0

28 settembre 2014

Per una nuova cultura della politica comunicazionale

image

La definizione iniziale dei concetti, cultura, politica e comunicazione, consente di facilitare la comprensione del testo.

Cultura. Quell’insieme di oggetti materiali e non materiali che sono parte costitutiva di un gruppo e che in qualche modo ci consente di individuarlo nella sua specificità, differenza.
Una delle proprietà fondamentali della cultura è il cambiamento, che matura a livello sia individuale che collettivo. Per questo possiamo parlare di identità processuali, mobili, mai fisse e date una volta per tutte. Identità multiple perché attraversate da produzioni discorsive elaborate in campi sociali che chiudono solo momentaneamente l’esperienza individuale in una definizione parziale del sé.

La storia delle migrazioni dall’australopiteco in poi ci aiuta a capire perchè i confini tra culture non sono mai definiti una volta per tutte. Le culture, come le identità culturali,  sono in movimento, sono entità processuali e storiche. Così come i confini tra stati, tra le geografie politiche delle nazioni, sono stati definitivamente resi permeabili nel Novecento dalle reti della comunicazione globalizzata.

Il villaggio globale, locuzione usata più volte da Marshall McLuhan, descrive bene la potenza delle tecnologie della comunicazione nella determinazione dell’immaginario individuale e collettivo, di ineludibili effetti sui mondi della vita quotidiana. E indipendentemente dai contenuti e dalle informazioni che veicolano.

Ma la comunicazione non è una invenzione della modernità, è peculiarità dell’essere umano. La comunicazione simbolica, la cultura, sono i suoi ingredienti più rilevanti, che gli danno forma e sostanza.
Politica. O meglio, le politiche: attivazione di processi che consentono, o dovrebbero consentire, di dare risposte a problemi di rilevanza collettiva.

Ma le politiche, la comunicazione, di fatto sono parte della cultura.

Allora quando dico comunicazione e politica posso meglio dire: cultura della politica comunicazionale, se intendo per esempio fare riferimento alle modalità nuove e vecchie modalità di costruzione del discorso politico. Perché da sempre papi e regnanti, politici e politicanti hanno fatto uso dei media. L’effige del re sulla moneta, per citare un esempio, era potere economico-comunicativo circolante, raccontato e divulgato da uno degli strumenti più efficaci del potere stesso, il denaro.

Ma dire cultura politica comunicazionale mette anche bene in evidenza l’intreccio tra tre termini, tra tre elementi, perché è impossibile prescindere dalla comunicazione in ogni caso.

Tra gli agenti di socializzazione primaria, come è noto, sono i mass media che hanno avuto dagli anni Cinquanta in poi un ruolo centrale nella divulgazione della cultura, dell’istruzione, dell’informazione, del confronto politico.

Nella relazione tra potere e mass media è certamente la comunicazione politica del leader che assume un ruolo di primo piano, ma che si muove dentro un modello comunicativo top-down, è parola verticale, generalista, irradiata dal centro alle periferie, dal centro del potere. La comunicazione è qui potere verticale della parola, non più “mettere in comune”, condivisione orizzontale della parola stessa.

Una verticalità che ha avuto buon gioco dagli anni ’80 in poi con l’avvento delle TV commerciali, ha sdoganato una cultura neo-liberista made in Italy e ha nutrito, alterandolo, ogni millimetro del nostro corpo-mente, ha alimentato le nostre rappresentazioni mentali, le categorie che orientano la riconoscibilità del nostro quotidiano, che nutrono l’immaginario individuale e collettivo, il sentire comune.

È maturato così il passaggio da un progetto di società possibile alla corsa solitaria di ogni Io che ha rimosso dal lessico familiare termini come solidarietà, condivisione, coerenza dell’agire politico rispetto ad un progetto di vita, individuale e collettivo: tutto è cash, nella forma fisica e mentale, materiale e simbolica.

Sono derive e preoccupanti approdi che si impongono con prepotenza al nostro sguardo nella circolarità tra le TV commerciali,  i talk show e i teatrini della politica: matura il trionfo di una nuova e generalizzata mercificante cultura del corpo, delle ragazze immagine, vallette, escort in carriera. Dell’utilizzatore finale. Il managerialese ha cancellato ogni forma di interventismo nell’economia di mercato, inaugurando una inaudita Res Publica: ha intrecciato potere, sesso, politica in inedite campagne acquisti in Parlamento per nuove e improvvisate maggioranze di governo.

