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5 maggio 2014

Le banche islamiche in Italia fattore di integrazione tra popoli

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L’obiettivo di questo lavoro è quello di evidenziare le principali caratteristiche che differenziano le banche islamiche dalle banche convenzionali. Nonostante i vincoli imposti dalla Sharia, la finanza islamica ha mostrato, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, una significativa capacità di diffusione in tutto il mondo, dai paesi arabi al Sud-Est asiatico, fino all’Australia, all’Europa e al Nord America. Si rileva come gli operatori occidentali (UBS, BNP Paribas, Generali, HSBC) sono fortemente interessati alle opportunità offerte dai mercati finanziari del Golfo persico e del Sud-Est asiatico, al punto di realizzare in queste aree delle unità operative specializzate nella gestione di strumenti finanziari islamici.

Inoltre, si sottolinea l’interesse mostrato dal mondo arabo nei confronti dell’economia italiana; un’opportunità di business per l’economia italiana rappresentata dagli aspetti positivi della coppia maggiore raccolta di liquidità dalla comunità islamica/maggiore integrazione sociale ed economica. Certamente vanno affrontati i problemi economici e sociali che derivano dall’integrazione bancaria, ma in via conclusiva è possibile affermare che la ricerca dell’integrazione tra le banche islamiche e quelle convenzionali rappresenta un tentativo di incontro tra la ricerca di un benessere sociale diffuso, tipica delle società moderne, e i principi di solidarietà e cooperazione che, nella visione islamica, dovrebbero contrassegnare ogni attività economica.

La banca islamica inizia ad avere una propria identità, conforme ai principi della finanza islamica fissati nel Corano e nelle tradizioni del profeta Mohammad, quattordici secoli fa. Da subito si ricorda che la shari‘a vieta il riba, vale a dire il ricevimento di un tasso di interesse prestabilito. Infatti, in base ai principi islamici il rendimento di un investimento è giustificato solo se il capitale assume la forma di un’attività reale, non monetaria, e se tale ritorno è a fronte dell’assunzione di un rischio imprenditoriale. Di conseguenza, la banca islamica si configura come un gestore/distributore di fondi, attività e progetti.

La banca islamica risulta responsabile dell’identificazione di progetti in cui investire il proprio denaro e quello dei suoi clienti. Pertanto, i depositanti non sono dei creditori verso la banca per le somme depositate ma risultano essere investitori della stessa banca. Esistono diverse forme di deposito ma quelle più utilizzate sono i conti di investimento.

La remunerazione di questi depositi non è rappresentato da un tasso di interesse prefissato, ma da una partecipazione ai guadagni della banca. Quindi, il depositante è esposto al rischio di vedere corroso il deposito in caso di perdite subite dalla banca. In tale maniera, la banca può trasferire il rischio della sua gestione direttamente ai depositanti.

Il titolare di conti di investimento risulta essere una figura intermedia tra l’azionista e il depositante di una banca convenzionale. È evidente la specificità di una banca islamica rispetto a una banca convenzionale, non solo nell’attività di raccolta ma anche in quella di finanziamento: la banca islamica ha come obiettivo la valutazione della redditività di un progetto e non l’analisi del merito creditizio del soggetto finanziario o la sua capacità di fornire garanzie, come spesso avviene nelle banche convenzionali.

Il sistema bancario islamico è considerato come il fattore in più rapida espansione nel mercato dei servizi finanziari medio orientali. Affacciato nello scenario finanziario appena trent’anni fa, con l’approvazione della shari‘a, gestisce, ormai, fondi finanziari per un valore che si aggira a circa 200 miliardi di dollari; con una capitalizzazione degli istituti superiore a 7 miliardi di dollari e un tasso di crescita annuale del 15 %. Il fenomeno dell’Islamic Banking si concentra principalmente nelle seguenti aree:

The Author would like to thank Donna Murphy Vizzini (LLB, MA, CIPD, University of Manchester) for precious suggestions.

