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30 agosto 2016

Mappe per conoscere, definire, stabilire i confini della violenza di genere

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Daniela Bagattini e Valentina Pedanii 

  1. Premessa

La nostra ricerca sulla Violenza di Genere prende corpo all’interno di una cornice epistemica ben definita e direttamente connessa con quanto realizzato nell’ambito delle attività dell’Osservatorio Sociale Regionale Toscano. Fin dal principio, l’obiettivo che ha alimentato i nostri studi è stato costruire un modello di intervento finalizzato alla prevenzione e alla riduzione della violenza di genere nella nostra regione, soprattutto in considerazione della trasversalità e della larga diffusione del fenomeno. In questo senso, una mappatura attenta e disciplinata del fenomeno non può che ribadire l’evidente connessione che esiste tra il verificarsi dell’atto violento in se stesso e la natura intimo/affettiva della relazione stabilita dai soggetti: detto altrimenti, più forte è il legame affettivo che unisce la coppia e più il rischio di subire violenza per la donna tende ad aumentare.

La violenza di genere è altresì trasversale – attraversa cioè tutte le categorie sociali – ed è comune a più culture. Lo studio dell’Osservatorio Sociale Regionale Toscano, che ogni anno ha dato origine a un rapporto di monitoraggio, si basa su osservazioni tipiche dell’antropologia sociale in merito alle pratiche comunitarie che portano al perpetuarsi della violenza di genere nella nostra società. A questo proposito, il presente lavoro intende fornire delle riflessioni che siano in grado di orientare in concreto le scelte politiche da mettere in campo per combattere il fenomeno, esplicitandone i presupposti metodologici e socializzandone le basi teoriche.

Come scienziate sociali siamo consapevoli del ruolo che comunemente viene riconosciuto alla conoscenza antropologica; e tuttavia, come sostiene Héritier, un tale riconoscimento non sembra essere sufficiente a influire sulle decisioni politiche o di altro genere, dal momento che le situazioni oggettive non si possono cambiare per semplice presa di coscienza o per decretoii. Nonostante il progressivo costruirsi di una nuova sensibilità collettiva rispetto al fenomeno, è ancora molto il lavoro da fare per prosciugare tutti quei pozzi che alimentano l’uso di pregiudizi di genere e ne articolano il fluire all’interno delle principali istituzioni sociali. Gli stereotipi che alimentano la violenza di genere mutano in modo proteiforme il loro aspetto superficiale, polverizzandosi sempre più nel tessuto del corpo sociale contemporaneo e continuando ad inquinarne le dinamiche di base.

È la violenza dolce di Bourdieu, la più sfuggente e difficile da individuare in virtù della sua ambiguità. Un tipo di violenza che attraversa carsicamente le comunità di donne e uomini e che risiede nella natura stessa delle strutture linguistiche e sociali. Impossibile da sovvertire senza un vero e proprio cambiamento culturale, la violenza dolce si manifesta essenzialmente nelle forme in cui viene imposto il dominio maschile: esempio per eccellenza di questa sottomissione paradossale, effetto di quella che chiamo la violenza simbolica, violenza dolce, insensibile, invisibile per le stesse vittime, che si esercita essenzialmente attraverso le vie puramente simboliche della comunicazione e della conoscenza o, più precisamente, della mis-conoscenza, del riconoscimento e della riconoscenza o, al limite, del sentimentoiii.

Proprio in virtù della sua natura composita, la violenza di genere tende a manifestarsi apertamente in tutta una galassia di atti e comportamenti che concorrono a destrutturare l’integrità psico-fisica della donna – violenza psicologica, fisica, economica, sessuale, stalking, mobbing, molestie sessuali – giungendo addirittura a metterne in discussione l’esistenza stessa.

  1. I rapporti sulla Violenza di Genere in Toscana: dall’interpretazione socio-antropologica alla costruzione di un modello di intervento

L’esperienza delle pratiche politiche fin qui attuate ha messo costantemente in evidenza la necessità di agire in maniera preventiva sugli aspetti invisibili del fenomeno e sui focolai dei pregiudizi di genere che permeano la nostra società. A questo proposito, le conclusioni del VII Rapporto sulla Violenza di Genere in Toscana colgono il fenomeno nella sua dimensione di problema strutturale delle società contemporanee e provano a tracciare, seppur in maniera embrionale e generativa, le direzioni concrete sulle quali innestare un cambiamento culturale.

Coerentemente con questa impostazione, le politiche di sistema della regione Toscana hanno tracciato i seguenti punti chiave al fine di favorire un’adeguata interpretazione del fenomeno: a) leggere la violenza come un problema sociale non come un problema di sicurezza intesa come ordine pubblico; b) affrontare tutte le dimensioni della violenza di genere, dagli interventi per uomini maltrattanti alle azioni per i minori vittime di violenza assistita oltre che, ovviamente, al potenziamento del sostegno alle donne vittime di violenza; c) investire nella prevenzione culturale e nella formazione a tutti i livelli per riconoscere e non replicare la violenza di genere.

