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10 maggio 2017

Credere: Intervista a Nina

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Passato sovietico e vissuto religioso di una badante a Bologna

Davide Nicola Carnevale – 

 

San Basilio il Grande è una piccola chiesa edificata nel Quattrocento, ortodossa da circa quaranta anni.

Sul portone, sotto uno dei tanti portici del centro di Bologna, sono affissi una targa e gli orari delle prossime celebrazioni; due fogli affiancati, in italiano e in russo. Dallo spiraglio della porta proviene un forte odore di incensi, si è da poco concluso un akafist pomeridiano a san Nicola; quattro donne si affrettano ad andare via, una spolvera i candelabri con un pennello, un’altra parla in lacrime col parroco, che la ascolta poggiato alla porta destra dell’iconostasi.

Mi siedo e attendo, guardo le scritte in cirillico sulle decine di icone che si sovrappongono agli affreschi settecenteschi. Quando la donna si allontana mi avvicino a padre Serafim e mi presento, è romagnolo e ci parliamo in italiano.

Domenica, al mio ritorno, ho davanti agli occhi un confuso movimento di circa sessanta persone; alcune sono famiglie, mentre molte di loro sono donne di più di cinquanta anni, con la testa coperta da foulard colorati. Padre Serafim tiene in mano una grossa croce in argento e legno. I fedeli la baciano, con l’altra mano prendono i pezzetti di pane dell’antidoro.

Molti altri sono vicini a un banchetto, comprano candele di cera, santini, oggettistica e pubblicazioni religiose, oppure scrivono su dei fogli i nomi per le preghiere. Due ragazzini giocano a rincorrersi, sgridati con poca convinzione da un diacono; uno dei due ha in bocca uno sneaker al caramello e correndo sfiora il piatto colmo di sabbia su cui sono infisse le candele per i morti. Altri due, ancora coi vestiti per la liturgia, fanno a gara per soffiare sui mozziconi delle candele vicine alle icone.

Sull’altare della navata destra invece c’è una grossa coppa col rubinetto e alcune donne si versano in delle tazzine l’acqua benedetta. Un’altra attende per la benedizione di un anello, di fianco a lei un uomo tiene in braccio un bambino e lo avvicina alle icone per fargliele baciare.

In fondo, vicine all’ingresso, sono sedute due donne anziane. Non ci sono altre sedie e siedo anche io lì, riguardo il foglio delle domande e appunto qualcosa. Forse per gli abiti di stoffa grossolana, o per i ricami dei fazzoletti in testa, sembrano ai miei occhi incredibilmente vicine ai primi piani sulle contadine nei vecchi film sovietici, con gli occhi chiari tanto da avvertirne il colore anche in bianco e nero. Si passano fra le mani un giornale in ucraino, lo guardano e si parlano a voce bassa, una delle due piange.

Padre Serafim mi invita ad entrare in refettorio quando ormai la chiesa è quasi vuota. Mi presenta alle donne rimaste lì, sono una decina e stanno posando sul tavolo delle teglie per mangiare. Il parroco mi presenta, spiega che vorrei mi parlassero della religione ortodossa durante l’epoca sovietica; le voci subito si sovrappongono e chiedo se posso intervistare una di loro. Guardo una signora con i capelli grigio cenere e gli occhiali, sembra una delle più anziane fra le presenti: è la donna che giovedì pomeriggio spolverava i candelabri. Mi fa un cenno di consenso.

Usciamo dal refettorio e mi propone di sederci sulle sedie vicine all’ingresso. Prima mi indica fra le icone la santa di cui porta il nome, santa Nino di Georgia; nel raccontarmene la storia si concentra a lungo sul suo viaggio di predicazione verso l’Armenia. Tiro fuori un registratore, Nina lo guarda un po’ intimorita e mi chiede di correggere la trascrizione se fa qualche errore di grammatica.

Ci sediamo, Nina si aggiusta il foulard a fiori che porta sulla testa.

 

Allora, puoi fare tutte le domande su come procedeva in pratica questo… tabù, diciamo, della religione.

  • La prima domanda che ti vorrei fare è che ricordo hai, se tu dovessi parlarne in generale, del periodo sovietico.

