Cristina Lucianin. 21 Infanzia e adolescenza tra socialità e solitudine

Stato di abbandono e dichiarazione di adottabilità del minore

Ogni bambino per poter crescere bene, non ha bisogno solo di nutrirsi, di dormire, di essere curato nell’igiene personale, ma anche di essere amato ed educato.

La mancanza di figure familiari stabili e adeguate, creano nel bambino danni fisici e psichici spesso gravi e difficilmente rimediabili.

La legge n. 184 del 4 maggio 1983 novellato dalla legge n. 149 del 28 marzo del 2001, proclama solennemente, con una formula più ampia e più incisiva rispetto alla formulazione precedente, che il “minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia”.

Questo importante principio, enunciato in apertura della legge e significativamente esteso al “nome” della stessa (ora intitolata “Diritto del minore ad una famiglia” e non più “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori”), sottolinea il ruolo formativo dinamico che si realizza mediante l’appartenenza ad una famiglia capace di svolgere il proprio compito, essenziale per lo sviluppo armonico della personalità del minore, di comunità educatrice e di comunità socializzante.

La legge non si limita a riconoscere al soggetto in formazione un diritto soggettivo a vivere in un ambiente familiare, ossia in quell’ambiente che è fondamentale per un armonico sviluppo della personalità morale e sociale del minore; essa attribuisce al minore il diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia, con ciò intendendo privilegiare, con la sottolineatura della centralità dei legami familiari naturali nell’esperienza di vita del bambino, il diritto del minore di essere mantenuto, educato, istruito nella famiglia d’origine.

Nel caso in cui questo non sia possibile e il minore si trovi in una situazione di totale abbandono morale e materiale verrà cresciuto ed educato in una famiglia adottiva, nel caso in cui, invece, la famiglia d’origine si trovi impossibilitata temporaneamente il minore verrà inserito in una famiglia affidataria o in una comunità di tipo famigliare.

L’adozione di un provvedimento di tale natura è quindi ammissibile esclusivamente nel caso in cui si accerti una situazione di abbandono totale non transitoria, rappresentando l’allontanamento dal nucleo familiare d’origine una soluzione di “extrema ratio“, cioè adottabile quando ogni altro rimedio appaia inadeguato con l’esigenza dell’acquisto o del recupero di uno stabile ed adeguato contesto familiare. È quindi richiesto, in una logica di gradualità e di sussidiarietà degli interventi, un preventivo serio tentativo di recupero della famiglia di origine del minore[1].

La nozione di abbandono può, quindi, ritenersi il nucleo attorno al quale ruota l’intera disciplina nonché l’aspetto più rilevante e discusso di tutta la dottrina dell’istituto dell’adozione.

Facendo riferimento all’ambito penale, quindi al reato di abbandono di persone minori o incapaci previsto dall’articolo 591 c.p., l’abbandono consiste nel lasciare la persona in balia di sé stessa o di terzi che non siano in grado di provvedere adeguatamente alla sua custodia e cura, in modo che ne derivi un pericolo per la vita o l’incolumità della persona medesima.

La normativa di cui la legge n. 184 del 1983, invece, non effettua una previsione specifica e tassativa dei casi in cui un minore possa essere dichiarato in stato di abbandono.

La scelta del legislatore del 1983 è stata quella di adottare una clausola generale, che lasci al giudice l’interpretazione più adatta alle diverse realtà e alle condizioni personali, sociali e ambientali del singolo caso che a loro si presenta.

L’articolo 8 della legge n. 184 del 1983, come modificato dalla l. n. 149 del 2001, al primo comma stabilisce che “sono dichiarati in stato di adottabilità dal Tribunale per i minorenni del distretto nel quale si trovano, i minori di cui sia stata accertata la situazione di abbandono perché privi di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi, purché la mancanza di assistenza non sia dovuta a causa di forza maggiore di carattere transitorio”.

La formulazione dell’art. 8 secondo il testo del 1983 faceva riferimento, genericamente, al “minore in stato di abbandono”, mentre con l’ultima riforma si è voluto precisare che la situazione di abbandono deve essere “accertata”.

La scelta riflette la delicatezza della materia in cui si contrappongono due interessi: da un lato, la tutela del rapporto di sangue, dall’altro, il diritto del minore ad essere inserito in una famiglia quando la sua non esiste o non sia comunque in grado di far fronte ai compiti che la legge le assegna.

