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23 luglio 2014

L’Ulisse contemporaneo: installazioni, reti e maschere mediterranee

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Graziella Milazzo

Il Mediterraneo è un’istallazione, è un modo di concepire e di interpretare lo spazio. Il Mediterraneo è memoria del passato, è memoria presente, è memoria del futuro… Lo si può immaginare contemporaneamente come chiusura, come limite da valicare e come apertura. 

Tutte le città del Mediterraneo sono sempre state cosmopolite, per tal motivo quest’ultimo è di fatto la culla della civiltà europea. E se Roma, la Grecia e l’Islam, come afferma Davis, sono sempre state società complesse, allora “il mare nostrum “sicuramente è di conseguenza culla della Complessità. 

Quindi, se il Mediterraneo è fondamento di performance culturali complesse, la complessità è fondamento di un etnia ibrida ed articolata; tale reciprocità di ruoli è possibile soltanto perché ogni singola performance culturale quotidiana è azione che non si esaurisce mai. Mauss chiama questo un “fatto sociale totale”, un aspetto caratteristico di una cultura che è in relazione con tutti gli altri suoi aspetti, e pertanto, attraverso la sua analisi è possibile leggerne per estensione le diverse componenti della società. L’Atto sociale totale non è soltanto portatore della memoria storica della cultura mediterranea, ma vero è proprio rito.

Il rito è atto, il rito non ha soltanto valore sociale, ma anche religioso, etico, psicologico, estetico, filosofico: esso è un’azione ermeneuticamente e perennemente aperta.

Oggi più che mai per studiare il Mediterraneo bisogna conoscere bene i fondamenti estetici, psicologici, etici, filosofici del nuovo millennio, ciò ci consente di poter procedere verso nuovi orizzonti a cui le azioni quotidiane di ciascuno rimandano.

Ma il Mediterraneo è anche metafora dell’Arte: anch’essa intesa come “rivisitazione” continua dello spazio; esso è infatti un viaggio, un esplorazione all’interno di un luogo che contiene modelli di interpretazione della realtà.

E, come l’Arte, il Mediterraneo è veicolo, è la terra di mezzo, la terra degli scambi e dei paesaggi complessi; è simulacro della fusione di culture e di linguaggi; è generatore di miti e di moralità (quest’ultima naturalmente intesa nel senso etimologico del termine), il Mediterraneo è creatore di mores: di usi e di costumi.

Il Mediterraneo è custode dei significati delle cose (nomina sunt consequentia rerum dicevano i latini) e dei suoi “significanti”, è custode di simboli necessari alla comunicazione, un tempo consciamente condivisi e che oggi rischiano invece di giungere a noi in modo talmente meccanico e passivo da farcene smarrire il senso.

Il Mediterraneo è la Magna Grecia, ove un tempo si fuse lo splendido “dinamismo” del linguaggio greco con quello latino; luogo dove nacque il nostro linguaggio, non solo da intendere come modello convenzionale necessario, ma come metodo per interpretare e “vivere” il mondo.

Il Mediterraneo è anche un grande Museo, è luogo delle Muse, è dunque della Poesia, è luogo del Fare, ma non di un fare “tecnico” bensì del fare tecnologico: che necessita, come da sempre i grandi artisti hanno fatto, di un ragionamento sulla “tecnica”: su come realizzare e collocare nello spazio l’opera d’arte.

Il concetto di Museo è un concetto prettamente Mediterraneo e non poteva essere altrimenti. Oggi più che mai il Museo non è solo recepito come “luogo del vedere”, ma come luogo da esibire esteticamente: ovvero da sentire (dal greco infatti non scordiamo che iaísthesis significa sensazione).

Questo eterno Museo è luogo dell’azione, ma di una azione da ripensare “drammaturgicamente”: esso richiede infatti allestimenti pensati per lo spazio e quindi richiede una “liturgia dell’azione”, una scrittura dell’azione che deve “accadere” (happen) al suo interno; l’attore sociale non è altresì che un attore che “plasma” (per-form), come un demiurgo, continuamente lo spazio in cui sta agendo e dunque “vivendo”.

Di conseguenza il Mediterraneo, anch’esso pensato come un allestimento creato dall’azione umana, non è solo un installazione, ma in quanto Museo, è anche Happening, è anche Performance.

Se il mare da sempre è stato inteso come approdo, scena, riva, evento, navigazione, racconto, il Mediterraneo non è solo storia, il Mediterraneo è, sempre come un Museo, un non-luogo: un contenitore (un sepolcro o magari un archivio) il cui contenuto viene sempre ridefinito dagli attori, dalle maschere, dalle persone e non solo dagli “oggetti”; è un opera aperta in cui l’apertura non sta negli “oggetti” ma in chi li guarda o meglio in chi li “vive”.

All’interno di questo Museo possono infatti anche non esservi oggetti, ma solo spazi da vivere, non-luoghi da far diventare luoghi, o meglio, Teatri.

Dice Claudio Magris: “il mediterraneo è il prolungarsi della forma delle coste nelle forme dell’architettura”, anche se il Mediterraneo può essere immaginato come un entità univoca, esso, come la poesia, si esprime in forme molteplici.

Il Mediterraneo è anche una grande tela, come le tele di Fontana o di Pollock, una tela “agita”, anzi una “rete agita”, una “rete” plasmata attraverso l’azione dell’uomo, una tela che non è più pensata come “finestra sul mondo” o sempre è solo come spazio da “vedere” (spazio “estetico” in senso ristretto), ma che è invece concepita come spazio da “simulare”.

Il Mediterraneo è una scultura: “forma dinamica nello spazio” e se dico “dinamica”, mi riferisco ovviamente a dynamikos che in greco significa energia, potenza che genera l’azione e dunque sia il movimento che la staticità.

Mi stupisco di come spesso il linguaggio ci sveli con semplicità i significati originari delle cose.

Il Mediterraneo è anche Miasma e Fato, lega inestricabilmente l’uomo con il suo passato e con il suo futuro. Predrag Matvejević asserisce che il Mediterraneo è destino, per questo motivo forse ogni gesto è “un rituale in cui vengono giocati ruoli diversi, apparentemente insignificanti e forse fatali, sui quali si svolgono rituali quotidiani ed eterni”.

Ancora Matvejevic ci spiega come anticamente i confini del Mediterraneo si stabilissero in relazione ai luoghi in cui crescesse l’olivo, anche se in realtà molti luoghi sono mediterranei pur non conoscendo l’olivo; a stabilire i limiti non è solo la “natura” ma anche e soprattutto la cultura.

Il mare nostrum non è altro che metafora del viaggio della vita, per tal motivo è difficile stabilirne i confini, è metafora dell’eterno viaggiatore anche nella modernità, o meglio nella post-modernità, o forse nell’era della post-umanità: “Ogni autentico Ulisse contemporaneo – dice ancora Magris – l’Ulisse odierno deve essere aperto alla lontananza del mito e dall’esilio della natura, dev’essere un esploratore dell’assenza e della latitanza della vita vera”. Acquisire tale coscienza è una ricchezza, essa valica i fini strettamente pragmatici per rafforzare ed affinare quelli culturali. 

Questa coscienza ha lo scopo di contribuire alla ricerca di nuove strategie per rafforzare questa appartenenza etnica complessa, che ci aiuterebbe forse anche ad orientarci fra i meandri del globalismo e delle nuove tecnologie digitali.

Il Mediterraneo non è una realtà autonoma, tutte le nuove forme di comunicazione aiutano a pensarla, a costruirla, ma allo stesso tempo a renderla un immaginario multiplo nella misura in cui esso da vita ad una realtà che valica i sui stessi confini.

