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29 marzo 2017

Il valore del dono tra legame comunitario e legame trascendentale

 Alessandro Savy

Marcel Mauss

La coesione tra individui, sia in una comunità semplice sia in una società complessa e strutturata, non si basa tanto sullo scambio equo e contrattuale – oggi spesso sopravvalutato – ma su legami stabiliti e tenuti vivi da azioni e sentimenti non utilitaristici. Il concetto di dono può essere declinato in varie maniere, assumendo caratteristiche peculiari in ambito religioso.

Il valore del dono va al di là di quello che comunemente la gente pensa. Esso ha una funzione sociale importantissima che è quella di creare legami.Un primo esempio di legame ci viene fornito dall’antropologo M. Mauss, il quale individua tre caratteristiche fondamentali del dono: “dare, ricevere, ricambiare” e mostra come i tre fondamenti del dono fossero essenzialmente obbligatori all’interno delle comunità primitive da lui studiate.

Si deve “dare” per mostrare la propria potenza, la propria ricchezza; si è nell’obbligo di “ricevere”, cioè non si può rifiutare il dono, pena la scomunica della comunità ed il disonore; si deve “ricambiare”, cioè restituire alla pari o accrescendo ciò che si è ricevuto: restituire meno di ciò che si è ricevuto è un’offesa al donatore.

La ricerca di Mauss, infatti, ha come scopo trovare la “roccia della morale eterna” su cui si fondano le società e la individua in quella relazione ambigua, libera e obbligatoria nello stesso tempo, che vincola tra loro le persone coinvolte nel dono. Studiando i documenti etnologici di varie società primitive, lo studioso scopre l’esistenza di relazioni complesse legate al dono, quelle sopra citate, donare, accettare il dono, contraccambiare, gareggiare nello scambiarsi doni di valore, accumulare beni da distribuire o distruggere, per citare alcune usanze che gli rileva in varie società, sono atti dal profondo significato materiale e simbolico. Attraverso questi gesti non solo vengono scambiati beni che possono essere utili, ma si stabiliscono vincoli di scambio e i rapporti di superiorità e inferiorità ovvero, quando qualcuno non è in grado di contraccambiare i doni che ha ricevuto.

Nel Saggio sul dono, di Mauss si mostra quindi come gli individui delle società arcaiche fossero obbligati a donare. Il dono non è quindi pratica libera, ma è un obbligo sociale, è un vincolo comunitario, non è liberalità del singolo, non è disinteresse. L’obbligo al dono è indotto innanzitutto da vincoli comunitari e di onore, chi non partecipa al rito del dono, chi non è nella capacità di reperire e possedere oggetti da immettere nel circolo del dono, è soggetto alla esclusione dal gruppo. Se si rifiuta un dono, o non si ricambia in modo congruo, si incrinano i rapporti tra la famiglia del donatore e quella del donatario, si rompono legami di parentela, si creano rancori che possono durare tutta una vita.

Quindi , i doni non hanno lo stesso scopo del commercio e dello scambio nelle nostre società più elevate. Lo scopo è prima di tutto morale, l’oggetto è quello di produrre un sentimento di amicizia tra le due persone interessate e se l’operazione non ottenesse questo effetto tutto verrebbe meno1.

Dallo studio delle suddette comunità lo studioso rimase affascinato dalla presenza dell’elemento magico che caratterizza tali popolazioni il mana.

Il mana non è altro che una potente forza magica che padroneggia l’oggetto che si è donato e che è tale da spingere inevitabilmente il ricevente a restituire. La grandezza della sua scoperta non fu soltanto nella constatazione che questa forza risiederebbe in tutte le forme di dono e di scambio delle società arcaiche, ma anche che questa non mantiene alcuna relazione con l’economia e la materialità perché le supera. L’elemento magico viene altresì espletato quando il destinatario dell’oggetto fatto dono ricambierà l’azione.

