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28 ottobre 2011

Stati di natura o modelli dominanti?

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Il modello eterosessuale di riproduzione sessuale e di continuazione della specie ha una valenza biologica. Inevitabilmente tale concezione ha posto in essere una drastica operazione di salvaguardia e sopravvivenza dell’unico rapporto in grado di mantenere tale status: l’unione tra uomo e donna. Quindi tutto ciò che va contro questa accezione risulta non convenzionale, negativo.

L’amore non eterosessuale perde in partenza la sua valenza e tutto ciò che circonda l’alveo della comunicazione risente di questa accezione. La tradizione romanzesca prima, narrativa poi, cinematografica dopo, fino al più becero gossip mediatico frutto dei social network odierno, prendono come esclusivo modello l’amore eterosessuale.

Ma pensiamo anche ad altri messaggi come la pubblicità che quotidianamente invade i nostri spazi vitali come guardare la televisione, leggere, viaggiare, assistere ad un evento sportivo. La pubblicità, per dirla con Codeluppi, è: “Fonte ed espressione di significati sociali, di identità, di identificazioni e contribuisce alla costruzione di un immaginario collettivo, che sembra influenzare e condizionare gli individui”.

Siamo invasi da messaggi di famiglie allegre, quadri dai colori pastello in cui i componenti sono rigorosamente eterosessuali e, all’apice della perfezione, ostentano anche figli di sesso diverso (la cosiddetta “famiglia del Mulino Bianco” che tanto si è instradata nel nostro inconscio). È il tripudio dell’eterosessismo e noi assorbiamo incorporando sempre più la concezione che tutto ciò che sfugge a tale classificazione è da considerarsi “anormale” (termine orribile tanto quanto “normale”).

E così, compattati sul piano dell’eterosessismo, i mezzi di comunicazione si dedicano a coltivare la possibilità di sezionare ciò che stona.

In tal senso leggasi il grande steccato sollevatosi nei confronti del messaggio pubblicitario della catena Ikea che, aprendosi a tutti i tipi di famiglie, indicava due uomini. I rifiuti emersi da parte del governo sono stati netti messaggi di respingimento della diversità e il tripudio del consolidamento dell’eterosessualità, in assenza che di una base che la spieghi scientificamente.

Ma perché accade questo?

In fondo non esiste una teoria che ci spieghi perché dopo l’atto di riproduzione sessuale l’uomo e la donna debbano vivere insieme ma, inevitabilmente, fiabe, letteratura, cinematografia e mezzi di comunicazione di massa di ultima generazione, considerano questa condizione inevitabile, processo naturale da assolvere per compiere un percorso di vita condiviso e meritevole di riconoscimento.

Invece, ritengo condivisibile l’opinione di Luois-Georges Tin che inquadra l’atteggiamento descritto come un semplice modello culturale dominante. In tal senso, basterebbe prendere in considerazione l’esempio delle specie animali che dopo l’atto di riproduzione non intraprendono, loro si guidati dall’istinto, una vita di coppia necessariamente eterosessuale.

In tema di comunicazione uno degli eventi mediatici più seguiti negli ultimi anni è stato il Grande Fratello: scatola chiusa teleosservata, non certo frutto del miglior tipo di modello televisivo eppure oggetto dell’attenzione di milioni di telespettatori.

Illustrazione 1: Grande Fratello: il bacio di Sarah e Veronica

I concorrenti sono stati, anno dopo anno, forgiati dagli autori al fine di creare un prodotto sempre più guidato e condizionato. Eppure nonostante questi innesti, un fattore ha accompagnato ogni edizione: il voler sapere se fosse presente un concorrente omosessuale o transessuale.

Nel lontano 2000 (anno della prima edizione e quindi di un format a noi tendenzialmente sconosciuto) l’ambiguo ingegnere elettronico Rocco, inizia ad alimentare una particolare curiosità del pubblico che vede in lui una presunta omosessualità (solo dopo essere uscito dalla casa ammetterà la propria bisessualità, forse più per ricevere dai media un’attenzione e calamitare i segni di una popolarità ormai sbiadita).