Questo articolo a seguire mostra che già da qualche anno si stanno gettando le fondamenta di un nuovo rapporto e di una nuova concezione del Mediterraneo: bisogna innanzi tutto pensarlo come sintesi fenomenologica delle culture complesse. Culture che hanno contribuito alla nascita dei performance culturali complesse: dai riti agli scambi commerciali, ai linguaggi alla musica e così via.

Due mesi di viaggio, sedici paesi da attraversare per un totale di ventiduemila chilometri: sta per partire la nuova edizione di Mediterraid, viaggio in fuoristrada lungo le coste del Mediterraneo per esplorarne le culture digitali. Mediterraid 2011: un’odissea moderna alla ricerca del futuro digitale del mediterraneo: 60 giorni e 22 mila km per navigare nella cultura digitale del mediterraneo. Dal 1 giugno al 30 luglio 2011, una circumnavigazione del bacino Mediterraneo per mappare culture, linguaggi e tecnologie digitali che riportano nella culla della parola il pensiero contemporaneo. L’associazione Mediterraid, con la media- partnership di RAI Nuovi Media, del gruppo di telecomunicazioni satellitari EUTELSAT, con la collaborazione dell’Ufficio Informazione delle Nazioni Unite e dell’Università del Molise, realizzerà la quinta edizione di Mediterraid, un viaggio lungo tutte le coste del bacino più solenne del mondo. Numerosi gli obiettivi che la navigazione terrestre nel Mediterraneo si pone. Innanzitutto la mappatura delle culture e dei linguaggi digitali: come e con quali il Mediterraneo parla in rete? Poi la ricerca di soluzioni ecosostenibili urbane e un curioso censimento degli orti urbani, che ci fanno già intravvedere le città del futuro.”27 July, 2011 – 13:25 da Storia Digitale

L’odierno Ulisse dunque naviga in un nuovo Mediterraneo, in un mare che come il Mare nostrum ha confini ardui da delimitare, un mare che è in realtà ancora Utopia, ancora virtualità, un mare di architetture e dai sistemi di valori complessi.

L’odierno Mediterraneo è, come da sempre, ancora una tela, ancora una rete di relazioni e di scambi, è un novello telaio di Penelope che tesse identità molteplici, che attende Nessuno, insieme ad Uno e Centomila.

Il nostro nuovo Ulisse immerso in un “ininterrotto” navigare, non ha più Colonne d’Ercole da superare, egli ha conquistato l’infinito, accede facilmente ad ogni forma di sapere, incontra in Chat una quantità infinita di sirene, di Circe e crede realmente di poterle amare.

Ed in effetti le ama realmente perché da sempre Ulisse vive di simulacri, ed il nuovo Mediterraneo è l’eterna caverna di Platone, ove l’uomo non distingue la realtà dalle immagini.

Il nuovo Ulisse in fondo non ha neanche una patria a cui far ritorno: Calipso finalmente, rendendolo re di una nuova patria, di una nuova Itaca, gli conferisce l’immortalità…ed egli “navigando” si illude di possederla davvero, ma egli non sa che è Penelope a garantire il suo potere tessendo e scucendo la fitta rete di Laerte.

Oggi senza la rete non ci sarebbe l’illusione dell’immortalità, il rischio è che il Nuovo Mediterraneo sia, a differenza del vecchio che ne fu il creatore, il distruttore della Metafisica; eppure esso è Metafisica: una serie di numeri che creano immagini, una serie di azioni simulate.

Platone comprese, insieme ai Pitagorici, che la Matematica è solo un sistema di immagini e che crea immagini ed aveva già inventato Internet quando nei suoi anagrafa dogmata intuì l’esistenza del sistema binario, infatti secondo quest’ultimo tutta la dialettica “essere e non-essere” si fonda sull’uno e sul nulla.

Come farebbero i più grandi web designer a progettare immagini virtuali del Mediterraneo attraverso il linguaggio macchina se non esistesse l’uno ed il nulla, senza Uno e Nessuno?

Il Nuovo Mediterraneo è dunque il nuovo Iperuranio, da cui Ulisse rinasce e in cui Nessuno trasmigra in Centomila rinascendo per assumere nuove identità…ogni connessione è una rinascita…, è azione pura, è la possibilità infinita…l’acquisizione di un nuovo destino “tessuto” dalle Parche.

E ripenso ad Matvejevic: il Mediterraneo è destino! Ad ogni ruolo di Ulisse un destino lo attende.

Ulisse non è più dunque un uomo, perché esso conquistando la Metafisica (in senso etimologico), è andato Oltre l’Uomo.

Ormai è arduo esplorare le profonde radici rituali del Mediterraneo, che stanno alla base forse di tutte culture; ma soprattutto le affinità e le divergenze fra le diverse culture che hanno creato la mediterraneità.

La Grecia, che si trova allo zenit tra oriente ed occidente, aveva inglobato in se anche le usanze e i modi di pensare orientali, fra l’altro, molto più antiche.

Esempio magistrale è l’immagine della metempsicosi che Platone usa per descrivere i percorsi delle anime per giungere all’Iperuranio: un grande sistema di pensiero occidentale spiegato da un’immagine e da una credenza prettamente orientale.

L’evoluzione delle performance culturali quotidiane comprende ed è inevitabilmente il risultato del cambiamento culturale della nostra società; il modificarsi dei nostri riferimenti estetici; è la diretta conseguenza del cambiamento del pensiero filosofico ed etico, soprattutto sociale, in quanto oggi appunto esiste anche una società del digitale.

Ecco perché è necessario soffermarsi sul Mediterraneo contemporaneo, su tutti quei meccanismi che hanno alimentato la frattura tra le antiche radici e la complessità.

Questo passaggio ha dato inizio ad una nuova evoluzione, ma non dobbiamo credere che a dominare la cultura siano solo lo scientismo, il materialismo e gli aspetti più degenerati della psicoanalisi.

Creare una nuova pista d’interpretazione “critica”della nostra cultura mediterranea significa, quindi, ripartire dal fondamento della cultura occidentale, per costruirne una ovviamente ancora non pensata, questi è l’unione tra le radici e la complessità, tra il concetto di appartenenza e non appartenenza, tra luogo ed non luogo.

L’uomo del post-uman ha conquistato lo spazio ed il tempo, ha valicato i confini globali, e, come dice Morin, non può dunque prescindere dal possedere un identità planetaria…non è passato molto tempo da quando il pianeta era il Mediterraneo.

Dice Vernadski che l’uomo non può più agire nella prospettiva dell’individuo, della famiglia o dello Stato, ma deve agire secondo una prospettiva planetaria, deve pensare ad un pianeta liquido e dunque navigabile.

Aggiungo, con Z. Baumann, che l’uomo non può dimenticarsi di possedere un identità liquida, liquida come le acque del Mediterraneo, esso non può ignorare di possedere una post-identità, una post-umanità.

L’identità liquida è forse quell’essenza dell’uomo tanto cercata, il daimon, composto secondo Talete d’acqua: non a caso secondo i miti cosmogonici Afrodite nacque dalla spuma del mare, è ciò prova che la vita, come la bellezza, secondo le credenze mediterranee non nacquero dalla Terra ma dall’Acqua.

Il legame al Mare nelle culture mediterranee, e lo confermano la maggior parte delle cosmogonie di questi luoghi, in realtà forse è più forte con quello alla Terra.

Tuttavia questo daimon, che non moriva ma, come sappiamo, trasmigrava nei diversi corpi animandoli, ora fluisce in fitte reti di relazioni, in cui il corpo ormai è solo veicolo e “non testo” del ruolo, ovvero dell’identità, giacché non esiste identità senza ruolo sociale.

L’Ulisse contemporaneo deve prendere consapevolezza dell’esistenza di un nuovo concetto di società, o meglio di “comunità”, ove la “struttura” portante non è il soggetto, ma l’oggetto messo in comune.