I tempi e i modi della restituzione non sono assolutamente rigidi e rigorosi, anzi. Durante l’attesa c’è la possibilità che possa nascere un rapporto. Il restare in debito è ciò che più di tutto può far bene, poiché mantiene la relazione. Quindi la reciprocità è un’intera classe di scambi, un continuum di forme ad un’estremità del continuum c’è l’assistenza prestata gratuitamente, i piccoli scambi delle relazioni quotidiane, familiari, di amicizia e di vicinato, il regalo puro come lo chiamò Malinowski, al cui riguardo sarebbe impensabile e non amichevole un aperto contratto di restituzione. All’estremità opposta c’è la “rapina” volta all’interesse personale.2

Secondo Marcel Mauss il dono arcaico è un dono obbligato e quindi reciproco, mentre il dono moderno può risultare gratuito e unidirezionale 3.

Le tesi dello studioso Mauss hanno stimolato una riflessione sociopolitica tutt’ora attuale. Già negli anni Ottanta è infatti sorto un movimento, non a caso chiamato MAUSS (Mouvement anti-utilitariste dans les sciences sociales, “movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali”), che dall’eponimo ispiratore recupera la suggestione di una società costituita da vincoli contratti liberamente, ma che determinano rapporti circolari, come avviene nel caso del dono. L’idea che la società possa basarsi non sull’egoismo dei singoli o su una pesante rete di vincoli nei quali gli individui sono ingabbiati, ma su una più sottile e ambigua relazione di spontaneità e di obblighi come quella che si manifesta nel dono, agisce come stimolo critico nei confronti della nostra società e della sua perdita dei valori della condivisione e della solidarietà.

Nelle scienze sociali esistono due paradigmi fondamentali: il primo, definito utilitarista o dell’individualismo metodologico, concepisce l’uomo come Homo Oeconomicus, teso cioè a conseguire il proprio interesse personale, il secondo invece è definito dal Sociologo Francese Durkheim come paradigma collettivista o olistico. Mentre il paradigma utilitaristico, a partire da Locke considera l’interesse come l’impulso dominante di un individuo autonomo e autoaffermativo e quindi il legame sociale come il prodotto di rapporti contrattuali e l’ordine come effetto di scelte razionali, il paradigma collettivista vede l’individuo assoggettato alle regole della sua cultura e società, delle quali è il prodotto. In tale concezione cultura e società preesistono allora all’individuo. Ma cultura e società non sono forse generate dagli individui?

Alain Caillè si inserisce in questo dibattito affermando che entrambi i paradigmi non forniscono una spiegazione plausibile alla questione della genesi del legame sociale e propone l’assunzione di un terzo paradigma, ovvero il paradigma del dono. Il dono, dice Caillè, istituisce rapporti di obbligazione reciproca e costituisce le basi della società.

Se si accetta questo paradigma il valore del bene/servizio va oltre a quello finora identificato, diventando attraverso il dono, promotore di relazioni sociali.

Il legame creato diventa quindi più importante del bene/servizio scambiato.

Alain Caillé, con il paradigma del dono, come abbiamo visto, nato intorno al Mouvement anti-utilitariste dans le sciences sociales (Mauss), riprende le tesi di Marcel Mauss.

L’autore pone il problema del legame sociale e della solidarietà, individuando nel dono e nell’«imperativo delle generosità» un tentativo di riformulazione e ri-orientamento della tenuta sociale. Il dono è considerato uno straordinario performatore sociale in grado di alimentare i legami sociali, che non funzionerebbe, «non sarebbe l’operatore privilegiato di socialità che è, se non fosse effettivamente nel contempo e paradossalmente obbligato e libero, interessato e disinteressato». La logica del dono agonistico del donare-ricevere-ricambiare, diventa la soluzione insieme teorica e pratica dell’apparente antinomia tra la condizionalità e l’incondizionalità del dono evolvendosi alla fine nel concetto di incondizionalità condizionale.

L’interesse risiede alla fine del processo, cioè nell’alimentazione del legame sociale, e non all’inizio, nella motivazione al dono, come invece crede l’utilitarismo.4

T.Godbout in Lo spirito del dono, afferma: “Definiamo dono ogni prestazione di beni o servizi effettuata, senza garanzia di restituzione

al fine di creare, alimentare o ricreare il legame sociale tra le persone”

Ciò che differenzia il dono dallo scambio mercantile, può essere sintetizzato in tre punti:

Il primo concerne la libertà; il dono infatti è libero non vi è nessun vincolo e nessun contratto che ci spinga a donare o a ricambiare, quindi non è un obbligo ma può essere un dovere squisitamente morale, quindi non sanzionabile legalmente, come invece può essere per lo scambio mercantile.