  1. Medio-Oriente (Bahrain, Iran, Giordania, Kuwait, Libano, Qatar, Arabia Saudita, EAU;

  2. Regione Sud-Est asiatico (Brunei Indonesia, Malesia, Filippine e Tailandia);

  3. Subcontinente indiano: Bangladesh, India, Pakistan;

  4. Africa (Egitto, Algeria, Gambia, Sudan, Sud-Africa;

  5. Altri paesi con presenza molto forte di comunità islamiche sono Turchia e UK.

Questa attività bancaria presenta la massima concentrazione nella regione mediorientale (oltre il 90 %), con la quota maggiore in Iran (60 %) seguita dall’Arabia Saudita (13,5 %), Kuwait (8,4 %). In generale siamo in presenza di un sistema, fra l’altro di natura pubblica, completamente islamizzato (Iran, Pakistan e Sudan), e che presenta pure caratteristiche intermedie di banche islamiche che coesistono con banche ordinarie (a capitale arabo e occidentale).

I principi di funzionamento del sistema finanziario islamico

Il sistema finanziario islamico è fondato su sei pilastri fondamentali:

  1. Qualsiasi pagamento predeterminato oltre e in aggiunta all’effettivo importo di denaro è vietato. L’Islam consente soltanto una tipo di prestito denominato qard-el-hassan (letteralmente, buon prestito) dove il prestatore non addebita nessun interesse o importo addizionale alla cifra prestata. Allah, recita, il Corano, ha permesso la compravendita e ha proibito il riba (interesse e usura).

  2. Il prestatore deve dividere i profitti o le perdite derivanti dall’impresa commerciale per cui fu prestato il denaro. L’Islam incoraggia i musulmani a investire il loro denaro e a diventare soci tra loro dividendo i rischi e i profitti dell’attività commerciale piuttosto che diventare creditori. Come stabilito nella shari‘a, vale a dire la legge islamica, la finanza islamica si basa sulla credenza che colui che fornisce il capitale e colui che lo utilizza dovrebbero dividere in misura uguale i rischi delle imprese commerciali, sia che si tratti di fabbriche, aziende agricole, compagnie di servizi o semplici attività commerciali. In altre parole, il depositante, la banca e il debitore dovrebbero tutti dividere i rischi e i guadagni che provengono dal finanziamento di imprese commerciali. Ciò risulta essere diverso dal sistema bancario commerciale basato sugli interessi, dove tutta la pressione ricade sul debitore (il debitore è obbligato a restituire il suo prestito, insieme all’interesse stabilito, indipendentemente dal successo o dal fallimento della sua impresa commerciale. Quindi, l’Islam incoraggia gli investimenti affinché la comunità possa trarne beneficio.

  3. Guadagnare denaro dal denaro non è accettabile. Il denaro rappresenta un mezzo di scambio, un modo per definire il valore di una cosa, non ha nessun valore intrinseco e quindi non dovrebbe poter generare altro denaro attraverso il pagamento di interessi fissi, semplicemente depositandolo in una banca o prestandolo ad altri. I giuristi musulmani considerano il denaro come capitale potenziale piuttosto che come capitale in senso stretto, nel senso che il denaro diviene capitale solo quando viene investito in un’attività commerciale. I musulmani sono incoraggiati ad acquistare e sono scoraggiati dal mantenere il denaro inattivo, ragion per cui, ad esempio, ammassare denaro è una pratica inaccettabile. Nell’Islam il denaro rappresenta il potere d’acquisto che viene considerato come l’unico uso legittimo del denaro. Questo potere d’acquisto (il denaro) non può essere utilizzato per creare maggiore potere d’acquisto (denaro) senza passare attraverso la tappa intermedia dell’acquisto di beni e servizi.

  4. Gharar (incertezza, rischio o speculazione) è proibita. Questo divieto implica che qualsiasi transazione effettuata dovrebbe essere esente da incertezza, rischio e speculazione. Le parti contraenti dovrebbero conoscere perfettamente i contro valori che verranno scambiati come risultato delle loro transizioni. La ratio dietro a tale divieto è il desiderio di proteggere gli individui deboli dallo sfruttamento. Pertanto, le azioni e i futures (promesse di acquisto/ vendita future) sono considerate non islamiche così come le transazioni finanziarie in valuta estera perché i tassi di cambio sono determinati dai differenziali dei tassi di interesse.

