Anna Irene Cesaranon. 21 Infanzia e adolescenza tra socialità e solitudine

Born digital

Born digital: bambini e adolescenti in rete

Qualsiasi sguardo sulla realtà contemporanea deve rendere conto di un processo di tecnologizzazione crescente che ha invaso e pervaso pressoché tutti i campi dell’agire e del sapere sociale” (Mazzoli, 2006, p.15). Uno studioso di scienze socialii che incentra i suoi interessi di ricerca sul rapporto tra individuo e società non può prescindere dalla trasformazione della realtà della comunicazione, in cui gli spazi offline e online si trovano ad essere sempre più co- implicati, generando nuove forme di comunicazione e di analisi (Boccia Artieri, 2015). E’ quella che Lella Mazzoli (2010) chiama “traslazione di mondi” in cui i due mondi, online e offline, si intersecano influenzandosi a vicenda, producendo un inter-spazio, tanto che le attività compiute sul web si riverberano sulla vita quotidiana, attraverso appunto una traslazione di mondi. E questo universo impalpabile e immateriale secondo Bonazzi (2014) non è per questo meno vero, ma anzi questa commistione di mondi agiscono vicendevolmente, penetrando con forza nei nostri pensieri e nelle nostre emozioni. I Nativi Digitali (Prensky, 2001), come interpreti del tempo che viviamo, sperimentano quella condizione di connessione perpetua di cui ci parla Boccia Artieri (2012) come condizione quotidiana. Questi ragazzi sono diversi, argomentano nell’introduzione al loro libro Born Digital Jhon Palfrey e Urs Gasser (2009), interagiscono diversamente da come facevano i bambini delle generazioni precedenti, studiano, lavorano, scrivono attraverso nuove modalità. Leggono blog invece di giornali, scaricano musica da internet invece di comprarla nei negozi di dischi. Spesso si conoscono su internet prima ancora che di persona . Mandano messaggi per darsi un appuntamento pomeridiano, invece che intrattenere una comunicazione vocale, allevano Tamagotchi invece che animali in carne e ossa. Sono legati tra loro da una cultura comune, le loro vite, interazioni sociali, amicizie, attività civiche – sono mediate dalle tecnologie digitali. E non conoscono un modo diverso di vivere (Ibidem).

Essere costantemente connessi a Internet, avere una pluralità di affetti sia nel mondo reale che in quello virtuale, partecipare politicamente in modalità impensabili fino a trent’anni fa, intrattenere una comunicazione con amici potenzialmente in tutto il mondo; azioni che a detta dei due studiosi risultano essere per loro naturali come condizione di normalità, di quotidianità. Ma come sottolineano Palfrey e Gasser (2009), la natura e il significato stesso di amicizia sta mutando, le amicizie online hanno un tenore diverso, spesso sono fugaci e facili da stringere e da interrompere rispetto a quelle tradizionali, ma potrebbero rivelarsi anche durature con modalità ancora sconosciute. Trascorrendo le loro giornate su Internet i nativi digitali non distinguono tra realtà on- e offline, anziché concepire la loro identità digitale come qualcosa di distinto da quella reale, ne hanno una sola frammentata in più dimensioni differenti. In particolari congiunture sociali, come quella attuale, diventa più cogente il tema dell’identità, così come sottolineato da Bauman (1999), nella quale non si è più sicuri della propria appartenenza, quando cioè è difficile inserirsi nell’evidente varietà di stili e modelli comportamentali. La frammentazione delle appartenenze, a detta di svariati studiosi (Bauman, 1999; Berger et al. 1973; Bell, 1978; Featherstone, 1994; Lash e Urry 1994; Holt 1997; Turkle, 1997; Giddens, 1999; Isin e Wood 1999; Crane, 2004), è la caratteristica più celebrata di questa tarda modernità. In tal senso Melucci (2000, p. 120) sottolinea che l’identità nel suo compito di dare unitarietà alla complessità e pluralità delle esperienze, non è solo diacronica (intesa come biografia) ma anche sincronica; intendendo con ciò che, nella definizione dell’ego coesistono diverse parti, l’incertezza nascerebbe dal fatto che “in un momento dato non ci si può identificare totalmente con una sola di queste parti e in ogni caso bisogna scegliere”. La condizione del vivere contemporaneo e la sua frammentazione sociale produce una frammentazione a livello individuale, scindendo l’identità personale in tanti multipli del sé, in una crescente difficoltà a cogliere il nesso unitario tra le esperienze di vita, sia quelle biografiche individuali sia quelle che il soggetto esperisce nella sua quotidianità attuale, coesistendo sincronicamente (Volonté, 2006). Ciò condurrebbe a quella che, acutamente definiscono Luckmann e Berger (1983, p. 190), “sottodefinizione dell’identità”, che a sua volta darebbe origine al fenomeno del “mercato dell’identità” scaturito dai continui processi di negoziazione del sé. Dunque questa sarebbe la condizione in cui si trova a dover vivere l’uomo contemporaneo nelle grandi società strutturate della storia, una società dell’incertezza (Bauman, 1999) che ha rinunciato, in modo autolesionistico a parte di quelle certezze e stabilità che ne costituivano l’aspetto fondante (Volonté, 2006; Cesarano 2018). “Anche se non abbiamo pubblicato i loro nomi, li sentirete parlare nel corso del libro” puntualizzano Palfrey e Gasser (2009, p. 29), avvalendosi per la loro ricerca in proprio di conversazioni approfondite con giovani di tutto il mondo, e non solo ma anche di figure educative vicine al mondo dei ragazzi come insegnanti, bibliotecari, psicologi, riguardo alle tecnologie che utilizzano, di come esprimono la propria identità , di cosa pensano in merito alla sicurezza e alla privacy, come interagiscono tra di loro, come si informano.