La seconda differenza riguarda la valutazione che facciamo dell’altro.

A differenza dello scambio mercantile nel dono non esistono garanzie. Questo presuppone ed alimenta fiducia in chi dà e in chi riceve. Infatti, diversamente dallo scambio mercantile, che si basa sull’equivalenza dei beni scambiati, non esistono garanzie di equivalenza nel dono o di restituzione dello stesso.

Il terzo aspetto riguarda ancora il rapporto di reciprocità che si instaura attraverso il dono. Lo scambio mercantile è incentrato sull’abolizione del debito: al termine della transazione le parti risultano rispettivamente proprietarie del bene scambiato e prive di obblighi nei confronti dell’altra parte. Il dono al contrario, induce all’indebitamento. Infatti, la dimensione prolungata nel tempo nella restituzione del dono crea un debito che mantiene attivo il legame tra le due o più parti.

A questo punto, considerando il valore del dono nel produrre una “sorta” di legame, è necessario considerare l’aspetto della solidarietà che sembra sottesa all’atto del donare. In primo luogo è bene tracciare una linea evolutiva del termine considerando il concetto di solidarietà all’interno di tre diversi periodi:

Il primo è caratterizzato dalla solidarietà come fraternità, propria del periodo postrivoluzionario, in cui il termine viene usato per indicare un sentimento di unione e di fratellanza;

Il secondo periodo ci fa entrare nel cuore del concetto di solidarietà, grazie al

prezioso contributo di Émile Durkheim, il Sociologo francese, che distingue la solidarietà meccanica dalla solidarietà organica. Tipica delle società omogenee, la solidarietà meccanica (ne è un esempio la solidarietà operaia) rappresenta un legame diretto e meccanico che l’individuo sperimenta con la società.

Il singolo individuo partecipa automaticamente alla costruzione del bene comune, determinando la riproduzione della società.

Il terzo periodo coincide con la nascita di un nuovo tipo di solidarietà, in una società che muta velocemente, che si differenzia e che si specializza e in cui le singole personalità si sviluppano. E’ la solidarietà organica, in cui gli individui non sono più pezzi facenti parte di una macchina, ma parti di un corpo sociale organico dipendenti l’uno dall’altro.5

Questo tipo di solidarietà è specifico delle società complesse, eterogenee e

diversificate e le coscienze individuali non coincidono con la coscienza collettiva, ma determinano il mutamento sociale.

Nel dibattito contemporaneo il concetto di solidarietà è stato approfondito all’interno dei recenti contributi sulla solidarietà offerti dalla psicologia sociale, che hanno permesso di considerare la solidarietà e l’agire solidali connessi a molteplici categorie di senso e comportamento come quelli dei comportamenti pro-sociali e dei concetti ad esso collegati di diffusione di responsabilità e di ignoranza pluralistica, considerate variabili intervenienti che condizionano l’azione solidale all’interno di un contesto specifico oppure il concetto di altruismo come motivazione alla solidarietà o il sostegno sociale, come modo di percepire la solidarietà.

Da un punto di vista psico-sociale, si potranno considerare due diverse forme di solidarietà: una solidarietà eterocentrata, basata sulla differenza, ed una solidarietà gruppocentrata, basata sull’appartenenza.6

Dono è in effetti la qualità buona della relazione, la relazione di riconoscimento; però che solo traspare, e non appare. Quindi il dono non può essere vissuto senza un abbandono nel dono. Io mi abbandono alla libertà dell’altro, perché non so mai se la relazione riconoscente è effettivamente nel cuore dell’altro. Abbandonandomi, comunque, sicuramente vengo a sapere le intenzioni dell’altro; col rischio di ingannarmi, si intende. Il dono, allora, può essere pensato come il fondo delle relazioni etiche in quanto esse sono relazioni di riconoscimento e non di dominio. E naturalmente, si può intuire come queste relazioni trascendentali, come modello stabile di reciproco riconoscimento, non possano essere semplicemente affidate alla fragilità dell’umana libertà.

