Numero Tre
29 Febbraio 2012
Sincretismo Identità e Cultura

Cambiamenti climatici, profughi e migrazioni sostenibili

Valerio Calzolaio


Quasi ogni giorno purtroppo si leggono drammatiche notizie o si vedono palpitanti immagini di evacuazioni per crisi ambientali. Fugge o precipitosamente evacua chi si salva. Spesso qualcuno non ce la fa, muore. Decine di migliaia di morti, decine di milioni di ecoprofughi: sono stabili “statistiche” di ogni anno ormai da almeno un ventennio. A Ottobre c’è stata l’acqua altissima a Bangkok, in Italia le gravi esondazioni a Genova e nel bacino del Magra. In Pakistan poco più di un anno fa le inondazione dell’Indo. In Somalia l’estate scorsa le mancate stagioni delle piogge, in Cina pochi mesi fa le piogge torrenziali.
Ulteriori esempi, grandi e piccoli, sono innumerevoli e recenti: cambiamenti climatici e crisi ambientali hanno indotto a fuggire dai luoghi di pacifica civile convivenza comunità di milioni di donne e uomini, fra i quali la maggior parte sono propriamente profughi, rifugiati.
Le situazioni (storie e geografie) che ho richiamato sopra risultano ormai frequenti in quelle e in altre aree del pianeta, la causa prevalente sono i cambiamenti climatici antropici globali. Tali cambiamenti sono stati indotti dalle emissioni di gas serra avvenute non in quei paesi, ma nei 39 paesi industrializzati del secolo scorso, questo ha concluso e sancito l’Onu con unitarie ricerche da almeno 20 anni a questa parte.
Il primo rapporto dell’ International Panel on Climate Change, l’organismo scientifico ONU noto come IPCC, risale al 1990 e nel 1992 fu approvata a Rio la conseguente convenzione sui cambiamenti climatici, la UNFCCC, United Nations Framework Convention on Climate Change (il prossimo vertice di Rio 2012, detto Rio+20, si terrà dal 4 al 6 giugno 2012). Sinteticamente si può dire che gli molti ecoprofughi, in particolare i profughi climatici, sono migranti forzati da scelte cattive e comportamenti sbagliati di altri umani, fuggono da lì per cose che abbiamo fatto e facciamo qui.
Nel 2008, nel 2009 e nel 2010 il numero dei rifugiati internazionali politici (quelli con lo status di rifugiato) è stato di circa 15 milioni, gli ecoprofughi internazionali sono stati ufficialmente di più. E anche i rifugiati politici interni (che non superano il confine) sono ormai meno degli ecoprofughi interni. Ci piaccia o meno, qualche centinaio di migliaia arrivano in Europa ogni anno, ancor più ne arriveranno in futuro. Li abbiamo fatti sloggiare noi, non tutti possono restare in un campo profughi, non tutti riescono (ancora?) a risistemarsi in patria. È bene rendersene conto.
Provò a calcolare i profughi ambientali un noto docente ecologista inglese alla metà degli anni novanta, Norman Myers, dopo che un decennio prima la categoria dei rifugiati politici era stata già riconosciuta dal giovane ricercatore egiziano El-Hinnawi in uno studio dell’UNEP (UN Environment Programme). Molta letteratura è passata da allora sotto i ponti (insieme a derelitti e relitti). La Banca asiatica per lo sviluppo ha parlato di 30 milioni di ecoprofughi solo nel 2010. In un intero capitolo del suo ultimo saggio, anche Lester Brown dedica pagine significative alla marea che sale, i rifugiati ambientali. Ho provato a studiare il fenomeno degli Ecoprofughi in un omonimo volume che forse è ancora possibile trovare in libreria e che è stato presentato in oltre quarantacinque città di tredici regioni italiane.
Tendenzialmente sarebbe preferibile distinguere fra profughi ambientali e profughi climatici. Non è possibile per il passato remoto, sarebbe possibile ma abbastanza inutile per il passato prossimo, ma è utile e significativo da un trentennio a questa parte, almeno da quando (1994) è stata votata la Convenzione ONU per la lotta alla siccità e alla desertificazione (UNCCD) ed è entrata in vigore la Convenzione ONU sui cambiamenti climatici (UNFCCC).
Oggi i profughi climatici, a titolo di tutela dei loro diritti, hanno il retroterra di un accordo e di un protocollo per la riduzione delle cause e l’adattamento agli effetti. Con il termine ecoprofughi mi riferisco soprattutto ai profughi climatici che hanno ormai diritto a una definizione istituzionale nel diritto internazionale e a uno status giuridico, seppur diversi da quelli dei rifugiati definiti e regolamentati dopo la seconda guerra mondiale (l’UNHCR, l’Alto Commissariato per i rifugiati, fu istituito nel 1951). Ovvio che tutti i profughi hanno diritto ad aiuto e assistenza, nel caso degli ecoprofughi possiamo chiedere prevenzione e tutela, impegnarci per qualcosa di più.
Profughi ambientali e climatici ci sono sempre stati, da Adamo ed Eva e nella notte dei tempi. Basta fare un salto alla bellissima mostra “Homo Sapiens” curata da Luca Luigi Cavalli Sforza e Telmo Pievani, a Roma fino a metà aprile, per rendersene conto. Le tante specie di Homo ramificatesi (non linearmente) da poco meno di 2 milioni di anni e l’unica ora rimasta, Sapiens, erano diffuse in Africa, poi si sono mosse altrove. Erano (eravamo) di pelle nera, primati parenti di scimmie, cugini di umani.
A noi sapienti, spostandoci, è capitato di convivere anche con altre specie umane sullo stesso pianeta e comunque, sempre, in ecosistemi in cui ci organizzavamo in una piccola nicchia fra tante altre specie, quasi mai commestibili e predabili, senza ancora porci problemi di coltivazione, domesticazione, allevamento.
I geni, i popoli, le lingue mostrano come prima del Neolitico c’è stata la Rivoluzione Paleolitica: arte, riti, tecnologie, comunicazione, cottura dei cibi, innumerevoli adattamenti cominciano ad accompagnare l’atlante del popolamento umano, sopravvivenza e riproduzione in tutti i continenti dove siamo via via arrivati, attraverso multiple, lente e differenti ondate di animali sociali in Australia prima che in Europa. Gli umani sapienti si fermano a lungo, escono dalla nicchia e adattano l’ecosistema alla propria migliore sopravvivenza, non in sincronia e in progressione, sempre mescolando caratteri antichi e recenti.

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