Numero Tre
29 Febbraio 2012
Sincretismo Identità e Cultura

Ecoprofughi. Risorse idriche e migrazioni

Roberto Rana

 

L’acqua è una elemento fondamentale per la vita: ogni essere vivente ne è costituito per il 60-99% e per questo motivo ogni giorno ne deve assorbire una certa quantità per ripristinare quella persa fisiologicamente per traspirazione.

Questa sostanza è ampiamente diffusa sulla Terra poiché ne ricopre circa tre-quarti e, grazie alla radiazione solare, svolge un percorso ciclico attraverso oceani, atmosfera e terre emerse, passando nei diversi stati della materia: liquido, solido e di vapore. Ogni anno, quindi, il bilancio tra precipitazioni ed evaporazioni si chiude con un saldo attivo a favore dei continenti, pari a circa 40.000 km3, che rappresenta la disponibilità idrica per gli ecosistemi terrestri e le attività umane.

L’acqua, pertanto è una risorsa rinnovabile e relativamente abbondante sulla Terra anche se spesso non è sempre disponibile dove occorre e nelle quantità richieste. Infatti, la maggior parte delle precipitazioni sono concentrate in aree scarsamente abitate, come le regione subartica (Canada, Alaska, Russia, ecc.) o equatoriale (bacini idrografici dei fiumi Congo o Rio delle Amazzoni) (Peter 2008). Inoltre, l’inquinamento diffuso, i mutamenti climatici e l’aumento della popolazione mondiale e del benessere hanno determinano una vertiginosa crescita della domanda idrica, rendendo ancora più limitata la sua disponibilità.

Secondo l’UNEP (United Nation Environmental Programme) attualmente circa 1/3 degli esseri umani vive in uno stato di “stress” o “crisi” idrica [1]. Oggi i Paesi che si trovano in questa situazione sono soprattutto quelli africani e medio-orientali dove un individuo dispone giornalmente di poche decine di litri, spesso con caratteristiche igienico-sanitarie molto scadenti.

Lo sviluppo economico, il cambiamento delle abitudini alimentari (oggi sempre più cinesi, indiani, ecc., consumano prodotti carnei, caffè, ecc., che richiedono un alto dispendio idrico per ottenerli) e la crescita demografica stanno aggravando ancora di più l’accessibilità all’acqua di queste nazioni e di altre come Cina, India, Indonesia, ecc. che fino ad oggi non avevano tali problemi.

Secondo alcune previsioni la situazione è destinata ad accrescersi nei prossimi decenni, anche in quelle Nazioni caratterizzate al momento da una rilevante presenza di risorse idriche, come il bacino del fiume Nilo, Volga, Colorado. (figura 1).

Illustrazione 1: Disponibilità idrica pro-capite relativa all’anno 1995 e previsioni al 2015 (fonte: Lee et al, 2008)

 

 

Poiché, in generale, la scarsa o l’eccessiva disponibilità di risorse naturali concorrono in modo determinante allo spostamento delle popolazioni ci si aspetta, pertanto, in un prossimo futuro, un incremento di tale fenomeno.

Tuttavia, già oggi questo evento comincia a manifestarsi nella sua drammaticità, infatti, rispetto al passato, quando le comunità si trasferivano in altri territori principalmente per le persecuzioni politiche o ideologiche, attualmente migrano a causa del peggioramento delle condizioni ambientali, dell’inondazione di vasti territori o della carenza di acqua.

Secondo la IOM (International Organisation for Migration) le persone che lasciano i propri luoghi di nascita a causa del degrado ambientale possono essere suddivise in tre tipologie quali:

  • migranti temporanei (environmental emergency migrants): sono quei popoli che fuggono temporaneamente dai territori dove normalmente vivono a causa di improvvisi ed imprevedibili disastri ambientali;

  • migranti obbligati (environmental forced migrants): sono quelle genti costrette a lasciare le aree dove vivono a causa del peggioramento delle condizioni ambientali (ad esempio la deforestazione, l’alterazione delle qualità igienico-sanitarie delle risorse idriche, ecc.);

  • migranti motivati (environmental motivated migrants): sono persone che scelgono volontariamente di lasciare le zone in cui vivono per evitare possibili problemi ambientali futuri (ad esempio qualcuno che lascia le aree rurali a causa del declino della produzione agricola dovuta alla desertificazione).

Occorre evidenziare, però, che queste migrazioni possono avvenire non solo tra una nazione e l’altra ma anche all’intero della stessa dalle aree rurali verso quelle urbane. In quest’ultimo caso sono sopratutto gli uomini a spostarsi alla ricerca di lavoro, mentre donne, bambini e persone anziane restano nelle campagne aspettando le “rimesse” degli emigrati.

Tale situazione porta nelle campagne inevitabilmente a cambiamenti sociali poiché non sono più gli uomini a capo delle famiglie ma le donne le quali, a volte, sono spinte anche esse a partire in quanto non in grado di far fronte al carico di responsabilità che le competono come membro più importane del nucleo famigliare.

Inoltre, l’esodo verso i centri urbani comporta spesso, per i migranti, un peggioramento delle condizioni di vita poiché costretti a trovare alloggio in baraccopoli sovraffollate dove mancano i servizi e le infrastrutture di base.

Migrazioni e cambiamenti climatici

I numerosi studi sui “migranti ambientali” indicano che tale processo è destinato a peggiorare in futuro, anche a causa degli effetti dei cambiamenti climatici come gli eventi meteorologici estremi, l’innalzamento delle temperatura terrestre e del livello dei mari. (Boiano, 2008; UN-Water, 2009).

Poiché il 41% della popolazione mondiale vive in prossimità delle coste un aumento dell’altezza degli oceani potrebbe causare lo spostamento di miliardi di persone con gravissime conseguenze sociali e economiche come sta già avvenendo in vaste zone costiere del Vietnam, del Bangladesh e di molte piccole isole della Micronesia e dell’Oceano Indiano.

Lo scioglimento dei ghiacci polari e il conseguente aumento del livello dei mari, infatti, oltre ad allagare intere province produce una maggiore infiltrazione di acqua salata lungo i litorali diminuendo la qualità e la disponibilità di acqua dolce. In Bangladesh, ad esempio, centinaia di migliaia di persone migrano dalle aree rurali nei centri urbani o nella vicina India a causa della scarsa qualità dell’acqua potabile e della perdita progressiva di suolo agricolo.

La maggior parte del Paese ha un’altezza inferiore ai 10 metri per cui il mare, che ora riesce ad avanzare nell’entroterra fino a 240 km, rende sterili i terreni attraversati e aumenta la salinità delle falde acquifere che pertanto non sono più idonee al consumo umano.

Inoltre, l’ingente uso di pesticidi che si è fatto nel corso degli anni passati ha provocato l’avvelenato della maggior parte delle falde acquifere, per cui ogni anno 200.000 persone si ammalano a causa dell’acqua contaminata da arsenico: questo ulteriore problema spinge le popolazioni a migrare in territori meno inquinati.

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