Emerge dalla ricerca una pluralità di punti di vista che ricostruiscono anche le preoccupazioni più pregnanti di genitori e insegnanti come ad esempio l’idea di privacyii (Aulino, 2019) che hanno i nativi digitali molto differente rispetto a quella delle generazioni precedenti, il fatto di essere sempre connessi in un ambiente digitale privo di regole e di lasciare continuamente tracce di sé nei luoghi pubblici online e tutti i pericoli che ne possono derivare (pedofilia, violenza, cyber- bullismo, nuove patologie legate al web, sovraccarico di informazioni). Ma sull’altro versante scrivono “ci troviamo di fronte ad un bivio. Ci sono due strade possibili davanti a noi” (Palfrey, Gasser, 2009, p. 23), ovvero o distruggere ciò che c’è di grandioso in Internet o operare scelte intelligenti e andare verso un brillante futuro nell’era digitale. La cultura della paura riguardo all’ambiente virtuale, alimentata anche dai media, deve essere messa a confronto con le reali opportunità offerte ai giovani, come il modo in cui i nativi digitali interagiscono con le informazioni digitali, l’espressione di sé negli spazi sociali, la creazione di nuove forme d’arte, nuovi modelli di conoscenza e di business e nuove opere di attivismo. Il percorso da seguire, secondo i due studiosi, è quello di equipaggiare i giovani con strumenti e digital skills per imparare ad usare correttamente i nuovi dispositivi e sfruttare pienamente le nuove opportunità e possibilità che la rete offre in campo educativo. “Proteggere i nostri figli e gli interessi di tutti, lasciando contemporaneamente loro spazio sufficiente perché capiscano le cose da soli” (Ivi, p. 26). Per raggiungere un equilibrio in tale situazione è opportuno che ci sia una convergenza di intenti da parte di tutte le figure educative (Ibidem) e le istituzioni scolastiche dovranno svolgere una funzione di primaria importanza, educando i nativi digitali a gestire i problemi che insorgono sul web e a sfruttare le possibilità formative attraverso i nuovi strumenti interattivi di conoscenza e a gestire l’enorme flusso di informazioni digitali (Cesarano, 2018), tenendo in considerazione i vari aspetti di cambiamento profondo che hanno vissuto e stanno vivendo. La scuola al momento è in discreto ritardo, ma unendosi alla ricerca ed alla tecnologia – una risorsa, oltreché un problema – potrà andare verso una didattica aumentata, così come molti studiosi hanno affermato in alcuni saggi (Ibidem). E’ il caso di Marc Presky e di un suo libro del 2012 La mente aumentata nel quale spiega come l’uso dei New Media permettono di accedere alla conoscenza in misura potenziata, superiore, aumentata, rispetto a quanto le normali potenzialità consentono, migliorando le capacità, permettendo di raccogliere e immagazzinare più dati e informazioni di quanto possibile senza l’ausilio di questi strumenti, ma precisa che non sono da intendersi come sostituti della capacità di giudizio o dell’intuizione. In riferimento ai nativi digitaliiii sussiste un’ampia letteratura in merito e svariate ricerche che descrivono il loro bagaglio formativo sviluppato in rete (Cesarano, 2018)

