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8 gennaio 2017

I Gammler

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 Nota storica e ipotesi interpretative di un aspetto del giovanilismo

Luca Benvenga

Lo sviluppo di una presa di coscienza della propria condizione di subalternità da parte del teenager proletario e proletarizzato, a seguito anche delle pessime conseguenze sociali derivanti dalla deindustrializzazione e dalla crisi economica mondiale del 1974, – che se da un lato, con il richiamo all’energia nucleare (come alternativa al petrolio) offre alle nuove generazioni (già in fermento) un ulteriore terreno fertile dal quale partire per sedimentare la lotta, dall’altro livella verso il basso il monte salariale e marginalizza le prospettive di una mobilità sociale ascendente –, sedimenta un sentimento collettivo di appartenenza sociale e generazionale, che si traduce in pratiche antagoniste innovative, rispecchianti le nuove esigenze, parallele e contigue ai percorsi di lotta intrapresi nel decennio precedente. In questo scenario mutante e in piena evoluzione, le nuove caratteristiche identitarie del giovane europeo, estraneo al mainstream ed espressione di un’accentuata autonomia psico-cognitiva, declinano nuove forme di lotta, soave in contrapposizione con l’alveo parlamentare richiamante modelli precostituiti nella volontà di assicurarsi come interlocutore privilegiato.

Ed ecco che le nuove rivendicazioni, il più delle volte prive di una base politica d’appoggio (e perlopiù ostracizzate dai partiti), passano dal “diritto al superfluo” al rifiuto del lavoro in fabbrica e al salariato, dall’autoriduzione delle bollette di fornitura elettrica alla collettivizzazione dei mezzi di trasporto, dalla necessità di aprire nuovi spazi di produzione del pensiero critico e di socializzazione dal basso, (i primi spazi sociali in Europa nacquero sul finire degli anni Sessanta ad Amsterdam, con due stabili comunali messi a disposizione della collettività, ribattezzati il Fantasio e il Paradiso) alla riappropriazione della musica.

Nel patrimonio genetico della generazione degli anni Settanta, è rintracciabile, dunque, un’azione offensiva che punta alla esemplificazione del diritto di muoversi in un orizzonte non più tradizionale, e che trova – nel caso dell’ultima prassi – i Gammler tedeschi come precursori.

Nella Repubblica Federale Tedesca, in primis nella capitale (zona ovest) co-abitata da filo sovietici più o meno esposti e filo-americani, alterità culturale e contestazione dello status quo si stratificano nei primissimi anni Sessanta nelle periferie industriali, ove un’esistenza predicibile, garanzia sì di stabilità reddituale e alta percentuale di occupazione, spinse anche intere porzioni di giovani a lacerare il patto sociale tra le due generazioni, quella dei padri e quella dei figli, quest’ultimi sostenitori di un intellettualismo contrario al lavoro salariato, alla morale collettiva e alle attribuzioni generali di senso.

I figli della classe operaia, i giovani proletari che rappresentano il prodromo di quel clima di confutazione generalizzata e di sovversione di quella obsoleta (e dominante) grammatica socio-culturale, furono etero-attribuiti con l’appellativo, in lingua deutsche, di “Gammler”, l’omonimo di “capelloni” in lingua italiana, per via delle loro singolari espressività, come la barba incolta, i capelli lunghi e l’abbigliarsi policromatico o quantomeno lontano dai canoni del Three Piece Suite. I gammler, nella RFT e in modo particolare a Berlino prima, ma anche nei centri di Monaco e Francoforte dopo, fungevano da collante tra una cultura giovanile (intesa non come mero processo di differenziazione biologica, bensì come assimilazione collettiva ad un modello culturale unificante ed egemone) e la cultura proletaria del dopoguerra (contraddistinta da una solidarietà inter-soggettiva, solida presenza di aggregazioni sociali, valori forti, virilità) erano un gruppo omogeneo anagraficamente, che scatenò la reazione isterica del sistema pronto ad arginare l’ingresso della prima generazione del dopo guerra nella vita politica tedesca, affrontando le loro istanze con scene di panico e allarmismo sociale.