Del periodo comunista? Io non posso dire, non posso influire, perché sono nata nel ’48: è un periodo molto esaltante della nostra storia, il dopoguerra. Sono cresciuta in una famiglia di un professore di campagna, professore di scuola. Sono cresciuta nata e educata nel senso sovietico; nel senso più solenne che contengono questa parole: socialistico e sovietico. Come era in teoria: non in pratica, in teoria.

Il mio papà non è mai stato comunista, ma è reduce di guerra, ha sofferto e ha creduto sempre nel bene. L’idea è molto bella, l’idea comunista. Molto bella, ma non sarà inserita mai nella vita dell’uomo, perché è bella ma è troppo difficile seguirla. Sono stata educata soprattutto dalle nonne. La nonna paterna e anche quella materna erano profondamente religiose. Io non ricordo, da sempre, qualcosa nella nostra casa che fosse ateo.

Nonostante il papà fosse professore di scuola e la scuola era divisa, rigidamente divisa dalla Chiesa. E la Chiesa dallo Stato. Io sono credente da sempre, già da allora. Se penso ai ricordi dell’infanzia, alla Vigilia di Natale ad esempio: mai non ho passato vigilia di Natale senza digiunare. La fede era troppo profonda anche nelle usanze, e nella famiglia.

  • Sei stata battezzata?

Sì, sono stata battezzata con mio fratello più piccolo, di nascosto. Me l’hanno detto quando ero già grande. La mamma di battesimo [madrina] abitava in un altro villaggio. L’ho conosciuta soltanto quando mi sposavo ed è venuta al mio matrimonio. Mio papà non sapeva.

  • Tuo papà non sapeva?

Non sapeva che ero stata battezzata. La mamma non voleva tentarlo, introdurlo in questo segreto. Poi ad esempio noi facciamo per il Natale il nostro piatto preferito. È frumento cotto condito con miele, zucchero, semi di papavero e noci, poi allungato con l’acqua fatta dalla frutta disidratata. Mentre iniziavamo a cenare, una volta chiesi a mamma: mamma perché papà non mangia questo frumento? Si chiama kuthia.

  • Kuthia? [provo a pronunciare la parola]

Da, kuthia. Dicevo: “Mamma, perché papà non mangia?”. E la nonna rispose che lui non poteva mangiare “perché gli insegnanti, i professori non lo mangiano, e se lo mangiano muoiono”. Avevano paura che svelassimo questo segreto.

C’era una tendina in cucina, io osservavo da questa tendina. E [poco dopo] vidi mio papà che mangiava questo frumento, perché anche lui lo doveva mangiare, è un piatto santo. E io scoppiai a piangere. [Urlavo:]“Madonna, mio papà muore! Madonna, non voglio che lui muoia. Cosa è successo?”.

Così, piano piano, ho iniziato a svelare [scoprire] che c’è la vita reale e quella di nascosto, che noi facciamo da credenti. Poi…Anche per la Pasqua. Facevamo i panettoni, li facevamo a casa ed erano bellissimi. La mamma li faceva di notte, e poi li mettevamo nascosti dietro una tenda sullo scaffale. […] Vado bene?

  • Certo, benissimo.

Nel ‘61 è morta mia nonna, aveva tanti figli ma è morta a casa nostra. Era così credente che non potevamo permettere di seppellirla senza un prete. Era molto credente. Ma se si veniva a sapere il papà era cacciato fuori dal lavoro. Sua sorella, che era del ‘12, disse “È la mia mamma e io non sono insegnante, sono una contadina”. Così hanno deciso di chiamare il prete e hanno deciso che veniva quando mio padre stava a scuola, lui veniva dopo.

  • Ma tuo padre lo sapeva?

Lo sapeva, certo. Ma non poteva [fare altrimenti]. Ai funerali mettiamo la croce con un nastro che scende sul petto, come [la croce che portano] i preti. La mia mamma, sarebbe la nuora, ha nascosto questa croce sotto i vestiti, e quando dovevano chiudere – perché lasciamo tutto aperto, noi chiudiamo solo quando dobbiamo mettere [il corpo] sotto terra – viene una signora; lei non c’è più, la ricordo ancora. Ha tolto la croce dalla sottoveste della nonna e l’ha messa sul petto. Tutti [dissero] uuuh, tutta la gente [Nina mima coi gesti una calca di gente confusa]. Era un gesto di coraggio.