  5. Shari‘a condanna il mancato utilizzo delle risorse finanziarie. In particolare, è vietato nascondere denaro in casa o depositarlo in banca senza utilizzarlo in alcun modo, poiché ciò può provocare una rarefazione dell’offerta di denaro nel corso del tempo. Tale tipo di risparmio viene scoraggiato con l’imposizione della zakat (elemosina obbligatoria e quarto pilastro della dottrina islamica), in modo da immettere la massa monetaria in un processo produttivo.

  6. Gli investimenti dovrebbero favorire esclusivamente pratiche o prodotti che non sono vietati o anche solo scoraggiati dall’Islam. L’Islam vieta l’investimento nelle attività relative all’allevamento di suini e produzione di generi alimentari a base di carne di suino, alla produzione di bevande alcoliche, alla produzione di bevande alcoliche, alla produzione e trasformazione di tabacco, ai servizi finanziari convenzionali (banche, assicurazioni) e all’entertainement (casinò, scommesse, pornografia, cinema, musica).

Tecniche di finanziamento di finanza islamica

Per quanto concerne gli impieghi, sono state create diverse tecniche di finanziamento compatibili col divieto di riba. Tali tecniche si possono distinguere in due macro categorie: PLS (Profit Loss Sharing) e NO-PLS (No Profit Loss Sharing).

1. Tecniche di finanziamento PLS. Si tratta di modalità di finanziamento in cui le parti (banca, investitori e risparmiatori) condividono il rischio dell’investimento. Nelle PLS non è previsto l’utilizzo di garanzie (collateral), salvo casi eccezionali contro i comportamenti opportunistici del prenditore di fondi e non come garanzia per la banca. Gli economisti islamici pensano che tale tecnica sia in grado di favorire l’efficienza e la stabilità del sistema economico, poiché il rischio è sostenuto sia dalla banca che dagli investitori, eventuali shock negativi vengono assorbiti velocemente. In più, tale modello favorisce una migliore trasparenza delle informazioni contabili. Tuttavia, esistono anche una serie di problemi: l’allocazione inefficiente del risparmio in beni reali (oro e altri metalli preziosi) che garantiscono il capitale, difficoltà nella gestione della politica (divieto del Corano del tasso di interesse) e del debito pubblico.

Riportiamo, adesso, le principali tecniche di finanziamento PLS.

  1. Mudaraba è un contratto di compartecipazione con cui si crea una società tra il capitale della banca e la partecipazione dell’azionista, a condizione che quest’ultimo restituisca al finanziatore una percentuale dei profitti realizzati. In tale scenario, il rischio risulta essere a carico del proprietario dei capitali. In questo tipo di contratto le parti coinvolte sono il mudarib (agenti, imprenditori) e il rabb al-mal (banca islamica). Il primo apporta al progetto il lavoro e le competenze mentre il secondo il capitale. La caratteristica principale di tale contratto è che entrambe le parti partecipano ai profitti mentre le perdite gravano solo sul rabb al-mal .

  2. Musharaka rappresenta un contratto societario, che può essere non scritto, nel quale due o più persone si accordano per mettere in comune il capitale e il lavoro per dividerne i profitti o le perdite derivanti dal contratto stesso. Ciascun socio, diversamente dal Mudaraba, ha il diritto di partecipare alla conduzione della società e i soci assumono gli stessi diritti e doveri.

2. Tecniche di finanziamento NO-PLS. A differenza del PLS, le tecniche NO-PLS non si basano sulla condivisione degli utili o perdite, spesso fanno uso di meccanismi di scambio di beni e/o servizi con l’applicazione di un mark-up sul prezzo di rivendita. Le tecniche NO-PLS si utilizzano nel caso in cui le forme di finanziamento PLS non si possono applicare (come nel caso di debitori troppo piccoli o nel credito al consumo), hanno un rendimento predeterminato e sono associate a forme di garanzia, come ad esempio la riserva di proprietà sul bene acquistato in leasing.

