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3 dicembre 2014

Recensione «Mondi Multipli» – Roberta Sartor

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Mondi Multipli. Oltre la grande partizione (vol. 1°), Consigliere Stefania (ed), Kaiak, Napoli, settembre 2014

Roberta Sartor

Da qualche tempo nell’antropologia contemporanea si ragiona sulla possibilità che contesti umani differenti costruiscano ontologie, mondi, cosmovisioni, valori e modi della conoscenza differenti. Sottolineare questa possibilità è, in parole minimali, l’intento del progetto Mondi Multipli che ha prodotto due volumi su tematiche a cavallo fra antropologia, filosofia, psicologia e pensiero critico.

Il primo volume dal titolo, Oltre la grande partizione, presenta una serie di articoli il cui impianto globale è teso a proporre di prendere sul serio le alterità, senza pretendere di valutarle in base ad un unico criterio (il proprio) o di metterle fra loro in gerarchia. Gli autori che permettono questo percorso, intellettuale e nella migliore delle ipotesi anche esistenziale, sono: Consigliere, Descola, Viveiros de Castro, Ingold, Stengers, Coppo, Latour.

Stengers chiama “grande partizione” l’attaccamento all’idea che il cosmo sia regolato da separazioni fondamentali fra le quali natura-cultura, corpo-anima, oggetto-soggetto, universale-relativo, conoscenza-credenza, scienza-opinione. Insomma, l’apice della creazione è ancora l’uomo bianco, preferibilmente maschio, con capacità logico deduttive stimolate dai sei anni in su (talora, meglio se cinque): non conta che, a sei anni, non sappia, però, prendersi cura della sorellina minore, o portare lo strumento giusto al momento giusto al nonno che lavora in silenzio, o raccogliere la legna e conoscere la vegetazione per nome. Tutte le volte che si agisce questo pensiero “Noi sappiamo, noi che abbiamo la scienza, che siamo moderni, e non gli altri, quelli che hanno credenze, simboli meravigliosi e non hanno conoscenze scientifiche coerenze e profondità”, ebbene, si è inzuppati nella grande partizione. Lo studio etnografico dei laboratori in cui si costruisce scienza ha mostrato come ciò che accade è ben diverso da quello che esce da quei luoghi, depurato, come notizia da inserire in articoli, pubblicazioni e testi scolastici. Magistralmente questo è stato condotto da Latour che non era del tutto convito che noi moderni fossimo davvero moderni, cioè che veramente praticavamo la grande partizione. I sospetti nascono dall’indagine etnografica del sistema di conoscenza scientifico e vengono confermati dalla conclusione: non ci sono fatti oggettivi di laboratorio da una parte, e feticci impiegati da terapeuti di ogni luogo dall’altra, o, altrimenti detto vi sono solo ibridi di natura e cultura. I moderni proclamano la grande partizione a parole, ma nei fatti fanno altro.

