Consolata Santinon. 21 Infanzia e adolescenza tra socialità e solitudine

La tutela del benessere dei figli in Europa. Dall’audizione del minore alla mediazione familiare trasformativa, luogo di apprendimento informale

Premessa

Il dibattito politico sulla tutela dei figli nelle procedure di separazione e divorzio, o nelle cause relative al loro affidamento, è ormai una diatriba che ha come oggetto i diritti dei diversi membri della famiglia. Allo stesso modo le associazioni a sostegno dei diritti delle madri da un lato e dei padri dall’altro si  contrappongono,  e ciascuna parte ritiene di poter rappresentare e tutelare i diritti dei bambini. Tuttavia, c’è un aspetto su cui tutti concordano: la necessità di individuare un quadro giuridico idoneo alla riduzione del conflitto tra i membri della famiglia dopo il divorzio[1].

In questo articolo esaminiamo i diritti dei minori nelle controversie in materia di affidamento da una prospettiva europea e in particolare il diritto dei minori ad essere ascoltati nei casi di controversie in materia di affido, nonché la mediazione familiare quale opportunità per una diversa gestione della conflittualità adeguata a preservare la serenità dei figli.

Il dato che emerge da studi e ricerche di settore è che in tutti i Paesi europei le controversie in materia di diritto di famiglia riguardano più la ridefinizione dei legami familiari che la tutela dei diritti dei minori o dei genitori. In un contesto in cui la conflittualità ha il sopravvento, ci si interroga sull’efficacia dell’istituto dell’audizione del minore quale strumento idoneo alla realizzazione dell’interesse superiore del minore. In tale quadro si inserisce la mediazione familiare, strumento principe per una migliore gestione della conflittualità, luogo di apprendimento informale di life skills utili a ristabilire un dialogo tra le parti e a gestire il conflitto.  

Fonti europee e internazionali

La legislazione europea per i diritti dei minori si basa in ampia misura sulla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo (CRC) del 1989, che impone obblighi giuridici a tutti gli Stati membri dell’UE firmatari. La CRC è così il termine di paragone per lo sviluppo della legislazione europea sui diritti dei minori, cui sempre più spesso il Consiglio d’Europa e l’UE fanno riferimento. La CRC garantisce il diritto del minore ad intrattenere regolarmente contatti diretti con entrambi i genitori[2] e ad esprimere le proprie opinioni[3]. In Europa, per garantire il pieno rispetto di tali diritti, sono stati adottati strumenti che regolano direttamente o indirettamente i diritti del fanciullo. I più importanti sono:

  • Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950 (CEDU);
  • Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei minori del 1996 (adottata il 25 gennaio 1996), che promuove il superiore interesse dei minori nei procedimenti familiari e, ai sensi dell’articolo 3, riconosce ai minori il diritto di esprimere la propria opinione nei procedimenti che li riguardano;
  • La Carta sociale europea del 1996 che si concentra sulla protezione dei minori da qualsiasi tipo di abuso o sfruttamento;
  • Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 2000, nota come Carta di Nizza;
  • Le Linee guida del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa sulla giustizia a misura di minore adottate il 17 novembre 2010.

La Convenzione europea sui diritti umani (CEDU), prevedendo all’art. 8 che tutti hanno il diritto al rispetto della vita privata e familiare, getta le basi giuridiche per la realizzazione del superiore interesse del minore.

L’introduzione della Carta dei diritti fondamentali e l’entrata in vigore del trattato di Lisbona nel 2009 che riconosce alla Carta lo stesso status giuridico dei trattati dell’UE, rappresenta un buon punto di partenza per la promozione e la tutela dei diritti dei minori.

L’art. 24 della Carta di Nizza, dopo aver riconosciuto all’art. 24 che i minori hanno il diritto alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere, afferma tre principi chiave sui diritti dei minori: 1. il diritto di esprimere liberamente le loro opinioni in tutte le questioni che li riguardano in funzione della loro età e maturità; 2. l’interesse superiore del minore; 3. il diritto di ogni bambino di intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i due genitori, a meno che ciò non sia contrario ai suoi interessi.

La Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) ha interpretato il significato di questa disposizione in combinato disposto con il regolamento Bruxelles II bis, che si applica a tutte le decisioni in materia di responsabilità genitoriale, indipendentemente dallo stato coniugale. Il trattato di Lisbona ha, inoltre, rafforzato i diritti dei minori identificando la protezione di tali diritti come uno degli obiettivi generali dell’UE (articolo 3, paragrafo 3, del TUE). Conformemente a questo obiettivo, il legislatore dell’UE ha adottato diverse direttive che mirano a combattere l’abuso sessuale dei minori, lo sfruttamento sessuale dei minori, la pornografia minorile, la tratta di esseri umani, nonché a proteggere le vittime di questi crimini.

Dal 2007 la protezione dei diritti dei minori è entrata nell’agenda dell’UE: il Consiglio dell’Unione europea ha adottato gli Orientamenti dell’UE per la promozione e la protezione del diritto del bambino (Bruxelles, 10 dicembre 2007) e la Commissione europea ha adottato la comunicazione intitolata Riservare ai minori un posto speciale nell’azione politica esterna dell’UE (Bruxelles, 5 febbraio 2008), nonché l’agenda dell’UE per i diritti dei minori (2011).

Le Linee guida del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa sulla giustizia a misura di minore adottate il 17 novembre 2010 sono il risultato di un programma lanciato nel 2006 intitolato “Costruire un’ Europa per e con i bambini”. Le linee guida riconoscono il diritto del minore ad essere ascoltato come uno degli strumenti da utilizzare per migliorare i procedimenti giudiziari in cui sono coinvolti. Il diritto del bambino ad essere ascoltato è evidenziato sotto tre profili: è un diritto e non un dovere del bambino; il bambino deve avere l’opportunità di essere ascoltato quando comprende a sufficienza gli argomenti in questione, ma tale comprensione non deve essere valutata unicamente in base all’età; ai minori dovrebbero essere fornite informazioni sulle modalità della loro audizione e sul fatto che le loro dichiarazioni non determineranno il contenuto della decisione finale del provvedimento giudiziale.

 

L’ascolto del minore nei procedimenti che lo riguardano nel contesto europeo

La normativa internazionale ed europea ha pian piano affermato la figura del minore come soggetto portatore di diritti e non solo come destinatario di tutela. La tutela giurisdizionale del minore non è soltanto tutela dei diritti soggettivi di cui egli è titolare alla stessa stregua di ogni persona fisica, ma è anche “tutela del suo interesse esistenziale” alla formazione della personalità, un interesse qualificato come “superiore”. Solo in tal modo è possibile configurare una tutela globale del minore, che comprende sia la tutela giurisdizionale dei diritti soggettivi di cui è titolare, sia l’attuazione dell’interesse del minore allo sviluppo della sua personalità. In tal modo il minore non è un referente dipendente, passivo o invisibile, ma interlocutore attivo, da coinvolgere attraverso il dialogo, la partecipazione, l’informazione e l’ascolto [4].

Il comitato per i diritti dell’infanzia[5], ha affermato che riconoscere il diritto del minore ad esprimere le sue opinioni e a partecipare a varie attività, in base alle sue capacità in evoluzione, è vantaggioso per il bambino, per la famiglia, la comunità, la scuola, lo Stato e la democrazia. La partecipazione contribuisce alla crescita personale del minore; molte ricerche dimostrano, infatti, che l’ascolto delle opinioni e delle esperienze dei bambini – all’interno della famiglia, a scuola e in altri contesti – li aiuta a sviluppare l’autostima, le capacità cognitive, le abilità sociali.

Qualsiasi decisione giudiziale o accordo delle parti che tenga conto della prospettiva dei figli è più pertinente, efficace e sostenibile, di una decisione che non considera il loro punto di vista. Rendere i procedimenti giudiziari in tutta Europa più adeguati ad accogliere e ascoltare i minori è un’azione chiave nell’ambito dell’agenda dell’UE per i diritti dei minori[6]. Conformemente alle norme europee in materia di giustizia minorile, gli Stati membri sono tenuti ad adottare misure atte a consentire al minore, in funzione della sua età e grado di maturità, la partecipazione alle procedure che lo riguardano. Il diritto del fanciullo ad essere ascoltato, ad esprimere la propria opinione nei procedimenti che incidono direttamente o indirettamente sui suoi diritti e interessi, è un diritto garantito da numerosi documenti europei[7] e riconosciuto dalla giurisprudenza dei tribunali degli Stati membri[8] . Sono diversi i procedimenti che richiedono l’audizione del minore, ma costituiscono oggetto di trattazione del presente elaborato esclusivamente i procedimenti relativi all’affidamento, alla separazione e al divorzio.

