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27 dicembre 2014

Ortodonzia: una forma moderna di antropoiesi?

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Michele Gasapini

 

Indagine Sulle Forme Antropoietiche Del Cavo Orale Del Passato e Del Presente

 

1. Significato e origine dell’antropoiesi

1.1. Definizione

Antropoiesi è un concetto antropologico sviluppato dal professor Francesco Remotti.[1] per indicare le forme culturali di costruzione dell’essere umano secondo l’ideale e gli obiettivi espressi dalla società a cui appartiene. Concetto al contempo universale e particolare, universale in quanto tendenza comune a tutte le culture di ogni epoca e parte del mondo, particolare in ragione degli specifici canoni di idealità a cui aspirano, in tutta al differenza osservabili tra i fianchi delle modelle sulle passerelle parigine e quelli delle veneri callipigie dei musei capitolini.

1.2 L’incompletezza della natura umana

L’uomo nasce nudo diceva Aristotele duemilacinquecento anni fa, e la cultura provvede al resto, andando a formare tanti tipi diversi di umanità quante sono le diverse culture sparse per il mondo. Alla prospettiva antropoietica sottointende dunque l’idea di incompletezza strutturale dell’uomo che come osserva Geertz[2] non solo è un produttore di cultura quanto prima di tutto un suo prodotto. Affermazioni confermate dalle osservazioni degli studi più avanzati nel campo delle neuroscienze e della genetica. Non solo è dimostrata la plasticità del sistema nervoso centrale in risposta a stimoli culturali nel corso dello sviluppo dei prima anni di vita e il mantenimento di potenzialità adattative anche nella vita adulta;[3][4] fattori epigenetici e quindi in potenza culturalmente determinati e determinabili sembrano poter modificare l’espressività del genoma in fase pre e post-uterina.[5]

1.3 Antropoiesi: tra finzione e necessità

Senza addentrarci nelle sfumature e nelle conseguenze di questa affermazione quello che ci preme sottolineare è come le pratiche antropoietiche siano operazioni culturali ma vengano vissute dai membri di una determinata cultura come un dato naturale. Naturale inteso nella duplice accezione di espressione di una necessità biologica e di rispecchiamento di un ideale fissato a priori, generalmente da una divinità o un antenato; in sintesi qualcosa al di là dell’arbitrio, umano, dello spazio e del tempo. Questo aspetto è fondamentale per comprenderne il carattere imperativo, la necessità di essere uomini e donne completi spiega la scelta di sottoporsi a pratiche anche dolorose o invalidanti, a cui non ci si può sottrarre pena l’incompletezza, l’irrazionalità di non rispondere a ciò che ha da essere, di perdere la propria umanità. La costruzione dell’essere umano non passa solamente tramite l’imposizione di un ethos comportamentale sulla base di un eidos, ideale, che lo determina all’interno di una data cultura, ma attraverso una serie di pratiche e azione che hanno come protagonista e sede di manifestazione il corpo. Seguendo la lezione di Bourdieou nel concetto di habitus, il corpo costituisce campo privilegiato d’indagine antropoligica come luogo in cui e attraverso cui si manifesta la cultura, un concetto dialettico che rende conto della sua duplice e contraddittoria caratteristica sia di oggetto che di soggetto culturale. Non una costruzione astratta, sebbene si basi su una astrazione ideologia di un ideale umano da ricercare, bensì una creazione sensibile attraverso azioni e pratiche agite.

1.4 Significatività del cavo orale

La bocca, i denti e le strutture annesse rivestono un ruolo privilegiato nelle pratiche antropoietiche, e questo è intimamente legato al ruolo che queste strutture svolgono in molte attività primarie dell’essere umano:

  1. Fonazione
  2. Nutrimento
  3. Attacco e difesa
  4. Affettività e sessualità

A questo enorme significato biologico e simbolico corrisponde un analogo interesse estetico da parte di ogni cultura e in ogni tempo, compreso l’attuale, riguardo l’apparato stomatognatico.