Il soggetto stesso, spogliandosi della sua umanità, diventa oggetto, post-uman, cyborg immerso in un cyberspazio. Al concetto di post-umano dobbiamo dunque per forza di cose associare il concetto di ruolo comunitario o “comunicazionale”, che non si fonda sulle azioni concrete ma sulle azioni virtuali.

E’ comunque innegabile che, come già sostenuto da Durkheim, questa ulteriore frammentazione di ruoli possa produrre un maggior sentimento di “anomia” nei singoli individui: sentimenti di insoddisfazione e angoscia

Tuttavia se un tempo mi sembrava follia la possibilità che l’uomo diventasse pura energia che fluisce in fitte reti…energia che vive ogni emozione come sentire la brezza marina senza la brezza marina, che vive ogni sensazione senza la necessità di un corpo…ora non mi sembra più follia, semmai “divina follia”…tensione dionisiaca.

Se una volta il Mediterraneo fu creatore di bellezza ora probabilmente esso è creatore di immortalità.

Ecco forse perché l’arte del post-umano non realizzerà più azioni ma inevitabilmente “non-azioni”… idee! Ma idee che non hanno come fine il bello o il vero… esse vanno “al di là del bene e del male”.

Il Mediterraneo detiene la memoria ed ha conquistato la memoria, sia quella del passato che quella del futuro, è il “tempo perduto”, immenso archivio di sapere, di odori, si sapori, di maschere…

Il Mediterraneo è il vaso di Pandora, nelle sue profondità contiene la speranza di un futuro migliore! Nel suo fondo fisicamente contiene il maggior impianto di reti internet d’Europa.

Secondo Yehya anche le società, aggiungo soprattutto quelle mediterranee, si sono sviluppate passando da uno stadio gassoso, ovvero da società transumanti, a società liquide, che si fondavano sulla pesca e sulla navigazione, fino a diventare società solide, cioè sedentarie; tuttavia sappiamo che non sempre la sedentarietà e la solidità sono stati segno di complessità e di una maggiore evoluzione.

Possiamo sicuramente sostenere che le società più evolute e complesse si sono rivelate quelle fondate sulla liquidità; queste infatti, che grazie alla navigazione, sono entrate in relazione “strategica” con altre culture, con altre terre, hanno ritenuto necessaria una cartografia dei luoghi; di conseguenza hanno per primi elaborato i concetti di identità complessa, appartenenza e comunità complessa, ovvero hanno esteso al di fuori del concetto di famiglia le loro interazioni.

In pratica il concetto di network non sarebbe potuto nascere senza il confronto delle società liquide con altre comunità.

La società odierna si sta riappropriando della liquidità attraverso inter-net, la “rete interazionista virtuale”; si sta però riappropriando di una liquidità differente che non è più salina e pesante, ma fluida: non siamo più tenuti a galla dalla forza d’Archimede, siamo invece trasportati dal “fluire ininterrotto” che ci fa approdare ad una comunità per poi velocemente trasportarci ad una altra e poi da un’altra ancora…

Il digitale stabilisce tra gli individui una serie di rapporti nuovi e complessi.

Già il cervello analogico è il nuovo fondamento “ontologico” dell’individuo.

Il cervello digitale-analogico è il nuovo strumento di fruizione dei fenomeni.

Per raggiungere tale scopo è necessario partire da una coscienza comune del ruolo nuovo dell’etnia mediterranea, quella di performance culturali totali che influenzano l’intera umanità. Ogni singolo può contribuire alla teorizzazione di una forma di performance totale, che si possa manifestare in modo “totalmente” nuovo, e tenendo soprattutto in considerazione le tecniche digitali come strumento di coinvolgimento pansensoriale di tutti gli uomini.

L’operazione è prettamente confacente alla teoria ermeneutica, per la quale una cultura perennemente aperta può indurre la possibilità di creare nuovi parametri, nuovi canoni, un nuovo metron interpretativo e rappresentativo del Mediterraneo.

Parafrasando Gadamer, padre dell’ermeneutica, potremmo dire non è la cultura ad essere aperta ma è l’individuo ad essere perennemente aperto verso di essa; solo in tal modo essa può essere reinterpretata.

Il mondo digitale può farci riconquistare il valore rituale, quasi mistico e metafisico, delle performance culturali che contraddistinguono la mediterraneità?

Il mondo digitale può riconquistare l’universalità perduta della mediterraneità, quella totalità d’identificazione?

La mediterraneità può suggerire un sentire comune a tutti gli uomini, oltre che preservare categorie sociali che li contraddistingue?

Il Mediterraneo virtuale parte dunque da concetti per giungere a forme; esso vuole ancora rappresentare l’essenza degli attori che lo abitano, il loro essere nel globo, pur non essendoci fisicamente.

Da sempre e nostalgicamente ci chiediamo se Platone non avesse ragione, se esso non conoscesse il segreto, che è ancora nascosto nei meandri del tempo, ma che portò la cultura greca ad essere le radici dell’occidente, del mitos (le radici) e del logos (il racconto delle radici).

Le “subculture mediterranee” siano fortemente correlate fra loro, questa relazione complessa, soprattutto attraverso l’uso delle tecniche digitali, consente di ampliare il concetto stesso di Mediterraneo, ma di espandere soprattutto il bagaglio culturale, che questi porta con se. La multidiciplinarietà e il multimediale consentono ad ogni individuo di percorrere sentieri nuovi e stimolare la capacità di collegamento fra tutti i campi del sapere.

Ciò non comporta una totalità sterile del sapere per cui la frammentazione porta a competenze limitate, ma è un’apertura alla ricerca, è una forma mentis.

La mediterraneità nasce anche da una sinergia di varie discipline, le quali non avevano mai vissuto indipendentemente l’una dall’altra: non c’era differenza tra riti, musica e poesia, tra pittura e scultura, tra architettura e religione essi erano soltanto maniere diverse di esprime un unico concetto: le radici, la cultura in quanto performance totale.

Ma questo pensiero era quello mitico, ciò è la ricerca dell’immagine e del racconto, attraverso il mito appunto, di ciò chè era oscuro e che il pensiero non riesce ad esprimere pienamente attraverso la parola.

Questa ricerca è il dramma, l’azione, il movimento, l’azione totale che cerca, attraverso un’immagine visiva, di rivelarsi della cultura stessa, poco importa se questa immagine sia reale e virtuale: come dice Schopenhauer “il mondo è mera rappresentazione”.

Ecco perché tutte le performance culturali dovevano compartecipare alla creazione di un appartenenza e l’unico modo di inglobarle era spazializzarle, renderle luogo del rito, renderle scena, o meglio, inglobarle attraverso lo spazio che si fa fenomeno visibile, oggi questo spazio diventa fenomeno digitale.

Oggi gli scritti di Benjamin sono ancora più attuali in relazione alla nascita del mondo digitale e di tutta una cultura, ovvero un insieme di specifiche relazioni sociali, legata ad esso.

Spesso mi sono chiesta se il concetto di riproducibilità tecnica potesse essere in un certo qual senso applicato al concetto di Mediterraneo e della sua rappresentazione: riprodurre dunque azioni totali che non si svolgono hic et nunc.

La riproduzione del non-qui e ma-ora modificano l’idea di fruizione del mediterraneo?

A proposito dell’opera d’arte Benjamin scrive che: “L’hic et nunc dell’originale costituisce – sempre – il concetto della sua autenticità”.

Credo sia opportuno esaminare con attenzione quale senso acquistino, nell’epoca del digitale, le parole “rappresentazione” e “riproducibilità”; ma soprattutto cosa s’intende dire quando si asserisce che esiste una cultura digitale del Mediterraneo?