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Immagine 2.1. Cartolina realizzata da Yuraima Tasselli iv

In questo studio multi-livello sulla violenza di genere si sono esaminate diverse fonti di dati quantitative e qualitative con un duplice scopo; da una parte incrociare tutte le banche dati esistenti sulla violenze di genere, con l’auspicio di una futura interoperabilità, per misurare, senza sottostimare né sovrastimare, l’entità del fenomeno in Toscana – in risposta alla domanda: quante sono le donne che hanno subito o stanno subendo violenza di genere? – dall’altra fornire una rappresentazione del fenomeno in cui confluissero differenti letture in grado di dar conto delle complesse e molteplici implicazioni della violenza sulle donnev.

Per quanto riguarda la parte più quantitativa legata alle banche dati, si sono analizzate le informazioni contenute nell’applicativo regionale che raccoglie le schede sulle donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza toscani, nei sistemi informativi dei consultori, nel sistema di raccolta del Codice Rosavi, nelle rilevazioni dei Centri per Uomini Maltrattanti, in un continuo confronto con le indagini dell’Istat. Nel corso dei sei anni sono stati poi realizzati vari approfondimenti: sulle operatrici dei Centri antiviolenza, con un’indagine con questionario semi-strutturato che andava ad esplorarne alcune caratteristiche quali il profilo professionale, la formazione ricevuta, il modus operandi, la percezione del rapporto tra il centro di appartenenza e la rete dei servizi ai quali questo è collegato; sui soggetti (Comuni, Centri antiviolenza, Province, Aziende Usl, Aziende Ospedaliero-Universitarie, Società della Salute, Uffici Scolastici Regionali e Provinciali, Uffici Territoriali del Governo-Prefetture, Magistratura) della rete contro la violenza di genere, con focus group volti a rilevare modalità organizzative e il percorso della donna tra i vari nodi della rete; sul Progetto Codice Rosavii per seguire il suo sviluppo da pratica locale a percorso regionale mediante uno studio di caso che ha previsto l’analisi del materiale istituzionale, lo svolgimento di interviste in profondità ai componenti della Task Force, l’osservazione partecipante in incontri di formazione per gli operatori; sul femmicidio – uccisione della donna in quanto donna – incrociando la rassegna stampa raccolta dalla Casa delle donne di Bolognaviii e la banca dati del Registro di Mortalità Regionale toscano; sui minori vittime di violenza assistitaix. Tutti i dati e le informazioni raccolte sono stati interpretati e restituiti all’attore pubblico con la mediazione delle psicologhe e delle sociologhe che da sempre sono in prima fila nella lotta alla violenza di genere.

L’anello mancante di questo studio-multivello è rappresentato dalla voce delle vittime; non ci è stato ancora possibile effettuare interviste in profondità con un campione di donne seguite dai Centri antiviolenza a causa di vari fattori: la delicatezza degli argomenti da trattare, l’invasività che la nostra presenza avrebbe portato nel percorso di uscita della donna dalla situazione di violenza che comunque è lungo, doloroso e pieno di ripensamenti; il rischio che avremmo potuto rappresentare per la sicurezza della donna, l’estrema attenzione alla privacy da parte delle operatrici e degli operatori che si occupano del sostegno alle vittime di violenza. Eppure le storie di vita delle vittime che hanno deciso di rivolgersi ai servizi costituirebbero un apporto fondamentale alla ricerca, perché consentirebbero di migliorare la rilevazione sui punti di debolezza e di forza dei modelli di intervento, attraverso gli occhi e la voce di chi ne usufruisce. Potrebbero inoltre fungere da strumento di resilienza e di empowerment per le narratrici, e di sensibilizzazione al riconoscimento degli elementi più subdoli della violenza da parte delle altre donne.

 

  1. La mappa delle definizioni della Violenza di Genere

    1. Delimitare il territorio della violenza di genere e presidiarne i confini

La mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designatax

Per studiare un fenomeno occorre prima chiarirlo, specificarlo, delimitarlo. Nessuno di questi atti è neutro. Anche nel caso della violenza di genere ci siamo scontrate con interpretazioni che sono portatrici di storie, culture e interessi particolari. Dovevamo però arrivare a una definizione di violenza di genere che tenesse conto di tutte le conseguenze di questa per stimarne i costi e per individuare i margini di intervento dell’attore pubblico; nella consapevolezza del potere performativo derivante dal tracciare i confini del fenomeno.

Nella dichiarazione dell’ONU sull’eliminazione della violenza contro le donne si riconosce che la violenza sulla donna è soprattutto frutto di uno storico squilibrio nella relazione di potere tra l’uomo e la donna. La violenza sulle donne è inoltre uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini. L’espressione violenza contro le donne è così tradotta: ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privataxi. Questa definizione rappresenta allo stesso tempo un traguardo e un punto di partenza nella riflessione e nella lotta alla violenza di genere. Il traguardo è rappresentato dal tracciare confini netti entro i quali inserire atti e comportamenti: un risultato non scontato e non neutro, frutto di anni di lotte, di dibattiti e di studi. Un punto di arrivo comune da presidiare e da cui discendono conseguenze sociali, politiche, legislative, che implicano una riflessione matura sul funzionamento della società e hanno ancora bisogno di tempo per essere comprese a pieno e per essere recepite dai vari Stati.