  • C’era molta gente?

Sì, tanta, va tutto il villaggio al funerale e anche tutti i parenti.

  • Tu quanti anni avevi?

Nel ’61…Tredici anni.

  • Quindi eri abbastanza piccola.

No, abbastanza [grande]! Quando ero più piccola, facevo la terza elementare, sono andata la prima volta a confessarmi, la nonna mi ha portato lontano. Non c’erano chiese in ogni paese, per esempio nella nostra regione c’erano cinque, non di più. Tutte erano chiuse, erano rovinate, al miglior modo erano trasformate nei club, dove c’era la biblioteca, il cinema… Ma al peggiore modo erano i magazzini. Le altre erano distrutte, rovinate. Mettevano la dinamite.

Nella città vicina al mio paese c’era una chiesa grande, aveva sette cupole. Hanno messo la dinamite e [la] hanno fatta scoppiare. Le chiese aperte erano nelle città. Nelle città grandi le chiese c’erano, non erano rovinate, molte erano bellissime come sempre. Per esempio in Ucraina ci sono due lavre. Lavra si chiama il monastero degli uomini.[…]

  • Prima mi dicevi che non ci si sposava in chiesa. Tu?

Io mi sono sposata nel ’72. Mio marito allora faceva il militare, gli scrissi una lettera: io vorrei fare il matrimonio in chiesa. Ma mio marito non voleva…E lui disse di no, anche se era più religioso di me. Troppo timore.

  • E come ci si sposava? Me lo puoi raccontare?

In comune, con un rito bellissimo. Come in chiesa, era tutto preparato in una sala per le feste. Il membro del comune aveva una toga speciale per questo cerimoniale.

  • Ma somigliava a un prete?

Non somigliava a un prete: poteva essere donna, molti [fra coloro che celebravano] lavoravano negli uffici degli atti di registrazione statale. Molto bello, con la musica, con le prediche…Con le preghiere atee.

  • In che senso atee?

Come si può dire? “Ti auguriamo che”, “vogliamo che sia così e così”, [insomma] facevano benedizioni. Anche la benedizione col pane; la benedizione civica è ancora più valida quando benedicono col pane. Ma anche quella religiosa, quel pane [che hai visto] è il pane benedetto, ognuno alla fine lo prende, dopo tutte le messe.

  • E c’era anche nel matrimonio in comune.

Si, Il pane sempre. Magari questa cosa viene dal paganesimo.

  • E invece i biglietti sui quali scrivevano? [indico il banchetto]

E’ come da voi, che chiedete la messa per i defunti. Noi scriviamo i biglietti per i preti. Il sacerdote nomina i nostri cari per la salute nei biglietti in rosso, in nero per i defunti.  Noi scriviamo anche per i nostri defunti cattolici. Scriviamo, perché anche loro sono morti nostri [Nina ride]. Ad esempio io assistevo una persona e lei è morta…Io prego anche per lei nella nostra chiesa ortodossa.

  • Posso chiederti cosa si pensava della religione durante l’URSS? Secondo te perché era criticata?

Non era criticata, era vietata. Vietata… Ma nessuno aveva mai visto questo divieto, o letto. Tutti avevamo timore, si trasferiva di padre in figlio.  Per esempio, prima ti stavo dicendo della mia prima comunione [presa per la prima volta quando mia nonna mi portò a confessarmi] quando ero in terza elementare. La mia seconda volta è stata nel’ 88, quasi trent’anni dopo. Nessuno mi diceva che non dovevo andare in chiesa, ma io lo sapevo che non potevo.

  • Quindi non hai fatto la comunione per trent’anni.

No, non andavo in chiesa. Per esempio quando mi hanno chiesto di fare la madrina, [al tempo] non ero ancora sposata, il battesimo era proibito…L’abbiamo fatto di notte. Il padre di questa bimba era comunista [ossia legato all’apparato], la madre semplicemente era una veterinaria. Però [entrambi] appartenevano non a un “primo grado”, ma a un grado “sollevato”: erano già degli specialisti. Non potevano. Io nemmeno sapevo dove era la chiesa, prendemmo questa bambina e il prete ci aspettava in chiesa, di notte. Era notte piena, nessuno sapeva del battesimo.