Vediamo ad esempio che tra genitori e figli, tra amici, nella coppia si dona a volte di più di quanto si riceva, ma non per questo ci si sente creditori o debitori. Il dono è uno strumento indispensabile nella creazione e nel mantenimento dei rapporti: la situazione di squilibrio che si viene a creare permette che la relazione rimanga “in tensione”, viva. Anzi, è proprio la situazione contraria, quella di equilibrio, che sancisce la rottura del rapporto.

Basti pensare alla restituzione dei regali alla fine di un rapporto sentimentale: il debito viene annullato e si ritorna alla parità.

L’idea del dono gratuito, del dare senza cercare nulla in cambio sono entrate nella nostra cultura probabilmente attraverso la religione cristiana e la predicazione del Vangelo, dove il dare viene esaltato e il ricevere invece scoraggiato.

Le religioni hanno favorito la radicalizzazione del dono, visto che diventa persino possibile donare se stessi e la propria vita. Il simbolo stesso della croce riporta alla memoria il sacrificio di un Uomo che ha speso tutta la sua vita per l’umanità e che non solo non è ricambiato, ma è rifiutato, il suo dono non viene accolto. Eppure il suo gesto estremo è ancora donare, donare persino la sua vita per chi non lo merita. Cosa può esserci di più gratuito?

Infine, va ricordata anche una sorta di interiorizzazione del gesto che presiede al dono.

Il dono primitivo, infatti doveva essere mostrato nei potlàc, perché rappresentava la messinscena della generosità del donatore. Al contrario, il dono religioso, in particolare quello cristiano, non deve essere ostentato. Il paradosso però è che più ci si mostra disinteressati e più ci si merita la ricompensa divina.

Soffermandoci sul tema trascendentale del donare , è significativo considerare il concetto del perdono, Il per e un rafforzativo che attesta la straordinarietà del dono, il perdono e un dono iperbolico, qualcosa di straordinario, che va oltre il semplice dono.

Nel perdono si concede la pace, la relazione che si instaura nuovamente tra la persone che concede l’atto d’amore e colui che l’ho accetta, ma l’atto del perdono può anche non essere accettato, ma in ogni caso si concede, si dona la pace.

San Paolo afferma che il perdono è parte fondamentale della vita cristiana. “A chi voi perdonate perdono anch’io; perché quello che io ho perdonato, se ebbi qualcosa da perdonare, l’ho fatto per voi davanti a Cristo” (2Cor 2,10). È nello stile del mondo alimentare il rancore per le offese ricevute, è invece nello stile di coloro che sono stati perdonati da Cristo, perdonare con liberalità le offese ricevute. La motivazione di un simile comportamento è enunciata esplicitamente da Paolo, quando scrive ai Colossesi: “Perdonatevi scambievolmente… come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col 3,13). Paolo esprime lo stesso concetto in Efesini: “perdonatevi a vicenda, come Dio ha perdonato a voi ” (Ef 4,31). In questo caso si sottolinea l’importanza dell’opera di Cristo, per il processo del perdono.

Per Paolo, dunque, il perdono è importante, anche se non vi fa spesso riferimento con una terminologia fissa. Ma lo considera tanto importante che, grazie a quello che Cristo ha fatto, i peccati dei credenti non sono più messi a loro carico. E lo considera tanto importante che i credenti devono tradurlo nel loro modo di vivere, perdonando le offese che ricevono dagli altri. Cosa ancora più importante, il perdono rivela qualche elemento del carattere di Dio: è un Dio che manda suo Figlio a morire su una croce per realizzare il perdono. Il che significa lo stabilirsi di una calda relazione personale con il Dio che perdona.
Non si può dire che Paolo trascuri questo tema, ma sicuramente ne tratta meno di quanto ci si potrebbe aspettare. Diversamente, invece, per quanto riguarda il tema della riconciliazione, che noi abbiamo detto essere una conseguenza del perdono.
7

Senza il perdono si ha soltanto un atteggiamento di calcolo reciproco, si avvia un circolo vizioso di vendetta e risposta alla vendetta. Così anche la Lettera ai Colossesi interpreta il perdono come il fondamento della comunità cristiana: “Sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri.

Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col 3,13). Il perdono che i cristiani hanno ricevuto da Cristo deve plasmare anche la loro vita in comune. Soltanto in questo modo possono amarsi come Cristo li ha amati: “Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione” (Col 3,14). L’amore unisce in noi le diverse parti, facendo di noi persone che possono accettare completamente se stesse. E collega i gruppi in contrasto all’interno di una comunità portandoli all’unità. Non esiste amore senza perdono.
E non può esistere una comunità se i suoi componenti non sono sempre disposti a perdonarsi vicendevolmente.

Il perdonare così come il donare, favoriscono il legame, la comunità in alcuni casi si creano veri e propri gruppi, potrebbero essere definiti come Gruppi di riferimento: quelli in cui l’individuo si identifica (anche se non vi appartiene davvero) o cui aspira di appartenere, sono fonti di atteggiamenti e portatori di valori; seguono l’evoluzione del sistema del sé individuale nelle sua componente identificativa.

I gruppi religiosi, infatti, si comportano come tutti gli altri gruppi: funzionano in base alla loro struttura, definita dai ruoli di ciascun membro e dal suo status, dal modo in cui i vari membri interagiscono e comunicano tra loro e dalle norme condivise.

A tal proposito lo studioso Marc Galanter definisce il gruppo carismatico come “una comunità strettamente interrelata” che descrive in base a quattro caratteristiche: Un sistema di fede fortemente condiviso, Un alto livello di coesione sociale, Influenza delle norme di comportamento del gruppo sui singoli, Ruolo trascendente (o divino) attribuito al gruppo o al leader.

Per dirla con Lewin, psicologo Sociale, i gruppi sono fenomeni dinamici che nascono, vivono e muoiono all’interno di una realtà dinamica, in rapporto permanente con altri gruppi ed in perenne cambiamento.

Questa visione del gruppo permette quella geografia mentale in cui collocare ciò che avviene nei gruppi e il loro essere indissolubilmente legati (interdipendenti) agli eventi che occorrono nei loro ambienti.

Ho parlato qui di gruppo poiché tra chi dona e chi riceve il dono nasce una sorta di appartenenza, quindi un valore condiviso che “ fa gruppo” si è parete di quelle persone che creano un legame con lo scambio di doni, si diviene parte di un sistema, di una cultura, di una appartenenza in cui emerge l’elemento dell’interdipendenza tra queste persone, poiché con l’atto di donare e con l’atto conseguente di accettare il dono si stabilisce quel legame quasi indissolubile che rende l’individuo parte di un sistema costruito dalle stesse persone.

L’atto del donare assume un significato ancor più profondo se prendiamo come riferimento lo scambio di oggetti Sacri, poiché al valore del dono di cui abbiamo fin ora parlato, si aggiunge un valore ancor più grande che è quello trascendente, si stabilisce quindi un doppio rapporto, in cui si diviene parte di un sistema-gruppo con l’accettazione del dono, con il nascere del legame e del sistema valoriale, e si aggiunge l’appartenenza ad un comune credo, perciò a tal proposito prendo ad esempio il valore dell’oggetto Sacro, in qualità di dono.

Infatti dal punto di vista religioso, il significato del dono ha un valore spirituale, trascendentale ed essenziale per la vita umana, nello specifico : nel corso di una mia ricerca ho intervistato alcuni pellegrini che si sono recati a Medjugorje, in primis è doveroso dire, che come negli altri luoghi di culto esistono varie tipologie di oggetti-ricordo, che i pellegrini comprano per farne dono ad amici e parenti, anzi la presenza di oggetti di vario tipo e di negozi di souvenir può creare un certo disorientamento, in quanto aspetto commerciale ed evocazione del sacro possono sembrare discordanti, o può sembrare che l’aspetto commerciale allontani da un percorso spirituale, come è stato sottolineato da qualche intervistato.

Quello che emerge dalle interviste è la ricerca che il significato più profondo del dono si colleghi alla tipologia dell’oggetto donato, che è in questo caso un oggetto Sacro.

Infatti donare un oggetto Sacro significa intensificare un legame, che è anche di appartenenza ad una comunità, la quale si riconosce in determinati valori e in determinate pratiche, come ad esempio il Rosario, spesso acquistato dai pellegrini con il fine di farne dono a parenti e amici in segno di buon augurio e di rivitalizzare la spiritualità. Nel dono di un Rosario, pertanto, si inserisce un qualcosa in più:la dimensione religiosa.