Le principali tecniche di finanziamento NO-PLS sono:

  1. Murabaha è un contratto di vendita e acquisto a termine, dove la banca acquista i beni o le merci in nome e per conto del cliente e gliele vende al prezzo di costo ricavandone un margine di profitto prestabilito (mark-up). Tale contratto rispetta i divieti imposti dal Corano, in quanto la banca, acquistando il bene, sopporta un rischio operativo e di prezzo per il tempo in cui il bene rimane di sua proprietà.

  2. Ijara (leasing) è un accordo in cui la banca acquista un bene su indicazione del cliente, che ne usufruirà pagando un canone periodico alla banca. In tale maniera, il costo dell’investimento viene diluito dall’imprenditore su un arco temporale più lungo, mentre la banca islamica incasserà, alla fine del periodo di leasing, una somma maggiore del costo d’acquisto. Nel contratto di ijara, affinché il guadagno sul prezzo iniziale non nascondi un profitto da interesse, è necessario che la banca sopporti una parte dei rischi; per tale ragione, il trasferimento della proprietà può avvenire soltanto alla fine del periodo di leasing e non in un momento anteriore. Di solito i contratti di ijara contengono una clausola in virtù della quale l’imprenditore può scegliere, alla fine del periodo di finanziamento, se riscattare la proprietà del bene pagando una somma aggiuntiva o lasciare la proprietà alla banca; questa seconda opzione è realizzabile qualora i beni siano soggetti ad obsolescenza o deterioramento.

  3. Bai’a Salam rappresenta un contratto di acquisto con pagamento immediato e consegna differita; il venditore accetta di fornire al compratore alcuni beni specifici che saranno consegnati a una data futura, previo pagamento di un prezzo che invece viene saldato contestualmente alla stipulazione del contratto. Questa forma contrattuale è applicata a quei contratti per cui è possibile stabilire anticipatamente la quantità e la qualità dei prodotti: per esempio i contratti che hanno per oggetto prodotti agricoli.

  4. Bai’Mua’jjal è un prodotto venduto sulla base di un pagamento differito, che può avvenire sotto forma di rate o tramite una somma forfetaria. Il venditore e il compratore si accordano sul prezzo che non può includere un plus per il pagamento differito. È impiegato, particolarmente, nel credito al consumo.

  5. Istisna’ è un contratto nel quale il bene è compravenduto prima di essere prodotto. Quindi, si fa riferimento, sostanzialmente, a beni che devono essere costruiti su misura, vale a dire si ordina al costruttore di produrre un certo manufatto, ma non è necessario che il prezzo sia pagato totalmente alla stipula del contratto. Il finanziatore, secondo il contratto di istisna’, può costruire un dato immobile, oppure può, stipulando un contratto di istisna’ parallelo, ordinare a una terza parte di costruire un immobile. In questo caso il cliente ordina alla banca l’immobile e lo banca lo acquista, a sua volta, dal costruttore; in tale ambito risulta lecito che la banca aggiunga un margine di profitto al prezzo pagato al costruttore prima di rivenderlo al cliente. Dopo la stipula del contratto, il cliente inizia a pagare le rate del proprio debito alla banca, finché l’immobile non sarà ultimato e consegnato alla parte acquirente. Si ricorda, che tale prassi vale anche per ordinare la costruzione di manufatti, aerei, navi e macchinari pesanti.

L’incidenza degli strumenti PLS e NO-PLS sul portafoglio complessivo degli impieghi delle banche islamiche dipende dalle scelte gestionali delle singole istituzioni finanziarie. Si rileva che i vari strumenti di finanziamento hanno un incidenza sul bilancio delle banche molto diversificata, ma sempre sbilanciata a favore delle tecniche NO-PLS. Il contratto più utilizzato è la murabaha, con incidenza minima del 45 % e massima del 93 %. Per quanto riguarda gli altri contratti le percentuali di incidenza minima e massima sono minori (musharaka 1-20 %, mudaraba 1-17 %, ijara 0-14 %, altre tecniche 0-30 %). Complessivamente, l’incidenza massima delle due principali tecniche PLS (musharaka e mudaraba) non supera l’incidenza minima della murabaha .