La cultura digitale presuppone l’esistenza di un mondo digitale e di una serie di relazioni sociali legato ad esso.

Il mondo digitale è un luogo tanto reale quanto assolutamente virtuale: non si può negare infatti che in tale dimensione esistano rapporti sociali concreti e che allo stesso tempo essi avvengano in uno spazio assolutamente effimero, quello che Riechercouve chiama il ciberspazio.

Attraverso internet e i cellulari si può dialogare in tempo reale con persone all’estremo confine del mondo, si può addirittura essere presenti virtualmente (il non qui) ai nostri cari attraverso telecamere, che vengono installate nei telefoni e nei computer.

In che misura la nostra relazione con il reale differisce da quella con il virtuale?

Che cos’è il virtuale?

L’espressione latina “res in foro agitur” significa “qualcosa viene rappresentata in piazza”; ciò ci suggerisce che i latini non avessero un termine unico per definire il concetto di rappresentazione, ma lo utilizzavano a seconda di specifici contesti.

Res in foro agitur” in realtà si traduce “l’azione si svolge in piazza”, da ciò credo si possa dedurre che anche i latini, come i greci col termine “dramma”, legassero il concetto di rappresentazione a quello dell’azione, a qualcosa che accade hic et nunc.

Dramma infatti in greco significa “azione”: essa è un’azione che, come spiega Aristotele, ha unità di luogo, tempo e spazio.

L’azione totale è dunque la rappresentazione di un’azione che avviene contemporaneamente sia per chi la compie si per chi la percepisce.

L’azione è un “fenomeno” che viene percepito e che si svolge in un ciberspazio: in uno spazio e in un tempo assolutamente virtuali.

Ogni individuo che vive e percepisce un evento, un fenomeno, un’azione lo fa attraverso degli strumenti comuni, lo spazio e il tempo; la coscienza di ciascuno tuttavia può dilatare e restringere lo spazio e il tempo in modo differente, ciò dimostra che tutto ciò che avviene all’interno della percezione è “virtuale”: non in atto, ipotetico. I confini del Mediterraneo si oggi si manipolano continuamente.

L’azione virtuale è dunque un’azione in potenza, un’ azione non in atto.

L’azione non in atto è quella di cui parla Benjamin nel saggio “Che cos’è il dramma epico”.

In questo saggio Benjamin contrappone il teatro drammatico aristotelico a quello epico di Brecht:

Il teatro epico […] non deve tanto sviluppare azioni – spiega Benjamin – quanto rappresentare situazioni. Rappresentare non significa però restituzione nel senso dei teorici del naturalismo.

Si tratta piuttosto principalmente, di scoprire queste situazioni. (si potrebbe anche dire estraniarle). Questa scoperta (lo straniamento) delle situazioni avviene mediante l’interruzione di certe azioni.”

Credo anche che tutto ciò che è riproducibile sia in un certo qual modo elemento di straniamento, e che lo straniamento provochi stupore:

Per il teatro epico – dice ancora Benjamin- l’arte sta appunto nel suscitare, a posto dell’immedesimazione, lo stupore”

La possibilità di riprodurre all’infinito un’azione totale, un evento, un’operà d’arte non provoca forse stupore, sgomento, straniamento… crea appartenenze…

Come già accennato il mondo digitale ha ampliato ai massimi termini il concetto di riproducibilità e ha complicato maggiormente la questione dell’originale, dell’unico.

Oggi non è possibile solo riprodurre all’infinito qualsiasi opera d’arte, ma è possibile riprodurre infinitamente se stessi, essere in contatto “ipotetico” con migliaia di mondi e di persone diverse…ancora riprodurre appartenenze

La performance culturale virtuale, come mostrato, non esiste ormai soltanto la pansensorialità, esiste anche la multi-percettibilità: la percezione di più spazi e luoghi contemporaneamente…si potrebbe insomma ipotizzare la presenza di più mediterranei.

In che modo la nostra individualità si relaziona a questo bombardamento o straniamento percettivo?

Qualche tempo fa si è teorizzata l’esistenza di un cervello analogico – digitale: il nostro cervello infatti ha una capacità non indifferente di collegare contemporaneamente più impulsi nervosi; per questo esso viene paragonato ad un sistema, come quello informatico ad esempio, che è in grado di gestire una serie di impulsi elettrici e trasformarli in informazioni.

All’interno dell’individuo, del nuovo Ulisse, che noi immaginiamo come unico, in realtà ci sono una serie di impulsi, di collegamenti, di percezioni che vengono percepite dal cervello, o meglio dalla coscienza, come simultanee, ma che in realtà hanno tempi di elaborazione ben precisi.

Tutto questa serie di azioni che avvengono simultaneamente nell’individuo e nel cervello fanno affidamento, per la maggior parte dei casi, alla memoria: essa consente di eliminare la distanza spazio temporale tra ciò che l’individuo pensa di fare e ciò che fa…tra chi è e chi vorrebbe essere.

Il pensiero e l’azione diventano simultanee…così come le relazioni.

La simultaneità è il rapporto che si stabilisce tra il cervello e il corpo, tra la macchina digitale e l’uomo digitale, tra il web ed internet, tra il mezzo e l’azione, tra il medium e l’idea.

Riguardo al rapporto uomo macchina, lo straniamento da se stessi in favore del medium digitale crea un’immedesimazione virtuale con il medium stesso ed a un sistema di relazioni comuni.

Questo è ciò che intendo per cultura digitale: stabilire un’appartenenza ad un mondo non in atto, ad un Mediterraneo immaginario, stabilisce relazioni e compie azioni che probabilmente non sono in atto e che esistono solo in potenza; tuttavia queste sono azioni e relazioni che influenzano il nostro vissuto.

In tal merito, sembrerà paradossale, ma trovo una risposta ai miei interrogativi inaspettata: è possibile che il mondo digitale sia un sistema che non differisce tanto da quello delle performance culturali quotidiane di ciascuno?

Il villaggio digitale non è forse, proprio perché riproducibilità infinita, azione non in atto infinita, un insieme di azioni-eventi citabili.

Sempre in “Che cos’è il dramma epico” Benjamin parla di “gesti citabili” e spiega: “Citare un testo implica interrompere il contesto in cui rientra. E così perfettamente comprensibile come il te4atro epico, che si basa sull’interruzione, sia in senso specifico un teatro citabile.”

Non è forse una citazione quella che compie il cervello analogico ogni qual volta che attinge alla memoria per innescare sinapsi?

Il mondo digitale non è forse citazione del mondo reale?

La nostra immagine sul video non è citazione di quella vera?

L’icona è citazione?

Come il Mediterraneo è citazione di tutte le subculture che lo compongono.

Ma in qualunque modo vogliamo pensare al Mediterranio e in qualunque modo vogliamo riprodurlo esso porta ancora tanti segreti.

Cosa suscita in noi oggi il pensare di essere un etnia mediterranea? Qual è l’aspetto inenarrabile di questa mare che portiamo ancora con noi? Il mediterraneo conosciuto dai nostri padri, che costruirono i nostri miti, che noi ancora non abbiamo conosciuto.

Qual è il segreto che l’ha reso un archetipo, un esempio di vita, un appartenenza profonda, un modo per interpretare la realtà che ci circonda.

Il Mediterraneo avrà sempre qualcosa di arcano ed inafferrabile che ci consentirà sempre di vederlo in modi perennemente nuovi, mai esaustivi.

Il computer è in grado di riprodurre appartenenze, sentimenti dei personaggi ed un certo qual modo esorcizzarli nella tensione infinita di affermare la propria appartenenza locale e globale.

Le nuove tecniche digitali rendono ancora più forte e astratto il concetto di presenza come proiezione della cultura di chi fruisce e di chi agisce.