La Corte di giustizia dell’Unione europea ha dichiarato che l’audizione del minore deve essere accordata nei procedimenti inerenti alla famiglia, e in particolare nei procedimenti di separazione e divorzio, a condizione che ciò corrisponda al supremo interesse del minore. Quando il giudice afferma che il bambino deve avere il diritto di essere ascoltato, questo diritto deve essere efficace[9], deve costituire un’autentica ed effettiva opportunità per il minore di esprimere le proprie opinioni. A tal fine, il tribunale deve adottare tutte le misure appropriate per organizzare le audizioni, tenendo conto dell’interesse superiore del minore e delle sue concrete peculiarità.   Una questione molto dibattuta è costituita dalla possibilità di procedere con l’audizione del minore anche nel caso in cui egli viva una condizione di conflitto di lealtà, che potrebbe pregiudicare la libertà di esprimere la sua volontà[10].

In Italia recentemente la Suprema Corte[11] ha confermato la decisione dalla Corte d’Appello di non valorizzare le dichiarazioni del minore, poiché il suo desiderio di trasferirsi presso la casa paterna rappresentava una conseguenza del comportamento denigratorio e alienante tenuto dal padre nei confronti della madre; tale contesto tossico avrebbe così viziato e reso inappropriato il coinvolgimento del minore, che sarebbe stato impropriamente coinvolto in un ruolo ed in decisioni che competono agli adulti.

In altre occasioni la Suprema Corte, in merito alla valutazione delle dichiarazioni rese dal minore, ha tuttavia ribadito come la conflittualità delle parti in causa non possa costituire, di per sé, una giustificazione idonea a non tenere in considerazione la volontà minore. Al contrario, si impone in questi casi una rigorosa verifica dell’interesse effettivo del minore e la predisposizione di un contesto ambientale in cui il soggetto, scevro da condizionamenti, possa manifestare liberamente la sua volontà.

Ai sensi dell’articolo 12 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia del 1989 e dell’articolo 8 della Convenzione europea, in tutti i procedimenti giudiziari o amministrativi che riguardano i diritti dei minori, e in particolare nell’ambito delle procedure relative al loro affidamento, non si può dire che i minori siano stati messi nella condizione di esprimere le proprie opinioni e sufficientemente coinvolti nel processo decisionale se non hanno avuto l’opportunità di essere ascoltati e di esprimere le loro opinioni. La Corte europea ha sostenuto che il diritto al rispetto della vita privata e familiare nelle procedure di separazione e divorzio è violato non solo quando la durata del procedimento è eccessiva, ma anche quando non viene riconosciuto al minore il diritto di esprimere liberamente la propria opinione in merito al suo affido o al suo collocamento[12].

In un caso noto, la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per non aver messo in atto tutte le misure necessarie per garantire a un padre divorziato la possibilità di vedere il figlio[13]. Di fatto, nelle more del giudizio, il figlio cresce senza il sostegno di una delle due figure genitoriali, privato della relazione con il proprio padre.

Le Linee guida del Consiglio d’Europa del 2010 identificano cinque punti chiave di una giustizia a misura di minore, prima e durante il procedimento:

  • La partecipazione deve essere garantita prima del procedimento, tramite l’informazione del bambino e durante il procedimento tramite il suo ascolto;
  • Il miglior interesse del bambino deve essere garantito attraverso un approccio multidisciplinare e la collaborazione di professionisti specializzati durante la sua audizione;
  • Il rispetto della dignità del minore;
  • La protezione dalla discriminazione;
  • Il giusto processo, evitando indebiti ritardi.