Lo scarso utilizzo degli strumenti PLS può essere imputato alla difficoltà di alcune operazioni di finanziamento di prestarsi all’applicazione del PLS (come ad esempio il credito al consumo, credito commerciale, credito all’importazione) e al fatto che gli strumenti NO-PLS garantiscono alla banca un profitto sicuro (rendimento predeterminato) e la espongono a rischi inferiori (solo il rischio di prezzo che per i contratti di breve durata è quasi inesistente).

Caratteristiche del sistema bancario islamico

Le banche islamiche rappresentano un punto di incontro tra la ricerca di un benessere sociale diffuso, (peculiarità delle società moderne) ed i principi di solidarietà e di cooperazione che, nella visione islamica dovrebbero contrassegnare ogni attività economica. Infatti, le banche islamiche si identificano come strumento attraverso il quale si realizza lo sviluppo sostenibile nei paesi islamici. Il legame tra banche islamiche e sviluppo locale si evidenziò a partire dal 1963, quando l’economista egiziano al-Najjar di ritorno in Egitto e grazie ai fondi del governo egiziano e di un gruppo finanziario tedesco, tentò di riprodurre il modello delle casse agricole di risparmio tedesche, le quali contribuirono in modo rilevante alla ricostruzione della Germania del dopoguerra.

Analizzando le peculiarità gestionali del modello di banca islamica, l’eliminazione dell’interesse consente una maggiore stabilità economica e attenua le tendenze

inflazionistiche, in quanto la creazione di moneta è strettamente legata agli investimenti produttivi e all’attività delle banche centrali e commerciali. Inoltre, i meccanismi di PLS portano la banca ad una più attenta selezione dei progetti da finanziare e un costante controllo delle strategie e della conduzione operativa. Tuttavia, si segnalano alcuni punti critici, come, ad esempio, la complicata regolamentazione internazionale di questi istituti di credito, in quanto ciascun paese presenta una legge ad hoc, proprio questo ha frenato lo sviluppo della finanza islamica in parecchi paesi. In più, la proibizione del riba, lascia fuori le banche islamiche dall’operatività del mercato dei depositi bancari .

Infine, un altro problema da segnalare concerne il mercato secondario della negoziabilità dei titoli islamici: secondo la legge islamica un debito non può essere venduto se non per il suo valore nominale. La negoziazione sui mercati secondari risulta essere più problematica: la possibilità di negoziare i titoli sui mercati secondari permette di cambiare un proprio diritto incorporato nel titolo in pronta liquidità, senza aspettare la data di scadenza.

Per superare tale limite, i mercati islamici hanno elaborato degli strumenti che, nel rispetto della shari’a, riproducono gli stessi flussi di cassa di un bond: il pagamento periodico di cedole e il rimborso del capitale a scadenza. Questi strumenti, denominati Sukuk, per assolvere la loro funzione primaria di creare liquidità a breve non devono essere assimilabili a titoli di credito/debito, ma devono incorporare una porzione di un diritto su un bene materiale sottostante. I Sukuk devono essere considerati come obbligazioni, dal punto di vista giuridico rappresentano un diritto di proprietà e non un titolo di debito.

Il rapporto tra finanza italiana e finanza islamica

In Europa esistono circa dieci milioni di musulmani europei; attualmente l’Islam è la seconda religione mondiale in tutto l’occidente ed anche in Italia con circa ottocentomila musulmani composti sia da cittadini italiani convertiti che da immigrati. Il rapporto tra la finanza italiana e il mondo islamico è antico: ad esempio, la Banca di Roma già nel primo Novecento aprì una filiale in Africa orientale ancora prima di insediarsi nella città di Milano. In Italia l’interesse verso la finanza islamica ha cercato di indirizzarsi verso l’operato finanziario islamico in un contesto occidentale. La legislazione bancaria italiana sta formulando degli strumenti non in contrasto con i principi islamici, in grado di coesistere in un contesto occidentale .