I quotidiani nazionali criminalizzarono le aggregazioni extra-partitiche di questi “capelloni” che iniziano a costituirsi come soggetto sociale autonomo, rappresentando la prima cultura giovanile in grado di dimostrare un originale stile di vita, che riflette la connessione tra istanze di contestazione comuni in quegli anni negli ambienti giovanili (sottoprodotto di un disagio sociale e individuale accentuato, in cui basterà, solo qualche anno dopo, un nonnulla affinché la tensione circoscritta si traducesse in rivolta generalizzata) e nuovi codici espressivi (uso di un innovativo sistema simbolico) che ne favorirono la militanza di alcune frange, che nel giro di poco andranno a confluire nel Movimento del 2 Giugno (e dalle cui costole nacque qualche anno dopo al RAF o banda Urike-Meinhoff). I gammler presidiano l’area della «Gedachtniskirche» (una ex chiesa abbandonata), luogo dei beatnicks negli anni ’60 e capace di richiamare un pubblico sempre più ingente legato all’ambiente del «Rock» e «Blues», costituendo nel suo complesso il presupposto per il riconoscimento di una vera e propria identità antropologica e sociopolitica di una parte della gioventù post-industriale e metropolitana degli anni ’70 e ’80, dove squatter e punk appaiono come un frutto consequenziale e diretto (cfr. L. Benvenga, 2014, p.106), aprendo, per via di specifiche contingenze sociali, a nuovi scenari di lotta, dalle più svariate, da quella contro la sperequazione dei salari a quella in difesa dei centri storici, dal diritto alla casa all’antifascismo militante.

Oppositori dei rockers, cui veniva loro contestato una continuità con il Sistema e perfetta integrazione salariale e occupazionale, il Gammler sarà protagonista il 14 settembre del 1965, di un fatto storico, a mio avviso, di assoluta importanza per la portata rivoluzionaria nella storia del giovanilismo internazionale. In nome dell’autoriduzione dei biglietti musicali (e di una più articolata infrastruttura che trova nelle pratiche collettive di riappropriazione della musica la sua traduzione), più di duecento gammler radunati all’esterno del teatro Waldbühne, ospitante il concerto dei Rolling Stones, fanno registrare la prima azione violenta e i primi scontri frontali tra giovani e polizia in queste occasioni (è possibile osservare empiricamente ancora una volta la transazione da uno scontro simbolico ad uno fisico, inaugurato dai ragazzi italiani con le Magliette a stelle e strisce nella Genova del 1960), nel tentativo di forzare i cancelli d’ingresso per non pagare il prezzo del biglietto. Si scatenò una guerriglia urbana che causò danni superiori a 300 mila marchi, con le autorità presenti che non riuscirono ad evitare la devastazione del teatro e con i Rolling Stones che furono costretti ad abbandonare il palco con un elicottero militare inglese (Ivi, p.107).

Con una tale azione organizzata e consapevole del proprio significato sociale, i Gammler si riconoscono come antesignani di un nuovo alfabeto comportamentale che apre a singolari scenari: è la prima volta nell’occidente europeo che l’attenzione collettiva generazionale si discosta dall’ideologia della Resistenza e/o del mondo occupazionale, dietro cui si sono mossi i giovani organizzati (sotto la direzione partitica o sindacale) per tutti gli anni Cinquanta, autopercependosi come gruppo sociale promotore di una specifica cultura, con orientamenti e aspirazioni differenti dalla generazione precedente. L’autonomizzazione del giovane passa attraverso un discorso che segue un orizzonte diverso da quello del mondo del lavoro (dai G. smitizzato), causando una frattura paradigmatica con la cultura genitoriale, i suoi valori e gli insegnamenti, preconizzando una forma di lotta che nasce dall’assimilazione di nuovi strali su cui appuntare l’esistenza e che trova avallo (in questo specifico caso) nell’autoriduzione dei biglietti ai concerti musicali, prassi comune solo qualche anno dopo tra i collettivi vicini ai movimenti politici della sinistra extraparlamentare (declinazione, se vogliamo, dell’azione politica di ribasso dei prezzi e acquisizione coatta della merce, il cosiddetto esproprio proletario).