Considerato il costante impegno delle nazioni europee nella tutela dell’interesse superiore dei bambini, gli orientamenti del Consiglio d’Europa sulla giustizia a misura di minore[14] impongono agli Stati membri di garantire la cooperazione di professionisti specializzati nei diversi settori (avvocati, psicologi, polizia, funzionari dell’immigrazione, assistenti sociali e mediatori). Le competenze richieste sono così articolate e complesse che inevitabilmente richiedono uno sforzo aggiuntivo e un lavoro di équipe.

I professionisti hanno spesso punti di vista differenti, o addirittura opposti, che richiedono il conseguimento di un delicato equilibrio nel proteggere il miglior interesse del bambino. Il disaccordo si concentra principalmente sulla opportunità di audizione del minore e, in caso positivo, sulle modalità di ascolto, sul possibile affiancamento dei genitori e sul numero di professionisti che devono essere interpellati, in quali ruoli e funzioni. Il dibattito riflette la necessità di bilanciare il diritto alla partecipazione del minore al procedimento con il suo diritto ad essere protetto, una necessità che occorre considerare per conseguire una partecipazione a sua misura.

Il minore nel conflitto

Quanto è efficace l’istituto dell’audizione del minore rispetto al perseguimento del superiore interesse del minore? Può avere ripercussioni sulla psiche del bambino? Si tratta di uno strumento idoneo a dirimere la conflittualità delle parti? Il conflitto tra i genitori durante il divorzio influisce negativamente sul benessere del minore[15], un benessere che andrebbe più efficacemente tutelato dall’ordinamento giudiziario. Una delle insidie dell’istituto in esame è, infatti, il rischio di coinvolgere i figli in una ulteriore battaglia, alimentando le loro paure, il vuoto e la sensazione di perdita e smarrimento. Per tale motivo sia l’Italia che altri  Stati membri sono restii ad attuare la normativa europea in materia di ascolto del minore, al fine di tenere i bambini fuori dal conflitto.

Sul tema c’è notevole dibattito in dottrina. Alcuni studiosi sostengono che il coinvolgimento dei minori tramite la loro audizione nei casi di affidamento equivalga ad attribuire al minore la responsabilità di prendere una decisione, dal punto di vista evolutivo, da adulto[16] . Mentre alcuni bambini, in particolare adolescenti e preadolescenti, sono in grado di esprimere una chiara preferenza sul genitore con cui vivere, chiedere a un bambino che non ha espresso tale opinione, equivale a chiedergli di scegliere tout court tra la mamma e il papà.

Tali posizioni evidenziano l’importanza dell’armonia nelle relazioni familiari e le danno la precedenza rispetto alla difesa dei diritti dell’individuo nelle famiglie. Il coinvolgimento del bambino nel processo attraverso la sua audizione potrebbe, infatti, contribuire ad alimentare il conflitto, piuttosto che dirimerlo; potrebbe diventare uno strumento nelle mani di uno dei due genitori per vincere la battaglia contro l’altro. A tal proposito, in modo quasi provocatorio Katherine Barlett[17] si è interrogata sul perché la legge sulla custodia dovrebbe elevare gli interessi di un membro della famiglia, il bambino, al di sopra di quelli di altri membri della famiglia, potenzialmente a scapito degli interessi collettivi dell’unità familiare.

Secondo l’opinione degli esperti le procedure di separazione e divorzio, ad eccezione dei casi più complessi, non dovrebbero essere gestite come controversie in cui le parti sono una contro l’altra in una battaglia che non avrà vincitori, ma solo una famiglia ulteriormente provata psicologicamente ed economicamente. In virtù del superiore interesse del minore, nei procedimenti in oggetto, più che in altri tipi di controversie, andrebbero tutelati i legami. Nonostante la fine della relazione, la coppia genitoriale non si scioglie[18].

In conclusione, si ritiene che l’istituto dell’audizione del minore possa essere un valido strumento processuale idoneo a rendere le decisioni giudiziarie conformi al principio del superiore interesse del minore, se adottato seguendo modalità atte ad evitare interferenze, turbamenti e condizionamenti, cosicché egli possa esprimere liberamente e compiutamente le sue opinioni ed esigenze. Tuttavia, per quanto concerne la sua efficacia rispetto alla realizzazione del benessere del minore occorre osservare che, sebbene possa aiutare a porre fine alla controversia legale, l’istituto dell’audizione non pone fine alla conflittualità tra gli ex coniugi.