Questo paradigma di pensiero accomuna anche un altro autore di questo collettaneo, Descola, che con le sue ricerche propone di chiamare l’ontologia propria dei moderni naturalismo (che poi non viene praticato ce l’ha insegnato Latour), che ha i caratteri della la “grande partizione”. Per il naturalismo, o meglio ancora mononaturalismo, vi è una sola natura è tante culture: “Noi abbiamo scoperto la psicoanalisi e l’inconscio, gli altri hanno dei riti di possessione interessanti, strani, complessi, belli o cruenti, ma non di certo efficaci (e se sono efficaci, lo sono per un effetto “simbolico” non ben precisato) o non degni di indagine scientifica (dove scienza è qualcosa di più ampio di quella scienza chiusa alla possibilità del proprio stesso scacco)”. Tuttavia spiega, Descola, la situazione è più complessa di così: vi sono altre ontologie caratterizzabili per una diversa relazione fra quello che i moderni chiamano natura e cultura che per essere comprese richiedono una lunga e spesso difficile traiettoria di ibridazione con un’ontologia differente dal mononaturalismo. Con de Castro, ed egli è uno degli antropologi che parla di animismo rivisitato, Descola propone una concezione di animismo che non sia succube all’imperante naturalismo, diversa pertanto da quella elaborata dall’Ottocento in poi e alla quale siamo abituati. I due antropologi leggono la propria esperienza di campo alla luce del multinaturalismo: vi è una sola cultura e tante forme di natura caratterizzate dalla forma corporea assunta da quell’essere specifico. Scrive Descola: “… gli esseri umani e tutte le classi dei non umani hanno materialità distinte: le loro identiche essenze interiori s’incarnano in corpi dalle diverse proprietà spesso descritti localmente come semplici ‘vestimenti’, per sottolinearne l’indipendenza dall’interiorità che li abitano” (ibdn: 56). Ha conseguenze ben diverse credere che l’umanità pertenga alla natura dell’homo sapiens sapiens piuttosto che, ad esempio, a tutte le forme di mondo vegetale, animale, minerale!

L’indagine dei molti modi di essere umani, delle differenti qualità delle ontologie apre ad un panorama molteplice, ai mondi multipli, appunto. Latour è irrimediabilmente perentorio Latour nell’elogiare il conflitto: non la pace e non la guerra. Accettare il conflitto è accettare la pari dignità di tutte le culture – e, se questo suona strano – è perché fino ad ora ci siamo mossi (noi che ci pensiamo moderni), nella babele delle culture, come maestri, o pastori di anime, auto-incaricati di portare agli altri conoscenza e salvezza.

Mondi Multipli. Oltre la grande partizione (vol. 1°), Consigliere Stefania (ed), Kaiak, Napoli, settembre 2014 http://www.mondimultipli.sdf.unige.it/pubblicazioni.htm

 

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Mondi Multipli. Lo splendore dei mondi (vol 2°),   Consigliere Stefania (ed), Kaiak, Napoli, settembre 2014

Roberta Sartor

Il primo volume della serie Mondi Multipli indagava le ragioni e i modi (almeno quelli filosofici, politici, antropologici, psicologici) in cui nell’ultimo secolo, è con più incisività negli ultimi due decenni, l’Occidente della modernità e dei Lumi si è mosso verso un’apertura al molteplice. Questo volume, il secondo della serie Mondi Multipli è intitolato Lo splendore dei mondi e ospita delle traduzioni per i lettori italiani di contributi di de Castro, Santos Granero, McCallum, Comaroff & Comaroff, Strathern, Holbraad e un articolo inedito di Singleton.

Una figura che emerge di pagina in pagina è quella del mediatore, del diplomatico: l’antropologia ben fatta dovrebbe essere votata a questo mandato e permetterebbe di fare dell’etnografia una sfida propriamente filosofica. La corrente nota oggi col nome, a volte riduttivo, “ontological turn” ha cercato di declinare le proposte teoriche di Descola, de Castro, di Strathern e altri ricercatori, a volte in senso metodologico, a volte in senso filosofico, a volte ancora in senso politico. Questi mediatori pensano l’antropologia come a una ontologia comparata: gli altri mondi sono pensieri da sperimentare dando per assodata l’equivalenza di diritto di parola fra il discorso dell’antropologo e quello dell’indigeno.

L’antropologo brasiliano, de Castro, appare in questo volume con una articolo molto importante per l’antropologia contemporanea dal titolo “I pronomi personali e il prospettivismo amerindio”. Il pensiero amerindio ha una particolare qualità, quella prospettica: diversi tipi di soggetti o persone, umani e non umani, che percepiscono il mondo in maniera differente. C’è già da sentir le grida: “Relativismo! Relativismo!” Però, a ben guardare, presupposti e conseguenze di queste grida sono fissati nella “grande partizione”, ovvero nell’ontologia, ovvia come l’aria, che separa natura e cultura, quella che ha ereditato il monismo teologico, ontologico, epistemologico. Secondo l’etnografia amazzonica la classica distinzione natura-cultura, previa rigorosa critica, non può essere impiegata per descrivere ambiti di ontologie non-occidentali: occorre uno sguardo più ampio e comprensivo che ipotizzi mondi in cui quella distinzione sia giocata in altro modo. Uno di questi modi è descritto dal prospettivismo.