Per poter salvaguardare l’applicabilità politica del concetto stesso di violenza di genere, occorre dunque esplicitare in modo preliminare i confini che contribuiscono alla sua definizione, circoscrivendone l’universo semantico di riferimento e individuando le forme di vita entro le quali assume significato.

Innanzitutto occorre chiarezza nel non relegare la violenza di genere ad un problema esclusivamente privato, un fatto interno alla famiglia intesa come corpo intermedio società minima in grado di autoregolarsixii. Un nucleo in cui il pater familias ha il diritto e il dovere di preservare la stabilità garantendo la certezza della prole. Questa visione che dal diritto romano attraversa per secoli sentenze e codici, relega la donna (e i figli) a proprietà da amministrare. Non dobbiamo scordare che da questa concezione derivano lo ius corrigendi e tutto l’excursus di leggi e norme chiaramente sessiste. Basti solo ricordare che l’abominio incostituzionale del “delitto d’onore” è stato abolito solamente nel 1981 e che fino al 1996 lo stupro era punito in modo differente in funzione della sua “finalità” ed era considerato delitto contro la morale e non contro la libertà e l’autodeterminazione della donna. Sul punto Faddaxiii: Infatti, nelle società moderne, in una certa fase storica, il monopolio della violenza è passato dal singolo individuo allo Stato; però, questo non è successo per quanto ha riguardato il monopolio del controllo della violenza sulle donne, che è rimasto all’interno della famiglia patriarcale, con consequenziale diritto per il pater familias, o per il marito, di praticarla. Uno dei principali passaggi nel percorso di conquista dell’autonomia femminile è lo svincolamento da soggetti collettivi, in primo luogo dalla famiglia.

Far uscire la violenza di genere dalla sfera privata per riportarla a quella pubblica è dunque il primo passo fondamentale di rottura nei confronti di secoli di norme, prassi e culture. Un confine, quello tra pubblico e privato, ancora terreno di scontro ideologico. Si pensi al dibattito contro la così detta educazione al gender, portato avanti dal mondo cattolico oltranzista, che richiama alla centralità educativo pedagogica della famiglia rispetto allo Stato in tematiche come la sessualità e sembra rifiutare anche un’educazione alla parità tra i generi e alla lotta alla discriminazione della quale il mondo della scuola è chiamato a farsi caricoxiv.

Il negazionismo relativo alla violenza interna al nucleo familiare convive con l’accento posto sull’alterità: la violenza sulle donne è spesso considerata come un problema di ordine pubblico, e appannaggio di culture altre. Come ci ricordano Bocchetti, Dominijanni, Pomeranzi e Sarasinixv non c’è nessuna parentela automatica, nessun rapporto di causa-effetto tra la civiltà occidentale e la libertà femminile. La civiltà occidentale e gli stati moderni nascono, ci tocca ricordarlo con Freud e Hobbes, da un patto tra uomini violenti, che si emancipano dall’autorità paterna e se ne spartiscono l’eredità escludendo le donne dalla vita pubblica e sottomettendole in quella privata. Nel corso della modernità, la libertà non è stata regalata alle donne dalla civiltà occidentale: sono le donne ad averla conquistata con le loro lotte anche contro la civiltà occidentale. Siamo spesso succubi della supponenza della cultura occidentale che non riflette abbastanza su se stessa e che oltre a considerare le culture altre inferiori, attribuisce quasi esclusivamente a queste gli stessi mali dei quali soffre.

Nella riflessione femminista invece: la violenza di genere è comune a tutte le società che, sfruttando la parentale in senso patrilineare organizzano le gerarchie di potere attorno alla figura del padre, mentre alla donna è riservata come funzione principale quella di riprodurre figli “certi” per il marito e per la famiglia. La sua capacità riproduttiva è il suo bene più prezioso, di cui però può disporre soltanto attraverso le modalità sancite dalla legge e regolate dalla morale: non a caso, per nominarla, si sono sempre adottati termini come virtù, onore, castità, reputazione, etc. la virtù della donna diventa allora la donna stessa, una sineddoche cui si riduce tutta la sua umanità. Di qui una concezione proprietaria del corpo della donna che si diluisce nel corso dei secoli ma di cui restano tracce visibilissime nel nostro ordinamento fino al 1996xvi.

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Immagine 3.1. Cartolina realizzata da Adele Pagnini

La violenza sulle donne è un fenomeno strutturale, pubblico, che ha bisogno anche di risposte politiche. E’ una patologia della società, non del singolo individuo, come spesso traspare dai titoli dei quotidiani e dai processi giudiziari. Nell’iconografia ivi predominante la donna vittima è una persona instabile, incapace di interrompere una relazione violenta o, all’opposto, una donna di facili costumi corresponsabile della violenza subita; l’uomo carnefice viene descritto o come un soggetto ai margini della società, o come stregato dal troppo amore e dall’incapacità di tenere a bada le proprie passioni, sfociate in inaspettati raptus, dovuti a una gelosia forse non del tutto infondata.

