Commenti disabilitati su Il territorio si fa brand: esempi di gentrification in quartieri di Roma e New York

23 luglio 2014

Il territorio si fa brand: esempi di gentrification in quartieri di Roma e New York

image

 

Irene Ranaldi

Gentrification. Un neologismo di Ruth Glass, un vocabolo che nel 2014 compie cinquanta anni. C’è subito da dire che una definizione univoca sul fenomeno non esiste. Si possono comunque individuare due grandi scuole. La prima analizza la gentrification dal punto di vista dell’offerta. Ovvero dal punto di vista del mercato immobiliare, delle decisioni dei grandi investitori. Il secondo guarda alla “gentrification” dal punto di vista della domanda, ovvero delle scelte individuali. Il punto di vista che ho seguito per la ricerca di dottorato discussa presso il Dipartimento di Scienze Sociali, Facoltà di Sociologia, La Sapienza dal titolo «Identità urbane in movimento: una ricerca sulla gentrification tra un quartiere di Roma (Testaccio) e un quartiere di New York (Astoria)» appartiene a questa seconda linea di pensiero, la stessa adottata dalla sociologa americana Sharon Zukin secondo la quale il motore alla base della gentrification e’ una ricerca di autenticità da parte di persone appartenenti ad una determinata sottocultura.

Un altro tipo di gentrification che può riguardare la trasformazione in brand di alcune strade delle metropoli in trasformazione (come ad esempio per Astoria la Steinway Street) è la cosiddetta “commercial gentrification” o con un altro neologismo[1] la “boutiqueification” o “retail gentrification” concetti esplicati da Sharon Zukin[2] che ha analizzato il modo in cui la forma spaziale di gentrification è maggiormente evidente negli spazi del consumo, lungo strade che si sono adattate e mutato forma per soddisfare i gusti dei gentrifier.

È così che troviamo strade tutte uguali con la presenza degli stessi brand (H&M, Zara, Starbuks[3], ecc.) a Roma, Praga, Londra, New York, Tokio ecc. che hanno preso il posto delle specificità locali dell’artigianato e/o del cibo di qualità con caratteristiche locali.

Un altro approccio interessante è quello di K.F. Gotham[4] sulla tourism gentrification sulla città di New Orleans dove registra una gentrification di tipo sia commerciale che residenziale. Scrive Gotham:

«Gentrification reflects new institutional connections between the local institutions, the real estate industry and the global economy. Thus, the phenomenon of tourism gentrification present a challenge to traditional explanations of gentrification that assume demand-side production-side factors drive the process. Gentrification in not an outcome of group preferences nor a reflection of market laws of supply and demand. One particular myth is the claim that consumer desires are forces to which capital merely reacts. Consumer taste for gentrified spaces is, instead, created and marketed, and depends on the alternatives offered by powerful capitalists who are primarily interested in producting the built environment from which they can extract the highest profit»[5].

Tra gli autori che si sono occupati del rapporto tra globalizzazione e mutamenti urbani e di gentrification come uno dei fenomeni da mettere in relazione con i cambiamenti nell’economia e negli scambi conseguenti alla globalizzazione, la sociologa statunitense Saskia Sassen che ha dimostrato come numerose metropoli mondiali si sono sviluppate all’interno di mercati globali e hanno ormai più caratteri in comune tra loro che con i rispettivi contesti regionali o nazionali.

Le città globali rappresentano oggi il centro di snodo per commerci, finanza, attività bancarie, innovazioni e sbocchi economici. New York, Tokyo, Parigi, Londra, Seul, Pechino, Shangai e Miami sono città connesse globalmente ma disconnesse localmente, fisicamente e socialmente. Risulta quasi superfluo parlare di città.

«Gentrification was initially understood as the rehabilitation of decadyng and low-income housing by middle-class outsiders in central cities. In the late 1970s a broader conceptualisation of the process began to emerge, and by the early 1980s new scholarship had developed a far broader meaning of gentrification, linking it with process of spatial, economic and social restructuring. Gentrification emerged as a visible spatial component of this transformation. It was evident in the redevelopment of waterfronts, the rise hotel and convention complexes in central cities, large- scale luxury office and residential developments, and fashionable, high priced shopping districts»[6].