In considerazione di quanto possa essere doloroso il divorzio per un figlio, specialmente quando i genitori conservano un atteggiamento di ostilità l’uno verso l’altro, la realizzazione del suo superiore interesse non può che essere realizzato aiutando le figure genitoriali a gestire la conflittualità ristabilendo un dialogo.

La mediazione familiare, un luogo di apprendimento informale

La separazione è un momento critico sia per i figli che per i genitori, sia per chi la decide, sia per chi la subisce. Occorre conoscere il ciclo di elaborazione dei lutti e delle perdite significative, per comprendere sia l’universo di dolore di colui o colei che viene lasciato/a, sia il perché del violento e sovente autodistruttivo percorso di citazioni, denunce, consulenze tecniche, ricorsi, minacce, invettive, ecc., che accompagna alcune separazioni giudiziali dilatandone i tempi, i costi e coinvolgendo un numero elevato di operatori ed esperti[19].

L’alta conflittualità della coppia, l’assenza di comunicazione o una comunicazione disfunzionale, diventa particolarmente controproducente quando la coppia è chiamata a cooperare per garantire la soddisfazione delle esigenze affettive e materiali dei figli. La coppia deve collaborare sia per fronteggiare gli aspetti organizzativi della bigenitorialità, sia per preservare la stabilità emotiva dei propri figli, nonostante tutto. Questa fase comporta la riorganizzazione di tanti aspetti della vita e quotidianità della coppia – aspetti economici, abitazione, rete relazionale, immagine sociale – nonché la rielaborazione a livello emotivo dell’accaduto.

Il mediatore familiare si inserisce in questo contesto facilitando la collaborazione della coppia genitoriale nella messa a fuoco di un progetto di separazione condiviso che disciplina gli aspetti economici e i turni di cura dei figli. È un esperto della conflittualità familiare del tutto autonomo rispetto all’ambito giudiziario: interviene nel contesto relazionale della coppia che sta per separarsi, ma anche dopo la separazione e il divorzio per facilitare la comunicazione e il conseguimento degli accordi.

Le persone coinvolte in una separazione sono spesso in una situazione di helplessness (impotenza), si sentono disorientate e vulnerabili, sentono di aver perso il controllo della loro vita. Tuttavia, man mano che il percorso di mediazione avanza, le parti manifestano un atteggiamento di maggiore serenità, sicurezza, controllo della loro situazione e apertura al dialogo, realizzano il processo di self empowerment[20] . Questo processo, volto al rafforzamento di alcune competenze personali e relazionali, permea di fatto tutto il percorso della mediazione.

Il potenziamento – o empowerment  – è un processo che rende la coppia capace di gestire in autonomia la relazione e immaginare possibili soluzioni, senza l’aiuto di terzi; è costituito per  R.A. Bush da cinque elementi indipendenti: gli obiettivi della coppia, le opzioni disponibili, le loro abilità, le risorse possedute, la capacità decisionale.

Gli obiettivi: le parti individuano con maggiore chiarezza quali sono i loro  scopi, gli interessi personali, le motivazioni importanti e degne di considerazione.

Le opzioni: le parti diventano consapevoli delle diverse scelte disponibili per conseguire i loro obiettivi, realizzano di avere diverse scelte a disposizione e di averne il controllo.

Le abilità: le parti conquistano ulteriori abilità nella gestione e superamento del conflitto. Imparano ad ascoltare, comunicare, analizzare e argomentare i loro problemi più efficacemente. Acquisiscono, la tecnica del brainstorming e imparano a valutare soluzioni alternative.

Le risorse: le parti acquisiscono consapevolezza rispetto alle risorse possedute, disponibili per il conseguimento dei loro obiettivi, ovvero che:

  • sono in possesso di qualcosa che per l’altro è un valore;
  • che ogni risorsa personale può essere riorganizzata e valorizzata;
  • di essere in possesso di risorse sufficienti a migliorare soluzioni prima non considerate;
  • che possono aggiungere ulteriori risorse.