In un più complesso quadro teorico il modello offerto dai Gammler è incubatore di tre ipotesi interpretative (riportate nello schema 1.0):

  • In primo luogo, da un punto di vista squisitamente sociologico, essi esprimono il passaggio da una condizione sociale etero-attribuita, risultante da un modello fornito dal mondo adulto (i valori della Resistenza, gli insegnamenti ricevuti dai padri), ad una auto-attribuita per mezzo di un’alterità non solo identitaria (come ad esempio uno stile di vita che rompe con i canoni del buon gusto” e dell’ordine, appannaggio degli universi simbolici borghesi e/o convenzionali), ma soprattutto simbolica, con un antagonismo di tipo teppistico-vandalico dalla cornice politica, s’è vero che interesse del Gammler era quello di sollevare un problema reale e aprire nuovi e originali spazi di discussione.

  • In secondo luogo, essendo che si tratta di giovani provenienti dalla classe operaia accomunati da disagio e marginalità, è il sintomo di un embrionale dualismo contenutistico nella storia della rivolta giovanilista, negli anni della sua trasversale espressività. Il malessere di privazione (oltre a quello di benessere che attanaglierà il giovane della middle-class bianca) segna il ritmo dell’esistenza quotidiana degli strati più bassi della popolazione, risucchiati dal ciclo capitalistico del lavoro sottosalariato e/o della disoccupazione (con l’aspirazione ad una mobilità sociale ascendente azzerata anche nella percezione psicologica, oltre che nelle prospettive sociali) e questo conduce ad un ingiustizialismo esasperato, dando forma ad una precisa definizione della propria soggettività attraverso un codice valoriale e comportamentale condiviso tra simili, che la affermi. L’alta incidenza delle insubordinazioni si manifesta in concomitanza alla perdita delle istituzioni della capacità di esercitare un controllo sulla gioventù urbana, non riuscendo ad impedire il formarsi di segregazione, violenza e disuguaglianze, la cui esaltazione della prestanza fisica, della virilità e dell’aggressività sono da intendere come “risposta” alla propria condizione di subalternità imposta.

  • In terzo luogo, i Gammler si auto-organizzano come gruppo sociale (in questo caso di pari) rappresentante il tramite per un processo di socializzazione e di identificazione che contribuisce al formarsi di una nuova convivenza tra soggetti appartenenti ad una data comunità (fisica e ideale). Nel complesso matura un’esigenza di rinnovamento dei modelli culturali (e superamento di quelli dominanti) che si incontrata con delle nuove istanze, veicolo di una strategia più ampia di riappropriazione della propria esistenza.

                                                                                                                                                              Processo embrionale di acquisizione di un’autonomia psico-cognitiva

                        Adesione ad un modello culturale egemone e unitario                                                                                                                                                                                                                Malessere di privazione delle classi sociali subalterne

 

                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                                               1.0

 

                                                                                                                                                                                      

 

 

In sostanza, i fattori che hanno contribuito all’affermarsi del soggetto sociale che dominerà la scena per oltre due lustri, e a cui ha contribuito anche il “capellone” della RFT, sono da ricercare nella dimensione che è, allo stesso tempo, interna ed esterna al sistema, che non riesce a cogliere positivamente i problemi sollevati dai giovani, li demonizza culturalmente, esercita il monopolio della forza e della coercizione fisica senza “scendere a compromessi” (specie su quella fasce medio-basse della popolazione urbana).

Sono due le facce del movimento giovanilista che, a seconda dei paesi, saranno più o meno evidenti, e che segneranno la storia del fenomeno generazionale nella seconda metà del XX secolo: quella “alternativa” e studentesca della middle class, con le sue strutture, i suoi percorsi ideologici e rotture epistemologiche, e quella workin class, rappresentata dai giovani proletari, protagonisti, in modo accentuato, della rivolta esistenziale e sociale degli anni Settanta (soprattutto in Italia).