Per avere un esemplare più palese bisogna attendere lo stilista Jonathan Kashanian, mai dichiaratosi in verità, ma che sul detto, non-detto ha impastato un personaggio che serviva per dare spazio, nei talk che dominano i palinsesti televisivi, alla discussione sulla sessualità deviata, lontana dal rassicurante focolare che si vuole sia impresso, a torto, nel nostro dettato costituzionale. Una manifesta omosessualità, al contrario, è sorta in uno dei protagonisti delle ultime edizioni, Maicol.

Bene, in questi casi è stato evidente l’apporto del modello eterosessuale per evidenziare ciò che è anomalo e ciò che non lo è. Non sopporto l’alone caricaturale che si è instradato in quell’occasione: mi ha ricordato la scia di quella cinematografia degli anni’70 che con Tognazzi e Serrault, ha devastato l’impianto dell’omosessualità scrivendo una pagina di “macchiette” che poco si confà alla realtà quotidiana degli omosessuali.

Mediaticamente, anche per una sorta di accanimento di stampo patriarcale, molto interesse ha poi sollevato la reale o presunta attrazione lesbica come il rapporto tra la romana Veronica Ciardi e la modella Sarah Nile che hanno sicuramente giocato con l’intento di stimolare un’attenzione mediatica perversa da parte dei detrattori esponenti del mondo eteroformato (e contando sulla sensibilità del maschio etero di fronte all’incontro lesbico).

Eppure quell’attenzione, frutto di un’antica discriminazione, ha indirettamente, agevolato (in questo caso direi per fortuna) un certo movimento di associazioni che, prendendo spunto dalla volontà di difendere le protagoniste della vicenda, si sono avvicinate al mondo lesbico. In alcuni casi, addirittura, prendendo coscienza del proprio orientamento sessuale.

Insomma, questo reality è stato il tripudio della bisessualità che ha visto in questo gioco il disperato tentativo di emergere dal cliché prettamente eterosessuale, forse anche per sopravvivere ed avere spazio in una tv aggressiva e invadente che si è preoccupata di indagare lo scandalo che eccede l’ombra del grande albero rassicurante chiamato eterosessualità.

Con quale fine?

Rimarcare ciò che non si deve fare…

In tal senso mi torna in mente un passo per me eclatante del libro di Luois-Georges Tin già preso in considerazione in precedenza, che racconta di una cena con un amico e la sua fidanzata. Alla domanda di quest’ultima rivolta all’autore del testo circa il tipo di lavoro svolto, Luois-Georges risponde che si occupa di tematiche omosessuali.

La ragazza scoppia in una risata incontenibile, forte, sgradevole, escludente, ma smette di colpo di ridere quando l’autore sottolinea che, ultimamente, sta orientando la sua attenzione sul tema dell’eterosessualità, e poi ammette candidamente che un‘indagine sulla eterosessualità potrebbe sollevare dubbi sulla naturalità della condizione eterosessuale e questo non sarebbe positivo.

Bene, quella frase racchiude la necessità che il rinforzo mediatico del messaggio culturale dominante eterosessuale serva a coprire, in realtà, uno status quo predominante. Se realmente quel modello non fosse imposto non sarebbe assurdo pensare di studiare la condizione eterosessuale.

Perché i mezzi di comunicazione propongono inchieste solo sui corpi che attirano persone dello stesso sesso?

E la descrizione del corpo della donna, vituperata immagine della concezione patriarcale, non è essa stessa frutto della concezione eterosessista?

Compio un parallelismo che prenda in esame da un lato la concezione religiosa cattolica e dall’altra la dimensione dell’uomo e della donna come simbolo di unione civile riconosciuta dallo Stato. Le due partite esprimono una logica perversa di compensazione espressa dalla possibilità che, andare oltre, significhi perdere il simbolo di una esistenza che ci viene consegnata preconfezionata. In sintesi un valore che si spiega ma non è spiegato, che si legge ma non è letto, che si consolida ma non è sperimentato.