Come già detto, l’art. 1 della legge sull’adozione sancisce il fondamentale diritto del minore di crescere ad essere educato dai propri genitori naturali; tuttavia, tale diritto appare, alle volte, irrealizzabile o difficilmente realizzabile, cosicché a prevalere è il valore prioritario della tutela dell’individuo e la necessità che le ragioni del sangue cedano all’esigenza oggettiva che il minore, con l’adozione, sia inserito in un idoneo nucleo familiare[2].

Il Tribunale dei minori perché possa pronunciare la dichiarazione giudiziale dello stato di adottabilità deve verificare la sussistenza della situazione di abbandono del minore, quale presupposto giuridico essenziale. Questi, cioè, deve essere privo dell’assistenza materiale morale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi.

La situazione di abbandono per il minore può ricorrere sia quando non c’è una famiglia, sia, al contrario, quando essa sia presente. Nella prima ipotesi, che sussiste nei casi di figlio di genitori ignoti, orfano di entrambi genitori e privo di altri parenti, l’abbandono è in re ipsa e non richiede ulteriori indagini.

Più complessa, invece, la seconda ipotesi in cui, pur essendoci una famiglia tenuta a provvedervi, il minore risulti privo dell’assistenza morale e materiale di cui necessiti per la sua crescita. Tale privazione non può essere intesa in termini assoluti, quale privazione totale di cure dirette e personali da parte del genitore: l’ipotesi di vero e proprio abbandono del minore non trova, infatti, riscontro nella realtà se non in casi eccezionali, come il caso di consegna dello stesso a terzi o in istituti di assistenza senza più alcun interessamento da parte dei genitori[3].

È necessario quindi definire l’abbandono come un concetto relativo che esprima una “sensibile riduzione” delle cure dovute ai propri figli e, perciò, una procurata carenza di affetto e di attenzioni. Non ogni mancanza, irregolarità o ritardo nell’adempimento del dovere educativo assume rilevanza ai fini dell’adozione; solo se le carenze familiari sono di così rilevante spessore da compromettere seriamente il fondamentale diritto del minore all’educazione, cioè a tutti quegli apporti positivi indispensabili per un’adeguata crescita umana, è giustificata la drastica e irreversibile rottura dei rapporti di un minore con la sua famiglia biologica.

La giurisprudenza ha più volte osservato che per avervi abbandono la vita offerta della famiglia d’origine debba essere inferiore alla soglia del minimo indispensabile. Bisogna evitare di compromettere in modo grave e permanente la crescita del minore, al punto di giustificare il sacrificio del definitivo distacco dalla famiglia naturale[4].

Nell’intento di garantire in maniera effettiva la tutela del suddetto diritto, il legislatore ha previsto che, nel caso in cui si manifestino situazioni di difficoltà e disagio familiare, siano predisposti interventi di sostegno a favore del nucleo familiare e che solo al fallito tentativo di recupero della genitorialità possa conseguire la dichiarazione dello stato di adottabilità.

Per l’accertamento della situazione di abbandono è quindi necessario procedere con una valutazione casistica, che sia diretta ad accertare le conseguenze che quei comportamenti hanno sulla personalità dei figli, senza fare riferimento ad una figura di minore astratto, né a tutti minori di quell’età o di quel determinato ambiente sociale, ma prestando attenzione solo a quel minore particolare, con la sua storia, il suo vissuto, le sue caratteristiche fisiche e psicologiche, la sua età, il suo grado di sviluppo[5].

Il modello di attenzione dei genitori verso i figli, infatti, può essere diverso a seconda della cultura sia di quel particolare nucleo familiare, sia del ceto cui il nucleo appartiene: il giudice deve tenere conto dei diversi modelli non può imporre quello, magari anche generalizzato, che è specifico di classi sociali da quel punto di vista, più avvantaggiate.

Se si considera l’interesse del minore come guida all’interpretazione della legge, si può ritenere che non sia possibile separare la mancanza di assistenza “morale” da quella “materiale”, come se l’esistenza di una delle due fosse sufficiente a escludere l’abbandono. È necessario infatti considerare se l’assistenza in concreto prestata sia in grado di garantire almeno un minimo livello di realizzazione dei diritti riconosciuti dalla legge.