La gentrification a Roma, nel rione Testaccio nel centro storico della città, è un processo iniziato lentamente a metà degli anni Settanta, quando dopo un periodo di recessione economica a seguito della chiusura dell’ex Mattatoio (oggi sede periferica del Museo di Arte Contemporanea Macro) sono cominciati ad arrivare artisti e gruppi di attivisti culturali. Erano gli anni del Teatro Tenda, della scuola popolare di Testaccio diretta allora da Giovanna Marini, di quando un ancora semi-sconosciuto Roberto Benigni presentava il suo primo spettacolo teatrale. In quegli anni l’Assessorato alla cultura del comune di Roma era diretto dalla creatività funambolica di Roberto Nicolini, ideatore dell’Estate romana.

Fu lui ad inserire Testaccio nel circuito degli eventi cittadini contribuendone al mutamento di percezione da periferico in senso negativo a cultura underground e punk. Astoria a New York e Testaccio sono abbastanza paragonabili. Astoria invece ha una identità forte e unica, e’ il quartiere greco, il quartiere di Maria Callas. Ma a parte il passato, quello che ho trovato interessante nel confronto e’ il processo di brandizzazione dei due quartieri. Sia Testaccio sia Astoria sono riusciti, parallelamente al processo di gentrification, ad imporre una loro identità sull’immaginario del resto della città. Anche oggi a Roma si pensa che Testaccio è il posto dove si va a fare l’esperienza del mangiare romano anche se in verità la vera cucina giudaico- romanesca si mangia al Ghetto. Lo stesso vale per Astoria e il mangiare greco; le taverne greche, rinnovate secondo stili di space food contemporanei, convivono con cucine etniche di ogni parte del mondo.

Tornando a Testaccio, la prima edizione di una grande manifestazione e contenitore di musica e concerti, che attrasse l’attenzione di molti a metà degli anni Novanta, si svolse nel piazzale antistante all’ex Mattatoio chiuso nel 1975 e prese il nome di «Testaccio Village» che conservò per alcuni anni anche quando fu trasferita, per motivi di spazio, nel quartiere dell’Eur.

Il nome «Testaccio» quindi utilizzato come marchio, come un brand che nel consumatore rende immediatamente riconoscibile qualcosa che ha a che vedere col divertimento; l’aderenza tra nome del luogo e luogo, in questo caso, non ha più importanza, il nome lo trascende.

Al posto del «Testaccio Village» aprì il «Gay Village» a conclamare un legame storico tra questa parte di Roma e la comunità gay, laddove di comunità di persone si possa parlare solo per il comun denominatore di un orientamento sessuale.

Fu proprio a Testaccio, infatti, che, dopo la chiusura del Mattatoio, aprì il primo locale gay di Roma, «L’Alibi» che si auto-definisce sul proprio sito «la discoteca gay per antonomasia».

In quegli anni Testaccio era pienamente ancora periferia storica e la zona attorno al Mattatoio era estremamente degradata; una location ottima, distante da occhi indiscreti, per il consolidarsi di una comunità che ancora non si percepiva come tale e che aveva necessità di nascondersi o di cercare luoghi appartati dove potersi semplicemente incontrare e ballare.

Racconta una delle persone che ho intervistato per la ricerca, Domenico R.[7] ricercatore universitario:

«Se io penso alla mia scelta iniziale di prendere in affitto il primo appartamento a Testaccio, devo ammettere che fu incoraggiata dal fatto che un mio amico gay abitava di fronte e poi, nello stesso palazzo, ci abitava una ragazza lesbica la cui fidanzata io ho conosciuto attraverso questo mio amico. C’è questa cosa che corre parallela, la comunità gay è molto presente. Si parla di una nostalgia comunitaria dei gay e delle lesbiche, è come se la frattura e la cesura che loro fanno rispetto ad una continuità culturale della famiglia di origine, li porti poi ad un desiderio e un’attrazione verso i contesti e i quartieri in cui c’è questo calore comunitario. Questo ha anche un effetto paradossale, che sposta l’estraneità dall’omofobia all’estraneità antropologica. Io qui sono diverso perché non sono testaccino non perché sono gay».

In un territorio dove la base identitaria legala al suolo è ancora così forte, anche la diversità per eccellenza – quella che riguarda la sfera dell’orientamento sessuale – nella scala comunitaria valoriale si tollera maggiormente, sembra quasi passare in secondo piano, mentre prevale la diversità antropologica e originaria di provenienza da altri territori.

