Numero Tre
29 Febbraio 2012
Sincretismo Identità e Cultura

Identità culturale e affiliazioni multiple

Silvio Carta

 

Questo articolo sostiene l’idea secondo la quale, sebbene sia necessario ammettere che «Storia», «Comunità» e «Cultura» esercitino la loro influenza nel formare l’identità, la psicologia e la condotta del singolo individuo, è egualmente importante riconoscere che la questione della potente influenza esercitata dalla «cultura» e dalla «civiltà» d’appartenenza può in molti casi essere a ragione considerata come una questione d’interesse marginale.

In quanto segue sosterrò che molto spesso le categorie intellettuali connesse al concetto di «cultura» finiscono col postulare in modo alquanto arbitrario le opzioni d’appartenenza disponibili all’individuo, e che le dicotomie e classificazioni delineate dallo scienziato sociale sono in molti casi tracciate senza una base plausibile sulla base del presupposto dell’esistenza di culture territoriali che si escludono a vicenda e stanno fra loro in un rapporto di competizione.

L’influenza della tradizione romantica tedesca

Lo scopo di questa sezione è quello di esplorare uno degli usi comuni del termine «cultura» e, più specificatamente, l’accezione di «cultura» influenzata dal concetto tedesco di Kultur, una nozione che presenta numerosi addentellati con l’idea d’identità nazionale. Nella tradizione romantica tedesca, la «cultura» è stata caratterizzata come espressione incontaminata del modo d’essere condiviso e distintivo di una popolazione umana.

I moderni stati-nazione si sono spesso serviti degli accenti politici di questo concetto «costitutivo» di cultura al fine di creare un senso condiviso d’unità nazionale [1]. L’effetto di questa concezione è che l’identità culturale di un «popolo» risulta come sprofondata nel particolarismo di una comunità germogliata su un suolo nazionale. Come scrive Lisa H. Malkki [2], «come la nazione, la cultura è stata a lungo concepita come qualcosa esistente in un “suolo”. Termini come “nativo”, “indigeno”, “autoctono” sono serviti a radicare la cultura in suoli; ed è, naturalmente, una osservazione logora ricordare che il concetto di “cultura” deriva dal termine latino che sta per coltivazione».

Lo stesso concetto di volksgeist sembra alludere alla coerenza politica e spirituale di un gruppo umano, cioè il modo di vita completo ed incommensurabile che lo differenzia dalla particolare configurazione di credenze, valori, e comportamenti contestualizzati di un altro gruppo umano. Ciò che sembra degno di nota è che, all’interno di questa visione romantica, ciascuna «cultura» è definita olisticamente come una totalità integrata caratterizzata dalla sua specificità storica e geografica.

La «cultura», allora, riflette la specifica coscienza o nationalcharakter che informa l’identità, la conoscenza e l’esperienza dei suoi membri, modellando la loro personalità e modi d’azione all’interno di una comunità ben radicata nelle sue origini e chiusa all’interno di una tradizione collettiva. L’idea di volksgeist ha le sue radici genealogiche ed intellettuali nella concezione herderiana di «cultura», cioè nelle elaborazioni del concetto di «cultura» derivate dal pensiero del filosofo J. G. Herder.

Le concezioni herderiane di cultura esercitarono un’enorme influenza sull’ideologia tedesca e sulla nozione totalizzante di Geist, inteso come lo spirito che rende specifiche le caratteristiche di una data epoca o di un determinato popolo. La tradizione romantica del pensiero tedesco nella prima metà dell’ottocento tese ad enfatizzare lo spirito organico di una «cultura», rigettando la fede, caratteristicamente associata alla tradizione illuminista, nel corso dell’evoluzione e del progresso culturale, così come nell’ottimismo che accompagna lo sviluppo intellettuale della ragione e nella credenza che tutte le culture siano variazioni di un’unica umanità che condivide una comune origine e destino.

Critica del concetto di «cultura» come volksgeist

Vorrei ora esplorare in modo critico alcune delle implicazioni delle formulazioni del concetto di «cultura» che rimandano all’idea di volksgeist [[3]]. In primo luogo occorre notare che la «cultura» intesa come lo spirito di una popolazione umana è simile ad una entità ineffabile che, compromessa e come macchiata da risonanze romantiche, determina pienamente con il suo irraggiamento sia il carattere nazionale che la personalità degli attori sociali.

La cultura così intesa è, in altre parole, l’autocoscienza di un dato demos. Spesso afferrata in modo intuitivo, la «cultura» intesa appunto come genius di una società è solitamente descritta così come si descriverebbe la personalità di un individuo, come se una cultura stesse ad un popolo nello stesso modo in cui il temperamento e il carattere di una persona sono associati alla persona stessa.

Il concetto romantico di «cultura» cova al suo interno una sorta di separatismo. Esso è, in certo qual modo, inesorabilmente legato ai dilemmi irrisolti e alle ideologie dell’autenticità. I tentativi di definire le caratteristiche autentiche ed ineffabili del genius di un popolo, inteso come il luogo recondito della sua essenza spirituale, possono essere tacciati di animismo concettuale in quanto tentativi che impongono una matrice totalizzante di valori e norme sulla vita di un dato gruppo. Lo «spirito» di un popolo - sostengono i critici - è una entità non osservabile, una classe astratta, una reificazione misteriosa e artificiale senza reale esistenza presso la cultura, società o popolo studiati.

Secondo una visione canonizzata nell’approccio antropologico funzionalista, comunità e gruppi etnici sono chiamati semplicemente «cultura» e, quindi, trattati come entità sinonimiche e congruenti. In questo contesto, la parola «cultura» diventa sinonimo dello speciale ethos e psicologia di un gruppo che vive come in comunione all’interno di un territorio delimitato e conchiuso.

James Clifford è noto per insistere sul fatto che [[4]] «l’idea di cultura porta con sé una aspettativa di radici, di un’ esistenza stabile, territorializzata». L’idea che una cultura occupi naturalmente un territorio nello spazio è molto probabilmente una delle implicazioni più controverse in cui ci si imbatte quando si impiega il costrutto «cultura».

In questo movimento di pensiero che lega «cultura» e territorio [[5]], la «cultura» è come elevata agli altari di un ethos intrinseco e costitutivo che soffonde tutti i pensieri, le abitudini e le relazioni dei membri di una data società con la sua sostanza mistica definita in senso olistico. Più precisamente, le formulazioni del concetto di «cultura» che rimandano all’idea di volksgeist cadono nell’errore e nel mito dell’olismo sociale, contribuendo a disseminare la concezione Hegeliana di un intero collettivo che assegna essenza e confini specifici al letto culturale dell’identità di un determinato gruppo.

L’olismo presuppone infatti che la cultura esista come un corpo integrato le cui parti sono globalmente interrelate in un intero coerente, quasi come fossero i tentacoli del corpo di un polpo. Uno dei maggiori limiti dell’approccio olistico consiste nel fatto che esso postula un’ entità metafisica, una sostanza culturale latente aliena al campo frammentario ed empirico di percezioni, qualità sensoriali e variazioni intra-culturali tipicamente osservate nella vita quotidiana.

Spero a questo punto incomincino ad intravedersi le ragioni del perché il germe deterministico che si annida nelle ramificazioni che collegano l’idea d’identità culturale al nazionalismo riduce gli esseri umani ad un volgare riduzionismo.

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