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23 luglio 2014

Corpi femminili tra confinamenti e punti di fuga

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Elettra Deiana

Limen è una parola latina, che indica una linea di demarcazione e stabilisce un rapporto di inclusione/esclusione, tra un qua e un là, tra un interno e un esterno. La demarcazione può essere fisica o simbolica. O le due cose insieme. Nella cartografia patriarcale dei corpi femminili, colonizzati e assoggettati, il limen concettuale e pratico segnava innanzitutto la distanza simbolica – di autorità e potere – tra l’appartenere all’uno o all’altro sesso; e segnava le segmentazioni funzionali all’ordine androcentrico del corpo femminile.

Le mappature, che sul corpo femminile erano state costruite dalla legge del patriarca, davano nel mondo a ogni donna un posto dove stare, un compito a cui essere fedele. Perché, se non c’era quello sguardo ordinatore, quella legge, quel licet, nessuna donna possedeva, né poteva ambire a possedere, le mappe per trovare un luogo dove abitare. Ogni corpo di donna era il frutto di una radicale deculturalizzazione: ridotto a mera natura e camuffato in un’ indistinta fusione di corpi femminili.

E tutti quei corpi, proprio in conseguenza della fusionalità che ne contraddistingueva la rappresentazione sociale, erano percepiti e vissuti in funzione di o a disposizione di. In funzione dell’ essere madri, socialmente riconosciute come tali, vero marchio di fabbrica che concedeva loro il diritto a esistere, garantendo, nell’esclusività del rapporto sessuale, la discendenza maritale; oppure nell’essere a disposizione dell’amore mercenario e soggiacere al desiderio maschile, nelle forme sociali predisposte, spesso senza remore etico-morali, contemplato e ammesso dall’ordine patriarcale e sempre autorizzato dalla complicità maschile. A partire dai monoteismi religiosi.

Sottrarsi a quello sguardo, al condizionamento performativo e ipnotico del logos e della legge del Padre, all’ordine che ne discendeva, al senso delle cose che imprigionava, soffocando ogni vitale desiderio femminile: in questo consiste il focus della storia di liberazione delle donne, del rovesciamento potente che le loro lotte hanno prodotto. La fuga dall’assoggettamento e dall’indistinta dimensione fusionale dell’essere donne ha sempre agito qua e là, tra le sconosciute pieghe della storia – quella che ancora non si narra perché considerata cronaca minore – e talvolta ha agito potentemente, come il femminismo ci ha aiutato a capire.

Poi, nella tarda modernità, la fuga è arrivata al suo punto di spiazzante epifania. È diventata mondo e misura del mondo.

La storia del farsi soggetto delle donne è, infatti, soprattutto quella di andare oltre la colonizzazione patriarcale del proprio corpo, oltre le mappe del consentito e dell’interdetto, del sacro e del profano, del pubblico e del domestico. Andare oltre, singolarmente e insieme, sempre con fatica, ma spesso con baldanza prodigiosa, tra mille contraddizioni, ma anche segnando tappe di strabiliante cambiamento.“Sputando su Hegel”, come invitò a fare Carla Lonzi, e lasciandosi via via alle spalle le colonne d’Ercole dell’in/pensato, da sempre rigorosamente tale, perché non pensabile, non concepibile dall’universo androcentrico e dall’immaginario maschile.

L’impensabile della libertà femminile, quella di dirsi a partire da sé, dal proprio corpo sessuato, dalla forza costituente delle relazioni con altre donne. L’impensabile dell’azione – politica e simbolica – di decostruire e liberare il corpo femminile prigioniero delle funzioni che il patriarcato gli attribuiva, delle contrapposizioni su di esso inscritte, così evidentemente funzionali al dominio maschile: madonne o puttane, signore delle casa o cortigiane, macchine per la procreazione della progenie o oggetto del piacere maschile. O corpi sterili, residuali, inutili. O non ammogliabili per convenienza dinastica, da destinare al convento, o in luoghi remoti della casa paterna.