Così come è da escludere che le condizioni di indigenza del genitore o dei genitori esercenti la responsabilità genitoriale sul minore possano, da sole, giustificare la dichiarazione di adottabilità del minore.

Per ovviare a tali situazioni, è necessario preveder specifici interventi di sostegno e di aiuto: l’art. 1 della legge in esame pone obblighi precisi a carico dello Stato, delle regioni e degli enti locali, i quali, nel caso in cui i genitori non siano in grado di prendersi cura materialmente dei figli, devono, nell’ambito delle proprie competenze, sostenerli. Si tratta di interventi di prevenzione, rivolti a nuclei familiari a rischio, tesi ad evitare l’abbandono ed a consentire al minore di continuare a vivere nell’ambito della propria famiglia.

L’abbandono finisce così con l’essere soprattutto morale. L’esistenza di un soddisfacente legame affettivo, che si traduca in un valido apporto educativo, secondo le circostanze del caso concreto, infatti, può escludere lo stato di abbandono anche qualora la famiglia di origine non sia in grado di assicurare la sopravvivenza materiale del minore o di dargli sufficienti opportunità di realizzazione sul piano personale e sociale.

È bene precisare che la dichiarazione di adottabilità non ha carattere sanzionatorio. L’obiettivo della normativa in esame non è quella di accertare una colpa del genitore e di sanzionarla con la pena del definitivo allontanamento del figlio. La legge sull’adozione vuole solo attuare il diritto del minore alla famiglia tutte le volte che tale diritto, per qualsiasi motivo, sia stato compromesso. Non occorre invece una “colpa” dei genitori: quand’anche l’abbandono non sia in un alcun modo a loro imputabile, il minore va comunque protetto. La pronuncia dello stato di adottabilità del minore, è indipendente da una valutazione in termini di colpevolezza delle condotte genitoriali, posto che lo stesso non ha natura sanzionatoria, ma viene dichiarato nell’esclusivo interesse del minore e sulla base di circostanze obiettive.

Ad escludere l’abbandono non basta una labile, saltuaria e distratta assistenza fornita da persone demotivate, psicologicamente ed affettivamente assenti, incapaci di stimolare il ragazzo in formazione, di rassicurarlo, di aiutarlo ad orientarsi, di costruirgli un’identità non fittizia.

Il concetto di abbandono, infatti, non può legarsi solo alla “quantità” di assistenza oggettivamente prestata al minore ma la “qualità” di questa assistenza e alla sua capacità di agevolare o meno la normale maturazione del minore, di soddisfare o meno le sue fondamentali esigenze di vita, di aiutarlo o meno a superare tutte quelle situazioni di carenza che provocano sofferenza e possono perciò incrinare il processo formativo[6].

La situazione di abbandono non sussiste nell’ipotesi in cui il minore riceva assistenza morale e materiale dei parenti “tenuti a provvedermi”, ai sensi dell’articolo 8 della l. n. 184/1983, come modificata dalla l. n. 149/2001.

La norma ha sollevato, con questa forma indeterminata, sia in dottrina che in giurisprudenza non poche questioni a proposito dell’individuazione dei soggetti cui legislatore ha voluto riferirsi[7].

Tali questioni sono sorte dall’espressione “tenuti a provvedervi”, così generica e povera di significato. Secondo la legge, infatti, gli unici soggetti obbligati all’assistenza morale materiale del minore sono i genitori.

Interpretando il dato normativo dell’art. 8 della l. del 2001, i “parenti tenuti a provvedere” al minore vengono identificati nei parenti entro il quarto grado[8], sul presupposto che la legge sull’adozione si riferisca ripetutamente a questa categoria di soggetti come ad esempio quando dichiara che coloro che non rientrano entro il quarto grado di parentela e accolgono in casa un minore per un periodo superiore a sei mesi sono tenuti a darne segnalazione al Giudice Tutelare[9]; quando viene attribuita al Tribunale per i minorenni la possibilità, nei casi in cui entrambi genitori siano deceduti e siano assenti i parenti entro il quarto grado, di dichiarare immediatamente lo stato di adottabilità[10]; quando si prevede la convocazione, da parte il presidente il tribunale, dei parenti entro entro il quarto grado al fine di impartire loro prescrizioni idonee a garantire al minore le cure necessarie[11]; quando i parenti non abbiano risposto la convocazione oppure l’audizione degli stessi abbia dimostrato il persistere della mancanza di assistenza ed anche in questo caso il Tribunale dichiara l’adottabilità[12].