1.5 Pratiche antropoietiche nel cavo orale

Sempre Remotti[6] contribuisce con un’importante categorizzazione dei vari interventi antropoietici, proponendo una suddivisione in base alle tipologie d’intervento sul corpo partendo dal modo di vestirsi, reversibile e accessorio, per arrivare alle modificazioni chirurgiche e ormonali, in un crescendo di irreversibilità e profondità d’azione nel corpo e nella psiche. Le modificazioni a livello dentale e del sistema stomatognatico rientrano in più categorie:

  1. Cosmesi, coloritura e pitture corporali
  2. Perforazioni e inserimento di oggetti esterni
  3. Intaglio dei denti
  4. Amputazioni
  5. Chirurgia estetica moderna
  6. Modellamento della struttura ossea dall’esterno

Cateogia a.

Per quanto riguarda la categoria a. ricordiamo l’abitudine a colorare i denti con pigementi colorati a scopo estetico o cerimoniale in molte culture come per esempio l’utilizzo, attesta nel sud-est asiatico di diverse sostanze tra cui betel e una specie di bitume composto da latte di cocco, limatura di ferro e scorza di melograno,[7] in questa categoria devono essere inserite tutte quelle pratiche di sbiancamento degli elementi dentari con prodotti chimici a base di persossido di idrogeno o di carbamminde che da trent’anni sono proposti e richiesti con frequenza crescente all’interno dei nostri studi odontoiatrici.[8]

Categoria b.

Remotti considera pratiche specifiche di questa categoria le incrostazione dei denti ottenute tramite metalli e pietre preziose, facendovi rientrare solo in parte l’inserimento di denti fissi o dentiere. Queste pratiche interessano le civiltà amerinde, oltre ad alcune zone dell’india e della cina, ma questo genere di attività sono all’ordine del giorno nei gabinetti dentistici dove denti vengono ricostruiti e ricoperti con vari di materiali metallici e non, e piccoli brillanti possono essere applicati con tecniche adesive.

Categoria c.[9]

Si tratta d’interventi diffusi in passato in tutto il mondo,[10] in cui l’elemento dentale viene modificato in maniera irreversibile attraverso tecniche d’intaglio favorite dalla struttura dura e stabile che permette di dare una forma molto precisa al dente. Colpisce in questa categoria il carattere irreversibile, il dolore annesso a tali pratiche, la possibilità di mettere a rischio la stessa vitalità del dente e compromettere la funzione masticatoria.

Categoria d.

La pratica dell’avulsione dentale a scopo estetico presenta anch’essa una enorme diffusione a livello planetario. Alcuni studi hanno collegato la rimozioni degli incisivi a riti d’iniziazione in cui l’avulsione del dente esprime la morte inziatica, la rottura con il mondo dell’infanzia e l’ingresso nella comunità degli adulti. Non va dimenticato come l’estrazione a scopo estetico ha luogo anche nella moderna odontoiatria dove denti sani possono essere tolti per permettere un corretto allineamento degli altri elementi.

Categoria e.

La chirurgia estetica moderna, in gran parte invenzione del novecento, prevede interventi su tutto il corpo. Il volto non è escluso da questo genere di trattamenti anzi ne è uno dei luoghi privilegiati di rappresentazione. A livello stomatognatico possiamo avere interventi sia sui tessuti duri che sui tessuti molli, da tecniche ambulatoriali e reversibili a interventi maxillo-facciali di intervento sulle ossa mascellari.

Categoria f.

L’autore definisce come appartenenti quelle modificazione della struttura ossea mediante compressioni o elongazioni proponendo esempi etnografici quali la compressione del piede delle donne cinesi o l’allungamento del collo presso alcune popolazione africane e del sud-est asiatico. Questa categoria è stata lasciata per ultima, non seguendo la successione logica proposta perchè Remotti non prende in considerazione l’apparto stomatognatico. Sembra tuttavia corretto inserire in questa categoria tutte le pratiche miranti allo spostamento dei denti tramite l’applicazione di forze esterne, e quindi fare rientrare anche la moderna ortodonzia all’interno di questa categoria, arricchendo la definizione che ha peraltro valore euristico e non esclusivo proposta da Remotti.