Capacità decisionale: le parti riflettono, decidono e prendono decisioni responsabili per se stesse e su quello che desiderano fare, comprese le decisioni relative alla discussione nel processo di mediazione stesso e le modalità di risoluzione dell’oggetto della controversia. La coppia indaga e accetta i punti di forza e di debolezza, i vantaggi e gli svantaggi delle soluzioni e delle alternative disponibili. Infine, farà scelte comuni e condivise alla luce di queste alternative.

Quando gli elementi di empowerment sopra descritti si concretizzano, i partecipanti manifestano autostima, sicurezza, autodeterminazione e autonomia. Il self-empowerment può essere comunque conseguito a prescindere dal risultato della negoziazione e dall’esito e contenuto dell’accordo. Al processo di empowerment si accompagna il processo complementare di recognition (riconoscimento) dell’altro, del suo punto di vista, come definisca il problema e perché persegua uno specifico obiettivo[21]. La recognition è un processo che si sviluppa per gradi, talvolta senza che i soggetti coinvolti ne siano pienamente consapevoli e con un grande effetto di distensione nel processo di negoziazione.

Al processo di empowerment si accompagna il processo complementare di recognition (riconoscimento) dell’altro, del suo punto di vista, come definisca il problema e perché persegua uno specifico obiettivo[21]. La recognition è un processo che si sviluppa per gradi, talvolta senza che i soggetti coinvolti ne siano pienamente consapevoli e con un grande effetto di distensione nel processo di negoziazione. In primo luogo, il riconoscimento dell’altro, in secondo luogo la comprensione del suo punto di vista, specchierà l’altro attraverso il linguaggio e al quarto e ultimo livello riconoscerà l’altro con le azioni.

La mediazione familiare riserva l’inestimabile vantaggio di ridurre la tensione, migliorare la comunicazione e la capacità degli ex coniugi di riconoscere le priorità. Il suo risultato trascende il mero contenuto dell’accordo e coinvolge le dinamiche relazionali della coppia, consente alla coppia di decidere in autonomia rispetto al sistema giudiziario. La riduzione della conflittualità e la maggiore predisposizione al dialogo permettono agli ex coniugi di concordare le decisioni inerenti la riorganizzazione familiare, i turni di cura dei figli, il loro mantenimento e tutti gli aspetti pratici della vita quotidiana.

La migliore gestione delle dinamiche relazionali si riverbera positivamente anche sulla vita psico-affettiva dei figli, che non subiranno lo stress derivante dalle ostilità parentali e dalla partecipazione alle procedure giudiziarie che lo riguardano. In considerazione di quanto sopra esposto, si ritiene che la mediazione familiare, più di ogni altro strumento offerto dall’ordinamento giuridico, possa realizzare il superiore interesse del minore, tutelando il suo benessere e garantendo i suoi diritti. 

 

[1] Douglas, Murch, Scanlan e Perry, 2000; Dwyer, 2006; Guggenheim, 2005; Hunt & Roberts, 2004

[2] Art. 9 della CRC: “Gli Stati parti rispettano il diritto del fanciullo separato da entrambi i genitori o da uno di essi di intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i genitori”

[3] Articolo 12 della CRC: “ Gli Stati parti garantiscono al fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa, le opinioni del fanciullo essendo debitamente prese in considerazione tenendo conto della sua età e del suo grado di maturità.
A tal fine, si darà in particolare al fanciullo la possibilità di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo concerne, sia direttamente, sia tramite un rappresentante o un organo appropriato, in maniera compatibile con le regole di procedura della legislazione nazionale

[4] Mengarelli M., La tutela del minore, in Cittadini in crescita. Il garante: promozione e protezione, pp. 56-57

[5] Il comitato per i diritti dell’infanzia è un organo di esperti indipendenti che monitora e riferisce sull’attuazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia da parte dei governi.