La disciplina sull’adozione, perciò, contemplando quanti, fra i parenti entro il quarto grado, mantengono un rapporto significativo col minore, assume il rapporto parentale a fondamento di un’autonoma posizione giuridica.

Spetta al giudice verificare nel caso concreto l’idoneità assistenziale dei suddetti parenti, attraverso una valutazione che non deve limitarsi a constatare la semplice disponibilità offerta, ma che deve accettare le concrete manifestazioni di attenzione rivolte al minore, anche qualora provengano da parenti che non abbiano avuto nel passato significative relazioni materiali ed affettive con il minore[13].

Soprattutto la posizione dei nonni è esaminata dal giudice con sempre maggiore attenzione; la giurisprudenza ha mostrato una crescente propensione a tener conto della loro disponibilità. Sebbene vi possano essere, a volte, alcune evidenti difficoltà dovute all’età avanzata e allo stato di salute, il loro legame affettivo con i nipoti, trascurati dei genitori, è considerato molto rilevante. Ai parenti si richiede un’assistenza “morale” che supera nettamente la semplice prestazione degli alimenti e di mezzi economici e che, in nome dei fondamentali diritti di solidarietà che l’art 8 mira a tutelare, risponde al bisogno essenziale del minore di ricevere l’aiuto e la guida necessari per la sua formazione[14].

Il legislatore ha inteso così lasciare alla famiglia la possibilità di auto-organizzarsi, di risolvere al suo interno il problema della cura e dell’educazione del minore per tutelarne il fondamentale diritto di crescere nel nucleo familiare di origine.

In questa prospettiva, inoltre, si vuole tutelare il minore che avesse, nel corso dell’assistenza, instaurato dei rapporti validi con la sua famiglia di origine che invece, con l’adozione, verrebbero interrotti. La situazione di abbandono sussiste, pertanto, anche se il bambino sia adeguatamente curato, ma ciò non adopera della sua famiglia d’origine ma di terzi, chiunque costoro possano essere[15].

Lo stato di abbandono non sussiste quando la mancanza di assistenza morale e materiale è dovuta a forza maggiore di carattere transitorio.

Per forza maggiore si devono intendere quelle situazioni del tutto incolpevoli e involontarie (come ad esempio una malattia) che pregiudicano la possibilità per i genitori e/o per i parenti di provvedere adeguatamente al minore.

Il carattere necessariamente temporaneo della forza maggiore ne riduce fortemente la portata applicativa, limitandola soprattutto ai casi di opposizione alla dichiarazione di adottabilità, nei quali, essendo incontestabile lo stato di abbandono, si tenta di giustificarlo in nome di un impedimento esterno alla volontà del soggetto e di carattere temporaneo[16].

La giurisprudenza offre un panorama assai vasto di ipotesi in cui il giudice debba accertare l’esistenza o meno di una causa di forza maggiore.

Particolare attenzione è riservata dai giudici alla valutazione della malattia mentale, che rappresenta, senza dubbio, un fattore che si impone al soggetto e che è estraneo alla sua volontà.

Durante il giudizio non si può prescindere dalla considerazione dello sviluppo delle tecniche medico scientifiche nel campo, che spesso riescono a limitare gli effetti della malattia, a fermarne l’aggravamento e, a volte raggiungere la completa compensazione, con la conseguenza di dover dichiarare l’adottabilità del minore nei soli casi in cui la malattia stessa appaia irreversibile o reversibile in un tempo compatibile con le esigenze di crescita del minore[17]

Per verificare se la gravità delle anomalie è tale da escludere l’idoneità dei genitori al compito educativo, occorre accertare che non si tratti di semplici turbe del carattere o di labilità. Deve bensì trattarsi di vere malattie mentali di carattere non transitorio, che privino i figli dell’indispensabile e costante assistenza materiale e morale ed escludano che i genitori possano assumere o conservare una piena consapevolezza delle proprie responsabilità.

