L’alternativa eco-comunitaria degli ecovillaggi: la relazionalità pragamatica di Torri Superiori
When the scientist has a very serius message to convey
he faces a problem of disbelief. How to be credible?
This perennial problem of religious creed is now a worry for ecology.
(Mary Dauglas, Implicit meanings. Essays in anthropology, 1984, p. 230)
Nel confronto con le culture disgregate delle aree rurali, specie se marginali, il modello dell’ecovillaggio appare potenzialmente saldo e capace di resistere alla deriva del consumismo e dell’omologazione globale.
L’analisi condotta presso l’ecovillaggio di Torri Superiore ha messo in luce come una delle condizioni necessarie per sostenere questa recente forma di vita comunitaria sia un’azione continua da parte dei suoi membri rivolta a prevenire e a gestire i conflitti. L’ecovillaggio si trova infatti a dover fronteggiare due tipi di conflitti: quelli che nascono al proprio interno e quelli esterni, che insorgono con le comunità autoctone e che possono compromettere la stessa sostenibilità economica dell’ecovillaggio. Per minimizzare i conflitti esterni, l’ecovillaggio di Torri Superiore ha adottato una sorta di relazionalità pragmatica con la popolazione locale, mostrando una palese accondiscendenza nei confronti dei suoi comportamenti ed usanze. Così facendo, i residenti dell’ecovillaggio, senza rinunciare ai valori culturali fondanti della propria comunità, evitano di turbare il bisogno di supremazia identitaria degli autoctoni.
Un altro importante elemento emerso nel corso della ricerca riguarda lo stile di vita dell’ecovillaggio che, pur ispirandosi a valori tradizionali e naturali, è del tutto estraneo alla cultura contadina locale, spesso giudicata in modo negativo, in quanto succube di quel sistema perverso di produzione-consumo al quale l’ecovillaggio si oppone.
Torre Superiore è parte attiva della rete mondiale (GEN, Global Ecovillages Network, <http://gen.ecovillage.org/>), ripartita in Regioni: America del nord centrale e del sud, Asia Australia e isole del Pacifico, Europa Africa e Medio Oriente. Sfrutta il Web per mantenere i contatti con attivisti e simpatizzanti dei movimenti ecologisti, con i sostenitori della decrescita e con le varie anime dell’anti-globalizzazione. Come avviene anche in altri ecovillaggi, accetta membri non residenti, ed offre servizi di ospitalità, corsi di formazione alternativa, e così via.
Il presente lavoro, oltre che della ricerca svolta sul campo, si è giovato della tesi di laurea di Alberto Giani che ha trascorso alcuni mesi presso l’ecovillaggio di Torri Superiore e che, pur perseguendo interessi di tutt’altra natura, ha documentato alcuni importanti aspetti della vita di questa comunità.[1]
Fuga nell’eco-utopia
Il termine evasione (escapism) viene utilizzato per indicare un atteggiamento mentale attraverso il quale l’uomo cerca di sfuggire al fastidio e alla banalità della vita quotidiana. Anche gli ideali utopici, sotto certi aspetti, prendono le mosse dal desiderio di evadere dalla realtà di tutti i giorni, quando questa si fa sgradita ed insopportabile. Tuttavia, come è stato osservato, le utopie, a differenza delle distrazioni fantaricreative, possono contribuire al cambiamento della società, se si fondano su posizioni critiche delle teorie sociali dominanti (Honderich, 1995). Si consideri, ad esempio, il caso del turismo che, recentemente, fatto oggetto di considerazioni ideali, ecologiche e utopiche, da occasione di pura evasione ha assunto valenze d’impegno socio-ambientale (turismo sostenibile e turismo responsabile), stimolando riflessioni critiche sull’equo indennizzo (fair compensation), sulla giustizia partecipativa (participative justice) e su forme di vacanza non commerciali, quali il poverty tourism ed il toxic tourism (Pezzullo, 2007; Whyte, 2010).
Una delle fughe utopiche che ricorre in tutte le epoche, ed è a metà strada tra il fantaricreativo e una critica radicale alla società, è quella che dalla confusione della città spinge verso il rasserenante ristoro della campagna, dove, lontano dalla frenesia urbana, si immagina che la vita possa scorrere semplice e quieta:
Hoc erat in votis: modus agri non ita magnus,
hortus ubi et tecto vicinus iugis aquae fons
et paulum silvae super his foret. Auctius atque
Di melius fecere. Benest. Nil amplius oro
(Orazio, Sermones, Liber II, Sermo VI)
Tuttavia, nella società post-industriale, la campagna e la coltivazione dell’orto non sono più l’aspirazione di chi, agiato e colto, ha raggiunto uno stato d’illuminata saggezza, ma rappresentano un’utopia che combina insieme una domanda sempre più forte d’evasione con un crescente desiderio di benessere, estetico, psichico, salutistico e alimentare. Così, mentre i contadini del medioevo sognavano il leggendario Paese di Cuccagna dove il cibo si produceva da solo, senza lavoro, ed era quello succulento e grasso dei ricchi: pesce, carne, vino e dolci (Hilario, 2001), da alcuni anni, nel mondo occidentale si vanno moltiplicando le proposte d’evasione utopica ispirate ai valori dell’ecologia, del “vivere naturale” e della partecipazione responsabile ai problemi dell’ambiente.[2] Il fenomeno, etichettabile come eco-utopia, interessa strati diversi della popolazione ed è talvolta caratterizzato dalla ricerca di un più profondo rapporto, anche spirituale, con la natura, accompagnato dal rifiuto delle gratificazioni compensative di esistenze parallele nel mondo virtuale, dalla battaglia contro il consumismo e dalla voglia di sottrarsi ad una quotidianità infelice ed inappagante. La campagna è anche il luogo nel quale le comunità di recupero cercano di combattere la dipendenza da farmaci, alcool e droghe. L’eco-utopia trova spesso importanti riferimenti anche in visioni alternative che credono nell’energia vitale quale fondamento del rapporto mente-corpo e nel principio della comunione spirituale dell’uomo con l’universo.[3] L’aspirazione verso una relazione diretta con la natura da parte di chi vuole sfuggire alle angustie esitenziali del vivere in città anonime, sovrappopolate e inquinate, trova spesso riscontro nel largo interesse per le erbe spontanee e nella diffusione di negozi, virtuali o reali, che offrono prodotti biologici, promettendo talvolta rimedi addirittura per guarire “dal mal di vivere”.[4] Altri fattori che avvalorano l’attrazione verso il naturale sono l’ampia pubblicizzazione di preparati e pratiche di medicina cosiddetta complementare o non convenzionale, comunemente intesa come alternativa, e soprattutto la rivalutazione ideale della ruralità e di quello che si immagina sia stato il mondo contadino preindustriale.
Il cinema, che è spesso lo specchio dei cambiamenti che avvengono nella società, ha ben rappresentato la fuga nell’utopia rurale con il film The Village, del 2004, diretto e sceneggiato dal regista indiano-americano M. Night Shyamalan. Classificato come thriller-horror non ha ricevuto elogi dalla critica, suscitando pareri contrastanti.
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