Tenendo conto di tali assunti è necessario conoscere al meglio gli strumenti che rendono possibile realizzare performance culturali con linguaggi e mezzi digitali.

Questo fluire da un lato ci fa sicuramente perdere il senso di appartenenza che le antiche società liquide ci avevano donato, assieme ai miti, ai valori, ai costumi, alla morale, ma d’altro canto ricostruisce un nuovo senso di appartenenza, un nuovo ethos!

Banfield, nei suoi studi su Montegrano, piccolo paese della Basilicata, aveva notato negli abitanti di questo paese la mancanza di un agire politico, cioè secondo un ethos che tenesse conto del benessere complessivo della singola “comunità”, ma in realtà ritengo che la capacità “politica” delle società mediterranee sia scomparsa progressivamente con il formarsi, come accennato, delle società solide.

A maggior ragione ci chiediamo come oggi sia possibile agire secondo un ethos, o una visione globale, come la chiama Cancan, che tenga conto delle “reti di comunità”; ovvero della progressiva ri-nascita di queste nuove società liquide?

O forse è proprio la riliquidizzazione delle società che ha riportato in auge, come ho asserito in precedenza, il “concetto perduto” di comunità?

Gluckman, che fu il fondatore riconosciuto del concetto di network, ci ricorda che proprio quest’ultimo è innanzitutto uno strumento per elaborare nuovi metodi di analisi capaci di affrontare lo studio di realtà fluide e instabili; ecco perchè sostengo che il concetto di comunità, come quello del Mediterraneo debba essere necessariamente riformulato alla luce di tali assunti.

L’impossibilità in questi anni da parte degli Antropologi di definire quale sia realmente l’area Mediterranea in tal senso va a nostro vantaggio…anche perchè paradossalmente le aree “geograficamente ” definibili come “mediterraneamente” pure sono quelle che attualmente forse dispongono meno del mezzo per “navigare” in questo effimero e nuovo mare nostrum… Oggi forse è più “Ulisse” il joysiano irlandese Leopold Bloom, che Ulisse stesso…

Oggi dunque non possiamo ignorare l’esistenza di network e di nuovi ruoli-simulacri sociali che interagiscono fra loro all’infinito, a tal proposito forse Goffman il tal senso è stato un grande profeta dell’interazione complessa!

Attualmente è deleterio soffermarsi sull’analisi di un interazionismo simbolico semplice, bisogna tenere in considerazione invece un interazionismo simbolico infinito e virtuale; vissuto da post-uomini, agito da post-corpi…

L’Iperuranio di Platone non era sicuramente un dato di fatto scientificamente verificabile, ma anch’esso una grande profezia!

La rete è un immagine visibile dell’Iperuranio! Il mondo delle idee, e l’idea che qui cercavamo è quella di Mediterraneo.

Come Ulisse nel platonico Mito di Er, l’uomo odierno può infatti decidere di “rinascere”: assumere continuamente nuove identità e magari umilmente, come il nostro eroe, scegliere di rinascere come uomo qualunque…

Uno di questi orizzonti è il mondo del digitale, del virtuale, capace di creare sul web mondi mediterranei effimeri, ma allo stesso tempo altrettanto reali, perchè oggettivamente percepite dagli individui.

 

References

E.C. BANFIELD

1958 The moral basis of a backward society, Free Press (Le basi morali di una società arretrata trad. di Guglielmi G.; Colombis A.; De Masi D. Il Mulino, Bologna,2010)

Z. BAUMANN

2000 Liquid Modernity Wiley (Modernità liquida, trad. di Minucci S. Laterza, Bari, 2006)

C. BORDONI

2008 Introduzione alla sociologia dell’arte, Liguori Ed, Napoli

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English Version

The Mediterranean is an installation, is a way of understanding and interpreting the space. The Mediterranean is the memory of the past is the present memory, it is the memory of the future…

You can imagin eat the same time as closing, as a limit as to cross and as openingAll the cities of the Mediterranean have always been cosmopolitan, for this reason, this is in fact the cradle of European civilization.

And if Rome, Greece and Islam, as Davis says, have always been complex societies, then the mare nostrum is definitely he cradle of Complexity.1

So if the Mediterranean is the foundation of complex cultural performances, the complexity is the foundation of a hybrid and detailed ethnic: this reciprocity of roles is possible only because each performance is a daily action cultural that never runs out.

Mauss calls this a”total social fact”, a characteristic aspect of a culture that is related to all other aspects, and therefore, through its analysis can be read by extension the different components of society. 2

The total social Act is not only the bearer of the historical memory of the Mediterranean culture, but it is their rite.

The act is ritual, not only has social value, but also religious, ethical, psychological, aesthetic, philosophical: it is an action hermeneutically and perpetually open.

Today more than ever to study the Mediterranean must be familiar with the basics aesthetic, psychological, ethical, philosophical, of the new millennium in order to proceed towards new horizons in which the daily actions of each recall.

But the Mediterranean is also a metaphor of Art: also understood as a “revision” of continuous space, it is in deed a journey, an exploration in to a location that contains models of interpretation of reality.

And, like the art, the Mediterranean is a vehicle, it is the middle ground, the land of exchanges and complex landscapes; it’s simulacrum of cultures and languages fusion, it is the generator of myths and morality (the latter naturally understood in the etymological sense of the term), the Mediterranean is the creator of mores: uses and customs.

The Mediterranean is the custodian of the meanings of things (nomina sunt consequential rerum) and its “significant“: is the custodian of symbols required for communication, a time consciously shared and is now likely to come to us some chanical and passive as to lose its meaning to us.

The Mediterranean is the Magna Grecia, where once it merged the wonderful “dynamism” of the greek language with the Latin; birthplace of our language, not only to be understood as necessary and conventional model, but as a method to interpret and “live” the world.

The Mediterranean is also a great museum, it is the place of the Muses, and then of Poetry, it is the place of the Making, but not to make a “mechanical” but the technology to do: it requires, as has always been the great artists have done, of an argument about the “technical” how to make and sell in the space the work of’ art.

The concept of the museum is a concept typically Mediterranean and could not be otherwise. Today, more than ever, the Museum is not only perceived as a “place of seeing“, but as a place to exhibit a esthetically: or to hear(from the greek in deed not forget that feeling “iaísthes” is means).

This eternal museum is a place of action, but an action tore-think “dramaturgy”: in fact, it requires equipment designed for space and therefore requires a “liturgy of the action,” a writing of the action that has to “happen” in it ; the social actor who is also an actor who “shape”(per-form), as a demiurge, continuously the space in which it is acting and therefore “living.”

Consequently, the Mediterranean, which is also thought of as a setting created by human action, not just an installation, but as a museum, it is also Happening, is also Performance. If the sea has always been understood as a landing place, scene, shore, event, navigation, tale, the Mediterranean is not only history, the Mediterranean, more like a museum, is a non-place: a container (a tomb or maybe an archive) whose content is always redefined by the actors, the masks, from the people and not just the “objectis an open work in which the opening is not in the “objects” but who looks at them or better in those who “lives”.

Inside this museum objects may in fact not even be there, but only living spaces, non-places to make places, or rather, Theaters.

Claudio Magris says: “The Mediterranean is the prolongation of the shape of the coast line in the forms of architecture,” (Magris, 1991, 7) even though the Mediterranean can be imagined as a unique entity, it, like poetry, is expressed in multiple forms. 3The Mediterranean is also a large canvas, as the canvases of Fontana or Pollock, a canvas “shake”, even a “network shake”, a “network” formed by the action of man, a canvas that is no longer thought of as a” window on the world” and is always only as a space to” see”(space “aesthetic” in the narrow sense), but instead is conceived as a space to” simulate”.

