le donne cominciano a coprirsi, non per freddo, ma per pudore.

Il sistema sociale che ne consegue è quindi quello dettato dal passaggio corporeo, fisico, sessuale, da un genere a un altro e, con esso, anche precisi modelli culturali, politici e religiosi. Ogni forma di potere produce omologazione. La categoria del “diverso” non appartiene a forme e strumenti propri del potere che, senza la sua capacità di “farsi riconoscere”, attraverso il linguaggio, di cui ben parlò Hegel, non potrebbe dominare. Il linguaggio è potere (Kraft des Sprechns); la formazione del mondo, nel linguaggio, è presente in sé, “ist an sich vorhanden”, ma insieme “fa essere” le forme di relazione che determinano la nascita dei poteri nello Stato come potere politico. Ognuno di noi nel rapportarsi all’altro si costituisce come “sé” in quanto capacità di “essere”, come un “Io” che opera all’interno della “macchina” statalista ed in cui viene moderata e modulata la libertà di ciascuno o, per meglio dire, il potere di cui ciascuno di noi dispone, bilanciato con il potere degli altri. Lo Stesso Hegel cita il libro della Genesi, in cui Adamo, il primo uomo, esercita la prima forma di potere come negazione:

ויצריהוהאלהיםמן-האדמהכל-חיתהשדהואתכל-עוףהשמיםויבאאל-האדםלראותמה-יקרא-לווכלאשריקרא-לוהאדםנפשחיההואשמו

ויקראהאדםשמותלכל-הבהמהולעוףהשמיםולכלחיתהשדהולאדםלא-מצאעזרכנגדו[9]

ma negando gli animali come esistenti indipendenti da sé, gli im-pose un nome, imponendo su di essi la sua signoria

Ciò che differisce è sempre una minaccia per chi comanda, poiché differire è una potenziale destabilizzazione del sistema chiuso che rifugge l’entropia (la cui massima espressione è la rivoluzione), e come tale il differente deve essere messo all’angolo, oppure eliminato. Quando la variabile “diverso” è in quantità o in forme risibili, si può tollerare, e questo fa gioco soprattutto ai regimi democratici che, in tal modo, possono dimostrare l’esistenza di opinioni o modelli di vita differenti da quello prevalente. Ma cosa accade se non esiste più un modello dominante? Se un modello “tipo” si dissolve, evapora, il modello dominante sarà ovviamente la totale diversità dei modelli di vita. La società globalizzata che, apparentemente, garantisce il maggior modello di diversità e di democraticità, non potrebbe esistere senza l’omologazione. Ecco che la virtualità delle scelte e la presenza dell’omologazione stanno alla base dell’equilibrio sociale. Essere al di fuori della scena sociale, riconosciuta (ciò vale anche per la sessualità) è visto come repellente.

Ogni ideologia politica è direttamente o indirettamente veicolata dall’idea di bellezza e, quindi, da un’idea di perfezione idealizzata e trascendentale che vuol rendersi immanente. Viene da se che ogni politica è, in realtà, una forma di teologia, dove la divinità è il “bello” e, il suo opposto, il male, è il brutto, ciò che moralmente diviene osceno. L’osceno, ovvero ciò che è al di là della scena, al di là del consueto, del legale, del senso comune, potremmo dire del riconoscimento pubblico, come tale viene censurato. Esso è l’osceno, ed è tale in quanto ribelle dall’omologazione.

Tutto ciò che è fuori dalla scena è osceno ed incontra la generale riprovazione. Ciò che non va rappresentato, che non è conveniente ad esporsi in pubblico. Non significa soltanto “sovraesposto”, davanti alla scena [10], ma “al di fuori” della scena sociale, fin tanto ad essere accomunato al cattivo auspicio, obscaenus, di cattivo augurio. Se un tempo era tribale possedere un tatuaggio, tra una ventina d’anni i gusti estetici e sessuali cambieranno, tanto che verrà considerato all’interno delle categorie tribale o vintage, selvaggio, chi ha il nudo corpo totalmente scevro da pearcing o disegni a chine colorate. Anche la sessualità cambia con l’evoluzione sociale. Se prima della guerra le ragazze “belle e sane” erano rotonde, se non pingui, nel dopoguerra si comincia ad andare in palestra (Italia 1950) e nasce il modello estetico snello, sino a quello semi-anoressico odierno. Se si fa una carrellata dei concorsi di bellezza televisivi, primo fra tutti quello nazionale, si vedrà oltre ogni dubbio quale sia stata l’evoluzione estetica/erotica/sessuale negli ultimi decenni. Non si può dir poi, in particolare in politica, nei sistemi elettorali e del consenso, che il fattore visivo nella scelta del candidato sia indifferente, anzi: i modelli estetici canonicamente riconosciuti fanno si che un/una candidato/a siano favoriti rispetto ad altri. Da sempre ciò che è bello ci da la gioia. Da sempre ciò che è bello è “meglio”.

L’osceno è il desiderio che tende alla trascendenza, è la trascendenza stessa del desiderio, la passione che si fa carne, carnalità. Ecco perché il legame con la “nudità”, con il copro e la corporeità, specialmente se di genere femminile.