I new media hanno rilanciato la sfida di una nuova e differente politica comunicazionale nell’era della digitalizzazione dei contenuti che non parla alle masse, ma del soggetto nella sua peculiarità e specificità, della centralità della sua presa di parola che non è competizione o conquista di spazi di potere, ma creazione di inediti spazi, le piazze virtuali, per politiche generative di un altro futuro.

Così la digitalizzazione della parola si fa corpo e spazio individuale/collettivo dell’esperienza, diritto ad essere nello spazio discorsivo dei mondi virtuali della vita quotidiana e della politica, ognuno nella sua specificità e differenza, unicità, molteplicità.

La competenza politica e comunicativa messa in campo dai social network è del tutto altra da quelle fino ad ora conosciute, ribalta quella verticalità della parola che allarga la forbice tra i vertici e la base.

La politica comunicazionale dei new media si fa corpo singolare e plurale. Inaugura una categoria nuova, la democrazia digitale, capillare, pervasiva, includente: è lo spazio delle molte voci che prendono parte, e di diritto, alle pratiche discorsive della politica ma del tutto fuori dalle stanze asfittiche dei partiti.

Dunque a fronte della frammentazione, della dissoluzione delle forme e dei luoghi tradizionali di comunità, la famiglia, la piazza e il partito, che da più parti è stata rilevata, i social-network stanno alimentando inedite ed eterogenee forme di aggregazione, nuove e imprevedibili sensibilità politiche nelle fasce giovanili dell’utenza.
Potrebbe essere utile partire da una riflessione sulle modalità di aggregazione, sulle rete amicali che si autoalimentano, prendono forma e si dilatano a partire da interessi comuni e condivisi.

Ci sono profili, gruppi e pagine che contano centinaia e anche migliaia di iscritti. Il contenuto dei messaggi è chiaro, breve, diretto, sintetizzato in poche ed essenziali parole, per esempio: no al razzismo, oppure no alla riforma Gelmini e così via.
Questa capacità di raggiungere molti e con immediatezza condividere messaggi essenziali, incisivi, fa pensare che forse le forme stesse della comunicazione, saltellanti  e tutte dentro un click, ci stanno suggerendo un altro modo di fare politica: random. Altalenante. E per questo non inquadrabile o iscrivibile nelle forme di aggregazione tradizionali della comunità e della politica.
Così la finestra della chat o del commento è lo spazio in cui ognuno fa emergere la propria differenza, l’assenso e/o dissenso, un caotico assemblaggio di riflessioni, di ridondante reiterazione di messaggi , un coro dissonante  e discontinuo che dà  forza, legittimità e autorevole spazio alla auto-rappresentazione.

Concludo con riflessione e una domanda. Un controllo organizzato ex alto e totale sulla politica 2.0, come di fatto è possibile nella più tradizionale struttura piramidale delle organizzazioni sociali e politiche del Novecento, è difficilmente praticabile.

Possono oggi le forme partitiche di aggregazione e partecipazione raccogliere questa sfida?
Può essere rimodellata sulle forme sovversive e disordinanti della comunicazione politica digitalizzata non solo la struttura organizzativa dei partiti ma anche una nuova forma di democrazia digitale, di partecipazione e di rappresentanza?
Troppo presto per dare una risposta esaustiva.

[translation by Enzo Pizzolo]

An initial definiton of the concepts of “culture”,”politics” and “communication” makes easier the comprehension of this text.

Culture: That cluster of material and immaterial objects, a constitutive part of a group, and that, somehow, makes us possibile to spot it, in its specificity and difference. One of its strategical factors is a changeover that matures both at an individual and a collective level. For this reason we can speak of processing identities, changeable, never settled and defined once and for all. Multiple identities because they’re crossed by colloquial productions formulated in social fields that only temporarily close an individual experience in a partial definition of the ego.

The history of the migrations from Australopithecus onwards helps us to understand why the borders amid cultures are never defined once and for all. Cultures, as cultural identities, are in motion, are historical and processing entities. As well as the borders amid States, amid the political geograpies of nations, have been made definitely permeable by the globalized communication’s nets in the Twentieth Century.

“The global village”, an expression several times used by Marshall McLuhan describes well the power of communication technologies to determine the collective and individual imaginary, their ineluctable effects on the worlds of daily life. And this independently from the contents and from the information they transmit.

But communication is not a modernity’s invention, it’s typical of mankind. Symbolic communication, culture, are its most remarkable ingredients that gives a shape and a matter to it.