L’utero fu per un tempo lunghissimo la terra colonizzata, sfruttata, saccheggiata dal patriarcato, dai monoteismi e da tutte le istituzioni pensate e costruite da quel dominio. Durò secoli. Non a caso la mossa femminista di disegnare con i pollici e gli indici il rombo della vagina e di alzare quel gesto a mo’ di sfida ironica e provocatoria – ma densamente politica come poche altre – segnò l’epoca del cambiamento che la soggettività femminile in azione provocò e alimentò.

Quel gesto, entrando in scena, assunse una forza dirompente, e attraversò gli anni Settanta del Novecento come una saetta iconografica. Un magnete della rivolta femminile, mettendone in scena il lato più inaudito e urticante: il corpo sessuato femminile sottratto all’essere proprietà maschile e collocato dalle donne al centro della sfida per la propria liberazione. Anche grazie a quel gesto, lo sconfinamento dall’ordine patriarcale assunse i caratteri tumultuosi di vero e proprio cambiamento storico, sul piano antropologico, oltre che politico, giuridico, sociale.

Un volume dedicato al gesto della vagina (Il gesto femminista. La rivolta delle donne nel corpo, nel lavoro, nell’arte), con il contributo di filosofe, antropologhe, storiche dell’arte, politiche, si interroga sul perché, con la fine del decennio in cui fu al centro dell’iconografia femminile rivoluzionaria, di quel gesto poi si sia quasi persa la memoria. E altre esperienze provocatorie, che mettono al centro il sesso e la sessualità femminile, come quelle delle Vagina Warriors di Eve Ensler o delle Pussy Riot, non abbiano la stessa forza spiazzante.

Nell’epoca che viviamo, in cui le donne, da noi e in molti altrove, hanno rotto i confini della domesticità patriarcale che le imprigionava e hanno guadagnato un posto nel mondo, segnandolo fortemente della loro libertà, succede, però, che nuove forme di colonizzazione dei corpi femminili si manifestino. E, continuamente, si riproducano linee di etero-demarcazione dei comportamenti da immaginare come quelli più giusti, più congrui, più adatti alle donne. Da assegnare loro in nome di un ex ante etico-morale o da desiderare che si inverino per un ex post benevolente nei loro confronti.

Ma la responsabilità di questa torsione perniciosa non discende da una ripresa della potenza maschile. Al contrario, la crisi del maschile va avanti e se ne moltiplicano i segnali. Oggi la responsabilità delle nuove mappe e mappature del corpo, della sessualità, del desiderio femminile è soprattutto nelle mani delle donne. Se volessero, la rappresentazione e ciò che da essa deriva, sparirebbero. Resterebbero i problemi sottesi alle torsioni che avvengono, che potrebbero essere però affrontati in altri modi, decostruendo e sconfiggendo la logica delle zone di confine, le paratie stagne frapposte all’intendersi.

È uno snodo della fase post patriarcale che viviamo, così segnata dal fantasma del patriarca, che dimostra di possedere una forza inaspettata. Soprattutto sottovalutata. Perché questo sguardo all’indietro delle donne? Nostalgia del maschile, complicità col permanente sovrappiù di potere maschile, a cui offrire dei doni come a una divinità, il dono essendo la richiesta di tutela e protezione da parte degli uomini?. O debolezza femminile nel mondo diverso, che loro stesse hanno inaugurato ma che sfugge al loro desiderio? O tutti questi aspetti insieme?

Così, nel modo di pensare le donne e nel rappresentarne i corpi, grazie all’essere le donne parte decisiva del gioco, compaiono, come fantasmi di altri tempi, nuove categorizzazioni e tipizzazioni, che di nuovo separano le donne tra quelle considerate tali a pieno titolo e quelle, invece, considerate a deficit di titolo o a nessun titolo. E ciò avviene producendo ambigue torsioni proprio sul terreno che il femminismo radicale aveva indicato come fondamentale: riconoscersi ogni donna ed essere riconosciuta come soggetto, abilitata a mettersi in relazione col mondo a partire da sé, dal suo sguardo sulle cose, dalla sua responsabilità, dalla sua sessualità e dal suo desiderio. E dalla sua forza, quando c’è, e anche dalla sua debolezza, quando sopravviene, di cui lei stessa è responsabile.

