Numero Tre
29 Febbraio 2012
Identità Cultura Migrazioni

Sensemaking: un approccio cognitivo alle identità e alle culture organizzative

Raffaella Delbello

 

 

Ora, l’atto concreto attraverso cui noi riafferiamo il passato nel

presente è il riconoscimento. [H. Bergson, Materia e Memoria]

Partiamo da una osservazione che riguarda l’azione sociale finalizzata e che costituisce un invito, oltre che un’occasione, per riflettere su come integrare fra loro gli aspetti contrastanti che derivano dalla condizione di essere dei singoli, coscienti di possedere un certo potenziale, situati fra un certo numero di simili con dei potenziali che presentano fra loro aree di sovrapposizione: esiste un fenomeno di sviluppo antropologico che costantemente ci influenza, ci rasserena e a volte ci inquieta, ci consente di sentirci parte di un gruppo e di una cultura garantendoci una certa quota di mobilità mentre siamo ingaggiati in una relazione formale con qualche altra, ci fornisce regole di condotta più o meno esplicite, limiti pragmatici e confini spazio-temporali in cui collocare l’esperienza del risultato e dello scopo.

Questo fenomeno - che potremmo descrivere come il prodotto dell’attività di una “rete d’azione collettiva” basata su procedure routinarie anche non compiutamente formalizzate, agite da persone che si trovano fra loro in interrelazione e che portano a termine compiti specializzati in modo coordinato al fine di raggiungere un obiettivo generale, condiviso e definito - prende il nome di organizzazione.

Nel leggere questa parola, tutti sono in grado di richiamare la propria rappresentazione dell’oggetto che corrisponde al termine organizzazione: per qualcuno può essere un apparato burocratico con i suoi processi, per qualcun altro una profittevole industria, per qualcun altro ancora una rete di entità benefiche che si occupano di soggetti svantaggiati in aree geografiche fra loro molto lontane, ma accomunate da alcune emergenze umanitarie o addirittura può esserlo un istituto religioso. Gli esempi potrebbero essere ancora tanti, ed ogni lettore potrebbe aggiungerne qualcuno.

E ciò anche a dispetto di una certa prevalenza attuale dell’immaginario connesso alle discipline economico - manageriali attivato dalle discussioni intorno al tema dell’organizzazione. In fin dei conti, per dirla con Karl Weick (un autorevole psicologo che si occupa di comportamento organizzativo), la realtà può essere uno strumento con cui fare le cose. E per questo motivo ogni individuo deve confrontarsi con il possibile e non solo con il dato, quindi con i processi costruttivi e generativi, fra i quali quello di interazione sociale ha una rilevanza tutt’altro che trascurabile.

Osservare la realtà organizzativa consente di accettare, e forse riscoprire, che l’ambiguità è una proprietà emergente delle organizzazioni in quanto l’essere vivente non è solo organizzato, ma soprattutto auto-organizzato, ovvero in grado di mantenere l’ unità funzionale ed operazionale, sia come singolo che come gruppo, rispetto alle continue variazioni del contesto in cui si trova ad operare e che il cambiamento, più spesso di quanto si creda, origina dall’interno.

Tale chiusura operazionale, definita da Francisco Varela e Humberto Maturana con il termine autopoiesi, consente di traslare il punto di partenza dell’approccio alle organizzazioni da quello in cui ci si interroga su come è meglio organizzarsi, tipico delle teorie sul management, a quello in cui ci si chiede perché l’organizzazione è una proprietà emergente dell’interazione umana e sociale.

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