 

    1. Definire per conoscere. Definire per nascondere. Il caso del femicidio

Femminicidio. Non si tratta solo di una parola in più, allora, per quanto densa di significato, ma anche e soprattutto di un rovesciamento di prospettiva, di una sostanziale evoluzione culturale prima e giuridica poixvii

Nel corso della nostra ricerca abbiamo sperimentato come a volte le definizioni possano essere usate per dare risalto ad alcune interpretazioni di un fenomeno o per nascondere e questo è avvenuto soprattutto quando abbiamo dovuto confrontarci con le uccisioni di donne in quanto donne. La necessità di avere dati sulla violenza di genere è uno dei cardini della Convenzione di Istanbul ed è presente come raccomandazione al nostro paese in tutti i documenti internazionali; operativizzare concetti per poterli rilevare diventa quindi, di fatto, un obbligo.

Una prima distinzione necessaria è tra i termini femicidio (o femmicidio) e feminicidio (o femminicidio) che sono diventati patrimonio comune grazie al loro utilizzo mediatico spesso inconsapevole e scorretto. Si deve usare femicidio quando l’esito della violenza è la morte della donna, mentre con il termine feminicidioxviii si intende, più ampiamente, l’insieme di comportamenti violenti che portano alla morte della donna o tendono al suo annientamento fisico o psicologico.

La seconda operazione necessaria è definire i confini della definizione di femicidio per contare correttamente le morti di donne uccise in quanto donne. Il femicidio, nella visione qui adottata, è l’uccisione della donna in quanto donna indipendentemente dalla relazione che questa ha con il suo assassino. Tale definizione è stata introdotta in Italia, di fatto, grazie agli studi di Barbara Spinelli, avvocatessa bolognese ed è quella utilizzata nei lavori di monitoraggio del fenomeno da La casa delle donne per non subire violenza di Bologna. Il termine deriva dal lavoro di Diana Russell e include, anche le situazioni in cui la morte della donna rappresenta l’esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misoginexix. Russel è considerata la teorica del femmicidio poiché è stata la prima a ricostruire la storia del termine e a connotarlo politicamente. Fino ad allora femmicidio era stato usato con il significato generico di omicidio di donna e non veniva specificata la causa dell’uccisione, Russell invece introduce nel termine l’aspetto sessistaxx.

Qui di seguito presentiamo una tabella, tratta dal V Rapporto sulla Violenza di Genere in Toscanaxxi e revisionata per questo articolo, nella quale è riportato uno schema interpretativo delle principali definizioni di femicidio presenti in letteratura che non ha la pretesa di essere esaustivo, ma solo orientativo. Lo schema rappresenta quattro tipi di definizione di femicidio, di estensione diversa a seconda della rilevanza data alla relazione che la donna ha con il suo aggressore e dal considerare soltanto l’uccisione della donna per mano di o anche il suicidio e le morti collaterali come rientranti  nel problema culturale e giuridico del femicidio.

Tabella 3.1. Schema interpretativo delle principali definizioni di femicidio presenti in letteratura

 

Caratteristiche dell’evento che ha portato alla morte della donna e alle eventuali morti collaterali

Considerare soltanto l’uccisione della donna per mano di

Considerare l’uccisione della donna per mano di e le morti avvenute in maniera indiretta come i suicidi e le morti collaterali

Rilevanza della relazione tra donna e aggressore Rilevanza della relazione intima pregressa o attuale della donna con l’aggressore

Definizione di tipo 1

Definizione di tipo 2

Non rilevanza della relazione intime pregressa o attuale della donna con l’aggressore

Definizione di tipo 3

Definizione di tipo 4

 

Nella definizione di tipo 1 è la relazione con l’aggressore a caratterizzare l’uccisione della donna per mano del suo assassino e a farci ammettere di essere in presenza di tale tipo di reato. È la definizione usata dal Protectxxii che considera <<la violenza da partner intimo come il contesto più ampio del femicidio al fine di analizzare la disponibilità di dati sia a livello europeo che nazionale>> e da Domenica Fioredistella Iezzi nel suo modello classificatorio di Intimate Femicidexxiiiche include nel femicidio anche l’uccisione della donna per mano di un parente (padre, zio, fratello…).

La definizione di tipo 2 deriva da quella estesa di Intimate Partner Violence (IPV) data dalla Société Civile Psytel all’interno del Daphne III-2007, per stabilire i costi delle morti “per relazione intimo-affettiva” in Europa. La Société Civile Psytel estende l’IPV a tutti casi di uccisioni volontarie e di suicidi che avvengono all’interno di una relazione intimo-affettiva donna-uomo, uomo-uomo, donna-donna, e a tutti i casi di morti collaterali (figli e parenti). Quindi secondo tale visione la definizione ristretta di femicidio dovrebbe comprendere l’uccisione della donna dal partner o dall’ex, il suicidio del partner o ex che ha perpetrato la violenza, il suicidio della donna vittima di IPV, le morti collaterali dei figli o dei parenti della donna. In questo caso evidentemente la rilevazione dei dati è resa complicata soprattutto dall’inclusione dei suicidi e delle morti collaterali e richiede analisi delle informazioni approfondite e su fonti diversificate.

La definizione di tipo 3 è stata da noi adottata nella nostra ricerca e considera femicidio qualsiasi caso di uccisione di donna in quanto donna, indipendentemente dalla relazione che questa ha con l’assassino, ma non prende in considerazione i suicidi o le morti collaterali.