 

       2. Ortodonzia: pratica terapeutica o antropoietica

2.1. Pratiche antropoietiche del cavo orale nella modernità

Si tratta di una questione tutt’altro che irrilevante sia da un punto sociologico e antropologico che da un punto di vista medico ed etico; un atto antropoietico è come abbiamo visto è una finzione, un atto culturale interpretato come atto naturale, ma che rimane in ultima sostanza un qualcosa di non necessario. La modernità non è esente da queste pratiche ed è abbastanza facile riconoscerle nei trattamenti di sbiancamento dentale, nell’utilizzo di corone o faccette o nell’incollare brillanti sulla superficie del dente. Nonostante l’ambiguità di fondo dovuta al fatto che spesso queste pratiche sono affidate a un medico o a un professionista con formazione sanitaria, risulta chiara la natura culturale di queste azioni, condizionata dai concetti di bellezza e idealità dell’occidente e il cui grado di fascinazione è dipendente dall’interazione di diversi fattori psico-sociali. La chirurgia estetica ad esempio, effettuata in ambiente ospedaliero, presenta tutte le caratteristiche di un intervento antropoietico, al punto che Remotti la definisce una categoria a se stante tipica della modernità. Lo scopo della chirurgia estetica è migliorare l’aspetto fisico attraverso interventi su un individuo sano a differenza della chirurgia plastica, di cui, in ambito medico, la chirurgia estetica è considerata una branca, il cui scopo è correggere e riparare difetti morfologico-funzionali o anomalie di tessuto sia congenite che secondarie a traumi o patologie; una differenza minima sul piano operativo, sul quello teorico una differenza sostanziale. Arriviamo così al nucleo della nostra trattazione: le terapie ortodontiche sono da considerarsi pratiche antropoeitiche? L’ortodonzia nasce convenzionalmente nel diciasettesimo secolo[11] ma l’obiettivo di un corretto allineamento dentale tramite limature ed estrazioni è presente con testimonianze scritte fin dagli antichi romani[12]. E’ indicativo il fatto che Remotti non prenda in considerazione per inserirla o escluderla una pratica che interessa potenzialmente dal 57% al 59% della popolazione.[13] E d’altra parte nemmeno possiamo definire neutra la definizione di terapia ortodontica che veicola l’idea di una pratica rivolta al trattamento di uno stato patologico o la sua prevenzione. Si tratta di un punto pivotale nel nostro percorso di ricerca, fino a che punto una terapia medica può essere considerata un atto antropoietico?

2.2 Malocclusione e patologia

La prima domanda che dobbiamo quindi porci è se la malocclusione deve essere considerata o meno uno stato patologico, una domanda la cui risposta sembrerebbe quasi scontata dato che viene comunemente messa in relazione relazione causale con carie dentali, problemi parodontali, disfunzioni articolari oltre che a un impatto estetico negativo.[14] Tuttavia da un’attenta analisi della letteratura scientifica possiamo notare come non siano state dimostrate relazioni tra malocclusione e carie.[15] [16] Ugualmente non ci sono evidenze che indichino effetti benefici del trattamento ortodontico sul futuro stato di salute parodontale[17] e anche per quel che riguarda le problematiche all’articolazione temporo-mandibolare non è stato possibile dimostrare un collegamento tra queste e la malocclusione[18]. L’unico obiettivo razionalmente legato all’ortodonzia è dunque quello del miglioramento estetico, secondo canoni culturali variabili e variati nel corso tempo.[19]

Al contrario alla terapia ortodontica sono associati rischi sia per il dente (demeniralizzazioni, fratture, riassorbimenti radicolari, pulpiti) che per i tessuti di sostegno ( gengiviti e perdita di osso alveolare).[20] Il dolore è spesso legato a queste pratiche e specialmente dove alla terapia ortodontica è associata la chirurgia, per esempio per la correzione dei progenismi mandibolari ( III classi scheletriche). Alcune terapie ortodontiche, come già accennato in precedenza, prevedono l’estrazione di elementi dentali sani, solitamente i premolari, per permettere un allineamento estetico dei rimanenti. Terapie quindi costose sia finanziariamente che biologicamente e in cui la stabilità a lungo termine non può essere scientificamente garantita.[21]

Primus non nocere, recita il giuramento d’Ippocrate, e il medico a questo punto si trova o dovrebbe trovarsi di fronte a problematiche etiche e morali non di poco conto, al momento di proporre una terapia che ha come unica motivazione in circa l’ottanta per cento dei pazienti[22], esclusi quindi i casi più gravi, quella di migliorare l’aspetto in nome di una arbitraria normalità fisiologica che però non ha solide basi scientifiche.[23]

Possiamo quindi ragionevolmente affermare nella grande maggioranza dei casi non è dimostrato che la malocclusione sia o sia causa di patologia, e pertanto l’utilizzo del termine terapia probabilmente improprio per definire interventi di natura cosmetica.