Il dibattito sulla prostituzione è uno di quelli più segnato da questa torsione, nella sordità a capire alla radice la differenza qualitativa che c’è tra la scelta delle sexy workers di guadagnare di che vivere, vendendo servizi sessuali, e la costrizione a prostituire il proprio corpo subita da chi cada nelle mani del racket, delle mafie globali o del magnaccia di turno. Oppure il dibattito egualmente infinito sul femminicidio, l’ammazzamento di una donna da parte di un uomo per il suo essere donna, penosamente alimentato dall’ossessione cresciuta oltre ogni misura che rende oggetto quel corpo, ne ignora la soggettività, e dalla complessa e spesso indecifrabile interazione del “rapporto d’amore” di una donna con un uomo – così, spesso, è vissuto il percorso esistenziale che porta alla morte.

Categoria delle vittime, corpo vittimizzato intorno a cui erigere le barriere difensive dello strumento penale, degli apparati di sicurezza dello Stato, dell’opinione pubblica, dei mea culpa maschili. Nuove zone di confine, nuovi limiti, ignorando quanto contorto, indecifrabile e spiazzante continui a essere il rapporto tra donne e uomini. E si potrebbe parlare delle nuove zone di confine etnico dell’abbigliamento e delle tradizioni nelle metropoli, dove si incontra e si mescola malamente la società globale.

Cartografie femminili del post patriarcato in paesi come il nostro, ma anche altrove. Epoca densa di patriarcalismi inediti o di ritorno, che spesso lo stesso desiderio femminile alimenta. Sono come tu mi vuoi. Gli inganni e le trappole d’amore. Il rispecchiamento femminile nel sogno dell’amore romantico. E cartografie femminili del e nel mondo globale, che soggiacciono alle logiche competitive e concorrenziali del neoliberalismo dominante, ai nuovi confinamenti che esso produce nei rapporti umani, alla distruzione dei diritti, ai guasti del mondo. E lo sguardo femminile, la parola femminile raramente è in grado di ridare senso all’ordine del discorso.

Spesso soccombono. È l’aspetto fondamentale, che segna nella nostra epoca la storia delle donne, disegnando il confine, spesso incerto e slabbrato, ma in certi tratti ancora netto come una lama, tra il prima e il dopo. Zona di sconfinamento. Zona verso cui si guarda con occhio nuovo, con spostamento dello sguardo, e zona da cui si guarda. Zona della libertà femminile, ma anche zona della complicità femminile, perché l’andare oltre è intriso della fascinazione del richiamo a quel “là” da dove vieni. Zona del maschile globale, che oggi dovrebbe essere sottoposta a critica radicale. Zona di un corpo a corpo senza fine tra il desiderio di ogni donna di essere come lei desidera di essere e il richiamo esercitato su di lei dello sguardo e del desiderio maschile. Quelli che sembrano gesti femminili liberi, come disse Carla Lonzi, risultano spesso, invece, rivolti all’uomo, alla sua approvazione e conferma. Succede di nuovo.

Oggi le donne e il loro stare al mondo sono al centro di un radicale rovesciamento, ambiguo e complesso che, scombinando gli assetti relazionali e di potere tra i sessi, rappresenta un vero e proprio nuovo campo di tensione tra spinte diverse. La crisi dell’ordine patriarcale ha infatti mutato la mappa delle relazioni sociali e degli apparati simbolici, innescando dinamiche nuove, aprendo inedite prospettive, moltiplicando contraddizioni di ogni tipo. Molto, abbiamo detto spesso, è ormai nelle nostra mani, ma scopriamo che forse poco è nel nostro desiderio, se non ancora gettare ancore di salvataggio agli uomini. La zona di confine è questa complicità. Lo sconfinamento, se mai ci sarà, si giocherà su questo confine.