  • E perché non si poteva dire?

Perché potevamo perdere il lavoro. Per lo statuto sovietico il comunista doveva essere ateo. E’ invece non è vero che i comunisti erano atei. Tutti credevano ma credevano di nascosto, la Chiesa era viva. Il silenzio era vivo… La nostra Chiesa silenziosa era viva. C’erano battesimi sempre, di nascosto, i matrimoni raramente.

  • Tutti sapevano quindi che era proibito, ma quanti sapevano perché era proibito?

Mi ripeti la domanda?

  • Mi hai detto che si rischiava di perdere il lavoro, ma perché? Quale era motivazione ufficiale? [Restringo la domanda]

La religione costituzionalmente era divisa dallo Stato e dalla vita sovietica, dalla dottrina sovietica.

  • Era considerata un rischio dalla dottrina?

Dottrina quale?

  • Un rischio per lo Stato, intendo.

Si, magari…Noi a scuola avevamo tre fasce. I nipotini di Lenin, poi a scuola media eravamo organizzazione Pioneri, portavamo le cravatte rosse. Una cravatta triangolare come [un] mezzo fazzoletto. Tutti la mettevamo ogni mattina, dovevamo; io la portavo con orgoglio, ero fiera di esserla [pionera]. Te lo dico, eravamo fieri.

Dalla scuola superiore fino ai 28 anni era il [momento di] passaggio per entrare nel Partito comunista: il Kòmsomol, la gioventù comunista. Magari…Magari se avessimo abbinato tutto questo con la Chiesa non saremmo usciti fuori, fuori dall’idea comunista. Perché, ripeto, io credevo in quest’idea. [Ci] credo anche adesso, nonostante io sia stata sempre profondamente credente. E ci sono tanti, tanti.

  • Che come te non vedevano o l’uno o l’altro?

Siamo noi. Una nazione che nella buona e cattiva sorte deve essere unita: nel nostro credo spirituale, antico, religioso, e [in quello] nuovo.

Ci richiamano in refettorio per il pranzo, spengo il registratore e li raggiungiamo. Parlano in russo, eccetto padre Serafim che mi spiega che è la settimana di preparazione alla celebrazione di San Pietro e Paolo, in cui si digiuna dalle carni. Mi servo in un piatto delle insalate a base di tonno e capperi, una zuppa di fagioli, un timballo di crema di piselli arrotolata e cotta al forno. Nina mi dice il nome di quest’ultima pietanza, ma non ho modo di appuntarmelo. Più di una volta una delle signore distribuisce nei piatti di tutti ciò che è rimasto sul tavolo. Chiedo informazioni sulle tazzine e sull’altare con i calici d’acqua benedetta; il viceparroco mi dice che chi riceve il pane benedetto, per evitare che dei frammenti possano essere espulsi, beve una tazzina d’acqua. Aspetto che Nina abbia finito di mangiare, le chiedo se vogliamo proseguire e torniamo in chiesa.

 

  • Da quando sei qui a Bologna?

A Bologna dal 2002, prima ero a Modena.

  • Quando sei arrivata in Italia invece?

Nel 1999.

  • E in Ucraina hai ancora parenti?

Si, c’è tutta la mia famiglia. Sono venuta a lavorare perché c’era una crisi tremenda, mio figlio doveva studiare, dovevo aiutare anche i miei fratelli. Adesso c’è un’altra grande frana di crisi, perché c’è la guerra.

 

[Nina volge il suo sguardo al pavimento. Versa qualche lacrima, silenziosamente. Si aggiusta il foulard che le cala dalla testa, mostra volontà di soprassedere e proseguire con le domande]

 

  • Torniamo al periodo comunista. Quando andavi in Chiesa? Era lontana da casa?

Non era lontano da casa, però non andavo. Mai andata. Andavo solo quando ero fuori dalla città, dove nessuno mi conosceva.

  • Quando andavi nelle città grandi?

