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3 maggio 2014

Le rettifiche al tempo di Internet

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Il giornalismo online, inteso sia come attività informativa compiuta direttamente sul web sia come proiezione online di mezzi di informazione tradizionale, pone problemi di grande complessità, legate alla natura stessa della comunicazione reticolare, caratterizzata dall’orizzontalità e dalla compresenza ipertestuale, e quindi dalla relativa apparente atemporalità. Ma c’è di più: l’inossidabilità della rete, la sua tendenziale perennità danno preoccupazioni diverse e maggiori rispetto all’abituale condizione effimera dell’informazione a stampa o radiotelevisiva.

Immaginate che, innocenti, finiate in un’indagine giudiziaria accusati di un reato infamante (che so, pedofilia); la gogna mediatica a cui verrete sottoposti distruggerà la vostra vita, i vostri affetti, le vostre relzioni, senza contare la probabile detenzione cautelare. Immaginate che il castello accusatorio si basi sulla intercettazione di talune telefonate ambigue con persone che, a vostra insaputa, trafficavano in pedopornografia: quelle intercettazioni saranno pubblicate in base alla ricostruzione dell’accusa, quindi con una chiave ermeneutica decisa, che non ammette prova contraria.

Immaginate che abbiate la fortuna, grazie ad un buon avvocato difensore, allo scrupolo degli inquirenti, all’emergere di circostanze scagionatrici, di essere totalmente prosciolti dall’accusa. Ritroverete la libertà, verrete probabilmente risarciti dell’ingiusta detenzione sofferta, qualche organo di informazione ne darà notizia; insomma riprenderete a vivere, confidando che il vostro incubo venga progressivamente dimenticato.

Sarebbe così, se non ci fosse Internet, pronta a risputare ad ogni search il quadro preciso di quel momento di clamore mediatico, a far rimbalzare per l’eternità quelle conversazioni fraintese, a far balenare nei vostri nuovi vicini di casa, nei genitori dei compagni di scuola del vostro bambino il sospetto che siate l’orco, e che nel dubbio sia meglio girare alla larga da voi. Mi pare che questo basti a spiegare perché il problema della correzione dell’errore, delle rettifiche al tempo di internet si ponga con particolare delicatezza ed urgenza, anche per evenienze molto meno drammatiche di quella descritta.

La legge sulla stampa prevede, all’articolo 8, che chiunque voglia rettificare una notizia falsa o imprecisa che lo riguarda, ha il diritto di chiedere la pubblicazione di una rettifica, contenuta nello spazio di trenta righe, che il giornale è teoricamente tenuto a pubblicare entro i successivi due numeri dalla ricezione con lo stesso spazio e la stessa evidenza della notizia rettificata.

Nella pratica la norma non è mai rispettata, e alle rettifiche si concedono spazi del tutto marginali; va detto che molti interpretano falsamente il diritto di rettifica come la facoltà di correggere opinioni e critiche, mentre essa va riservata agli elementi di fatto, lasciando il resto alla più ampia categoria del facoltativo diritto di replica. Va notato, comunque, che la legge parla sempre di rimedi ex post, essendo vietato dalla Costituzione qualsiasi intervento preventivo sulla stampa. Nel mondo dei media tradizionali avremo quindi sempre il momento della notizia errata e quello della sua correzione. Ma applicare questa norma all’universo senza tempo della rete è futile e ridondante.

Facciamo l’esempio di un errore che non lede la reputazione di alcuno: un giornale locale ha di recente pubblicato come attuale una notizia che era in realtà di sei mesi prima, Probabilmente l’errore è stato causato da un malaccorto maneggio delle fonti online: il giornalista ha letto la notizia in rete e, forse perché pressato dai tempi e dall’urgenza di riempire uno spazio, non ha pensato a verificare la data.

Detto che ognuno può valutare l’errore secondo la propria personale scala di valori, il problema nasce dalla rettifica. Nel proprio numero successivo, infatti, la testata ha provveduto a dar conto ai lettori della notizia fuorviante pubblicata, correggendo così, nei limiti del possibile, l’effetto negativo del disservizio reso.

Ma questo solo nell’edizione cartacea: perché l’edizione online dell’articolo-infortunio è ancora lì intatta, pronta ad essere (domani, fra sei mesi, chissà) nuovamente utilizzata come fonte da un altro giornalista indaffarato o da un altro lettore distratto. Ed è un materiale che, provenendo da un giornale, dovrebbe avere un connotato di autorevolezza maggiore delle varie assurdità che circolano in internet.

Ma Internet, parallelamente alla inquietante eternità che è in grado di conferire all’errore (e a molte altre cose: c’è un magnifico piccolo libro -il cui titolo ora non ricordo- che parla della società che, non potendo dimenticare, non può perdonare), fornisce anche a noi giornalisti uno strumento nuovo, che è l’emendabilità diretta. Mentre è impossibile recuperare le copie cartacee di un giornale che ha scritto una notizia errata e correggerle una ad una col pennarello, mentre è impossibile richiamare indietro dall’etere le onde uscite dall’antenna radiotelevisiva, è possibilissimo, addirittura irrisoriamente facile, correggere le notizie errate diffuse online: meglio correggerle che cancellarle, e meglio aggiungervi le notazioni emendative che sostituirle al testo originario; ma si può. E questo contribuisce a ridurre le tossine della cattiva informazione oggi fin troppo presenti nella nostra società.

Penso che, invece di prevedere assurdità per i blog ed i social network. Il legislatore (e l’Ordine dei Giornalisti) dovrebbero preoccuparsi di adeguare alle nuove tecnologie i “codici di responsabilità” (deontologici, non penali) della nostra professione.