Il clima che restituiscono alcuni film del regista turco Ferzan Ozpetek[8], che per alcune delle sue opere ha fatto del quartiere Ostiense una «quinta» di elezione, sembra effettivamente quello di una comunità di persone, dinamiche che probabilmente ha vissuto in prima persona abitando, da anni, lungo la via Ostiense.

Con la riconversione, anche di senso, che il rione ha attraversato, c’è stato parallelamente un aumento del valore degli immobili che ha iniziato ad attrarre, già dagli anni Novanta, una popolazione legata alla borghesia intellettuale piuttosto che a quella piccolo borghese e operaia che aveva caratterizzato il territorio fin dalla sua nascita[9].

Il processo di ri-generazione e di mutamento dell’identità di Testaccio è ancora in atto e si trova in uno stato limbico di attesa.

Nel 1984 il Campo Boario, sede di manifestazioni cinematografiche legate all’estate romana, è definito nel Piano Quadro del Comune di Roma in questi termini:

«Il luogo più newyorkese di Roma sembra appropriato ad accogliere questo genere di attività. L’ipotesi è che il pubblico sia attratto dal fascino della sua stessa fatiscenza e degradazione, dalle enormità degli spazi aperti, dei capannoni e del lunghissimo porticato, dall’atmosfera irreale dovuta al lungo abbandono. Ma Roma non è New York e la maggior parte del pubblico non è sensibile al fascino della polvere e delle scomodità».[10]

Le analogie con la Grande Mela, si riscontrano, ovviamente in dimensioni differenti, sia in termini territoriali che in termini di quello che viene chiamato dagli urbanisti il «bohemien index» un indice teorizzato da Richard Florida che misura la «città creativa», abitata e resa tale da una «creative class» composta di professionisti impiegati nell’ industria culturale.

Richard Florida[11] ha anche elaborato un sistema di misurazione del tasso di creatività dei luoghi. Le variabili da considerare sono le tre «T»: talent, ovvero la concentrazione di talenti nell’ambito dell’informatica, matematica, architettura, design, arte, ecc., technology cioè un alto livello di infrastrutturazione tecnologica con particolare riferimento alla connessione Internet (si pensi a città interamente cablate); tolerance, il grado di inclusività sociale misurato in relazione alle caratteristiche dell’orientamento sessuale (Gay Index), della predisposizione professionale artistica (Bohemian Index), dell’etnia (MeltingPot Index).

Per ora a Testaccio, in attesa di una ricerca più approfondita e solo sul piano qualitativo, è misurabile solo la terza «T», la tolerance, soprattutto per quanto riguarda l’inclusività sociale di genere.

Testaccio ha attualmente solo in nuce le potenzialità per divenire, nei prossimi anni, una concentrazione di nicchie culturali, che potrà eventualmente essere misurata col bohemien index, anche se non sono da sottovalutare indizi come le recenti aperture di nuove gallerie private d’arte, gastronomie che aprono al posto di vecchi e tradizionali forni, succursali off di teatri che hanno la loro sede principale in centro, locali che ospitano esposizioni temporanee di fotografia e video, pittura e scultura, live performance o i cosiddetti conceptstore, luoghi di consumo di merci, ma anche di fruizione culturale intesa come branding.

Eppure, le analogie col Greenwich Village[12] sono desiderate e forse furono percepite da qualcuno già dal gennaio 1993, quando l’ex sala parrocchiale Clemson si trasformò in un piccolo cinema multisala e i gestori decisero di chiamarlo «Cinema Greenwich».

Racconta Fabio Fefè amministratore e programmista della Greenwich Srl:

«Il cinema deve il suo nome in massima parte al quartiere newyorkese, visto che in quel periodo Testaccio stava cambiando connotazione, per divenire il quartiere vivo e stimolante, che poi è diventato. Ma devo aggiungere, inoltre, che tanta era la voglia di rendere omaggio a Paul Mazursky ed al suo bellissimo film “Stop e Greenwich Village!”. La scelta di mettere una piantina topografica del rione all’entrata del cinema, con l’indicazione dei vari teatri, locali, ristoranti, fu fatta per dare seguito alla forte sensazione che avevamo di Testaccio, come di una Distretto culturale importante. La presenza di spettatori stanziali è aumentata in questi anni, nella misura in cui il quartiere ha perso il suo aspetto prettamente popolare, per divenire un punto di riferimento per una certa borghesia, amante del forte senso di comunità e appartenenza, tipico dei testaccini. Io ravvedo molte analogie e parallelismi, oggi, con il Greenwich Village newyorkese».