Nelle città grandi, o quando facevo un viaggio. Il primo posto dove andavo, con ancora le valigie con me, era la chiesa. Poi, quando è venuto Gorbačëv… No, non è per Gorbačëv, è il mio destino che era girato così. Sentivo che io dovevo andare in chiesa, non mi bastava più pregare dentro di me. Volevo andare in chiesa, inginocchiarmi davanti all’icona e prostrami davanti all’altare.

Andava [sic]. Quella prima volta, nonostante ci fosse gente, davanti a me era rimasto spazio libero: tutti si sono estraniati da me, perché mi avevano visto. [Nel mio paese] mi conoscevano tanti, anche io ero una insegnante. Erano stupiti, anche nel circolo dei miei amici, che io frequentassi apertamente la chiesa.

Ti dico ancora una cosa. La letteratura russa del diciannovesimo secolo, si chiama “letteratura del secolo d’oro”: è tutta basata sulla Bibbia e non lo sapevamo, non potevamo [saperlo]. Perché non conoscevamo la Bibbia. Come potevamo sapere? C’erano i “miti biblici”: i libri con le storie di Ester, di Ruth, di Mosè. Ma nessuno le collegava al Vecchio Testamento. Sapevamo le frasi del Vangelo ma non sapevamo che provenivano dal Vangelo.

  • Quindi tu pensi di essere stata sempre una credente?

Sì.

  • Ma è stata nella fase di Gorbačëv che ti sei sentita più..Che sei tornata in chiesa.

Io [da] sempre mi sento meglio tra la gente che non conosco. Per esprimermi, sentirmi più libera di partecipare.

  • Forse anche per questo andavi nella Chiesa più…

Lontana, sì. Ma ti dico che ero tra i primi – fra medici, insegnanti, gente di istruzione – ad entrare in chiesa. Perché eravamo troppo schiacciati. Soffrivamo per questo.

  • Non potevate praticare perché eravate quelli istruiti?

Eravamo oppressi da questo. Eravamo…Come si dice?

  • Schiacciati?

No schiacciati…Scacciati, ecco! Scacciati [indirizzati e spinti con forza, come Nina segnala coi suoi gesti]. Nella notte di Pasqua noi facciamo una messa importante, spesso i nonni volevano portare i bambini a messa. Il giorno seguente a scuola tutti i bambini andavano [venivano radunati] davanti al preside della scuola.

Davanti a tutta la scuola, il preside chiedeva ai bambini perché erano andati a messa. Era una punizione. Nelle notti della Pasqua i membri del Partito andavano vicino alla chiesa a vedere come stava procedendo. Si dice che vietavano ai giovani di entrare nella chiesa, ma io ho visto un’altra cosa: loro stavano solo lì a guardare. Te lo dico davvero, non facevano niente.

  • E tu come hai imparato a pregare?

Dalle nonne.

  • Sono difficili le preghiere?

Come le vostre. Cattolicesimo e ortodossia sono più vicini di due sorelle. Sono sorelle, solo dobbiamo ancora scoprirlo.

  • So che è una domanda difficile, ma cosa è per te Dio?

Vuoi sapere questo? [Nina accenna un sorriso] Ti dico. Vivo solo perché credo. Il mio destino è…Tragico. Quando a mio papà chiedono come sta Nina, come vive, lui risponde sempre “la salva la chiesa”.  Io non credo nella Chiesa, anzi soffro perché sono divise. Credo in Dio, credo che lui mi tiene per mano, che lui mi vuole bene. Io cerco di essere degna…Non degna, è troppo dire degna. Cerco almeno un po’ di meritare – degna è una parola troppo grossa, gli ortodossi non possono dire così -, di meritare questo amore.

Io mi sono completamente abbandonata, nella fede, in Dio. Non è che io…Io sono laureata, io sono…Capito? [Annuisco] Ma per capire quello che dico ci vuole passare qualcosa, uno scatto, che noi non permettiamo succeda. Dentro di noi c’è uno scatto, e dopo questo scatto non rimane che dire “Dio, ti ringrazio di tutto”.

  • I tuoi figli, i tuoi parenti sono anche loro religiosi?