2.3 Importanza dell’ortodonzia

Questo non significa disconoscerne l’importanza, il re può essere nudo ma rimane pur sempre un re, lo spogliare l’ortondonzia dalle sovrastrutture, sovrastruttura che rappresenta ciò che dovrebbe essere o crediamo debba essere, ci permette di comprenderne la vera natura. E’ stato provato da numerosi studi come la malocclusione influisca negativamente con un forte relazione sulla qualità della vita (OHRQoL) a livello fisico, sociale e psicologico[24] [25] nell’adolescente come nell’adulto e che migliori dopo trattamento riabilitativo.[26] Si tratterebbe quindi di un intervento che pur non rientrando nella maggior parte delle definizioni di terapia, avrebbe comunque modo d’incidere sulla salute dell’individuo. Tuttavia, dato che il divavolo si sa si nasconde nei dettagli, è interessante analizzare quegli studi che si discostano dalla conclusione generale. Osserviamo allora che il legame tra malocclusione e qualità della vita è minore in Iran[27] e tra gli zulu del Sudafrica,[28] limitato alle malocclusioni più gravi in Arabia Saudita[29] e assente in Nigeria.[30] Quattro studi che riguardano popolazioni e società relativamente distanti dagli standard estetici della globalizzazione occidentale ci indicano come i benefici fisico-psico-sociale dell’intervento ortodontico siano dipendenti dal contesto culturale dove l’intervento avviene. La conclusione che possiamo porre a queste breve analisi è che l’ortodonzia ha grande importanza nel fare sentire le persone complete e accettate, a farle sentire sane e normali ma questo è vero solo se rinunciamo ad ogni pretesa d’universalità.

 

  1. Ortodonzia forma pienamente realizzata di antropoiesi moderna.

3.1 Ortodonzia un’antropoiesi del presente

Alla domanda che apre questo articolo non possiamo dare che una risposta affermativa: l’ortodonzia può essere considerata una pratica antropoeitca. Abbiamo visto come si tratti come una pratica dolorosa, potenzialmente pericolosa, che in alcuni casi prevede l’estrazione di elementi dentari sani, priva di basi scientifiche evidenti che ne legittimino la pratica in assenza di difetti di funzione, il cui unico razionale è il raggiungimento di obiettivi estetici, secondo concetti arbitrari di normalità e salute. Il ghigno etnocentrico di divertimento o di disgusto che si dipinge sul volto e nella mente di noi occidentali di fronte a pratiche e di culture lontane non può che essere considerato, per usare le parole di Oscar Wilde, la rabbia di Calibano che non riconosce il suo volto allo specchio; le pratiche antropoeitiche sono incise nell’essenza del nostro essere uomini.

L’ortodonzia inoltre può ben rappresentare la cifra dell’antroipoiesi pienamente realizzata in seno alla modernità. Attraverso il paradigma della medicalizzazione raggiunge l’obiettivo ultimo di ogni antropoiesi e di ogni pratica culturale egemonica: il far passare come naturale ciò che è un dato culturale. Ottiene questo facendo rientrare ciò che fuoriesce da un categoria arbitraria di normalità in patologia, cosa che porta a considerare l’intervento ortodontico come una pratica medica per mantenere o recuperare uno stato di salute, e non, come è in realtà, una pratica intrapresa allo scopo di raggiungere un ideale estetico dipendente dal contesto culturale. La stessa parola normocclusione con cui si definisce l’obbiettivo dell’ortodonzia porta in sé il significato di una normalità che deve essere ricercata a fronte di una malocclusione che si ritrova ad essere anormalità da correggere. Antropoiesi pienamente realizzata proprio perchè finzione completamente celata, e quindi in grado d’insinuarsi nelle mente e nei corpi nella forma di un’ineluttabile necessità.

3.2 Sviluppi delle finzioni antropoietiche

E’ interessante osservare un duplice sviluppo delle finzioni antropoietiche in campo ortodontico tramite due fenomeni in opposizione dialettica, nel primo caso l’intervento è celato fino a scomparire, nel secondo scompare il fine e rimane l’intervento, feticizzato a obiettivo a rimanere come atta simbolico privo di qualsiasi risultante pratica. La prima tendenza è quella che cerca di nascondere esteticamente l’intervento, miniviti al posto dii ingombranti trazioni extraorali, bande e attacchi in materiali estetici del colore del dente per la terapia fissa, fino ad arrivare a terapie linguali o all’uso di mascherine trasparenti preformate. Questo potrebbe ascriversi non solo al desiderio di diminuire il danno estetico in corso d’intervento, la domanda sempre più frequente di queste più elaborate metodiche,[31] rileva il desiderio di far apparire l’intero processo di riposizionamento dei denti il più naturale possibile, rendendo invisibile l’intervento dell’uomo. Una finzione nella finzione, in cui finto non è solo l’obiettivo che si vuole raggiungere sotto forma della pretesa normalità, ma anche il modo per raggiungerlo rimane celato quasi da farlo sembrare un processo naturale.

Al polo opposto di questo processo la tendenza tra i giovani nel sud-est asiatico d’indossare apparecchi dentali in assenza di malocclusione. Ciò che prima veniva nascosto è ora ostentato e al tempo stesso svuotato della sua funzione originaria. Una feticizzazione dell’intervento medico in cui il mezzo diventa il fine antropoietico in atto, sempre al prezzo di sofferenze, danni tissutali, infezioni.[32] Ancora una volta una finzione nella finzione in cui finto è il fine e finto lo strumento per realizzarlo.

3.3 Antropoiesi e alienazione

La forza dell’imposizione di un modello estetico passa proprio per la capacità di quest’ultimo d’essere percepito come un dato naturale. Come in ogni tempo e luogo l’ideale culturale esercita un ruolo fondamentale nella costruzioni di corpi e menti adatti a rappresentare un dato tipo di umanità. In un mondo pervaso dalla forma merce, diventa merce anche l’antropoiesi, fagocitate nell’ambiente in cui siamo immmersi, sotto una forma così distante dalla ritualità partecipativa delle comunità primitive, dove spesso erano inserite, può essere difficile riconoscere la reale natura di queste pratiche, che però non perdono importanza e significato. E’ nella piazza del mercato Nietzsche fa annunciare la morte di Dio,[33] allo stesso modo atti tipicamente antropoietici come l’ortodonzia, persa ogni aura di sacralità, sono venduti sottoforma di prestazioni professionali. L’ideale occlusale a cui tendere è nascosto sotto il velo della medicalizzazione, medium sociale che nasconde il significato strettamente culturale delle pratiche antropoietiche. Ideale culturale che nella modernità non può che essere inscritto all’interno del sistema socio-economico in cui viviamo e diventa, per forza di cose, coevo alla caratteristiche della forma merce. Da una parte viene offerta la massima libertà di scelta individuale, dall’altra la forza attrattiva del modello diventa sempre più pressante ed escludente per chi vi si pone ai margini, creando un mondo in cui l’obiettivo da raggiungere diventa un’unica perfezione sempre più irrealizzabile, tramutando quel senso d’inadeguatezza, incompletezza sottoteso alle pratiche antropoietiche nel motore immobile che ci spinge ad acquistare per riempirlo. All’aumentare dell’inadeguatezza aumenta la forza attrattiva che ci spinge verso pratiche sempre più elaborate, in cui dietro l’apparente pluralità dei messaggi e di accettazione dalla diversità, l’unico reale pensiero dominante è quello che ci spinge ad essere consumatori di umanità; e del resto se l’umanità è alienata non possono che esserlo anche i riti che dovrebbero crearla.

 

  1. Prospettive

4.1. Ortondonzia come forma antropologia e sociologia

Non v’è dubbio che la difficoltà di percepire l’ortodonzia come fenomeno antropoietico nasca dal fatto che il suo essere finzione appartenente al contesto culturale in cui siamo inseriti. Dove il tempo e la distanza aiutano ad avere una visione nitida delle cose, l’analisi del presente risente invariabilmente del nostro essere al medesimo tempo soggetto e oggetto, in una situazione che rende utopica ogni pretesa di terzietà. Tuttavia sono proprio gli appigli più difficili da afferrare che permettono di raggiungere quella vetta che rende visibile l’intero orizzonte. Significa, seguendo la lezione di Geertz, spogliare i fenomeni dalle loro sovrastrutture per analizzarli in quanto tali in un processo di descrizione densa degli strati del reale; non si tratta tanto d’interpretare quanto di svelare ciò che è vero da ciò che non lo è. Sarebbe però sbagliato pensare che il nostro obiettivo sia una ricerca di verità, tutt’altro il nostro sguardo deve essere rivolto in maggior misura verso l’irreale. E’ qui che troveremo la parte più feconda del percorso, esplorando quelle costruzioni culturali che sono significato e significante del reale ed espressione celata e per questo ancor più rilevante delle dinamiche e delle ideologie della modernità per poterla comprendere.

4.2 Ortodonzia come pratica medica.

Avere rivelato lo spirito antropoietico di una pratica come l’ortodonzia, non significa sminuirne l’importanza, nè vuole essere un tentativo per riformare la disciplina. Non bisogna dimenticare l’esistenza di terapie mirate a correggere o prevenire situazioni di deficit funzionale, in cui risulta evidente il ruolo di pratica medica dell’ortodonzia. La salute è definita dall’ OMS come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”, seguendo questa ampia definizione l’ortodonzia può essere considerata una pratica che ha a che fare con la salute, risultando rilevante il ruolo di una corretta occlusione e di un sorriso esteticamente gradevole per il nostro sentirci socialmente accettati e conseguentemente per il nostro benessere sia psicologico che fisico: in quest’ottica la definizione di terapia torna ad essere corretta. Porsi domande sull’intima natura delle pratiche operate e proposte è però deontologicamente indispensabile per essere consapevoli degli effetti, dei vantaggi e dei rischi inscritti nelle terapie proposte. Altra questione rilevante è definire se e quanto un’istituzione debba farsi carico dei costi inerenti tali terapie o il senso d’interventi umanitari in culture diverse dalla nostra; il delicato e attuale argomento della gestione delle risorse disponibili non può prescindere da questo tipo di analisi.

 

     Conclusioni

Per molti aspetti l’ortodonzia deve quindi essere considerata una pratica antropoietica del nostro tempo: trae la sua forza dal far passare quello che è un processo culturalmente guidato come una pratica che mira a produrre uno stato di salute e quindi ha riportare il soggetto al suo stato naturale. Questo nasconde un’idea di umanità che non può essere che particolare alla nostra epoca e contesto, ed è quindi espressione dell’ideologie ultime della modernità. Uno stato di salute quello che si raggiunge con la pratica ortodontica primariamente sociale e conseguentemente psicologico. Ricondurre e studiare queste pratiche, l’evoluzione dei concetti di salute e normalità e la finzione che le nasconde ci permetterà da una parte di comprendere meglio il presente e le sue dinamiche e da un punto di vista medico di acquistare quella consapevolezza necessaria per produrre una crescita e una ricerca il più possibile libera da condizionamenti e preconcetti.

 

     Note

[1]REMOTTI Francesco 2010: Antropopoiesi: presupposti, implicazioni, tipologie, Rivista italiana di Gruppoanalisi, pp. 31- 56.
[2] GEERTZ Clifford 1987: Interpretazione di Culture, Bologna, Il Mulino.
[3]SOWELL E.R. et al. 2004: Longitudinal mapping of cortical thickness and brain growth in normal children. J. Neurosci. 24.
[4] SHAW P. et al. 2008: Neurodevelopmental trajectories of the human cerebral cortex. J Neurosci., Apr 2;28(14)
[5]STACY S.D. et al. 2014: The Association of Telomere Length With Family Violence and Disruption. Pediatrics.
[6] REMOTTI F 2013: Fare umanità. I drammi dellantro-poiesi. Laterza
[7]CHIPPAUX C 1990: “Des mutilationes, deformations, tatouages rituels et intentionelles chez lhomme in Encyclopedie de la Pléyade, Histoire de Moeurs, a cura di J.Poiere vol I.Les coordonés de l’homme e la culture materielle.
[8]CAREY CM 2014: Tooth whitening: what we now know. J Evid Based Dent Pract.
[9] GUARDA L. MASON P.N. 1989: Mutilazioni dentarie: un enigma etnologico. Il dentista moderno.
[10] HEADLAND T.N. 1977: Teeth mutilation among the casiguran dumagat. Philippine Quarterly of Culture and SocietyVol. 5, No. 1/2, Philippine Cultural Minorities – II (MARCH – JUNE 1977)
[11] PHILIPPE J 2010: 282 years of orthodontic history. Journal of Dentofacial Anomalies and Orthodontics, volume 13 / Issue 04 / December 2010, pp 381-384
[12] MONTAGNA L et al. 2011: Storia dellortodonzia. Ortodonzia Tecnica. 01/2011
[13] PROFFIT WR, FIELDS HW Jr, MORAY LJ 1998: Prevalence of malocclusion and orthodontic treatment need in the United States: estimates from the NHANES III survey. The International Journal of Adult Orthodontics and Orthognathic Surgery [1998, 13(2):97-106]
[14] American Association of Orthodontists. 2009. http://www.braces.org/learn/Why-Straighten-Teeth.cfm (accessed 11 Mar 2010).
[15] HAFEZ HS et al. 2012: Dental crowding as a caries risk factor: a systematic review. Am J Orthod Dentofacial Orthop. 2012 Oct;142(4):443-50.
[16] HELM S, PETERSEN PE 1989: Causal relation between malocclusion and caries. Acta Odontol Scand. 1989 Aug;47(4):217-21..
[17] BOLLEN AM et al 2008: The effects of orthodontic therapy on periodontal health: a systematic review of controlled evidence. J Am Dent Assoc 2008; 139; 413-22
[18] BADEL T et al 2012: Temporomandibular disorders and occlusion. Clin Croat. 2012 Sep;51(3):419-24.
[19] IOANNIDOU-MARATHIOTOU I et al 2008: Orthodontics and esthetics of the face: from the “canons” of ancient times to contemporary pluralism. A critical review. Prog Orthod. 2008;9(2):20-33.
[20] ELLIS EE, BENSON PE 2002: Potential Hazards of Orthodontic Treatment What Your Patient Should Know. Dental Update, Dec 2012.
[21] O’NEILL J. 2007: Long-term stability after orthodontic treatment remains inconclusive. Evid Based Dent. 2007;8(3):81-2.
[22] ACKERMAN MB 2010: Selling orthodontic need: innocent business decision or guilty pleasure? Journal of Medical Ethics, Vol. 36, No. 5 (May 2010), pp. 275-278
[23]ACKERMAN JL et al 2007: A Philadelphia Fable: How Ideal Occlusion Became the Philosopher’s Stone of Orthodontics. The Angle Orthodontist: January 2007, Vol. 77, No. 1, pp. 192-194.
[24] MASOOD Y et al. 2013: Impact of malocclusion on oral health related quality of life in young people. Healt Qual Life Outcomes 2013 Feb 26; 11:25.
[25] ZHANG m, MCGRATH C 2006: The impact of malocclusion and its treatment on quality of life: a literature review. International Journal of Paediatric Dentistry 12/2006; 16(6):381-7.
[26] SILVOLA ASI et Al 2013 Dental esthetics and quality of life in adults with severe malocclusion before and after treatment. Angle Orthod. 2013 Dec 5.
[27]HERAVI F et al 2011: Do malocclusions affect the oral health-related quality of life? Oral Health Prev Dent. 2011;9(3):229-33.
[28] NAIDOO S et al 2013: The relation between oral impacts on daily performances and perceived clinical oral conditions in primary school children in the Ugu District, Kwazulu Natal, South Africa. SADJ 2013 Jun;68(5):214-8.
[29] DAWOODBHOY I et al. 2013: Impact of malocclusion on the quality of life of Saudi children. Angle Orthod 2013 Nov; 83(6): 1043-6
[30] ANOSIKE AN et al 2010: Malocclusion and its impact on quality of life of school children in Nigeria. West Afr J Med. 2010 Nov-Dec;29(6):417-24.
[31] SIMON JS 2012: Adult lingual orthodontics: a shift in our everyday routine. Int Orthod. 2012 Mar;10(1):54-65.
[32] MALIK S 2012: La morte ha i denti dritti. http://www.vice.com/it/read/apparecchi-per-i-denti-trend. 2012-04 (accessed 20-06-14)
[33]NIETZSCHE F. 1887 La gaia scienza, aforisma 125. Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1976, vol. XXV, pagg. 213-214

 

 Bibliografia

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