Il cinema Greenwich non è l’unico locale che a Testaccio cerca di mutuare un lessico dalla Grande Mela. La discoteca Manhattan si definisce, sul suo sito, «il locale di Testaccio che sta diventando il simbolo della movida capitolina. Dopo anni di chiusura riapre a grande richiesta il Coi con un design e un nome tutto nuovo “Manhattan”. Il Manhattan Roma anche conosciuto come Ex Joia è tra quei locali che hanno creato la storia di testaccio uno dei quartieri più frequentati dai club ber romani»[13] e arriva a definire Testaccio come «epicentro della club culture notturna» (sic).

Tra le riqualificazioni più recenti e più importanti che hanno riguardato il rione, ma che non è quasi per nulla integrata con i nativi, è l’esperienza della «Città dell’Altra Economia»[14].

Ospitato nell’ex Mattatoio, il progetto è animato da soggetti del terzo settore che operano nella finanza etica, nel turismo responsabile e nel settore delle energie rinnovabili, nel commercio equo e solidale e nell’agricoltura biologica che, con la promozione e il sostegno dal Comune di Roma, si sono consorziati per gestire nella città spazi comuni – un ristorante e un bar biologici, una biblio-mediateca ed una sala congressi – e gli spazi espositivi per le proprie attività.

Il recupero dei circa 3.500 mq occupati dalla «Città dell’Altra Economia» al Campo Boario, è stato di tipo conservativo, con soluzioni innovative sul piano del risparmio energetico.

Questo luogo è frequentato sia dai gentrifier, sia da consumatori del resto della città attenti al biologico e al percorso etico e solidale delle merci.

Eppure, come detto, rimane uno spazio misconosciuto, estraneo alla stragrande maggioranza degli abitanti più anziani di Testaccio, che, a malapena, identificano vagamente lo spazio dell’ex Mattatoio con il «centro sociale» (riferendosi al Villaggio Globale) o, peggio, lo percepiscono come uno spazio che non si rivolge affatto a loro, ma «a chi viene da fuori».

Il fenomeno di brandizzazione del territorio, riguarda molte capitali globali. E’ tuttavia a New York, nel quartiere di Astoria come detto sopra, che ho voluto concentrare le mie osservazioni sul campo necessarie per la stesura della tesi di dottorato in Teoria e Ricerca Qualitativa.

Astoria si trova nel distretto del Queens. Considerato da molti osservatori come il distretto destinato alla prossima rinascita, dopo quello che è avvenuto e in parte sta ancora avvenendo a Brooklyn, Queens rappresenta con i suoi quartieri di Corona, Forest Hills e Jackson Heights, localizzati a breve distanza da City Field, lo stadio di baseball dei Mets, un’area sempre più frequentata da turisti e newyorkesi, attratti dai ristoranti multietnici, dai parchi e dalle attrazioni culturali. Questi quartieri nel Distretto sono serviti dalle linee della metropolitana E, F, M, R che li collegano a Manhattan in circa 20 minuti e dalla Linea 7/International Line talmente conosciuta per la sua caratteristica di multiculturalità da avere appunto accanto l’aggettivo “International” e da essere brandizzata e stampata su t-shirt.

Nell’intervista che le ho fatto a New York nel 2011 e nel 2013, Sharon Zukin torna sul concetto di autenticità “creata a tavolino” ad uso e consumo dei portatori di nuovi stili di vita, i gentrifier, che colonizzano gli ex quartieri popolari e preconizza uno stesso processo anche nelle città italiane:

«Don’t worry another five years and you’ll have the same thing in Rome because that’s also going to be a universal fashion that everybody, every city must take all the elevated viaduct. They must take it and turn it into a park it’s going to be in every city, absolutely».