The Mediterranean is a sculpture” dynamic form in spaceand if I say “dynamic”, I am referring of course to dynamikos which in greek means energy, power generating action and, therefore, both the motion that the static.

I wonder how often the language we simply reveal the original meanings of things.

The Mediterranean is also Miasma and Fate, inextricably binds man with his past and his future. Predrag Matvejević asserts that the Mediterranean is destiny, perhaps for this reason, every gesture is “a ritual in which they are played different roles, seemingly insignificant and perhaps fatal, to which are held daily ritual sand eternal.”(Matvejević’, 1991, 75)

Still Matvejević explains how the boundaries of the ancient Mediterranean established themselves in relation to the places where olive trees grow, although in reality many places are without knowing the Mediterranean live tree, to establish the limits is not just the “nature “but also and especially the culture.4

Them are nostrum is nothing more than a metaphor for the journey of life, for this reason, it is difficult determine the boundaries, is a metaphor for the eternal traveler even in modern times, or better in post-modernity, or perhaps in the era of post-humanity: “Every authentic Ulysses contemporary- says Magris-Ulysses today must be open to the distance the my though flexile and nature, bean explorer of absence and inaction of real life.” (Magris, 1991, 8-9)

Acquiring such a knowledge is an asset, it goes beyond thestrictly pragmatic purpose to strengthen and refine the cultural ones.

This awareness is intended to contribute to the search for new strategies to strengthen this complex ethnicity, maybe that would help us to orientate the meanders of global is mand also with new digital technologies. The Mediterranean is not an autonomous reality, all the new forms of communication help to think of it, to build it, but at the sometime to make it a multiple imaginary, to the extent that it gives rise to a reality that transcends the boundaries themselves.

This article shows to follow that for some years we are laying the foundations of a new relationship and a new conception of the Mediterranean: we must first of all think of it as a phenomenological synthesis of complex cultures. Cultures that have contributed to the emergence of complex cultural performance: rites to trade, to the language of music and so on.

Two months of travel, sixteen countries to cross for a total twenty and two thousands kilometers, is about to leave the new edition of Mediterraid, travel by jeep along the coasts of the Mediterranean to explore the digital culture. Mediterraid2011:an odyssey in search of the modern digital future of the Mediterranean,60 days and22,000 kilometers to navigate in the digital culture of the Mediterranean. From 1 June to30 July 2011,a circumnavigation of the Mediterranean basin to map cultures, languages ​​and digital technologies that bringing the cradle of the word contemporary thought. The association Mediterraid, with the media-partnership RAI New Media, EUTELSAT satellite telecommunications group, in collaboration with the Information Office of the United Nations and the University of Molise, will hold the fifth edition of Mediterraid, a trip along all the coasts of the bas in most solemn of the world. Several goals that land navigation in the Mediterranean arises. First, the mapping of digital culture sand languages​​: how and why the Mediterranean, speak son the net? Then the search for sustainable solutions and a curious urban census of urban gardens, which make us have a glimpse of the city of the future. ” (July 27, 2011 – 13:25 by Digital History)

Today’s Ulysses then navigates to a new Mediterranean ,a sea that has no boundaries as the Mare Nostrum difficult to define, a sea that is actually still Utopia, yet virtuality ,a sea of​​architecture sand systems of complex values. Today’s Mediterranean is, as always, once the canvas, yet a network of relationships and exchanges, is a new frame of Penelope weaving multiple identities, no one expects that she, along with One and One Hundred Thousand. Our new Ulysses immersed in a “seamless” link, no longer has the Pillars of Hercules to overcome, he has conquered the infinite, his easy access to all forms of knowledge, met in a chat infinite amount of sirens, Circe and really believes in their love. In fact he really loves them because they always Ulysses lives of simulacra, and the new Mediterranean is the eternal Plato’s cave, where the man does not distinguish reality from images. The new Ulysses basically do not even have a home to which to return: Calypso finally, making it the king of a new home, a new Ithaca, confers immortality to him …and while he navigates’ deludes himself to possess really, but he does not know that Penelope is to ensure her power and un stitching weaving a dense network of Laertes. Today, without a net, there would be no illusion of immortality, the risk is that the New Mediterranean is, unlike the old, who was its creator, the destroyer of the Metaphysics, yet it’s Metaphysics: a series of numbers that create images in the sense that becomes a series of simulated actions.

Plato included, along with the Pythagoreans, that mathematics is just a system that creates images and pictures and had already invented the Internet when in his ‘anagrafa dogmatahe sensed the existence of the binary system, in fact, according to the latter all dialectic “being and non-being “is based on one and on nothing. (Plato,Teeteto, 183 e5 – 184 a1).

How would the greatest web designer to design virtual images of the Mediterranean through the machine language if there were no one and nothing, without the One and the Nobody?

The New Mediterranean is thus the new Iperuranio, where Ulysses was born-again and Nobody migrates in the Hundred thou sand people: he is reborn to take on new identities… every connection is are birth…it is pure action, it is the infinity possibility…the acquisition of a new destiny “fabric” by the Fates. And I think back to Matvejević: the Mediterranean is a destiny! For each role Ulysses fate a waits him.

Ulysses is therefore no longer a man, because twinning the Metaphysics(in the etymological sense), went Besides the Man.

Now it is difficult to explore the deep roots of the Mediterranean rituals, which are the basis perhaps of all cultures; but especially the similarities and differences between the different cultures that have created the Mediterranean. Greece, which is located at the zenith between East and West, even if he had incorporated in the customs and ways of thinking Oriental, among other things, much older.

Masterful example is the image of metempsychosis that Plato uses to describe the paths of souls to come in Iperuranio: a large system of Western thought explained from an image and a belief purely Oriental.

The evolution of the daily cultural performance encompasses and is inevitably the result of cultural change in our society; the change of our aesthetic references, is a direct result of the change of philosophy and ethics thought, especially social, just as to day there is also a company in the digital age.

This is the reason why it is necessary to dwell on the contemporary Mediterranean, on all those mechanisms that have fueled thrift between ancient roots and complexity.

This passage has given rise to a new trend, but we must not believe that dominate the culture are only scientism, materialism and more degenerate aspects of psychoanalysis.

Create a new trail in interpretation “criticism” of our Mediterranean culture means, therefore, start from the foundation of Western culture, to build a course not yet conceived, this is the union between the roots and the complexity.

The member ship and non-membership, place and not the place.

The man of the post-human has conquered space and time, has crossed global boundaries, and, as says Morin, cannot therefore possess an identity a part from planetary…not so long ago when the planet was the Mediterranean.5Vernadski says that man can no longer act in the perspective of the individual, of the family or the state, but must act according to planetary perspective, you need to think of a liquid planet and therefore navigable.6

I would add, with Z. Baumann, that man cannot forget to have a liquid identity, liquid as the waters of the Mediterranean, it cannot ignore to have post-identity, a post-humanity.7

The liquid identity is perhaps that essence of man so long sought, the ‘daimon’ compound, according to Thales: not randomly according to the myths Aphrodite was born from the foam of the sea, this is proof that life, like beauty, according to the beliefs Mediterranean were not born from the Earth but Water.

The link to the Sea in Mediterranean cultures, and confirm most of the cosmologies of these places, in fact perhaps is stronger with the Earth.

However, this daimon’, who did not die, but, as we know, transmigrate in animating different bodies, now flows in dense networks of relationships, in which the body is now only vehicle and “non-text” of the role, or identity, since there is no identity without social role.

The contemporary Ulysses must be aware of the existence of a new concept of society, or rather of “community”, where the “structure” carrier is not the subject, but the object pooled.

The subject itself, stripping himself of his humanity, becomes an object, a post-human, cyborg immersed in cyberspace. The concept of post-humanism we must therefore inevitably associate the concept of Community role or “communicative”, which is not based on concrete actions but on virtual shares.