La definizione di tipo 4 è la più ampia presente nel dibattito internazionale e la rilevazione dei dati è estremamente complicata. In alcune sue particolari accezioni infatti questa include anche le morti per aborto clandestino in paesi in cui l’interruzione volontaria di gravidanza non è legale (o non lo è per alcune fasce di popolazione, come le straniere irregolari) o i decessi avvenuti in seguito a pratiche misogine, tribali o di Stato.

Parlare di uccisione di donna in quanto donna significa ricercare un minimo comune denominatore nella violenza di genere come elemento strutturale, senza operare differenze in base al tipo di legame tra vittima e aggressore. Utilizzare come discriminante il tipo di rapporto, rischia di ridurre di nuovo la donna in base al suo essere in relazione con qualcuno e non in quanto essere autonomo e indipendente. Per questo è importante affermare con chiarezza che assassinii a seguito di un rifiuto, dopo rapporti occasionali, così come dopo prestazioni a pagamento, sono femicidi al pari degli altri. Non è accettabile che tali atti assumano una maggior o minore gravità in funzione del grado di purezza attribuita alla vittima.

Nel nostro lavoro abbiamo quindi abbracciato l’idea che l’omicidio di donna non possa essere considerato un omicidio tout court. Chiamare femicidio ogni omicidio di donna avrebbe reso la rilevazione dei dati semplice, ma inutile dal punto di vista dell’ottica di contrasto alla violenza di genere perché non ci avrebbe consentito di distinguere le morti delle donne per motivi di genere da quelle avvenute per criminalità ordinaria. Per questo stesso motivo sono state coniate le parole feminicidio/femminicidio e femicidio/femmicidio: per identificare il fenomeno della violenza sulla donna in quanto donna. Citando un caso di stupro in India, in cui la piccola vittima è stata poi strangolata e gettata in una discarica, Matilde Poli nell’articolo riportato dall’Accademia della Crusca afferma:

Quale parola si dovrebbe usare? È un omicidio? È un infanticidio? O è qualcosa di più e di diverso, qualcosa che si colloca all’interno di una visione culturale che vede il femminile (non si può certo parlare di donne in questo caso) disprezzato e disprezzabile? L’uccisione è solo (!) un “passaggio” di una sequenza che prevede prima il sequestro, la violenza, lo stupro e dopo l’abbandono del cadavere tra l’immondizia, il tutto da parte di un uomo su una bambina. Si potrebbe forse rispondere che si tratta della somma di una serie di crimini, tutti previsti e denominati; ma alla base di questa orribile combinazione c’è la concezione condivisa della “femmina” come un nulla sociale. Insomma non si tratta dell’omicidio di una persona di sesso femminile, a cui possono essere riconosciute aggravanti individuali, ma di un delitto che trova i suoi profondi motivi in una cultura dura a rinnovarsi e in istituzioni che ancora la rispecchiano almeno in partexxiv.

Confondere il femicidio con l’omicidio di una donna tout court gioca a favore di un sistema che vuole i femicidi in diminuzione equiparandoli di fatto agli omicidi (di uomini e di donne che effettivamente in Italia sono in calo) e considerandoli come eventi di criminalità ordinaria e non come un problema sociale strutturale. Il dato sui femicidi, a livello nazionale, è, al contrario, stabile nel tempo e rappresenta la fetta più consistente degli omicidi dolosi che hanno come vittima una donna.

 

  1. Riflessioni finali. Riconoscere e affrontare la violenza di genere: politiche pubbliche per l’autonomia della donna

«La particella elementare dell’identità non la concepiamo più entro lo stesso, ma nel gioco delle differenze, scoprendo con stupore che le nostre identità giocano il gioco delle differenze, tanto almeno quanto riposano sull’immanenza dell’identico. In questa nuova regione del mondo le differenze non contrappongono, raccordano»xxv

La violenza non è un fatto culturale, né religioso – anche se nel dipanarsi degli eventi storici la sottomissione della donna funzionale al mantenimento della struttura patriarcale della società è stata sacralizzata appellandosi a tradizioni, prassi, doveri, ammonimenti religiosi – ma è insita profondamente nelle strutture sociali.

La violenza di genere non può essere lasciata alla mera sfera privata, perché i suoi presupposti sono presenti nella famiglia, nella scuola, nella chiesa, nello stato, nel mondo del lavoro.

I pregiudizi di genere si trovano già nel linguaggio sia in quello comune, sia in quello per così dire specifico, disciplinare, intellettuale; un linguaggio dualista volto a contrapporre sempre maschile e femminile attribuendo alle due categorie proprietà frutto di credenze e di retaggi culturali. Per Héritier<<questo linguaggio dualista è una delle componenti elementari di ogni sistema di rappresentazione, di ogni ideologia considerata come traduzione di rapporti di forzaxxvi>>. Nell’immaginario collettivo le donne non sono ancora riconosciute pienamente come individui, ma come esseri segnati dai <<condizionamenti del loro sesso>>xxvii e non capaci di decidere, ma, piuttosto, abili nell’influenzare le decisioni altrui, o al massimo nel fare ostruzionismo.