Inoltre, rispetto all’esistenza delle città creative pone dei dubbi, concentrandosi semmai sul destino degli abitanti originari dei luoghi laddove l’industria culturale interviene massicciamente:

«Sometimes is good to save the buildings but it’s not so good because the people are different, on the other hand sometimes as you suggested about Testaccio in Rome maybe there aren’t so many of the old people left, maybe if you destroy the cheap housing for people who do not have much money then you build the city only for rich people. So even though Testaccio might be a sort of cultural district there is no place there anymore for people with no money or people with very little money and I think that’s what you were talking about when you mentioned the social housing and the change of uses. Even if people with very little money can stay living there but they don’t have stores to shop in, they can’t buy bread, they can’t buy cheese, meat, it’s not there, the support for them it’s not there, even support in terms of shops to buy meat and bread it’s not there anymore. I think, that’s very serious, that’s a problem and I think that’s a side of cultural redevelopment that most people don’t look at, they don’ say “ oh well, if you have cultural shops and restaurants and people living here, you won’t have a cheap place for people who don’t have money” so most people say “we would rather have the cultural then the people who don’t have money”. So what’s make a cool place? I don’t know, it depends, that’s actually a very interesting question to examine, I think the media again play a very important role of what makes a place cool and again I think the idea of authenticity is really really important in recent years, both: very old authenticity and very new authenticity. Creative cities, well, I don’t really believe in creative cities, maybe there are people who are creative and there are industries where creative products are made but I don’t believe in creative cities».

Uno degli esiti di questo processo è la spettacolarizzazione della città di cui parla Guy Debord[15] in un saggio del 1967 dove per “società dello spettacolo” ha inteso dare un nome al crescente dominio esercitato dalla merce su tutti i campi dell’esistenza, quella che lui definiva “occupazione totale della vita sociale” per cui:

«Lo spazio sociale è invaso da una continua sovrapposizione di strati geologici delle merci […] il rapporto con le merci non solo è visibile, ma addirittura non si vede che quello: il mondo che si vede è il suo mondo».

A questo autore, estensore del manifesto situazionista pubblicato in seguito ai moti del maggio francese del 1968 e della carica rivoluzionaria dell’epoca, si deve, tra l’altro, la coniazione del termine Naked City[16] per la mappa situazionista di Parigi e la fondazione della psicogeografia che studia le correlazioni tra psiche e ambiente, assumendo caratteri sovversivi nei confronti della geografia classica e ponendo al centro dei suoi scopi la ri-definizione creativa degli spazi urbani.

La mappatura narrativa della città rimanda al concetto di mappa mentale: come suggerito da Kevin Lynch, forse si può cominciare a utilizzare le mappe mentali per comprendere i luoghi all’interno di un sistema di relazioni determinate dalla loro rilevanza per le nostre domande, piuttosto che la loro localizzazione geografica.

Può essere utilizzata come metodo efficace per determinare le forme più adatte di decostruzione di una particolare zona metropolitana. La tecnica dell’esplorazione psico-geografica è la deriva, che indica un passaggio improvviso attraverso ambienti diversi. Guy Debord ha suggerito alcune indicazioni per mettere in pratica una deriva psicogeografica:

«Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l’alto, in modo da portare al centro del campo visivo l’architettura e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari».

Luoghi della percezione, menti locali della gentification, ma luoghi inesistenti nelle mappe geografiche della città costruita e tradizionale. Luoghi che sono vivi ed esistono sui motori di ricerca e nei social network.

Si potrebbero definire concetti della post toponomastica o luoghi gentrificati della mente.

Le metropoli in cui viviamo sono sempre più plasmate dall’immaginazione, dalla creatività e dallo spettacolo e non soltanto dal cemento, dal vetro e dell’acciaio.

Questo produce anche distorsioni, nel caso del rione Testaccio a Roma, dove i city user o i consumatori della notte, identificano l’intero territorio solo con i dintorni delle ex grotte del Monte dei Cocci dove sono concentrati locali e discoteche: come se la funzione abitativa e sociale del rione non esistesse affatto, e Testaccio fosse solo un brand per definire un continuum di divertimento che prescinde il luogo.

Ma avviene anche ad Astoria, New York, dove le tipiche locande greche hanno lasciato il passo a lounge bar dagli improbabili nomi di derivazione mitologica che servono pietanze rigorosamente vegan e organic food come ormai la cucina hipster newyorkese impone.

Locali dove, rigorosamente, un hipster[17] deve andare a mangiare. Luoghi dove ogni tradizione assume un’aurea differente dopo un processo di feticizzazione, dove si ricostruiscono e mescolano piaceri e contesti estetici del passato, facendo confluire tutto nel cool.