Si. Mio figlio è molto religioso, anche le mie sorelle. Mio fratello…Sai come sono gli uomini? Religioso ma non molto partecipante, ma aiuta la chiesa e fa tutte le cose da fare. Non viene in chiesa, però è comunque religioso.

  • Anche tuo figlio?

Sì. Ha anche battezzato il suo bimbo. Noi battezziamo anche a casa; per esempio il bimbo stava poco bene, aveva solo tre mesi ed è venuto il prete a casa a fare il battesimo.

  • E, oltre alla tua famiglia, fra le persone ucraine che conosci, quante sono credenti? Quanti sono rimasti atei?

Atee sono rimaste pochissime. Dopo Gorbačëv, si è vissuto questo momento molto agitato. È venuto fuori che ci sono cattolici che vogliono fare la loro chiesa, perché ci sono regioni che prima erano polacche e la Polonia è cattolica. Adesso i cattolici hanno le loro chiese, che prima erano alcune delle strutture espropriate. Adesso in ogni paese anche piccolissimo ci sono chiese. E adesso ci sono e si sviluppano velocemente anche le chiese protestanti, si creano dappertutto e con una percentuale molto alta in Ucraina, purtroppo.

  • Hai molti amici qui in chiesa? La frequenti spesso?

Io lavoro. Ma frequento, certamente cerco di stare ogni domenica. Ci sono le persone, ma per quel poco che sto [in chiesa, sto] con Dio e comunico con lui, mi piace pregare da sola. Nonostante mi siano tutti vicini.  Anche la chiesa ortodossa, tutte le religioni credo, chiedono una meditazione. E io devo entrare nella mia preghiera e devo concentrarmi. Ma seguo sempre assolutamente il rito, la liturgia, parola per parola, anche i canti e le letture.

  • E le persone che stanno qui le conosci? Sono amici?

Certo certo. Tutti quelli che sono in questa chiesa sono profondi nel loro credo.

  • Li incontri solo in chiesa o ti capita di vederli fuori?

Si incontrano anche fuori, ma io non frequento. Frequento solo lavoro e chiesa, le altre occasioni no. Magari con l’età, la mia vita… La mia vita è molto, diciamo, eremitica. Ma io non soffro la solitudine anche se sono sola, perché sempre con me c’è la gioia di Dio, ci sono le preghiere.

Da noi c’è una preghiera che non c’è negli altri cristiani, si chiama preghiera continuata: mille e mille volte si ripete una frase. Io l’ho insegnata alle mie signore cattoliche e sono contentissime: “Gesù cristo figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatrice. Gesù cristo, figlio di Dio, Abbi pietà di me peccatrice”.
Senti, come si dice, in russo: “Gospodi Iisuse Khriste, syne Bozhiy” – inspiro- “pomiluy menya greshnago”, espiro [Господи Иисусе Христе, Сыне Божий помилуй меня грешного].

Ho sperimentato una cosa. Una volta ero nervosa perché sono stata minacciata, ho stretto il rosario [Nina indica con la mano la tasca] – il nostro rosario è un po’ diverso – e dopo qualche decina ho cominciato già a respirare meglio. Adesso lo faccio e mi aiuta in tutte le situazioni della vita.

  • E se invece hai bisogno di un aiuto pratico, dove vai, a chi ti rivolgi?

Un bisogno pratico? Qui, prima andavo da padre Marco. Posso venire per confidarmi, confessarmi e dire su di me quello che penso e che voglio, chiedere che mi aiutino. Padre Serafim è un appoggio, lui capisce chi ha davanti.

 

[Alcune delle donne con cui ho mangiato in refettorio cominciano adesso a pulire la chiesa, spennellano i candelabri, raschiano via le macchie di cera dal pavimento. Fanno un po’ di rumore e Nina abbassa di molto il tono della sua voce, già piuttosto basso; si aggiusta ancora il foulard.]

 

  • Come hai festeggiato la Pasqua quest’anno?

Bellissima, ci prepariamo tanto per Pasqua. Io, [il] mio stato di salute non sempre mi permette di digiunare…Ho una malattia. Ma fare la quaresima… Padre Marco diceva sempre “Che cosa hanno gli ortodossi che non hanno gli altri? Abbiamo la quaresima”. Perché se un ortodosso fa la quaresima la fa sul serio, ed è una gioia immensa.