Questo definire la donna attraverso facoltà negative come il fare ostruzionismo, il negarsi, l’astenersi da, il non fare, significa ancora una volta negarne l’individualità. I profondi cambiamenti economici e sociali che stiamo vivendo (una nuova concezione della famiglia, donne che sempre più spesso lavorano fuori casa e contribuiscono in maniera sostanziale al reddito della coppia) non hanno per ora portato a un diverso rapporto tra i sessi. Per Bourdieu questo è dovuto a dei ruoli e dei riti che comunque si replicano: <<Preposte alla gestione del capitale simbolico delle famiglie, le donne sono logicamente invitate ad assumere questo ruolo anche all’interno dell’impresa, che chiede loro quasi sempre di farsi carico delle attività di presentazione e di rappresentanza, di ricevimento e accoglienza […] nonché della gestione dei grandi riti burocratici che, come quelli domestici, contribuiscono al mantenimento e alla crescita del capitale sociale di relazioni e del capitale simbolico dell’impresaxxviii>>.

La donna stessa, da sola, fatica a liberarsi della struttura durevolmente insita nelle cose e nei corpi e si corre il rischio di colpevolizzarla ancora una volta di troppo per il consenso dato alla struttura di potere, per la sua presunta incapacità di presa di coscienza: <<la rivoluzione simbolica invocata dal movimento femminista non può ridursi a una semplice conversione delle coscienze e delle volontà. Poiché il fondamento della violenza simbolica risiede non in coscienze mistificate che sarebbe sufficiente illuminare bensì in disposizioni adattate alle strutture di dominio di cui sono il prodotto, ci si può attendere una rottura del rapporto di complicità che le vittime del dominio simbolico stabiliscono con i dominanti solo da una trasformazione radicale delle condizioni sociali di produzione delle disposizioni che portano i dominati ad assumere sui dominanti e su se stessi il punto di vista dei dominantixxix>>.

Norme, leggi, interventi pubblici, possono riprodurre degli stereotipi: il primo passo da compiere deve essere dunque un’analisi delle discriminazioni ancora presenti nell’attuazione del principio costituzionale della parità tra i sessi, o meglio tra i generi. Occorre dunque un approccio che coinvolga più attori e che passi, ad esempio, da una formazione nelle scuole, anche tra gli insegnanti, perché spesso si rischia che gli stereotipi di genere vengano <<costantemente prodotti, riprodotti e veicolati attraverso pratiche e modalità che sfuggono al controllo e alla coscienza dei soggetti, mostrando l’operare di quella che Bourdieu ha chiamato violenza dolcexxx>> e da politiche del lavoro a sostegno della donna affinché le differenze di genere siano riconosciute non per giustificare il predominio maschile, ma per arrivare ad un’armonia e a un’eguaglianza nei rapporti.

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Immagine 4.1. Cartolina realizzata da Giulia Bonacchi

Affrontare il problema di come superare la violenza di genere implica una riflessione sul rapporto tra struttura, cultura, e norma. Più volte nel corso di questo articolo i tre fattori sono stati chiamati in causa. Se la violenza è un problema strutturale richiede però un cambiamento culturale, perché senza una profonda evoluzione in tal senso la struttura non può essere modificata. La legge non può essere chiamate a fare da “faro”, perché in tutta la sua lentezza spesso è solo un riflesso della cultura dominante, anche se a volte può riuscire a mettere in rilievo e a portare alla ribalta quello che tenta di nascondersi sotto il velo dei pregiudizi culturali.

La legge sullo stalking, chiaramente perfettibile, ad esempio, ha rappresentato un momento importante di rottura, spostando la violenza da problema di ordine pubblico a problema sociale, rendendo chiaro a tutti come dietro la figura dello stalker vi sia, nella maggior parte dei casi, colui con il quale la donna ha o ha avuto un legame intimo-affettivo. Quindi occorre creare un ponte tra cultura, legge e struttura, che rompa il vortice del circolo vizioso e che crei allo stesso tempo un collegamento. La ricerca può assumere questo ruolo, non facendosi asservire, ma trovando degli spazi nei quali poter agire con le istituzioni.

 

Bibliografia

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Quinto Rapporto sulla violenza di genere in Toscana. Anno 2013. Un’analisi dei dati dei Centri Antiviolenza. I Toscana. Direzione generale diritti di cittadinanza e coesione sociale. Area di Coordinamento Politiche sociali di tutela, legalità pratica sportiva e sicurezza urbana, progetti integrati strategici. Osservatorio sociale regionale II. Bagattini, Daniela III. Pedani, Valentina 1. Violenza – Vittime: Donne – Toscana – Rapporti di Ricerca 362.829209455

Settimo Rapporto sulla Violenza di Genere in Toscana. Un’analisi dei dati dei Centri Antiviolenza, I. Toscana <Regione>. Direzione diritti di cittadinanza e coesione sociale. Settore governance e programmazione del sistema integrato dei servizi sociali. Osservatorio sociale regionale II. Bagattini, Daniela III. Caterino Luca IV. Pedani Valentina V. Sambo Paolo 1. Violenza – Vittime: Donne – Toscana – Rapporti di ricerca 362.829209455