È interessante analizzare come il portale del distretto del Queens denominato About Queens.com che contiene il profilo socio-demografico di ogni quartiere che lo compone, descrive il quartiere di Astoria:

Astoria is a popular neighborhood in northwest Queens whose profile has risen sharply in the last few years. It’s convenient to Manhattan, it’s urban but with space and greenery, and it has plenty of rental options. Dining and cultural options have grown, moving beyond ethnic eateries. Once known only as a hub of Greek life, Astoria is home to immigrants from around the world, and young people who have fled pricier Manhattan and Brooklyn.

Astoria si presenta come un villaggio per molti versi simile, architettonicamente, al rione San Saba e al rione Testaccio per la sua connotata identità sociale che si riflette anche nei social network dove i gruppi di “astoriani” animano post sull’onda sia della nostalgia di “Astoria com’era” sia a volte di preoccupazione per la minaccia alla preservazione di quartiere tranquillo che l’investimento di gruppi immobiliari- come sta avvenendo a Long Island City ma non ancora ad Astoria- comporterebbe.

Nelle parole dell’autobiografia di Tony Bennett, nato ad Astoria da genitori di origini calabresi e considerato l’ultimo cantante che ha adottato lo stile canoro di Frank Sinatra impostato sulla vocalità, si ritrova lo spirito del villaggio del quartiere:

«So grandpa and grandma were able to make another dream come true. They moved to a suburban part of New York known as Astoria, Queens, and they bought a two family house at 23-81 Thirty second street. Astoria was rural by today’s standards, and compared to Manhattan, it was the country. […] Astoria had quite a diverse population, and we learned at a nearly age to respect people for who they are, and not to judge them by the color of their skin or the way they looked».[18]

Il sito About.Queens.com riporta una classifica di sette principali motivi per i quali “si deve vivere ad Astoria” il primo dei quali è la “presenza di hipster che non stanno gentrificando come sta avvenendo a Brooklyn ma stanno aumentando la richiesta di abitazioni. Questo fa di Astoria un ottimo luogo dove vivere e dove alcune famiglie vivono da generazioni” [traduzione dall’inglese].

La portata di questa affermazione è importante perché sembra suddividere una bad gentrification, come quella di Brooklyn da una gentrification più soft che porta con sé il germoglio di cambiamenti positivi.

Questo si ritrova anche nelle considerazioni di S. Zukin:

La gentrification di Brooklyn è molto studiata perché quello che è avvenuto a Williamsburg è davvero eclatante… l’arrivo di investitori ha appiattito il gusto, sono scomparse tradizioni locali anche legate al cibo che erano presenti…alcuni ricercatori, anche italiani, studiano Brooklyn…la tua proposta è invece interessante perché è diversa, fai bene a concentrarti su Queens e Astoria in particolare perché sarà quella la nuova frontiera della gentrification nei prossimi tre-cinque anni…ora il cambiamento sta iniziando e credo che ti ci vorrebbero anni e una permanenza durevole ad Astoria per osservarne tutti gli elementi ma puoi dare delle informazioni intanto. Le persone a NY si muovono e cambiano spesso lavoro e casa e lo fanno principalmente seguendo la linea della metropolitana ed Astoria è a soli venti minuti da Times Square…se ne accorgeranno presto gli hipster e gli artisti, speriamo che si preservi però lo spirito del quartiere.

Preservare lo spirito dei luoghi, la loro mente locale secondo la definizione di Franco La Cecla[19] insieme al cambiamento e a tutta la portata di rischio verso la perdita di autenticità che questo comporta: una sfida per le metropoli.

Note

[1] L. Lee, cit. p. 131.

[2] S. Zukin, Sociospatial prototypes of a new organization of consuption: The role of real cultural capital, Sociology, 24, pp. 37-56, 1990.

[3] Le corporation della ristorazione globale si stanno mimetizzando con l’ambiente delle comunità locali grazie all’opera di quotati interior designer, si veda l’articolo del New York Times del 19 novembre 2009 dal titolo, That Cozy New Cafe? It’s Starbucks.

[4]K.F. Gotham, The tourism gentrification: the case of New Orlean’s Vieux Carre French Quarter, Urban Studies, 42, pp. 1099-1121, 2005.

[5]K.F. Gotham, cit. p.114.

[6]S. Sassen, The Global City: New York, London, Tokyo, Princeton University Press, 1991

[7]Domenico R. (1969), intervista del 26 .06.2010.

