Anna Maria Di Miscion. 10 Limen - Bodyscape tra gentrification, anomie e culture

Antropologia critica – La soglia io/altro, identità e culture

Il concetto di identità viene meno per essere sostituito da quello di multividuo, ossia una moltiplicazione di “ii” che fluttuano in un continuum spazio-temporale (Massimo Canevacci)

Ogni identità quando si afferma contestualmente ne richiama un’altra o una molteplicità di altre (Gioia Longo)

Anna Maria Di Miscio

L’identità è la forma che la cultura assume nel momento in cui entra a far parte del sistema di riferimento del soggetto. Non c’è cultura, dunque, non incarnata in identità, e non c’è identità  che non sia (in)formata da processi culturali. La mente è, di fatto, una tra le tante incarnazioni possibili della cultura che forgia la sua forma e la sua sostanza sulla scena sociale in una relazione dialogica, in un processo di retroazione tra il se e l’altro.

Non c’è alcuna dimensione umana nel mio io allo specchio, nell’identico a me stesso, non c’è mente che non viva e si nutra nella circolarità-reciprocità tra il sè e l’altro. L’individuazione del sé è possibile solo dentro la dimensione relazionale dell’essere nel mondo, il suo luogo è la piazza, la ribalta sociale. L’interazione con l’altro è un mettersi in gioco bilaterale, circolare, è metabolizzazione e introiezione dell’alterità. L’altro, allora, è elemento costitutivo dell’identità.

Nell’io convivono identità e alterità, l’interlocutore è un altro interiorizzato. L’altro, infatti, non solo esiste in sé per sé, ma anche per quello che è per me e per quello che io penso di essere per lui (Gioia Longo, 1993: 59).

La nuda vita, infatti, non ha nulla di umano né sociale. Umano è il nostro abitare, immaginare e trasformare  il mondo e al tempo stesso esserne penetrati e trasformati. È qui che risiede l’agentività del soggetto nella storia, nelle dinamiche relazionali e conflittuali tra la dimensione individuale e sociale dell’esistenza.

Per George H. Mead l’identità non è un a priori, ma viene a formarsi nell’interazione simbolica, così come il significato dell’azione non prende forma in uno stato di coscienza soggettivo, è il prodotto di una retroazione tra A e B. Il significato appare, allora, insieme al gesto, alla parola, al linguaggio; e l’identità è, appare, in una interazione simbolica, in cui l’altro è interiorizzato e il sé si fa oggetto del pensiero. Nella relazione io/altro impariamo a vederci.

Io sono, ho forma e sostanza, dentro questo processo io/altro, dentro la costruzione intersoggettiva del significato nei mondi della vita quotidiana che, afferma Alfred Schultz, esistono prima di noi. Ed è nel fluire delle coscienze in un unico presente che si costituisce il noi.

Kellner e Luckman pongono l’accento sulla pluralità dei mondi della vita quotidiana e sulla complessità che li contraddistingue, sulla differenziazione funzionale dei ruoli. Le identità si fanno molteplici in un mondo che non è unificato, bensì caratterizzato da realtà plurali, da culture che coesistono una accanto all’altra compenetrandosi e differenziandosi.

L’identità è, allora, processo e migrazione in mondi sociali plurali,  che realizzano, di conseguenza, un gran numero di identità possibili.

Per Canclini (1998) l’identità deve essere ripensata alla luce della globalizzazione economica e culturale, e delle nuove tecnologie. Deve essere ridefinita ibrida, anche alla luce dei paradossi emersi nelle discipline umanistiche. Se le scienze dello spirito, il romanticismo popolare e i nazionalismi avevano focalizzato l’attenzione sulle culture locali, disegnando i confini territoriali ed etnici delle identità, oggi le Scienze Sociali hanno ridefinito le culture, non più radicate dentro i confini delle appartenenze, ma attraversate e ibridate dai flussi migratori, dalla globalizzazione e dai flussi mediatici delle informazioni.

L’internazionalizzazione dell’economia, la centralità della comunicazione, il crescente divario demografico economico e sociale fra le diverse aree del pianeta, la mobilità e i fenomeni migratori hanno ridisegnato la geografia del sistema mondo e le categorie di spazio e tempo, di distanza e prossimità tra le culture, dando luogo a contaminazioni culturali, a identità sincretiche che mutano, si trasformano nel flusso di una Storia Plurale, piuttosto che  nella Storia dell’Occidente.

In questo contesto, movimenti neonazionalisti in Italia e in Europa tentano di circoscrivere i confini territoriali e geopolitici dei gruppi etnici e delle nazioni e alimentano xenofobia e rigurgiti di razzismo. Se da un lato le dottrine neonazionaliste definiscono le identità culturali come pure e resistenti al cambiamento, dall’altro le soluzioni multiculturali adottate non sono sempre una risposta adeguata, nel momento in cui riducono la differenza alla subalternità alla cultura occidentale, negando di fatto l’eterogeneità e legittimità di ogni espressione della natura umana. Un’identità senza differenza, senza “altro”, ridotta all’identico, che rimanda eternamente a sé stessa.