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Spinelli, B., Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale, FrancoAngeli 2008

Note

Il contributo è frutto del lavoro comune delle due autrici. Possono, tuttavia, essere attribuiti i Paragrafi 1, 2 e 4 a Valentina Pedani e il Paragrafo 3 a Daniela Bagattini

iiHéritier F., Maschile e femminile. Il pensiero della differenza, p. 14

iiiBourdieu P., Il dominio maschile, pp. 7-8

ivLe immagini delle tre cartoline che corredano il testo fanno parte di un progetto realizzato dalle classi 3 Dg e 3 Eg del Liceo Artistico U. Brunelleschi di Montemurlo (Prato) durante la lezione di Progettazione grafica del Prof. Marco Fontani. Il progetto, commissionato dal Centro antiviolenza La Nara – Alice cooperativa sociale, prevedeva la realizzazione di una cartolina che potesse rappresentare il bisogno d’aiuto delle donne in difficoltà da diffondere negli enti pubblici della Provincia di Prato

vNel Settimo Rapporto sulla Violenza di Genere in Toscana. Un’analisi dei dati dei Centri Antiviolenza è stato per la prima volta affrontato il tema della violenza assistita – <<per violenza assistita intra-familiare si intende l’esperire da parte del bambino/a di qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulte o minori. Il bambino può farne esperienza direttamente (quando essa avviene nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il minore è a conoscenza della violenza), e/o percependone gli effetti. Si include l’assistere a violenze di minori su altri minori e/o su altri membri della famiglia e ad abbandoni e maltrattamenti ai danni di animali domestici>> definizione del CISMAI Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia – e sono state intervistate le operatrici del Settore Minori dell’Associazione Artemisia di Firenze che presenta un modello di intervento caratterizzato dalla forte interazione di due ambiti <<quello improntato sulla tutela del minore e quello diretto al sostegno alla donna, nell’ottica di costruire, dove possibile, ma sicuramente come obiettivo primario e auspicabile, una riattivazione delle risorse genitoriali della madre come parte del suo percorso di uscita dalla violenza>>p. 95. L’incontro con le operatrici del Settore Minori ci ha consentito di fare un ulteriore affondo sulle conseguenze drammatiche della violenza di genere su una donna che si trova nella condizione di essere madre e sulla difficoltà di tenere insieme protezione del minore e tempi e bisogni di una donna-madre vittima, da molti anni, di violenze da parte del padre dei suoi figli. Una donna << la cui identità è spesso frammentata e che ha bisogno di un lungo processo di empowerment che le permetta di ricostruire il proprio futuro>>, ivi, p. 102, e che non riesce a godere pienamente dei diritti di cittadinanza, è limitata nelle sue competenze, potrebbe maturare per un certo periodo comportamenti anti-sociali. Data la complessità dell’argomento si rimanda al Rapporto.

viL’espressione Codice Rosa ‹‹identifica un percorso di accesso al Pronto Soccorso riservato a tutte le vittime di violenze che, a causa di particolari condizione di fragilità, più facilmente possono diventare vittime di violenza e discriminazioni sessuali: donne, uomini, adulti e minori che hanno subito maltrattamenti e abusi››, http://www.regione.toscana.it/-/codice-rosa. Il progetto, rivolto quindi anche alle donne vittime di violenza di genere, nasce a Grosseto nel 2010, diventa progetto regionale nel 2011, con la sottoscrizione di un protocollo d’intesa tra la Regione Toscana e la Procura Generale della Repubblica di Firenze. L’estensione a tutte le Aziende Sanitarie e Ospedaliere della Regione avviene in un processo a tappe che si è concluso nel gennaio 2014 con l’ingresso delle Aziende USL di Massa Carrara, Pistoia, Siena e Firenze e delle Aziende Ospedaliere Universitarie Pisana e Senese.

viiCfr. nota precedente

viiiLa Casa delle donne per non subire violenza ONLUS è un’associazione che dal 1990 gestisce il Centro antiviolenza di Bologna. Da anni all’interno dell’associazione si è creato un Gruppo femicidio, che ha lavorato e lavora alla raccolta dei dati sulla stampa nazionale e locale sui femicidi, pubblicando un rapporto annuale sul tema.

ixCfr. nota IV

xBateson, G., Mente e natura

xiCfr. ONU, Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, Art. 1. Nell’Articolo 2 si enuncia: << La violenza contro le donne dovrà comprendere, ma non limitarsi a, quanto segue: a) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene in famiglia, incluse le percosse, l’abuso sessuale delle bambine nel luogo domestico, la violenza legata alla dote, lo stupro da parte del marito, le mutilazioni genitali femminili e altre pratiche tradizionali dannose per le donne, la violenza non maritale e la violenza legata allo sfruttamento; b) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene all’interno della comunità nel suo complesso, incluso lo stupro, l’abuso sessuale, la molestia sessuale e l’intimidazione sul posto di lavoro, negli istituti educativi e altrove, il traffico delle donne e la prostituzione forzata;

c) La violenza fisica, sessuale e psicologica perpetrata o condotta dallo Stato, ovunque essa accada>>.