  • Il digiuno?

Anche il digiuno. Ogni chiesa ha le sue usanze. Mia nonna per esempio giovedì santo mangiava, puliva le stoviglie e non mangiava più fino alla mattina di domenica, finché non erano benedette le uova e il pane: neanche un goccio d’acqua. Anche io ho fatto così tre volte, il solo ricordo mi rafforza. Io non sono fanatica, no. Ma quando fai la quaresima ottieni una grande stima di te stesso, è uno sforzo che ti dà una forza che sai solo tu. Ma sai come si fa a sopportare? Che nessuno sappia che tu [lo] fai. [Nina Sorride.]

  • E invece nel periodo sovietico…C’era una festa laica più importante?

Ecco. Quello che mi scoccia di quel periodo è… Natale ad esempio, Capodanno. Il nostro Natale è tredici giorni dopo di voi, il 7 di gennaio. Dal 19 dicembre fino al 10 di gennaio c’erano le ferie scolastiche. In ogni città, piccola o grande, si faceva un albero enorme; come a Roma a San Pietro. Il 6 gennaio lo toglievano, e domani era Natale! E c’erano ancora 4 giorni di ferie! Come capire questo? Mi dispiaceva tanto… E c’erano anche giorni in cui, non lo so se lo facevano apposta o era una coincidenza non bella: quando c’erano giorni di festa – noi non lavoravamo nei giorni di festa religiosa – facevano i lavori pubblici. Si pulivano i parchi e le piazze.

  • Li facevano tutti?

Sì, dovevamo andare tutti a fare questi lavori.

  • E c’erano feste dello Stato? Del Partito?

Certo, il primo maggio, il 9 maggio… Il 9 maggio è il giorno della vittoria della Seconda Guerra Mondiale, voi avete il 25 aprile. Una festa immensa: facevano dimostrazioni, le marce, le parate, i concerti, i picnic nei boschi. Delle belle feste.

  • Tu le sentivi tue?

Bellissime. Nelle scuole dovevamo preparare le colonne [per la parata]. Ogni scuola voleva fare più bella la sua colonna. Non partecipavano solo le scuole, ma stabilimenti, fabbriche… Ognuno abbelliva come meglio poteva la sua colonna. Era bello, molto. Non sapevamo di vivere sotto il regime. Gioiavamo [sic], facevamo le feste. Questo è un bellissimo ricordo.

Noi credevamo nella nostra vita, nel futuro, nel domani. Perché c’era domani, potevamo credere. Lavoravano tutti, lo stipendio era stabile due volte al mese, tutto costava pochissimo; il livello [il tenore di vita] era basso, diciamo, ma noi era [sic] abituati. Risparmiavamo e le case ce le dava lo Stato, per tutti.

  • Lo Stato era molto presente. [Nina annuisce]Ecco…Questo è quello che io vorrei capire. Se le cose, come dici tu, “funzionavano”…

Tutto, tutto.

  • Allora le persone cosa cercavano nella religione ortodossa?

Non direi che cercavano. Credevamo. Non [ci] si faceva delle domande, credevamo e basta. Non potevamo fare altrimenti. Era una regola: i nonni facevano così. Non si faceva come adesso: analizzi le scritture, ti fanno le prediche e come i protestanti ognuno fa un suo discorso. No: noi stupivamo, eravamo stupiti sempre. Credevamo, non pensavamo neanche che si può… Non credo che i nonni [ci riflettessero su]…In fede. Dicono in fede, sai come si dice? [Indica la scrittura di un foglio, intendendo la firma di lettere e documenti]

Loro erano in fede, con la chiesa e con Dio. Non pensavano per analizzare qualcosa, non cercavano… Per esempio là sull’altare c’è il Vangelo, sull’ambone: si chiama ambone. Io inchino qui la testa e credo che il Vangelo è entrato nella mia testa. In quell’attimo posso essere distratta, ma lo stesso il mio spirito prende quello che dice il Vangelo. Per esempio se il prete legge in moldavo, io non capisco il moldavo, ma credo che quello che dice lo stesso [anche se non capisco] entra nella mia spiritualità. Questo è in fede. I miei nonni erano analfabeti. I miei genitori no, ma era lo stesso.

