Numero Tre
29 Febbraio 2012
Sincretismo Identità e Cultura

“Dietro il corsetto”: il corpo politico femminile dall’immagine al testo

Irene Strazzeri


Choli ke pichhe
[1]: cosa si nasconde dietro il corsetto? Mahasweta Devi[2] ci racconta che

quel che c’era lì era il problema nazionale quell’anno. Quando divenne una questione nazionale, gli altri disastri del momento – come per esempio la perdita del raccolto causa terremoto, o gli scontri tra cosiddetti terroristi e potere statale con i conseguenti assassinii, la decapitazione di un giovane uomo e di una giovane donna nell’Haryana per il crimine di aver contratto matrimonio fuori casta, le irragionevoli richieste di Madha Patkar e di altri nei dintorni della diga Narmada, le centinaia di stupri omicidi, imprigionamenti, torture eccetera, tutte queste non-questioni per legge naturale andarono vicine senza tuttavia riuscire a raggiungere i giornali - tutte queste cose rimasero non-questioni[3].

Era l’anno in cui Upin e Ujan si recarono a Purulia, nel Bengala Occidentale, per un reportage sulle condizioni di vita dei gruppi tribali. Tra le foto che Upin pubblica, in un articolo di denuncia sulla ingiustizie sociali della regione, vi è quella che ritrae il seno nudo di Gangor.

L’apparizione del seno della giovane tribale su tutti i giornali scatena la ritorsione della polizia locale:

- Voi, Signore, l’avete rovinata con le vostre fotografie, altrimenti lei…avrebbe mai osato?

- Che ha fatto Gangor? E’ morta?

- Le Gangor in questo mondo non ci vengono per morire, Signore, ci vengono per uccidere. Ragazza di campagna senza vergogna…dondolava il suo corpo tutto il tempo…diceva alla gente del mercato, non ha scattato le vostre foto, ha scattato le mie. Vedete!

- Adesso lei è a Seopura?[4]

- E dove altrimenti? Va e viene. Va e viene ogni settimana.[5]

Con la pubblicazione della Trilogia del seno si inaugura in Italia la collana di studi femministi post-coloniali ALTRIDNOM, curata da Ambra Pirri[6]. Mahasweta Devi, la scrittrice, narra tre storie diverse, che hanno per protagoniste le donne subalterne, Gayatri Spivak, studiosa di letteratura comparata, ne da una lettura critica[7].

Le storie, afferma Ambra Pirri, hanno in comune qualcosa che appartiene solo alle donne: il seno. Il seno come simbolo di tortura e oppressione maschile ma anche il seno come strumento di rivincita e offesa femminile.

Nel racconto Dietro il corsetto il seno è un luogo di bellezza unica, «naturale» e irripetibile. Per Upin, il fotografo che lo fa diventare un oggetto riproducibile, il seno è “un oggetto da fotografare in quanto protesi permanente”[8].

Fotografare la realtà può significare catturare immagini suggestive o sviscerare sensazioni ancestrali impossibili da descrivere (o rintracciare) ricorrendo alla parola: dipende da come e dove si colloca l’obiettivo. Quella che Upin coglie osservando il seno di Gangor, fascinosa icona di fertilità e florida femminilità, è la chiave per avvicinarsi in maniera profonda a un’umanità esclusa dalle mappe, dimenticata quando non perseguitata per il solo fatto di esistere con il risultato che, invece di salvarlo, lo mette a disposizione della violenza sessuale maschile[9].

A complicare la situazione, infatti, subentra il sottotesto politico come tessuto connettivo del disagio sociale. Un disagio dovuto alla forte presenza dei naxaliti, ossia dei maoisti indiani all’interno dei nuclei tribali.

I nuclei tribali, peraltro, vengono violentemente osteggiati dalla polizia locale dedita ad ogni forma di abuso di potere. L’amore e la conoscenza che Devi nutre per l’India emergono prepotentemente tra le righe del racconto.

Una scrittura di denuncia la sua, che ritrae le atmosfere della vita agiata indiana come la realtà delle bidonville, facendole rivivere in tutta la loro credibilità, una scrittura che non indugia sulla violenza e nemmeno si ritrae di fronte ad azioni disturbanti.

Una scrittura, insomma, che non è costretta a soffocare la narrazione pur di lasciare spazio all’impegno politico e veicolare il suo messaggio, incentrato nella fattispecie sulla condizione della donna e più in generale sulla pesante discriminazione ai danni dei cosiddetti “tribali”, donne e uomini membri di antiche etnie rassegnati ad una vita di indigenza.

Choli ke pichhe testimonia di come la migliore delle intenzioni possa generare il peggiore esito e di come la libertà di stampa, manipolatrice e, al contempo, generatrice di verità, si sia ridotta a strumento ambiguo, idoneo allo sfruttamento e delazione della soggettività:

- Anche tu sei un Bastardo Signore…tu hai fatto le fotok [foto] del mio petto, no? OK…Te lo faccio vedere…ma ti prendo tutto quel che hai in tasca, tu-tto…

Nella silhoutte, illuminata dalla lanterna per gli uragani, due ombre stanno recitando con violenza. Gangor si toglie il choli e lo lancia a Upin. Guarda, guarda, guarda, guarda, imbottitura-paglia, stracci-guarda cosa c’è qui.

Niente seno. Due cicatrici secche, la pelle aggrinzita, allungata. I due crateri vulcanici furiosi vomitarono lava liquida a Upin,- gang rape, gang rape…mordevano e strappavano… gang rape[10].

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