La pronuncia d’interdizione, di inabilitazione o di amministrazione sostegno non determina necessariamente una mancanza di adeguata assistenza morale ai figli, ma comporta con certezza soltanto l’inidoneità, totale o parziale, dell’infermo, all’amministrazione del proprio patrimonio e, di conseguenza di quello dei minori.

Quanto alle malattie che comportano una menomazione fisica o una riduzione sensibile dell’uso di alcuni organi, esse sono cause di forza maggiore nei casi in cui non compromettano l’instaurarsi di un rapporto d’affetto valido con il proprio figlio[18].

Lo stato di detenzione del genitore può integrare la situazione di “forza maggiore di carattere transitorio”, soprattutto nelle ipotesi di una previsione non eccessivamente prolungata della privazione della libertà, sia pure imputabile alla condotta criminosa da questi volontariamente attuata.

Le condizioni di alcol dipendenza o di tossicodipendenza, invece, non sembrano poter configurare da sole lo stato di abbandono. Si può ritenere che sia configurabile l’abbandono solo dopo che, data la possibilità di recupero al genitore con il momentaneo allontanamento del minore, si accerti che la condizione di dipendenza non sia cessata nel momento in cui dovrebbe avvenire il reinserimento dello stesso in famiglia.

Lo svolgimento di un’attività lavorativa in un’altra città o l’emigrazione all’estero, sempre per ragioni di lavoro, possono essere cause di allontanamento del genitore dal figlio.

In questi casi bisogna distinguere a seconda che la ricerca di lavoro fuorisede risponda al semplice bisogno di migliorare una già florida ed agiata situazione economica ovvero sia dettata dalla necessità di guadagnare per mantenere la propria famiglia, dal momento che solo in tal caso potrebbe ritenersi sussistente un’ipotesi di forza maggiore. L’emigrazione non può ritenersi una causa di forza maggiore nel caso non sia necessaria alla sopravvivenza della famiglia in quanto atto volontario, conseguente ad una scelta consapevole e responsabile che evidenzia la componente egoistica dell’abbandono[19].

Ne consegue che la valutazione della dichiarazione di adottabilità, in concreto, non deve derivare da un mero giudizio negativo circa l’idoneità dei genitori e dei suoi stretti parenti, ma deve collegarsi all’ulteriore accertamento che tale inidoneità sia cagione di gravi e irreversibili danni per l’equilibrato sviluppo e l’armonica crescita del bambino[20].

Tale giudizio non può quindi limitarsi ad una valutazione astratta ex ante, fondata su meri giudizi e in assenza di riscontri obiettivi sull’inidoneità del nucleo di origine a fornire tutte le cure di cui il bambino necessita.

È l’obiettiva mancanza di tali cure e dell’affetto materno e paterno, accertabile in termini oggettivi, che assume esclusiva rilevanza.

Nella valutazione della situazione concreta, poi, è necessario tenere sempre conto del comportamento di tutti e due genitori: la condizione di abbandono che legittima la dichiarazione di adottabilità del minore deve riguardare entrambi. Per quanto non si possa affatto escludere che l’incapacità di uno di essi di assolvere i propri compiti educativi si ripercuota negativamente sull’altro, accade non di rado che un solo genitore, nonostante le indubbie difficoltà connesse allo svolgimento di tali compiti in modo esclusivo, riesca a sopperire all’incapacità a all’assenza dell’altro.

[1] Cass. n. 22589 del 27.09.2017, Cass. Civ. n. 6137/15 e Cass. Civ., n. 23976/2015. Negli stessi termini, si è espressa anche la Corte Europea dei diritti dell’uomo secondo la quale la completa rottura dei legami familiari è giustificata solo in presenza di circostanze del tutto eccezionali, la cui mancanza comporta che il provvedimento di allontanamento del minore dalla famiglia di origine sia lesivo del diritto al rispetto della vita privata e familiare (CEDU Zhou c. Italia n. 33773/2011, CEDU Clemeno e altri c. Italia n .19537/03).