Ciò che viene tirato in ballo con l’idea di prospettivismo è complesso e un esempio aiuterà a chiarire, molto prima di un lungo parlare: “Gli animali impongono alla realtà le stesse categorie e gli stessi valori degli umani: i loro mondi, come il nostro, ruotano intorno alla caccia e alla pesca, alla cucina e alle bevande fermentate, a i cugini incrociati e alla guerra, alle iniziazioni rituali, agli sciamani, ai capi, agli spiriti … Se la luna, i serpenti e i giaguari vedono gli umani come tapiri o come pecari è perché essi, come noi, mangiano tapiri e pecari, ovvero cibo per persone. E non può che andar così: essendo, nella loro sfera, persone i non –umani che vedono le cose come le vedono le “persone”. De Castro spiega, sulla scia di altri studi etnografici, che quello che i diversi esseri viventi sono cose differenti: “quello che per noi è sangue, è birra di manioca per il giaguaro, quello che per le anime dei morti è una salma putrefatta, per noi è manioca fermentata, quello che noi vediamo come pozzanghera fangosa, i tapiri lo vedono come una grande casa cerimoniale”. Il relativismo propone che vi siano diverse rappresentazioni di una realtà fatta di essenze, per il prospettivismo l’idea di rappresentazione è svuotata di senso perché il punto di vista è situato nel corpo, come filosoficamente ben delinea Deleuze, e la priorità spetta ai fasci di relazioni che costruiscono il soggetto localizzato e non atomico. Le differenze di prospettiva sono differenze di natura corporea, non fisiologica ma per le qualità che rendono unico il corpo di ogni specie, e che nel complesso costituiscono un habitus. Origine della prospettiva del corpo è la caratterizzazione di cosa mangia, come comunica, dove vive, come dorme, come e, se, sogna…

Le riflessioni di De Castro attorno ai temi del prospettivismo possono essere lette anche come un invito alla sperimentazione di una ontologia radicalmente altra dalla propria: quando questo accade il ricercatore sarà per prima cosa in preda ad uno spaesamento condizione ben descritta da de Martino come una perdita dei punti di riferimento fisici e non. Segno di salute: è questa l’esperienza che permette una trasformazione del proprio punto di vista e che ne mostra non-naturalità. Ad esempio, cosa limita il ricercatore nella comprensione di ciò che viene detto il-corpo-conosce presso i Cashinahua? Faciliterebbe ripensare la coscienza stessa? Si può immaginare una coscienza che non si situi nella memoria astratta del soggetto ma che sia l’esito di un lungo processo di incorporazione? Alcuni articoli etnografici segnalano l’insufficienza euristica di alcuni punti di riferimento e specificano confini difficili da valicare nell’incontro con l’alterità, di cui, quello dato dalla separazione mente e corpo è solo un caso. Altri confini sono quelli percorsi da Strathern che problematizza in maniera esemplare lo ‘status di persona’, specialmente femminile; o da Holbraad che indaga l’idea di ‘rappresentazione’ soggiacente all’idea di verità come corrispondenza ai fatti. Genericamente questi mediatori fra mondi, invitano, ad averne il coraggio, a fare delle esperienze di scoperta della coerenza e profondità dei mondi altrui.

Mondi Multipli. Lo splendore dei mondi (vol 2°), Consigliere Stefania (ed), Kaiak, Napoli, settembre 2014 http://www.mondimultipli.sdf.unige.it/pubblicazioni.htm

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