Un rituale di guarigione in Sardegna: il ballo dell’argia
L’indagine etnografica di Clara Gallini, La Ballerina variopinta (1988), è un’accurata ricostruzione della memoria storica di un complesso e articolato testo della cultura sarda, un rito ormai estinto già negli anni Sessanta: il ballo dell’argia.
L’argia ballariana, spiegano gli informatori, era nella cultura locale un ragno velenoso identificato nella mutilla, il cui morso causa un reale stato tossico, o nel più innocuo latrodectus, tuttavia nella tradizione sarda entrambi richiedevano il ricorso alla terapia coreutico-musicale, alla danza, alla musica e al canto.
L’etnografia di Clara Gallini ha il suo antecedente nel lavoro sul campo di Ernesto De Martino, La terra del ri-morso, che - come è noto - esplorò nell’estate del 1959, affiancato da una équipe di studiosi, l’intreccio simbolico della pizzica salentina, definita dallo stesso De Martino un esorcismo senza esorcista di un male altrimenti indicibile, metafora della condizione esistenziale precaria del bracciantato agricolo nei campi assolati del Salento.
Nella danza agonistica della tarantata gli agenti simbolici, i fazzoletti, i suoni e i colori, facilitano l’espulsione del veleno del latrodectus dal corpo della pizzicata, hanno un ruolo determinante nel rito di guarigione.
Le radici storiche del tarantismo sono da ricercare in antichi culti pagani e nelle successive ibridazioni con simboli del Cristianesimo, con il culto dei santi, sincretismi del tutto assenti nel rito dell’argia.
“Il ballo dell’argia prospera al di fuori di qualsiasi intervento di una cultura alta, in Sardegna assai meno presente che in quel Regno di Napoli in cui si iscriveva la Puglia con le sue famigerate tarante” [Gallini, 1988: p.19]
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