[2] G. Autorino, P. Stanzione, Le soluzioni della nuova disciplina (legge 28 marzo 2001, n. 149), Milano, 2001;

[3] G. Ferrando, Le condizioni dello stato di adottabilità: età del minore e situazione di abbandono, in Giurisprudenza dell’adozione, casi e materiali, a cura di Mario Bessone, Milano, 1983, pag. 54;

[4] la Cassazione ha avuto modo di evidenziare come per la dichiarazione dello stato di adottabilità che determina la rescissione del legame famigliare come prezzo inevitabile per evitare un danno maggiore ed irreversibile per il minore è necessaria la prova certa che le cure prestate dalla famiglia non superino la soglia di un’assistenza minima (Cass. Civ. n. 8360 del 26.07.1993)

[5] G. Ferrando, op. cit, pag 54;

[6] A. C. Moro, L’accertamento della situazione di abbandono, condizione irrinunciabile per un’adozione corretta, in Bambino Incompiuto, vol 1, Roma, 1991, pag. 37;

[7] il tema è stato molto discusso in dottrina. Per un’attenta analisi delle posizioni emerse si rinvia a G. Salito, Della dichiarazione di adottabilità; in Le adozioni nella nuova disciplina, legge 28/03/2001, a cura di A. Stanzione, Milano, 2001, pag. 164 e ss;

[8] i parenti che rientrano in questa categoria sono ad esempio i nonni, i fratelli, gli zii, i cugini.

[9] art. 9, comma 4, l. n. 149/2001;

[10] art. 11, comma 1, l. n. 149/2001;

[11] art. 12 e 13, l. n. 149/2001;

[12] art. 15, l. n. 149/2001;

[13] Benché la giurisprudenza abbia avuto modo di evidenziare come ” in tema di adozione, l’art. 12 della legge 4 maggio 1983, n. 184, nell’indicare le categorie di persone che devono essere sentite nel procedimento per la dichiarazione di adottabilità, opera un riferimento ai parenti entro il quarto grado che abbiano mantenuto rapporti significativi con il minore; ne consegue che è irrilevante l’omessa audizione del parente entro il predetto grado, che pure abbia dichiarato al tribunale la propria disponibilità ad accogliere presso di sé il minore, qualora non sussistano rapporti significativi tra quest’ultimo e il predetto parente (Cass. Civ., sent. n. 1840 del 26.01.2011) ha successivamente precisato che “in tema di dichiarazione dello stato di adottabilità, la disponibilità manifestata dai parenti entro il quarto grado a prendersi cura del minore, che non abbiano con lui rapporti significativi, non è idonea ad escludere lo stato di abbandono; tuttavia, la concreta manifestazione di detta disponibilità, nel caso di neonato, se manifestata entro un termine ragionevolmente breve dalla nascita, comporta che esso non possa essere ritenuto in stato di abbandono, salvo che si accerti l’inidoneità di tali parenti ad assicurarne l’assistenza e la crescita in modo adeguato”. (Cass. Civ., sent. n. 2102 del 28.01.2011);

[14] L. Sacchetti, Il commentario dell’adozione e dell’affidamento, Rimini, 1986, pag. 113;

[15] ad esempio: istituti, parenti non tenuti all’assistenza, amici o terzi intervenuti occasionalmente,

[16] a riguardo M. Barbarito, Adozione e affidamento. Contenuti, limiti, interferenze, dalla dottrina alla giurisprudenza di alcuni tribunali d’Italia, 1990, pag. 33 e ss;

[17] La Corte di Cassazione ha ritenuto non configurare causa di forza maggiore lo stato di malattia mentale della madre, essendo prevedibili terapie di assai lunga durata e dall’esito del tutto incerto e quindi non compatibile con il tempo di sviluppo compiuto e armonico del minore stesso. (Cass. civ., Sez. I, n. 9949 del 18.06.2012);

[18] Non si può ritenere invece causa di forza maggiore l’handicap gravissimo costituito da una tetraplegia spastica, che rendendo impossibile la deambulazione, l’articolazione degli arti superiori e con l’impossibilità di parlare, poiché non permette di stabilire una relazione affettiva valida con il bambino;

[19] M. Dogliotti, Le condizioni dello stato di adottabilità: età del minore e situazione di abbandono, in Giurisprudenza dell’adozione, casi e materiali, a cura di Mario Bessone, Milano, 1983, pag. 118;

[20] R. Thomas, L’adozione nazionale – internazionale- in casi particolari ordinaria di maggiorenni – procedure ed effetti giuridici – aspetti socio-psicologici, Milano, 2006, pag. 115.

Bibliografia

 

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