Questa dimensione caricaturale dell’esistenza umana legata al doppio filo biologico-essenziale da un lato e morale-religioso dall’altro, cosa esprime in definitiva? Riporto il parere di Armando Fumagalli del 2005 ove afferma che: “E’ in corso da anni una strategia mediatica per far recepire l’omosessualità”. Non sono assolutamente d’accordo!

Sembra davvero il momento del mero delirio sostenere che in molti campi, dal cinema alla tv, gli omosessuali hanno giocato la loro battaglia muovendo i sentimenti dell’opinione pubblica per portarla a valutazioni diverse da quelle professate dalla morale cristiana e di molte altre religioni.

La campagna mediale a favore dello stile di vita omosessuale non si è assolutamente intensificata. In tal senso basti pensare alle crociate condotte da quotidiani dell’area di centro-destra per demolire moralmente avversari politici. Per Fumagalli il fenomeno omosessuale è ormai “sdoganato”.

Io affermo che lo sdoganamento non è necessario perché ancora nessuno mi ha convinto dell’imposizione eterosessista. Fumagalli considera i programmi in cui è presente un omosessuale come “trasgressivi”, e sostiene che hanno largo spazio su giornali, riviste, nel “dibattito”, ma poi la gente li rifiuta. Ma cosa si rifiuta? È assurdo leggere: “ma poi la gente li rifiuta”.

Secondo la morale cristiana, dunque, bisogna insistere nell’insegnare il rispetto che va dato alla persona, alle persone tutte, salvo poi insistere che il matrimonio, in un contesto di reciproca donazione di una vita insieme, sia fonte di vita futura, l’unica vera forma ammissibile e concepibile. Questo moralismo a doppio binario rischia di stringere e soffocare coloro che non riescono a leggere se stessi in questa contraddizione in termini.

Ora, inquadrare la presenza omosessuale come vittimismo, mi sembra anche assurdo. Per troppo tempo, purtroppo, si è individuato come stigma l’omosessualità e quasi una “punizione dovuta” il proliferare di malattie contagiose (si pensi alla lettera che l’allora Ministro della sanità Donat-Cattin, inviò il 1 dicembre 1988 in occasione della diffusione dell’AIDS, invitando ad astenersi da certi rapporti che non fossero quelli in sintonia con la morale cristiana). In tale ottica un film come “Philadelphia” non va a sdoganare nulla, semplicemente ci ricorda che esiste evidentemente un momento in cui non bisogna fermarsi per affermare i propri diritti e questo solo le donne che hanno lottato possono sapere cosa significa.

Tutto ciò che è stato detto, di fatto, induce a ritenere necessaria un’indagine sul comportamento eterosessuale come una possibile espressione della sessualità umana , non certo l’unica. Arrivando a giorni recenti, nel Settembre scorso, scopriamo che lo strumento della censura, che sembrava relegata in un dimenticatoio, affila le sue unghie per cancellare una puntata di una fiction, “Un ciclone in convento”, che Rai uno non trasmette poiché nell’episodio si assiste ad un matrimonio tra due uomini celebrato dal sindaco in convento tedesco (in Germania le unioni gay sono riconosciute dal 2001).

Oggi la scure della censura mediatica sembra inopportuna e ridicola, visto che tutto viene dato in pasto ai famelici appetiti della fama e dello spiare, ove il filo della conoscenza è continuamente stuprato a discapito della libertà. Eppure in quella società si rinsalda sempre più forte la strenua difesa del concetto – escludente – di declinazione dell’eterosessualità.

Bibliografia

V. Codeluppi, La pubblicità. Guida alla lettura dei messaggi, Franco Angeli, Milano 1997

Luois-Georges Tin, L’invenzione della cultura eterosessuale, Edizioni due punti, Palermo 2010

http://christusveritas.altervista.org/cinema_tv_omosessuali.htm

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