Se si effettua un’analisi delle caratteristiche del sistema islamico, sembra molto difficile che nel breve periodo una banca islamica possa operare in Italia in prima persona, poiché non esiste ancora un bacino di utenza di fruitori islamici qualitativamente e quantitativamente adeguato. Inoltre, ci sono ostacoli alla possibilità di controllo sulle istituzioni finanziarie islamiche da parte della Banca d’Italia. I problemi sorgono a livello operativo, non garantendo la restituzione dei depositi, in base al principio della condivisone dei risultati tra chi effettua il deposito e chi li gestisce, diventa estremamente difficile l’adesione al fondo interbancario di garanzia. Un’altra difficoltà proviene dal necessario adattamento delle strutture e dei contratti per i quali vi sono limiti normativi difficilmente superabili .

Secondo le prescrizioni del Corano, anche i non musulmani possono creare e gestire banche o fondi islamici, a condizione che ciò avvenga in buona fede e non per motivi concorrenziali. Tali attività devono, poi, essere separate dalle attività non islamiche, sia dal punto di vista giuridico che finanziario, poiché i flussi delle due attività non possono unirsi. Alla base di ogni relazione economica troviamo equità e trasparenza, in mancanza di questi due principi fondamentali ogni scambio commerciale è equiparato al gioco d’azzardo.

L’Associazione Bancaria Italiana (ABI) ha stimato che il mercato potenziale per gli strumenti finanziari islamici ammonterebbe a circa 200 miliardi di euro. Tuttavia, in Italia non si ravvisa un rapido insediamento di operatori bancari islamici, per i seguenti motivi: i costi di avviamento e di gestione di una struttura operativa stabile sono ancora troppo alti rispetto al mercato potenziale offerto dalla comunità islamica, sia in termini quantitativi che in termini di capacità di investimento; inoltre, persistono ancora incertezze circa la compatibilità del modello islamico con la normativa interna in materia bancaria e finanziaria (l’unico esempio di banca islamica in Italia è l’iraniana Bank Sepah che ha una filiale a Roma).

Appare più realistico, invece, poiché più semplice dal punto di vista normativo, creare degli sportelli islamici all’interno di istituti di credito convenzionale, in cui siano offerti una serie di servizi finanziari rivolti agli investitori che vogliono rispettare i principi della Shari‘a. A lanciare questa esperienza è stata la Cassa di risparmio di Fabriano e Cupramontana che, nel luglio 2004 ha inaugurato il primo deposito rivolto alla comunità islamica, senza interessi, ma fruttuoso di premi in natura e rapportati alla giacenza del conto, sull’esempio della Bank of Islam di Londra. In seguito, la Carifac ha elaborato il Mutuo extragentile che è strutturato come un leasing immobiliare con una durata di 20/35 anni al termine del quale il cliente decide se riscattare il bene. Tuttavia, si registra che gli islamici sono ancora troppo pochi e, quindi, i costi per creare prodotti ad hoc sarebbero assai elevati.

Questo vuol dire che l’attività bancaria islamica può diventare business effettivo in Italia, a condizione che la platea dei potenziali clienti musulmani diventi molto ampia ed economicamente ben sviluppata.

I dati della Banca d’Italia (2005) sembrano confermare le difficoltà incontrate dai migranti musulmani nel rapporto con le banche. Alla luce di questa indagine più di un terzo degli intervistati non accetterebbe un prestito con interesse, così come prevede il Corano. Questo comportamento si riscontra in modo più forte tra i migranti presenti sul territorio nazionale da poco tempo (meno di tre anni), ma non appare essere condizionato dal livello di scolarizzazione. Non accettare un sistema finanziario basato sui tassi di interesse può rappresentare un freno al processo di integrazione e maggiori difficoltà nell’avviare attività commerciali o nell’accesso al credito al consumo. Il 45 % degli individui intervistati desidererebbe una banca specializzata per musulmani, in grado di elaborare delle tecniche di finanziamento e di raccolta che rispettino i principi del Corano. Anche se un terzo degli intervistati ha risposto che non farebbe ricorso al prestito con interessi, il resto, quasi due terzi, dichiara di non avere nessun problema nel violare il divieto di riba. Tale comportamento potrebbe rappresentare un segnale di maggiore integrazione del migrante, che approva gli usi e le regole della comunità di accoglienza anche a costo di non rispettare un principio della Shari‘a .