[6] Comunicazione della Commissione europea  al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni, Un’agenda dell’UE per i diritti dell’infanzia, http://eur-lex.europa.eu/legal-content/ EN/TXT/?uri=celex:52011DC0060, 12 January 2017

[7] La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, come modificato dai Protocolli n. 11 e 14, Consiglio d’Europa, 4 novembre 1950;Van Bueren, G., Child Rights in Europe: Convergence and Divergence in Judicial Protection, Consiglio d’Europa, 2007, p. 83; ll diritto del minore di esprimere il proprio punto di vista in un procedimento è garantito anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea: art. 24. c. 1:  I minori hanno diritto alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere. Essi possono esprimere liberamente la propria opinione. Questa viene presa in considerazione sulle questioni che li riguardano in funzione della loro età e della loro maturità

[8] Il diritto del minore ad essere ascoltato in un procedimento civile non è espressamente previsto dalla CEDU,  né tale diritto è stato esplicitamente stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Tuttavia,  considerando i principi di interpretazione evolutiva, gli obblighi positivi inerenti agli articoli 6 e 8, nonché la giurisprudenza relativa all’audizione dei bambini emanata fino ad oggi, è da sostenere che tale diritto possa derivare dalla normativa CEDU. Daly, A The right of children to be heard in civil proceedings and the emerging law of the European Court of Human Rights, The International Journal of Human Rights, Vol. 15, No. 3, 2011, pp. 441. Giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo relativa al diritto del bambino di esprimere il suo punto di vista: T. contro Regno Unito (1999) 30 EHRR 121; Kutzner contro Germania(2002) Appl. N. 46544/99, Sahin contro Germania (2003) 36 EHRR 765; Sommerfeld v contro Germania (2003), Appl.

[9] La Corte di giustizia ha affermato che l’ascolto di un minore “non è un diritto assoluto, ma che se un tribunale lo dispone deve offrire al minore un’autentica ed effettiva opportunità di esprimere le proprie opinioni. (…). Il tribunale deve anche adottare tutte le misure appropriate per organizzare tali audizioni, tenendo conto dell’interesse superiore dei minori e delle circostanze di ciascun caso individuale, Joseba Andoni Aguirre Zarraga v. Simone Pelz, 22 December 2010

[10]  Il  conflitto di lealtà è il sentimento doloroso che i figli sperimentano quando per effetto della separazione l’equilibrio di tale legame viene meno, mettendoli nella scomoda posizione di sentirsi costretti ad allearsi con un genitore contro l’altro..

[11]  Con ordinanza emessa in data 14 marzo 2019 n. 12018 la Cassazione respinge le doglianze del ricorrente, il quale denunciava la nullità della pronuncia della Corte d’appello che, nel procedimento avente ad oggetto il reclamo da lui proposto, non aveva provveduto all’ascolto diretto del figlio minore.

[12] M. e M. contro Croazia, n. 10161/13, CEDU 2015. La Corte ha rilevato che la figlia aveva nove anni e mezzo all’epoca dell’instaurazione del procedimento di affidamento e che era diventata tredicenne nelle more del processo. La Corte ha sostenuto che sarebbe stato difficile sostenere, data l’età della bambina e la sua maturità, l’incapacità di formare ed esprimere le proprie opinioni liberamente. Per la Corte, il mancato rispetto della volontà della minore avrebbe costituito, nelle specifiche circostanze del caso di specie, una violazione del suo diritto al rispetto della vita privata e familiare.

[13] ECHR, Piazzi contro Italy (No. 36168/09). 

[14] paragrafi 70-72 delle osservazioni generali

[15] Douglas, Murch, Miles e Scanlan, 2006; Emery, 2004

[16] Emery, 2003

[17] Katharine T. Bartlett, laureata all’Università di Harvard e all’Università della California a Berkeley, professore di diritto A. Kenneth Pye, è stato preside della Duke Law School dal 2000-2007. Insegna diritto di famiglia, diritto della discriminazione sul lavoro, genere e diritto e contratti e pubblica ampiamente nei settori del diritto di famiglia, della teoria del genere, del diritto del lavoro, delle teorie del cambiamento sociale e dell’educazione legale. 

[18] Robert E. Emery, Il divorzio. Rinegoziare le relazioni familiari, Francoangeli,  2004

[19] I. Buzzi, A monte e a valle del divorzio emotive, in Social News, n. 1, 2006

[20] R.A. Bush, R. Folger, The promise of mediation: Responding to conflict though Empowerment and Recognition, Jossey-Bass Publishers, San Francisco CA 1994

[21] J.M. Haynes, I.Buzzi, Introduzione alla mediazione familiare, principi fondamentali e sua applicazion,Giuffrè Editore, 2012

 

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