[8]Del regista si vedano soprattutto i film «Le fate ignoranti» del 2001 e «Saturno Contro» del 2007, quasi completamente ambientato nella sua abitazione di via Ostiense.

[9] I dati per il 2009 dell’Osservatorio immobiliare nazionale urbano della F.I.A.P. (Federazione Italiana Agenti Immobiliari) stimano tra i 5.400 € e i 5.900 € al mq gli appartamenti di Testaccio, con una differenza, per difetto, di soli 1.800 € al mq per gli appartamenti del I rione di Roma, il rione Monti.

[10]L. Caruso, Testaccio. Progetto per la riqualificazione, cit. p.17.

[11]Del sociologo statunitense è rintracciabile in italiano un articolo in «Il sole 24 Ore»,15 aprile 2009, Intervista a Richard Florida: per battere la crisi ci vorrebbe un creativity stimulus, non sono invece tradotti in italiano: The Rise of the Creative Class: And How It’s Transforming Work, Leisure, Community and Everyday Life, Basic Books, New York, 2004.

[12]Il Village newyorkese, un tempo villaggio in una città, oggi metropoli, urbanizzata solo a chiazze, è un quartiere prevalentemente residenziale situato nella zona occidentale del centro di Manhattan. Lo schema toponomastico del Greenwich Village non coincide con quello del resto di Manhattan, perché uno dei piani di riassetto urbanistico di New York, sviluppato nel XIX secolo, consentì di lasciare inalterato il tracciato delle vie del Village che rimasero disordinate rispetto alle altre zone, e con le strade identificate con un nome, invece che con un numero, o una lettera, come avviene nel resto di New York. Il Village è famoso per la scena bohèmienne e la cultura alternativa di cui è stato teatro; per tradizione è fucina di nuovi movimenti ed idee, a partire dalle avanguardie di inizio novecento e per la nascita e lo sviluppo, negli anni cinquanta, del movimento della Beat Generation. Nel quartiere si radunarono poeti, cantautori, scrittori, studenti, musicisti e artisti che gettarono le basi per il futuro movimento hippy degli anni sessanta. New York e il Village ispirarono le opere di scrittori come Jack Kerouac e William Burroughs e di poeti come Allen Ginsberg e Gregory Corso.

[13] Si veda il sito del locale http://www.themanhattan.it/#!/parcheggio

[14] Ecco la città dell’Altra Economia, mercato off limits alle multinazionali, La Repubblica, 30 settembre 2007.

[15] G. Debord, La società dello spettacolo, Dalai Editore, Milano, 2008, p.70.

[16] La città nuda, di Jules Dassin (del 1948) è uno dei più significativi film noir americani degli anni Quaranta: girato interamente in ambienti reali per le strade di New York, fra la gente comune, infrange la tradizione codificata del genere privilegiando un assetto semi documentario e rende protagonista l’intera città, i suoi quartieri, i suoi abitanti, l’ambiente sociale composito e ricco di forti contraddizioni di una metropoli di (allora) otto milioni di abitanti, come viene ricordato dalla voce fuori campo del narratore onnisciente che accompagna tutto lo sviluppo del racconto. Colpisce innanzitutto, fin dall’incipit, il taglio rigorosamente realistico della rappresentazione: mentre tutti i film noir precedenti erano ambientati in interni ridotti, angusti o in strade deserte rese in modo espressivo dall’illuminazione e dal taglio delle inquadrature, qui vengono date in successione diverse vedute della città attraverso prospettive oggettivate, apparentemente neutre. Con un tono descrittivo ci si sofferma sugli anonimi ambienti di lavoro, sulle situazioni abituali, consuete della vita notturna, prima di giungere all’illustrazione del doppio atto criminoso che conclude la prima sequenza del film e dà il via all’azione della detection, cioè allo sviluppo narrativo del film», Recensione di Pierpaolo Loffreda, in Cineforum, n. 356, 1996.

[17] Sugli hipster si veda l’inchiesta di Francesco Pacifico su Il Sole 24 Ore http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Cultura/2013/09/IL-54-Speciale-Hipsteria.pdf

[18] T. Bennett, The good life: the Autobiography of Tony Bennett, Simon and Shuster, New York, 2010, cap.I.

[19]F.La Cecla, Mente Locale. Per un’antropologia dell’abitare, Elèuthera, Milano, 1993.

Bibliografia