La riduzione dell’identità all’identico e la museificazione delle culture locali, l’illusione di poterle preservare in un folklore senza tempo, negano le condizioni stesse in cui l’identità è data, costruita: ibridazione, assemblaggio, incrocio, intersecazione, contaminazione con l’altro. In una parola, il molteplice, tra locale e globale, tra negoziazione e conflitto.

La storia delle culture e delle identità plurali, liberata dalla fissità di un ordine fatto a misura dell’immobilismo politico, chiede di essere letta con le lenti di una nuova antropologia critica.

Contro la marronizzazione della società: questo slogan naziskin che si legge in alcuni muri di Roma sembra chiedere di preservare il colore bianco. Ma marronizzare non significa la produzione di una tinta omogenea per tutti, che ci renderebbe indistinti attraverso incroci multietnici. Qui vorrei affermare come la matrice caraibica della parola (cimarron = marronizzare) sottintenda una dichiarazione di fuga, il chiamarsi fuori da un ordine culturale che imprime il marchio di fissità indelebile, ruoli identitari ascritti a vita, cittadini senza cittadinanza. Allora marronizzare la politica si può tradurre come fuga da questo tipo di politica che impedisce ogni cambiamento. Marronizzare la cultura significa fuga da una cultura che rifiuta le miscele delle differenze (non solo etniche ma anche stili di vita, visioni del mondo, sensibilità estetiche): sospinge l’abbandono di un ordine culturale fatto a misura dell’immobilismo politico, estetico e estatico, è fuga da ogni vincolo e pregiudizio etnico, è incrocio di ruoli e identità in movimento. E’ un ibrido che corre.

(M.Canevacci,http://www.funzionegamma.edu/italiano/journal/numero15/acrobat/Canevacci%20ITA.pdf).

Il sincretismo, concetto descrittivo di identità plurali, decentrate, sovverte il pensiero mono-identitario della cultura occidentale, afferma la coabitazione e il godimento della differenza. Dunque, cimarron, ibrido e sincretico, sono termini che indicano l’incrocio delle culture, la fuga da identità fisse, immutabili, l’ibridazione delle identità e delle culture.

In questo nostro tempo, caratterizzato dalle accelerazioni della  mobilità reale e virtuale e da fenomeni migratorie, i neonazionalismi mettono in scena un simulacro inquietante dello straniero, una  minaccia allo stereotipo dell’uomo bianco, occidentale, eterosessuale, posto a salvaguardia delle identità normate .

Le barriere così edificate tra il se e l’altro, tra la differenza che l’alterità rappresenta e le identità nazionali, segnano il confine dell’appartenenza, proiettano nell’immaginario collettivo il simulacro dello Xenos e del barbaros, fuori dai confini geopolitici e culturali della pòlis.

Un abbaglio edificato dal logos occidentale a tutela del suo potere e della sua potenza: oltre lo spazio delle radici identitarie, oltre le mura fortificate del noi, lo straniero abita il trivio, il territorio caotico delle scorribande. E contestualmente l’identità dell’Occidente appare dentro i confini della pòlis come la ripetizione del medesimo, dell’identico.

Lo xenos, il barbaros rappresentano  il rischio che la differenza comporta per l’ordine sociale costruito sullo stereotipo dell’identità nazionale. Identità normata che chiude ogni possibilità di fuga, di viaggio oltre i confini e oltre le mura.

Lo stereotipo dell’altro e del diverso introduce un elemento di semplificazione (sono tutti uguali), laddove invece sussiste complessità e variazione, implica un pregiudizio che ha la funzione di accentuare la differenza noi/loro e incanalare e indirizzare atteggiamenti di intolleranza e stigmatizzazione dello straniero.

Concludo con una riflessione di Tajfel, psicologo sociale, che ha lavorato sulle dinamiche di identificazione con il gruppo di appartenenza, sulle dinamiche che alimentano la paura dell’ignoto e trasformano l’altro in minaccia, ombra inquietante, simulacro del diverso.

Tajfel ha messo a fuoco i concetti di esclusione, stereotipo e pregiudizio, verificandone la pertinenza e la validità su gruppi sperimentali, e ha affermato che le “sindromi da etnocentrismo” non sono costitutive di una presunta  “natura umana” ma emergenti, talvolta, nella storia in particolari condizioni critiche che alimentano la competizione e l’aggressività tra i gruppi e riducono la disponibilità alla cooperazione e alla solidarietà sociale.

Bibliografia

Berger & Berger, Kellner, 1974, La mente senza dimora, modernizzazione e coscienza, Penguin Books
Canevacci M. (rivista diretta da) 2002 Avatar n°3, Roma, Meltemi
Canclini Nestor Garcìa, 1998, Culture Ibride, Guerini Studio
Clifford J., 1999 I frutti puri impazziscono, Torino, Einaudi
Longo De Cristofaro G, Identità e cultura, 1993, edizioni Studium
Marcus E. Clifford J. (a cura di) 1998 Scrivere le culture, Roma, Meltemi
Marcus E. Fischer, M. J. 1988 Antropologia come critica culturale, Roma, Meltemi
Mazzara B., 1996, Appartenenza e pregiudizio, Roma, Carocci
Solomon E. Asch, 1987, Psicologia Sociale, Edizioni SEI
Pirani B.M., 2000, Il simulacro dello stranierol’abbaglio dell’altro, Edizioni SEAM