Dal punto di vista giuridico, la creazione di banche islamiche è attuabile attraverso l’elaborazione di leggi ad hoc, in grado di superare i divieti imposti dalla legge italiana sulle commistioni tra banche e imprese che oggi impediscono la nascita di una banca islamica. Inoltre, il mercato italiano consentirebbe ai migranti musulmani di avere accesso al credito e ridurrebbe il fenomeno del razionamento del credito.

Conclusioni

Dall’analisi svolta si evince che ciò che differenzia la banca islamica dalla banca convenzionale è l’enfasi sugli aspetti morali, etici, sociali e religiosi. Infatti, a partire dal fondamentale divieto di applicare il tasso di interesse, si è imposto un sistema bancario e finanziario costruito sui seguenti principi:

1) Divieto del prestito ad interesse. Qualsiasi tipo di pagamento a fronte della concessione di un prestito è vietato.

2) Diffusione della PLS (Profit and loss sharing finance). I principi economici islamici prevedono che il creditore divida con il debitore i rischi e i risultati economici provenienti dall’investimento. Pertanto, i risparmiatori vengono incoraggiati ad investire il loro denaro, divenendo soci in un progetto industriale nel quale dividere profitti e rischi del business, piuttosto che a diventare semplici creditori. La finanza islamica si basa sul principio che il fornitore e l’utilizzatore di capitale debbano dividere ugualmente i rischi del business. Ciò vuol dire che, nel settore bancario, il depositante, la banca ed il prenditore di fondi dovrebbero

dividere i profitti ed i rischi associati al progetto d’investimento presentato dal debitore. Dal punto di vista gestionale, tale principio comporta una grande attenzione da parte della banca circa la prospettiva di profitto e sul controllo dell’andamento operativo e finanziario dell’investimento, e meno considerazione sulle garanzie reali che il prenditore di fondi è in grado di portare.

3) Divieto di finanziamento di produzioni vietate dai precetti islamici. Le aziende che operano in settori produttivi condannati dai precetti religiosi non possono essere finanziate dalle banche islamiche. Inoltre, esiste un listino di borsa in cui sono elencati i titoli acquistabili dai musulmani.

La finanza islamica ha dimostrato una grande capacità di espansione in tutto il mondo (paesi arabi, Sud-Est asiatico, Australia, Europa, Nord America), soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta. Gli operatori occidentali (UBS, BNP Paribas, Generali, HSBC) sono parecchio interessati alle opportunità offerte dai mercati finanziari del Golfo persico e del Sud-Est asiatico, al punto di realizzare in queste aree delle unità operative specializzate nella gestione di strumenti finanziari islamici.

Il mondo arabo ha sempre dimostrato grande interesse nei confronti dell’economia italiana, pertanto per quest’ultima abbracciare la finanza islamica rappresenta un’opportunità di business. La liquidità effettiva e potenziale creata dalla comunità islamica, laddove è possibile, deve essere oggetto di integrazione nel sistema economico-finanziario interno. Inoltre, non vanno sottovalutati, per l’Italia, gli aspetti positivi della coppia maggiore raccolta di liquidità dalla comunità islamica/maggiore integrazione sociale.

Certamente, vanno affrontati i problemi economici e sociali che derivano dall’integrazione bancaria; come, ad esempio, nel caso di clienti islamici i principi religiosi valgono sia nel profitto che nella perdita, mentre nel caso della clientela non musulmana, l’abitudine a schemi bancari occidentali potrebbe creare delle difficoltà nella comprensione degli aspetti distintivi della banca islamica nell’ipotesi di esito negativo degli investimenti. Non vi è dubbio che affrontare questi temi non è semplice e a volte le soluzioni non si trovano dietro l’angolo, ma accelerare l’integrazione tra le banche islamiche e quelle convenzionali rappresenta un tentativo di incontro tra la ricerca di un benessere sociale diffuso, tipica delle società moderne, e i principi di solidarietà e cooperazione che, nella visione islamica, dovrebbero contrassegnare ogni attività economica.

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