Politics. Or rather politics in a plural way: the activation of processes that make possible – or rather they should make possible – to give answers to problems of collective importance. But politics, communication are a part of culture, as a matter of fact. Therefore, when I speak about politics and culture I can better say culture of communicational politics if I mean, for example, to concern about new and old modalities of making a political speech. Because popes and kings, politicians and petty ones, have always made use of media.

Only to mention an example, a king’s effigy on a coin was flowing communicational and economical power, told and divulged by one of the most powerful instruments of power itself: money. But to speak about communicational and cultural politics also means to focus on the interlacement amid three terms, three elements, because it’s impossible to prescind from communication, anyway.

Amid the agents of primary socialization, as we know, media have had, from the Fifties onwards, a strategic role to divulge culture, information, education and political competition. In the relation between political power and mass-media, you can say for sure that a leader’s political communication assumes a pivotal role but that it’s also structured on a top-down communicative model. It’s a vertical and a generalist word irradiated from the center – the center of political powers – to the suburbs. Here, communication is the word’s vertical power and no more to share, an horizontal sharing of the word itself.

A verticality that, from the Eighties onwards, has had a good hand with the accession of commercial (private) tvs, has cleared a neoliberal culture made in Italy and has fed – altering it – every millimetre of our mind-body. It has fed our mental representations, the categories that orient our daily life’s recognizability, that nourish our collective and individual imaginary, our common feeling.

In this way it’s matured the transition from a project of a possible society to a solitary rush of every “ego” that has removed from his/her familiar lexicon terms like “solidarity”, “sharing”, “cohesion of the political action”, in an individual and collective project of life: everything is cash, in its mental and physical shape, material and symbolic.

These are drifts and worrying landings that are overbearingly imposing themselves to our glances in the circularity between private televisions, talkshows and “puppet theatres of politics”: it’s the victory of a new and generalized, reifying culture of the body, of compere’s assistans girls and career escorts. The final user’s triumph. The manager’s style has erased every form of interventionism in market economy, inaugurating an unprecedented “Res Publica”: it has interlaced power, sex, politics in “unpublished” recruitment drives in Parliament for new and extemporized government coalitions.

New media have raised the challenge for a new and different communicational politics, in the age of digitized contents, that doesn’t speak to the masses, but about the subject in his/her peculiarity and specificity, about the centrality of his/her beginning to speak that is not competition or a conquest of places of power, but creation of new spaces: the virtual squares, for generative politics of another future.

Then, the word’s digitizing becomes an individual/collective body and space of experience meant to be, in the colloquial path of daily life and politics’ virtual worlds, – each of them, in their specificity and difference – unity and multiplicity.

Social networks have put forward a political and communicative competence completely different from those we used to know till now. It overturns that word’s verticality able to enlarge the gap between tops and bottom. New media’s communicational politics becomes a singular and a plural body. It inaugurates a new category: digital democracy, widespread, pervasive, including: it’s the space of many voices that take part, and by full right, to politics’ colloquial practices but completely out of parties’ asphyxiated rooms.

Therefore, compared with the fragmentation and dissolution of community’s traditional places and forms (- family, crowd and party) and that many people have noticed, social networks are feeding unexpected and heterogeneous models of aggregation, new and unforeseeable political sensibilities in the young types of use.

It could be useful to start with a consideration about modalities of aggregation, about friendly relationships that feed on theirselves, take shape and spread beginning with individual and shared requirements. There are profiles, groups and pages that count hundreds and also thousands of subscribers. The content of these messages is clear, short and direct: synthesized in few and essential words: for example “No to racism”, or “No to Gelmini’s Reform” and so on.

This ability to reach many people, immediately sharing essential and incisive messages, drives us to think that, maybe, the ways themselves of communication, thumping and “all in a click”, are suggesting a nother way of making politics to us: random. Swinging. And for this reason not organizable or enterable in community and politics’ traditional ways of aggregation.

For this reason, a chat window, or a post one, is the place where everybody can show his/her own difference: an approval or a disapproval, a chaotic assembly of considerations, a redundant reiteration of messages; a discontinuous and dissonant choir that gives strength, legitimacy and an authoritative space to self-representation.

I’d like to end it with a consideration and a question. An organized control – absolute and “ex alto” – of politics that, as a matter of fact was possible in the most traditional pyramidal strcture of social and political organizations of the Twentieth Century, is barely practicable in the third Millennium.

Can party’s ways of aggregation and participation accept this challenge today? Can the subversive and disordering ways of digitized political communication be a benchmark to remodel not only parties’ bureaucratic structure but also a new form of digital democracy: participative and representative?

It’s too early to give an exhaustive answer.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *