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30 agosto 2016

Note sullo spazio ai nostri giorni

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Vittore Collina

Anche se contratto nella sua fisicità e reso in parte secondario dai mezzi a disposizione oggi, lo spazio non solo continua a rivestire un ruolo basilare nel nostro essere nell’ambiente, ponendo i punti di riferimento e fornendogli, come dice U. Volli, “la sua dimensione di senso”1, ma, attraverso immagini e rappresentazioni, offre criteri e supporti per la nostra organizzazione mentale e nei discorsi e negli scritti è più che mai presente in forma di analogie e di metafore.

Negli anni 70 del Novecento una serie di pensatori, attenti ai mutamenti in atto, scrivendo tra filosofia e sociologia, riflettevano sulla grande diffusione di immagini, rappresentazioni, simulacri, e parlavano di ‘impero delle immagini’, di livelli intermedi tra ‘presenza’ ed ‘assenza’, di ‘derealizzazione’ e di spazi virtuali2.

Si prendeva atto di un mondo in cui si accumulavano crescenti strati simbolici e che sembrava perdere quei caratteri di solidità e di permanenza che un tempo si associavano all’idea di realtà. Ma la concretezza di ‘simulacri’ e ‘rappresentazioni’ sembravano il risultato di fantasie visionarie più che considerazioni attendibili. Oggi è la problematica è largamente superata: gli spazi digitali sono entrati nella vita di tutti giorni, in quanto largamente supportati dai tanti strumenti elettronici, e la convivenza-intersezione con gli spazi materiali è divenuta così familiare che non suscita più clamori.

Al di là di questi nuovi aspetti, ritornando all’uso delle immagini spaziali, si può aggiungere che esse, con il loro arsenale di piani, sovrapposizioni, intersezioni, frammentazioni, vicinanze, lontananze, divaricazioni, angolature ecc., sono di aiuto per pensare la complessa realtà dei nostri giorni.

La nozione di spazio, allora, vale assai più come analogia o come metafora3. In altri termini oggi si può parlare più ampiamente e disinvoltamente delle capacità euristiche delle rappresentazioni spaziali: sia con riferimento alle nostre condizioni interne (gli spazi delle percezioni, delle fantasie, delle passioni) sia per cogliere e organizzare mentalmente le tante articolazioni, i piani, le intersezioni della poliedrica realtà derealizzata di oggi.

La sociologa americana Saskia Sassen, nota per i suoi studi sulle ‘città globali’, si dimostra particolarmente attenta agli spazi e fa largo uso di immagini e rappresentazioni ‘spaziali’. Il tema delle città di per sé implica attenzione in questa direzione, ma nelle analisi e nelle opere di questa studiosa gli spazi giungono a rivestire un ruolo particolare perché supportano o divengono strumenti interpretativi capaci di gettar luce da angolature nuove e di evidenziare il rilievo di dati e/o rapporti trascurati. E’ lei a coniare la fortunata espressione di ‘città globale’ e a usarla al posto di ‘metropoli’, di ‘supercittà’ (Braudel, 1979), di ‘città mondiale’ (Hall, 1966) o di ‘mega-città’ (Dogan e Kasarda, 1988)4; e, per cogliere subito uno dei suoi approfondimenti centrali, per ‘città globale’ intende “luoghi subnazionali in cui molteplici circuiti globali s’intersecano, collocando perciò queste città in geografie transnazionali strutturate, ciascuna delle quali ha portate diverse ed è costituita in termini di pratiche e di attori distinti”5. Mentre un altro esempio dell’avvertito utilizzo dei riferimenti spaziali è quello circa “il ruolo delle nuove tecnologie interattive in ordine al riposizionamento del locale”: grazie ad esse “un’impresa che fornisce servizi finanziari diventa un microambiente con estensione globale continua. La stessa cosa succede a organizzazioni… dotate di scarse risorse. Anche queste … possono diventare microambienti con estensione globale … orientati verso microambienti analoghi situati a grande distanza, destabilizzando, in tal modo, il concetto di contesto spesso associato a quello di locale”6.

Dallo studio delle città globali e dei loro rapporti la Sassen è giunta più di recente a studiare una serie di processi in atto (dal crescente divario ricchezza – povertà al fenomeno dei profughi nel mondo, al mercato mondiale della terra, alle capacità e ai poteri della finanza, all’aumento della popolazione carceraria, alle nuove forme di attività minerarie ed estrattive, all’inquinamento da rifiuti industriali) e ha formulato un’ipotesi generale sulla tendenza che sembra delinearsi nelle società del nostro secolo: la tendenza alle ‘espulsioni’ di contro alla generale tendenza del 900 all”inclusione’ (anche questi concetti spaziali)7. Queste tematiche sono trattate con ricchezza di documentazioni e di analisi e si presentano di grande interesse; in questa sede, tuttavia, vorrei restare sulle considerazioni che la Sassen ha sviluppato sul tema delle città globali e delle riterritorializzazioni avvenute negli ultimi decenni e, di conseguenza, sul ridimensionamento del ruolo dello stato.

Il punto di partenza sta nella convinzione che nelle interpretazioni correnti dei processi economici di fine Novecento il ruolo delle città sia stato sottovalutato. Spesso si è ritenuto che siano stati il dislocamento delle attività produttive e il decollo della nuova imprenditoria finanziaria a promuoverle a città globali, ma, secondo la Sassen, anche le città hanno svolto un’opera fondamentale per la costruzione di un’economia globale8. Esse infatti hanno posto alcune condizioni di fondo per lo sviluppo delle grandi imprese e per la loro espansione all’estero: a questo scopo, son giunte a costituire reti di rapporti e funzioni internazionali capaci di fornire servizi adeguati alla mobilità dell’economia globale e alla presenza sia di ‘grandi dispersioni geografiche’ che di ‘forti concentrazioni territoriali’. Infatti, scrive la Sassen, “il settore chiave che specifica i vantaggi produttivi distintivi delle città globali è quello dei servizi altamente specializzati e costituiti in reti”9. Questo ha “contribuito a un riposizionamento delle città sul piano nazionale come su quello globale” e, suo parere, con questo stiamo assistendo “alla formazione, perlomeno incipiente, di sistemi urbani transnazionali”10 che ridimensionano il ruolo e le competenze dello stato.

Nel nostro comune immaginario collettivo gli stati, tra rivalità e intese, conflittualità e convergenze, mantengono in termini politico-istituzionali una posizione primaria sulla scena internazionale. Questo si spiega sulla base di una storia plurisecolare: in sintesi estrema dal Cinquecento in avanti, con lo stabilizzarsi degli stati Europei nel Seicento, con lo sviluppo degli apparati amministrativi e con il diffondersi dello spirito nazionale nell’Ottocento e con il divenire un’istituzione universale nel Novecento il primato dello stato pareva incontrastato. Tuttavia a partire dagli anni 90 del Novecento (fatte salve le teorie utopiche o sovversive che da tempo prevedevano o dipingevano società senza stato) le argomentazioni che parlano del ridimensionamento e del declino dello stato si sono moltiplicate. Alcuni studiosi si sono spinti a parlare della sua ‘morte’11

Sul piano storico il formarsi, nel secondo dopoguerra, dei ‘due blocchi’, capeggiati dalle due superpotenze, non aveva giovato al mantenimento delle classiche prerogative dello ‘stato sovrano’ e l’estendersi del diritto e delle istituzioni internazionali (assieme al formarsi di macro-aree economiche regionali) ha giocato, ovviamente, nella stessa direzione. Gli studi di S. Sassen e la sua tesi sulle città globali e le loro reti di rapporti la confermano e ne precisano i lineamenti con un’analisi acuta e particolarmente interessante.

Nel quadro da lei tracciato risulta una parziale denazionalizzazione dello stato con la delega a parti delle proprie amministrazioni di funzioni, che sono al servizio non più dello stato stesso ma di flussi e rapporti transnazionali mossi da altri soggetti. Scendendo più in dettaglio, i mutamenti avvenuti negli ordini di priorità dei vari poteri mondiali e il rilievo assunto dalla produzione globale e dalla finanza internazionale non significano la fine dello stato quanto piuttosto il suo ‘rimodellamento’ e la riconfigurazione di alcune sue competenze, che vengono esercitate ancora da apparati statali ma al servizio di soggetti economici che operano a livello mondiale: uffici e unità statali altamente specializzati impostano trattative, svolgono negoziazioni, mantengono i rapporti, studiano e ispirano normative che riguardano i movimenti del privato transnazionale.

Di qui l’incrociarsi di diversi ordini: assieme a quello statale, uno subnazionale (come le città globali) e uno sovranazionale (come i mercati globali). Descrivendo queste trasformazioni, comunque, Saskia Sassen non si limita a registrare il ridimensionamento di certi poteri statali, la riduzione delle ‘capacità di regolazione’ in omaggio alla ‘liberalizzazione della finanza e del commercio’, ma sottolinea anche “il necessario coinvolgimento degli stati nazionali nel processo di globalizzazione”12. In questo senso mette in luce ad esempio l’internazionalizzazione che emerge nel “negoziare l’intersezione della normativa giuridica nazionale con le attività degli attori economici stranieri – aziende, mercati, organizzazioni sovranazionali – nel suo territorio, come, del resto, le attività all’estero di attori economici nazionali”13. E accenna anche ai rapporti, che si sono sviluppati negli ultimi decenni con la “rete internazionale delle organizzazioni non governative o il regime internazionale dei diritti umani”14. A suo parere, dunque, quello che si verifica è “un riposizionamento dello stato in un più vasto ambito di potere”15.

I “nuovi attori internazionali”, le grandi compagnie e gli operatori finanziari, operano su scala mondiale, ma perseguono fini particolari e si localizzano nelle città globali. Gli stati in via di principio esercitano il loro potere nel proprio territorio e in funzione dell’interesse generale dei cittadini. Come sottolinea la Sassen, dunque, spazi tradizionali si intrecciano variamente con spazi nuovi, che operano simultaneamente, e la complicazione dei piani operativi e dei contesti si è accresciuta. Le città globali, infatti, hanno costituito a loro volta un complesso di reti, che appartengono alla sfera del privato, ma che agiscono nell’ambito legislativo dei vari stati di appartenenza; apparato giuridico, questo, su cui i grandi operatori internazionali non mancano di influire (tramite le lobbies), operando così un parziale inserimento del globale nel nazionale. A ciò si aggiungono in ogni caso i rapporti interni a ciascuno stato con le città che non si sono portate al livello dei rapporti transnazionali ma che svolgono attività e rapporti su scale locali e che hanno reti più o meno estese.

Questo quadro presenta, lo ripeto, un complesso di soggetti, di gerarchie e di rapporti in movimento, che si allontana considerevolmente dall’immagine tradizionale dei poteri politici concentrati negli stati sovrani più o meno sotto l’egida di superpotenze. Ed è un quadro che si articola ulteriormente se ci si porta su di un piano meno rarefatto e si introducono altri elementi presi in considerazione dalla sociologa americana.

In primo luogo, a differenza da quanto accadeva in precedenza, “le città che si pongono come luoghi strategici dell’economia globale tendono in parte a disconnettersi dalle rispettive regioni”16; contemporaneamente “vi è una crescente articolazione fra città a livello transnazionale”17 e a livello globale, il che vuol dire la tendenza a ripartirsi competenze specializzate in specifici settori e a diversi livelli. Il fenomeno è evidente sia sul piano transnazionale sia su quello globale. “Vi sono … da un lato città come Parigi o Londra che appartengono a un tempo a un sistema urbano o a una gerarchia nazionali, a un sistema transnazionale europeo e a un sistema globale; dall’altro, città e aree esterne a queste gerarchie che tendono a essere emarginate o a divenire ancora più marginali di quanto fossero in precedenza”18 (p 69-70). Mentre tra le città globali le specializzazioni riguardano i campi di attività più attrezzati in termini di strumenti finanziari, consulenze giuridiche internazionali, studi per le campagne pubblicitarie, studi di avvocati, consiglieri finanziari, e rivestono forte peso nelle decisioni rivolte a grandi investimenti economici. Questo conferma da un lato l’esistenza di “una nuova geografia della centralità e della marginalità”19 (la citazione continua così: “le città globali accumulano immense concentrazioni di potere economico … i dipendenti delle corporation altamente scolarizzati vedono i loro stipendi crescere a livelli inusitati”), dall’altro conferma la forza che le reti di rapporti globali hanno raggiunto. Nel 2007 la Sassen scrive: “la più potente di queste nuove geografie della centralità a livello globale collega i maggiori centri internazionali finanziari e d’affari:New York, Londra, Tokyo, Parigi, Francoforte, Zurigo, Amsterdam, Los Angeles, Toronto, Sidney, Hong Kong, tra gli altri. Questa geografia, però, comprende ora anche città come Bangkok, Taipei, Sao Paolo, Città del Messico”20.

L’altro aspetto, che la Sassen non manca di rilevare e che specifica un importante squilibrio del mercato incardinato nella quarantina di città globali di cui parla, è il prevalere del Nord Atlantico. “La dispersione geografica a livello mondiale di fabbriche e di centri di servizi avviene nell’ambito di strutture societarie altamente integrate con forti tendenze alla concentrazione del controllo e dell’appropriazione del profitto. Il sistema dell’Atlantico del Nord è il luogo in cui è concentrata la maggior parte delle funzioni strategiche necessarie a gestione e coordinamento del nuovo sistema economico mondiale”21 (ricordo che questo testo è del 2007 e che i dati che vengono riportati hanno forse subito delle variazioni con l’ascesa dell’economia Cinese). E’ nell’area del Nord Atlantico, principalmente negli Stati Uniti e nel Regno Unito, che hanno la loro sede le imprese che hanno decentrato largamente le loro attività, mantenendo al centro, però, tutte le funzioni finanziarie, contabili, direttive e di pianificazione e determinando così l’adozione di norme e di standard europei o nordamericani (“la condivisione di standard e norme occidentali, unitamente all’enorme peso economico, ha … facilitato la circolazione degli standard statunitensi ed europei e la loro imposizione alle transazioni concernenti imprese appartenenti a queste due parti del mondo. Si realizza una sorta di globalizzazione degli standard occidentali”22) .