  • I tuoi nonni erano contadini?

Si, ma mia nonna aveva fatto fino alla quarta elementare. Non è che [si studiasse la religione] più di tanto, c’erano quelli che credevamo piccoli profeti, dei profeti locali che ascoltavamo tutti, e prendevamo in fede le loro parole. Anche i preti non erano come adesso, anche loro non avevano studiato più di tanto. Ma loro erano profondamente credenti e questo credo, in fede, trasmettevano a noi. Così ho visto.

Credevamo, così come quando vedi una luce. Delle volte dicono che la nostra Chiesa ortodossa è rituale, piena di mosse. Sì, ma ogni rito, ogni mossa ha il suo significato evangelico. Non c’era il catechismo in tempi sovietici, solo si andava da nonna ai nipoti [si tramandavano i riti], questo è fondamentale. I genitori no.

  • E quando tu lavoravi a scuola non si parlava di religione in nessun caso? Né in positivo né in negativo?

No assolutamente, non si parlava. Io, essendo credente, cercavo di dire che significavano le feste [quando tenevo lezioni]; i momenti religiosi li ho sempre colti per dire qualcosa ai ragazzi.

  • Dove insegnavi?

Scuola media.

  • E tu cosa insegnavi?

Lingua russa. [Nina sorride]

  • Un’ultima domanda importante. Dalle cose che io ho letto, molte più persone si dichiarano ufficialmente religiose adesso. Rispetto a prima che erano una piccola minoranza.

Sì.

  • Secondo te, di queste persone che si dichiarano religiose, quante lo sono diventate, religiose e…

Non si può diventare.

  • E quante lo erano prima? Ci son persone diventate religiose dopo Gorbačëv, quando è rinata una religione diciamo pubblica?

Te lo dico sinceramente: pochissime. Eravamo religiosi, pochissimi lo sono diventati. Ci sono anche qui nella nostra Chiesa, quelli che [lo] sono diventati, ma sono pochi. In questa chiesa ne conosco una…Come si può dire, illuminata. Queste persone le chiamerei così, “illuminati”; sono diventate servi umili, perché ortodossia significa anche umiltà.

Molti erano da sempre credenti, magari un po’ di meno…Ma [lo] erano. Ai funerali, me lo ricordo sempre, dentro di me facevo il segno della croce. Senza la mano. Anche io ho scoperto me stessa, come loro, dovevo uscire fuori dal mio nascondiglio, dal mio guscio. Ma [la religiosità era] sempre in me, dentro.

Finito! [mi dice Nina a voce bassa, dopo pochi secondi, avvicinandosi alle mie orecchie].

  • Allora abbiamo finito, grazie. Mi hai detto tante cose, ma vuoi aggiungere qualcos’altro?

No no. Non so se tu [ne] gioverai.

  • Certo, è stata una intervista ricca. Grazie. Un’ultima cosa, io dovrei compilare la scheda dei dati.

No, io non vorrei i miei dati. Nina, scrivi solo Nina. Sessantasei anni. [Indica il foglio, io compilo]

  • Va bene. [Ci alziamo dalla sedia, mettiamo a posto le sedie. Ci stringiamo la mano.]

Questa è la mia visione…Così. [Le poggio la mano sul braccio, come lei fa con me]. Ti auguro di farcela, e [di] fare una bella tesi.

  • Grazie…Auguri per tutto.

Che Dio ti benedica. [Nina si avvicina e mi dà un bacio sulla fronte].

 

L’uscita della chiesa è subito dietro di noi. Nina dice un paio di parole in russo rivolta alle presenti ed esce velocemente, io torno in refettorio e saluto Padre Serafim e il vice-parroco.

Tornato alla porta, faccio un cenno di saluto alle fedeli ancora alle prese con le pulizie, getto un ultimo sguardo all’iconostasi ed esco sui portici di via Sant’Isaia. Controllo un attimo la registrazione e chiudo bene il lettore mp3 nel taschino.

Guardo sollevato la mia bici, che è ancora lì dove l’avevo legata.