Paolo Ferri (2011), uno degli studiosi italiani che analizza l’universo dei Nativi Digitali, scorge non poche divergenze rispetto alle generazioni precedenti. Le modalità di apprendimento, come l’e-learning, di interazione e di socializzazione differenziano specialmente i veri nativi digitali, i bambini tra zero e 12 anni, che considera puri, una specie in via di apparizione (Ferri, 2009; Cesarano, 2018), si tratta di coloro che sono nati dopo la diffusione di Internet e la commercializzazione dei primi browser. Questa nuova generazione vive sullo schermo interattivo, sia esso console per videogiochi, cellulare o computer, iPod, smarthphone, all’esperienza passiva della televisione, preferisce l’esperienza interattiva dei nuovi strumenti digitali e del Web 2.0. Nel saggio Digital Kids Paolo Ferri e Susanna Mantovani (2008) ci aiutano a comprendere meglio le caratteristiche salienti dei nativi digitali, definendone e descrivendone l’universo comunicativo, chiarificandone inoltre le differenze comportamentali e relazionali rispetto a qualche generazione fa. Nella società attuale multischermo, che sia quella del cellulare o del computer, i nativi digitali concepiscono lo schermo come uno spazio per comunicare (Ibidem), riflettendovi all’interno la propria identità, come un Narciso tecnologico (Mazzucchelli, 2016), che ha bisogno di continui rispecchiamenti e gratificazioni, derivanti da una costante e spasmodica verifica del proprio ego/sé, attraverso un semplice riflesso che lo tiene in vita per non dissolversi con esso (Mazzucchelli, 2015). Vivono sullo schermo e attraverso il suo filtro si esprimono, comunicano, stabiliscono relazioni affettive/amicali, studiano, servendosi della grande quantità di strumenti digitali di apprendimento e comunicazione formativa e sociale come il web, i blog, il telefono cellulare, le chat ecc., ormai divenuti parte integrante delle loro pratiche quotidiane (Ferri, Mantovani, 2008). Un’ampia letteratura di studi sui media sottolinea il fatto che ogni tecnologia ha il suo modo di apprendere e acquisire le conoscenze, sollecitando di conseguenza diverse abilità cognitive. Sembra inconfutabile il fatto che le nuove generazioni siano state socializzate a nuovi modelli di conoscenza e apprendimento (Buffardi, 2013). I nativi digitali, secondo Bagnara, Mesenzani (2011, p. 111) hanno sviluppato competenze e abilità assolutamente nuove e pratiche inusuali nella vita quotidiana di venti anni fa. Talvolta, però, tali capacità non sono riconosciute all’interno dei modelli educativi tradizionali ed istituzionali ma, sottolineano i due studiosi, risultano essenziali e coerenti “per lo sviluppo delle competenze necessarie nel lavoro della società della conoscenza” (Ibidem). Diversi studiosi (Jenkins, 2006; Gui e Argentin, 2009; Livingstone, 2009; Ferri, 2011) trovano accordo nel sostenere che, sia la prontezza ad affrontare l’imprevisto, ad esempio nei videogames, sia la capacità multitasking, sperimentata attraverso l’utilizzo di diversi strumenti digitali contemporaneamente intrecciando il tempo del loisir con il tempo dello studio, rappresentano due delle abilità nascenti con l’uso delle tecnologie digitali, per fronteggiare la crescente complessità sociale.