It is still undeniable, as already argued by Durkheim, that this further fragmentation of roles can produce a greater sense of “anomie” in individuals: feelings of dissatisfaction and anxiety.8

However, if at him it seemed madness the possibility that the man might become pure energy that flows in dense networks…energy that lives every emotion as feel the breeze without the sea breeze, which lives every sensation without the need for a body…Now…I do not think more madness, but rather divine madness” …Dionysian tension.

If once the Mediterranean was the creator of beauty now probably it is the creator of’ immortality’.

Perhaps the post-human art will not make more than one action but inevitably “on-action” …realize ideas

But ideas that are intended for the good or true …they go “beyond good and evil.”The Mediterranean holds the memory and conquered the memory, that of the past with the future, is the “lost time”, huge archive of knowledge, smells, the tastes, masks …

The Mediterranean is a Pandora’s Box, contains in its depths the hope of a better future!

In its bottom physically contains the largest facility of internet network sin Europe.

According toYehya also the society, especially the Mediterranean ones, have developed passing from one stage gaseous, or by transhumant society, companies and cash equivalents, those were based on fishing and navigation, to become strong companies, that is sedentary; however, we know that not always the sedentary and soundness were sign of complexity and higher evolution.9

We can certain lyargue that the more developed societies have proven to be complex and those based on liquidity; these in fact, that thanks to the navigation, have entered into relationship “strategic” with other cultures, with other lands, they believed that a mapping of the sites as a result, have their first elaborate the concepts of complex identity, belonging and complex community, or have extended outside of the family concept their interactions.

In practice, the concept of the network could not have been born without the comparison of liquid companies with other communities.

Today’s society is reclaiming of liquidity through inter-net, the “interactionist virtual networkis, however, are claiming of different liquidity that is no longer salty and heavy, but smooth:

we are no longer buoyed up by the force of Archimedes, we are instead transported by the “continuous flow” that makes us arrive at a community and then quickly transport us to another and then to another …

The digital sets among individuals a number of new and complex relationships.

Already the digital-to-analog brain the new foundation “ontological” of the individual.

To achieve this goal it is necessary to start from a common understanding of the new role of ethnicity Mediterranean, that of total cultural performances that affect the whole of humanity.

Each individual can contribute to the theory of a form of overall performance, which can manifest itself in a “totally” new, and especially taking into account the digital technology as a tool for pansensoriale involvement of all men.

The operation is purely suited to the theory of hermeneutics, for which a perpetually open culture can induce the ability to create new standards, new interpretation andmetron’ representative of the Mediterranean. ParaphrasingGadamer, father of hermeneutics, we might say it is not the culture to be open but it is the individual to be always open to it, the only way it can be reinterpreted.10

The digital world can help us recapture the value of ritual, almost mystical and metaphysical, cultural performances that characterize the Mediterranean? The digital world can regain the lost universality of the Mediterranean, the totality of identification? The Mediterranean may suggest a feeling common to all men, as well as preserve social categories that distinguishes them?

The virtual part of the Mediterranean, therefore, from concepts to arrive at forms, it still wants to represent the essence of the actors who inhabit it, their being in the world, although there are no physically. It has always nostalgically wonder if Plato was right, if it knew the secret, which is still hidden in the depths of time, but who brought Greek culture to bathe roots of the West, of the mitos (roots) and of the logos(the story of the roots).

The “Mediterranean subculturesare strongly correlated with each other, this complex relationship, especially through the use of digital techniques, is used to extend the concept of the Mediterranean, but especially to expand cultural baggage a the brings with him. the union of different disciplines and multimedia allow each individual to walk new paths and stimulate the ability to link between all fields of knowledge. This does not imply a sterile totality of knowledge that fragmentation leads to limited skills, but it is an opening to the research, it is a mindset. The Mediterranean is also born from a synergy of various disciplines, which had never lived independently of each other: there was no difference between ritual, music and poetry, painting ands culture, architecture and religion, they were just different ways of expressing a single concept root, culture as overall performance. But this thought was mythical, this is the search for the picture and the story, through the mythp recisely what was dark and that thought cannot fully express through words.

This research is the drama, the action, the movement, the total action which seeks, through a visual image, to reveal the culture itself, Who cares if this is real and the virtual: as Schopenhauer says, “the world is a mere representation.” 11That’s why all the cultural performances were to partake to create a membership, and the only way to incorporate them was to make them space, making them the ‘rite place’, make the scene, or rather, incorporate them through the space that becomes visible phenomenon, today this space becomes a phenomenon digital.

Today the writings of Benjamin are even more present in relation to the birth of the digital world and a whole culture, a set of specific social relations linked to it. 12

I have often wondered if the concept of the

technical reproducibility could be applied in a certain sense to the concept of the Mediterranean and its representation: the meaning is to reproduce, therefore the total shares that are not held hic et nunc.

Reproduction of nothere and nowbut changed the idea of use of the Mediterranean? About the art work Bordoni to Benjamin writes that: “The original is here and now (hic et nunc) – again–it’s the concept of its authenticity.”(Bordoni, 2008, 110)

We should consider carefully which way to acquire, in the digital era, the word “representation” and “reproducibility”; but above all to say what is meant when it is claimed that there is a digital culture of the Mediterranean? Digital culture presupposes the existence of a digital world and a set of social relations tied to it. The digital world is a place as real as virtual absolutely: there is no denying fact that in this dimension there are concrete social relations and at the sometime they take place in a space absolutely ephemeral, what Benedikt called cyberspace. 13Through the internet and mobile phones you can speak with people at the far edge of the world, you may even be virtually present(the nothere) to our loved ones through video cameras, which are installed in phones and computers. To what extent our relationship with reality differs from that with the virtual? What is virtual? The Latin phrase “resin foro agitur” means “something is represented in the square”; it suggests that the Latin did not have a single term to define the concept of representation, but used it according to specific contexts. “Res in foro agitur” actually translates to “the action takes place in the streets”, from what I think we can deduce that the Latins, and the Greeks the term “drama”, tie his concept of representation to that of the, to something happening here and now.

Drama in fact in greek means “action”: it’s an action that, as Aristotle says, has unity of place, of time and of space. The total action is therefore the representation of an action that is performed simultaneously for both those who carry it to the perceiver. The action is a “phenomenon” that is perceived and which takes place in cyberspace: in a space and time completely virtual.

Everyone who lives and receives an event, a phenomenon, an action and who does it with common tools, the space and time, and the conscience of each individual, however, can expand and shrink the space and time differently, this shows that everything what happens within the perception is “virtual” is not in place, hypothetical. The borders of the Mediterranean today are handled continuously. The virtual action is therefore an action potential, a ‘non-action’ in action. The action ‘not in action’ is mentioned in Benjamin’ sessay “What is the epic drama.”14

In this essay, Benjamin contrasts the Aristotelian dramatic theater that Brecht’s epic: The epic theater[…]does not so much develop actions-says Benjamin-how-to represent situations. Representing does not mean in the sense of the theoretical return of naturalism. The question is mainly to discover these situations.(You could also say alienate them). This discovery(alienation) of the situations is done through the interruption of certain actions.“(Benjamin, 1968, 148)

For the epic theater– says Benjamin-the art lies precisely in eliciting, in place of identification, the wonder“(Benjamin, 1969, 148-150) The ability to reproduce in definitely total action, an event, perhaps a work of art provokes astonishment, dismay, creates alienation…affiliations…? As already mentioned, the digital world has expanded the concept to the maximum terms of reproducibility and more complicated the question of the original, the only.