Le brevi annotazioni riportate sono lontane dal ricostruire una immagine adeguata dei lavori di Saskia Sassen e dal porre in evidenza il suo impegno nella ricerca scientifica. Le ho stilate per legarle al tema dello spazio, che ritengo affascinante e degno di particolare attenzione. E, a titolo di conclusione, aggiungo che, nella realtà odierna, assieme all’indebolimento o alla caduta di tanti assetti, di gerarchie e di confini, si assiste ad una moltiplicazione di piani, di stratificazioni, di intersezioni, di spostamenti, di riposizionamenti. La maggiore complessità, la velocità delle interazioni, il moltiplicarsi di intrecci e intersezioni, in parte almeno hanno riferimenti spaziali, geografici. Spesso le indicazioni spaziali avvengono, dunque, sulla base di riferimenti ‘concreti’. Ma anche quando questo non accade l’uso di termini legati all’immaginario degli spazi può servire. Nei testi di Saskia Sassen l’uso è frequente sia nel primo che nel secondo caso. Dipende dalle capacità euristiche che le immagini spaziali rivestono; dalla profonda connessione con la nostra fondamentale creazione di senso (U. Volli); o forse da maggiore o minore propensione a cogliere (e a proiettare) dimensioni visive e spaziali per capire e comunicare. In ogni caso, se utili a migliori comprensioni del presente, ben vengano.

 

 Note

1. Ugo Volli, La schiuma metropolitana e il senso dell’indistinzione, in AA.VV., La città infinita, Bruno Mondadori, Milano, 2004, p. 94

2. Penso ad alcuni scritti di H. Lefebvre, J.Baudrillard, G. Debord e all’allargarsi di questa problematica sia in Italia che nella cultura europea e americana.

3. Per il termine analogia mi riferisco allo studio di Enzo Melandri, L’analogia, la proporzione, la simmetria (Milano, ISEDI, 1974) e ritengo che l’analogia svolga la sua funzione di ricerca e di affermazione proponendo una risposta proporzionata (con parziale identità e parziale differenza) , ovvero seguendo lo schema della proporzione matematica (a : b = c : d). Uso il termine metafora riferendolo, come fa Francesca Rigotti nel suo Metafore della politica (Bologna, Il Mulino,1989) “a tutte le forme di immagine linguistica, in quanto termine tecnico inclusivo e riassuntivo di più procedimenti di traslazione.

4. Vedi Fausto Carmelo Nigrelli, Metropoli immaginate, Manifestolibri, Roma, 2001, p. 20.

5. Saskia Sassen, Una sociologia della globalizzazione, Einaudi, Torino, p. 20.

6. bidem

7. S. Sassen parla di inclusione come generale tendenza della società novecentesca, pensando alla produzione industriale e al lento riconoscimento dei lavoratori come potenziali consumatori, il che ha portato ad accogliere la loro presenza nel sistema economico-produttivo in termini non solo strumentali.

8. “Abbiamo assistito alla formazione di una rete crescente di città globali che ammontano, oggi, a una quarantina, mediante la quale la ricchezza e i processi economici nazionali si articolano con la proliferazione di circuiti globali dei capitali, degli investimenti, del commercio. Questa rete di città globali costituisce uno spazio di potere che contiene le capacità necessarie alle operazioni globali di imprese e mercati. In parte taglia trasversalmente la vecchia divisione tra Nord e Sud del mondo e costituisce una geografia della centralità che oggi ingloba anche le città più importanti del Sud del mondo, sebbene la gerarchia presente in questa geografia della centralità sia piuttosto marcata” (S. Sassen, Una sociologia della globalizzazione cit., p. 23).

9. S. Sassen, Una sociologia cit., p. 26.

10. Ivi, p. 27.

11. Sul tema la bibliografia è assai vasta e S. Sassen ne dà conto (soprattutto per la produzione Americana) ne La sociologia della globalizzazione.

12. S. Sassen, Una sociologia cit., p. 32.

13. Ivi, p. 35.

14. Ivi, p. 33.

15. Ibidem.

16. S. Sassen, Le città nell’economia globale, Il Mulino, Bologna, 1997, p. 69.

17. Ibidem.

18. Ivi, pp. 69-70.

19. S. Sassen, Una sociologia cit., p. 109.

20. Ivi, p. 110.

21. Ivi, p. 59.

22. Ivi, p. 66.