xiiCfr. Cavina M., Per una storia della “cultura della violenza coniugale”, in Donato, M.C. e Ferrante, L. (a cura di) GenesisViolenza, Società Italiana delle Storiche

xivLa querelle nasce intorno all’articolo 16 della legge 107 del 2015 (conosciuta come La Buona Scuola), nella quale si prevede che nei Piani dell’offerta formativa (POF) sia assicurata «l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2 del decreto legge 14 agosto 2013, n.93, convertito (…) nella legge 15 ottobre 2013, n.119», cioè la noma conosciuta come legge sul femicidio. L’articolo viene considerato da alcune parti del mondo cattolico un’istigazione alla cosiddetta “ideologia gender”, tanto da portare direttamente il Ministero a redigere una nota per ricordare i contenuti e gli scopi di quell’articolo (nota 1972, del 15/09/2015) http://www.istruzione.it/allegati/2015/prot1972.pdf).

xvCfr. Speculum , l’altro uomo. Otto punti sullo spettro di Colonia, Internazionale

xviCfr. Genesis-Violenza, p. 8

xviiPaoli, M., Femminicidio: i perché di una parola

xviii<<Femminicidio si ha in ogni contesto storico o geografico, ogni volta che la donna subisce violenza fisica, psicologica, economica, normativa, sociale, religiosa, in famiglia e fuori, quando non può esercitare i ‘diritti fondamentali dell’uomo’ in quanto donna […] Femminicidio, in sostanza, è ogni forma di violenza o discriminazione esercitata contro la donna ‘in quanto donna’, come forma di esercizio di potere sulla sua psiche o sul suo corpo, volta ad annientarla perché non è quello che l’uomo o la società vorrebbero che fosse, perché esercita la sua libera determinazione ‘rompendo gli schemi’, ribellandosi al ruolo sociale di moglie, madre, figlia, amante, suora, puttana, che le è stato attribuito dagli uomini ‘a loro immagine’ in una società patriarcale>> (Spinelli, 2008, 21). Il concetto viene dal lavoro di Marcela Lagarde e non comprende solo gli omicidi, ma anche i casi di “living dead”, cioè annientamento fisico o psicologico della personalità femminile. Marcela Lagarde Professoressa di Antropologia e Sociologia alla Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM), nel 2003 viene eletta al Parlamento messicano e, da deputata, crea e presiede la Comisiòn Especial de Feminicidios. Lagarde è una studiosa femminista considerata la “teorica del femminicidio”, utilizzò il termine per la prima volta in riferimento ai numerosi omicidi di donne a Ciudad de Juarez, città del Messico. E’ tra le prime ad avvicinarsi agli studi fatti da Diana Russell, accogliendo la sua definizione di femmicidio e introducendo il neologismo femminicidio.

xixSecondo il documento redatto dall’Academic Council on the United Nations System (ACUNS), per considerare un caso come femmicidio, ci deve essere l’intenzione implicita di svolgere l’omicidio e un collegamento dimostrato tra il crimine e il genere femminile della vittima: <<Femicideis the ultimate form of violence against women and girls and takes multiple forms. Its many causes are rooted in the historically unequal power relations between men and women and in systemic gender-based discrimination. For a case to be considered femicide there must be an implied intention to carry out the murder and a demonstrated connection between the crime and the female gender of the victim>>

xxFemmicidio è stato usato con questo nuovo significato nel 1992 nel libro The politics of woman killing dove Russell ha come principale obiettivo to name femicide, ovvero nominare il fenomeno per farlo uscire dalla sfera privata e oscurantista e porlo come problema politico urgente. Nonostante Russel parli di femmicidio a fine anni ’70, fino agli anni ’90 quando esce il suo primo libro, si continua ad utilizzare femmicidio togliendo dalla sua definizione l’uccisione di una donna da parte di un uomo perché donna e svuotandolo quindi del suo significato politico.

xxiPp. 49-51

xxiiReport del progetto Daphne PROTECT: Good Practice in Preventing Serious Violence, Attempted Homicides, Including Crimes in the Name of Honour, and in Protecting High Risk Victims of Gender Based Violence – Buone prassi nella prevenzione di violenza grave, tentati omicidi, inclusi i crimini perpetrati in nome dell’onore, e nella protezione delle vittime ad alto rischio di violenza di genere – finanziato dalla Commissione Europea, p. 72

xxiiiAnche Iezzi utilizza la relazione con l’aggressore come principale fundamentum divisionis di femicidio all’interno di una relazione intima o comunque molto stretta. Aggressore che per la studiosa può essere oltre al partner e all’ex, anche un altro parente della vittima: ‹‹we consider Domestic Homicide if the killer is:

A relative (a member of family)

A partner (husband, wife, fiancè, live-in partner)

An ex partner ››, p. 86

xxivFemminicidio: i perché di una parola

xxvGlissant É., Una nuova regione del mondo, in Poetica della relazione

xxviMaschile e femminile. Il pensiero della differenza, p. 45

xxviiIvi, pp. 196-197

xxviiiIl dominio maschile, p. 117

xxixIvi, p. 53

xxxAbbatecola E., Stagi L., La scuola come territorio di costruzione e riproduzione delle disuguaglianza di genere