Today you can not only play them any work of art, but you can reproduce themselves infinitely, being in touch hypothetical” with thousands of worlds and different people…still play member ships

The virtual cultural performance, as shown, now there isn’t only the polysensoriality, but there is also a multi-perceptibility: the perception of more spaces and place sat the same time…so much Mediterranean.

In that way is our individuality is related to this bombing or perceptual estrangement?

Some time ago it was theorized the existence of a brain analog-digital: our brain in fact has a considerable ability to connect more than one nerve impulses; And for this it is compared to a system, such as the computer, for example, which is able to manage series of electrical pulses and convert them into information. Within the individual, the new Ulysses, which we imagine as a unique, there are actually a series of pulses, of links, of perceptions that are perceived by the brain, or rather the conscience, as simultaneous, but in reality they processing times precise All this series of actions that occur simultaneously in the individual and in the brain rely, furthermost of part, the memory: it eliminates the space-time distance between what the individual think sand do what it does…between who is and who would like to be.

The thought and action become simultaneous…as well as relationships.

The simultaneity is the relationship that is established between the brain and the body, between the camera and the digital man, between the we band the internet, including the means and action, between the medium and the idea. Regarding the relationship man and machine, the estrangement from themselves in favor of the digital medium creates an identification with the virtual medium itself and a system of joint reports. This is what I mean by digital culture: establishing a belonging to a world not in stock, a fictional Mediterranean, establishing relationships and actions that probably are not in place and that there is only power, but these reactions and relationships that affect our lives. In this regard, it will seem paradoxical, but I find an answer to my question sun expected: it is possible that the digital world i s a system that does not differ much from that of the daily cultural performance of each? The digital village is perhaps precisely because infinite reproducibility, action is not in finite in act, a set of actionsevents quotable. Always in “What esthetic drama?Benjamin speaks of “quotable gesturesand explains: “To quote a text in volves interrupting the context in which it falls. And so perfectly understandableasthete4atroepic, which is based on the interruption, both in the specific sense of a theater citable. “(Benjamin, 1969, 148-150)Is not that a quote that performs the analog brain when ever that draws on memory to trigger synapse?

The digital world is perhaps quote the real world?

Our image in the video is the real quote? The icon is a quote?

How the Mediterranean is quote of all subcultures that compose it. But in whatever way we think about the Mediterranean and in whatever way we want to play the it still brings many secrets.

What inspires in us today think of being a Mediterranean ethnicity? What is the unspeakable that we carry with us still? The Mediterranean is known by our fore fathers, who built our myths, which we still have not met. What is the secret that made human archetype, an example of life, a deep belonging, one way to interpret the world around us. The Mediterranean will always have something mysterious an delusive that will enable us to always see her in ways perpetually new, never exhaustive only for those who experience it. The computer is able to play memberships, and feelings of the characters somehow exorcise the infinite tension to affirm their membership in local and global. The new digital technologies make it even stronger and more abstract the concept of presence as a projection of the culture of who benefits and who is acting.

Taking account of these assumptions is necessary to know the best tools that make it possible to achieve performance with cultural languages and digital media.

This flow from one side of us definitely lose the sense of belonging that the old company had donated cash there, along with the myths, values, customs, morals, but on the other hand reconstructs a new sense of belonging, a new ethos! Banfield, in his studies on Montegrano, a small town in Basilicata, had noticed in the people of this country the lack of political action, that is, according to an ethos that took into account the overall well being of the individual “community”, but in reality I think that the ability “politics “of Mediterranean societies has gradually disappeared with the formation, as mentioned, solid companies.15

A fortiori, we wonder how it is now possible to act according to an ethos, or a global vision, as it is called Cancan, taking into account the “community networks”, either gradual re-emergence of these new liquid companies? Or maybe it’s just the liquidation of the companies has revived, as I said earlier, the “lost conceptcommunity? Gluckman, who was the founder recognized the concept of network, reminds us that this last is first and foremost a tool to develop new analytical methods capable of dealing with the study of reality fluid and unstable; that’s why I argue that the concept of community, such as the Mediterranean necessarily have to be recast in the light of these assumptions. 16The inability in recent years by anthropologists to define what is really the Mediterranean are a in this respect is to our ad vantage…also because paradoxically are as “geographicallydefined as “mediterraneamente” well are those that currently have perhaps less than a half to “navigate” in this ephemeral and newmare nostrumToday, perhaps is “Ulysses” the Irish joysian Leopold Bloom, but Ulysses himself …17

Today, therefore, we cannot ignore the existence of network sand new social rolessimulacra that interact with each other endlessly, in this regard, perhaps the Goffman sense this was a great prophet of the complex! 18Currently it is deleterious to dwell on the analysis of a simple symbolic interactionism, we must take into account a rather symbolic interactionism and infinite virtual post-lived men, acted as a post-bodies … The Iperuranio Plato was certainly not a scientifically verifiable fact, but also a great prophecy!

The network is the visible image of Iperuranio! The world of ideas, and the idea that we were looking for here is that of the Mediterranean. Like Odysseus in Plato’s Myth of Er, modern man can indeed choose to be “born againtake on new identities and perhaps continuously, humbly, as our hero, choose to be reborn as an any man…19

One of these horizons is the world of digital, virtual, capable of creating world son the web Mediterranean ephemeral, but at the sametime as real, because objectively perceived by individuals.

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(1902-03) A General Theory of Magic, Routledge, 2001 (Esquisse d’une théoriegénérale de la magie, L’AnnéeSociologique) (Teoria generale della magia, trad Zannino F. Enaudi, Torino, 2000

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1991 Breviario mediterraneo Garzanti, Milano (English version Mediterranean Mediteranski Brevijar University of California Press, 1999)

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2004 Homo Cyborg. The posthuman body between realty and science fiction. )Homo cyborg. Il corpo postumano tra realtà e fantascienza, Elèuthera, 2004)

Note

1R. G. Davis is a designer andcontemporary artist who usesnew digital techniques

2 M. Mauss, A General Theory of Magic, Routledge, 2001

3Posted by C. Magris in the Breviario mediterraneo by Predrag Matvejevic’ Garzanti, Milano 1991

4 Predrag Matvejevic, Breviario mediterraneo, Garzanti, Milano, 1991 (English version Mediterranean Mediteranski Brevijar University of California Press, 1999)

5 E. Morin, Introduction à la pensée complexe, ESF, 1990

6 V. I. Vernadskij, The Biosphere and the Noösphere, Moscow,Mysl Publishing House, 1967

7Z. Baumann, Liquid Modernity, Wiley, 2000

8E. Durkheimon, Morality and Society, by Émile Durkheim, Émile Durkheim, Robert N. Bellah (Editor)

9N. Yehya, Homo cyborg. Il corpo postumano tra realtà e fantascienza, Elèuthera, 2004 (EnglischvertionHomo Cyborg. The posthuman body between realty and science fiction. Milan) Elèuthera

10Truth and Method is the major philosophical work by Hans-Georg Gadamer, first published in 1960

11A. Schopenhauer, Die Welt alsWille und Vorstellung), 1818/1819, Book II, 1844

12W. Benjamin, The Work of Art in the Age of Mechanical Reproduction Zeitschriftfür Sozialforschung), is a 1939

13M. Benedikt, Cyberspace: firststeps, MIT Press, 1991

14W. Benjamin What is Epic Theater?, Illuminations. Ed. Hannah Arendt. New York:Schocken, 1969. Print

15E.C. Banfield, The moral basis of a backward society, Free Press, 1958

16M. Gluckman Rituals of Rebellion in South-East Africa (1954)

17 Leopold Bloom is the name of the star of the novel Joyce’s Ulysses

18E. Goffman The Presentation of Self in Everyday Life, University of Edinburgh Social Sciences Research Centre, 1959:

19 Plato The Myth of Er (Plato, Republic, 616b)