Sarebbe proprio la loro capacità multitasking alla base del comportamento di apprendimento più originale dei nativi digitali, studiano mentre ascoltano musica e nel contempo chattano con gli amici attraverso Whatsapp, mentre la TV è accesa con il sottofondo di immagini e parole che accompagnano le loro attività (Ferri, Mantovani, 2008). Risulta evidente che questa nuova condizione dei piccoli nativi digitali, pone dei seri interrogativi su alcuni aspetti critici che la nuova realtà tecnologica mette in essere, ovvero quello che De Kerckhove (Savonardo, 2013, p. 94) chiama information overload. ovvero un eccesso di informazioni reperibili in rete e una conseguente superficialità della ricerca. Lo studioso, infatti, sottolinea, nel suo paragrafo A new Kind of mind: what’s to educate?, come la società contemporanea sia posta di fronte ad una situazione di “education overload” e come questo ambiente informativo sia molto più ricco e stimolante nei contesti esterni alle istituzioni scolastiche, che appaiono inadeguate, così come le pedagogie tradizionali che devono attrezzarsi di “nuovi strumenti”, competenze e visioni per percepire e riconoscere modelli e frame. […] “Gli ambienti virtuali offrono una dimensione multiforme e complessa per le pratiche di apprendimento, in cui le persone soffrono i limiti, e apprezzano i benefici, di questo “total surround” di informazioni e conoscenze” (Ibidem). Tutto ciò porta alla feconda consapevolezza che il sistema educativo debba promuovere la collaborazione e la partecipazione piuttosto che la mera istruzione. Ma secondo Ferri e Mantovani (2008) la questione del sovraccarico cognitivo viene risolta attraverso il continuo passaggio da un media all’altro, tramite uno zapping, per così dire, consapevole tra le diverse forme di apprendimento, comunicazione e conoscenze. Le nuove generazioni navigano in maniera creativa, tra i media, non in modo lineare, apprendono per esperienza e per approssimazioni successive, secondo una logica multi- prospettica e multi-codicale dell’oggetto culturale, attuando di volta in volta nuove strategie di apprendimento e varcando nuovi confini della conoscenza, mediante un approccio esplorativo- dinamico, e non logico- sistematico (Ibidem).

Un approccio “open source” alle conoscenze e al sapere in rete, configurativo, dinamico, piuttosto che meri spettatori, trasforma tutti in attori e autori dell’apprendimento. In tal senso risulta utile riportare il concetto di fruizione e condivisione musicale, che ben rappresenta il modo in cui i giovanissimi si destreggiano in Rete e sviluppano nuove abilità cognitive. “Grazie a You Tube, il computer di casa si trasforma in un video jukebox di ricordi, in uno spazio digitale condiviso, pubblico, memoria culturale e musicale sempre accessibile e fruibile a tutti” (Savonardo, 2013, p. 16). Il nostro archivio sonoro può essere personalizzato arricchendosi di file disponibili in Rete, e con le tecnologie digitali e il file sharing, incrementando la mediateca personale: la logica di personalizzazione della cultura del consumo contemporaneo, sottolinea la musica come narrazione del vissuto. Il nuovo scenario tra web e realtà, la comunicazione nell’era tecno liquida, è un mondo non più diviso tra reale e virtuale, è frutto di una commistione tra i livelli e produce nuove conoscenze e nuovi saperi.

Tuttavia a dispetto delle molteplici definizioni attribuite ai giovani, riportiamo le parole di Fausto Colombo (2012, pp. 19-20) “molte delle definizioni o etichette del marketing generazionale – pur essendo utili a porre la questione del ruolo dei media nella costruzione delle varie generazioni – sono spesso molto semplificatorie, e devono essere prese dalla sociologia più come uno stimolo che come vere e proprie categorie interpretative”.

1 Cfr. Cesarano A. I. I nativi digitali tra rischi e opportunità: le ricerche di Eu Kids online, 2018 ISBN: 9788827808382, edizione Youcanprint, versione e-book

2A tal riguardo cfr. Aulino L. Minors and new technologies: from parental reasonability to parental control in balancing with the child’s right to personalità. In http://www.ejplt.tatodpr.eu, 2019.

3cfr. Cesarano A., I. intervento al convegno 2020 “Fotografare l’intelligenza artificiale” . Competenze Umanistiche per la vita con i robot..; op.cit. vedi nota 1

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