L’atto di donazione inoltre fa nascere quel senso di appartenenza alla comunità religiosa, che si sintetizza in tal caso nella qualità di “pellegrino.”

A questo punto, c’è da dire che il pellegrino diviene parte di un gruppo di coloro che vanno in pellegrinaggio, esso presenta una struttura tripartita tipica del rito di passaggio: la fase di separazione( l’inizio del viaggio), la fase liminale durante il viaggio e all’arrivo al luogo santo, fino al momento del contatto con il “sacro”, infine la fase di riaggregazione( il ritorno).

Da ciò emerge che, il pellegrinaggio è un rito di iniziazione suddiviso in tre fasi: allontanamento, isolamento e la reintegrazione successiva nella società di appartenenza con l’acquisizione di un nuovo ruolo sociale. Si tratta di un fenomeno sia individuale sia collettivo, la cui funzione oltre che spirituale è soprattutto sociale, inoltre è anche un fenomeno di massa che interessa diversi strati di società e che si produce nel concreto anche in gruppo.

Il pellegrinaggio è anche un’esperienza cosmopolita di libertà e in cui si può rendere manifesto un senso di communitas che si prova con i compagni di viaggio, oppure anche con l’insieme dei credenti che condividono lo stesso culto e le stesse speranze di salvezza.” 8

La logica del donare quindi sembra non sottrarsi a nessuna forma di communitas, essa è insita negli individui stessi, poiché è l’individuo a stabilire e rafforzare un legame con la “ cultura del donare”, e nel caso del dono incondizionato della dimensione religiosa, si attende la reazione aggiuntiva del bene che ritorna, poiché il dono Sacro slegato dalla logica della dipendenza del ricevere e contraccambiare, riceve in cambio il dono trascendentale il cui aspetto è atemporale e non individuabile ma è un dono che ritorna, certo e non materiale.

Ritengo quindi che il legame in questo caso assume una duplice posizione, il legame solidale verso la persone che ha ricevuto il dono, ed un legame trascendentale con la Fede.

Bibliografia

Mauss, M. Saggio sul dono; Einaudi 2002

Sahlins M: D., La sociologia dello scambio primitivo, in «L’antropologia economica», Einaudi; 1972, Torino

De Maria F., Il dono: teoria, prassi e reti internazionali in “SottoTraccia, saperi e percorsi sociali”, Navarra Editore, Palermo, n.7, 2012

Turner V. & Turner E., Il pellegrinaggio; Argo, 1997

Aletti J.N., Lettera ai Colossesi. Introduzione, versione, commento; EDB 2011

Savy A., Lo studio dei gruppi sociali nella prospettiva della Psicologia Sociale; Narcisus 2015

Sitografia

http://aulalettere.scuola.zanichelli.it/come-te-lo-spiego/2014/12/15/limpegno-del-dono-secondo-marcel-mauss/

http://www.collevalenza.it/Riviste/2003/Riv0803/Riv0803_03.htm

http://aulalettere.scuola.zanichelli.it/come-te-lo-spiego/2014/12/15/limpegno-del-dono-secondo-marcel-mauss/

1 Mauss, M. Saggio sul dono, p. 183, Einaudi 2002

2 MARSHALL D. SAHLINS, La sociologia dello scambio primitivo, in «L’antropologia economica», Einaudi; 1972, Torino, pp. 104,

3 http://aulalettere.scuola.zanichelli.it/come-te-lo-spiego/2014/12/15/limpegno-del-dono-secondo-marcel-mauss/

4 De Maria Francesco Il dono: teoria, prassi e reti internazionali in “SottoTraccia, saperi e percorsi sociali”, Navarra Editore, Palermo, n.7, 2012, pagg.48-68

5 De Maria Francesco, Il dono: teoria, prassi e reti internazionali, in “SottoTraccia, saperi e percorsi sociali”, Navarra Editore, Palermo, n.7, 2012, pagg.48-68

6 Ivi

7 http://www.collevalenza.it/Riviste/2003/Riv0803/Riv0803_03.htm

8 Turner V. Turner E, op. cit.