ἔρως e πόρνη [11]stanno sempre alla carne, ma l’erotismo è un dimenarsi che sta sempre nell’eccedenza, un eccedere dell’Io che si pone davanti a un oggetto, l’oggetto dei desideri dell’eros, che porta al gemito della specie del “mettere su famiglia”, al non rassegnarsi all’inorganico. L’oggetto dell’eros non è altro che il soggetto squalificato, mentre il porno, va al di fuori dalla scena (e in questo senso osceno, infatti) e non si pone più il problema del desiderio, perché non è più in sé; il soggetto non vuole più conoscere l’oggetto – del desiderio – si fonde con esso, e diventa l’abbandono. Esso è un “non-luogo” che si impone come “fuori scena”, e “fuori di sé”, assenza, un desiderio che supera se stesso, visibilmente invisibile di sé, che va al-di-là del mondo come volontà e come rappresentazione, l’aldilà del desiderio: il πόρνη [12].

Per questo nel “grande teatro degenere” non si ammette il ruolo della donna, in scena, e dunque il suo “genere”. Messa a nudo, o in forma ieratica, è privata di διάλογος [13] con l’o-sceno, perché essa non è oscena.

Nonostante tutti gli sforzi di coloro che vogliono far passare l’idea di una bellezza interiore, superiore o pari a quella del corpo, la maggioranza si “ostina” a preferire rispettivamente: nel maschio, capelli lunghi, spalle possenti, torace ampio, mascelle volitive, mani grandi, polpacci allenati, sguardo ferino; mentre nella donna, occhi grandi, labbra carnose, seni sodi, glutei rotondi, piedi piccoli, mani delicate, collo sottile. I particolari e le eccezioni sono sfumature valutabili volta per volta, a seconda del fruitore e della circostanza. Vogliamo o no, l’evoluzione politica umana è cominciata nella carne e li ci riconduce, anche nella società di massa, dove, l’occhio vigile, non disprezza ciò che piace, ma ammicca a ciò che è bello.

Quando avremmo vinto questa “vergogna” saremo tornati in quel gan-eden mentale e spirituale in cui essere e tempo coincidono, annullandosi, lasciando comparire il totus-homo. Vedremo allora il formarsi di quella società, anzi, di quella comunità di persone che si riconoscono in se stessi e per se stessi, escludendo sovrastrutture di utilità o interesse. Solo allora, davanti allo scandalo della bellezza integrale, ci riconosceremo per ciò che siamo, soltanto persone, in un unico tempo, il presente, in un unico Stato, la Terra, membri di un’unica famiglia, quella umana.

 

Bibliografia
Morgan L. H., The Leagne of the Iroquois, Rochester, 1951
Bachofen Johann J., Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, 2 voll., a cura di Giulio Schiavoni, Giulio Einaudi editore, 1988
Bachofen Johann J., Le Madri e la virilità olimpica. Studi sulla storia segreta dell’antico mondo mediterraneo, Introduzione di Julius Evola, Bocca, 1949
Bachofen Johann J., Il potere femminile. Storia e teoria, a cura di Eva Cantarella, Il Saggiatore 1977
Gimbutas M., Il linguaggio della dea. Mito e culto della dea madre nell’Europa neolitica, Longanesi 1989
Note
[1] “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna”, Gen 2,25
[2] “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”, Gen 3,10
[3] Si veda come nelle società in cui dominano i ricchi e i mezzi di produzione sono detenuti da pochi, la maggioranza della popolazione sviluppi modelli estetici propri della povertà, quali appunto l’apprezzamento, anche sessuale, del grasso e della rotondità fisica (fino alla steatopigia, come nel caso della Venere di Brassempouy dove viene rappresentata una donna deformata o per evidenziare le parti riproduttive, gradite ai maschi, oppure per delineare una donna deformata dai numerosi parti. E’ uno dei pochi documenti preistorici sul copro nudo e la sessualità ed è, per noi moderni, sessualmente repellente), in contrasto con la magrezza che viene percepita come sintomo di malattia e di miseria.
[4] Quando il carattere della “santità” viene inculcato e diventa dominante, l’attenzione si sposta a modelli fisici eterei, asessuati, con le forme genitali modeste (e ben nascoste), la pelle di colore chiaro, quasi latteo, i ventri femminili bassi e gonfi di una donna che vuol solo essere madre, al contrario dei ventri piatti e sodi della donna contemporanea che non si riconosce più in quell’unica accezione.
[5] Paleolitico superiore, datata da 40.000 a 18.000 anni circa da oggi, che prende il nome da una caverna presso Aurignac, in Francia.
[6] Nel mondo ebraico cfr. Deut. 7:1-5; Lev 24:10, Ezra 10:2-3.
[7] Si vedano gli studi di Johann J. Bachofen sulla materlinearità, datati 1861.
[8] L. H. Morgan, The Leagne of the Iroquois, Rochester, 1951
[9] “Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile”, Genesi, 2: 19-20.
[10] Roberto Peregalli, filosofo e architetto.
[11] Erotismo e pornografia.
[12] Porno.

[13] Dialogo.