Anna Maria Di Miscion. 10 Limen - Bodyscape tra gentrification, anomie e culture

La mutilazione dei genitali femminili

Questo testo è parte integrante del volume Sessualità e culture. Mutilazioni genitali femminili: risultati di una ricerca in contesti socio-sanitari, Franco Angeli 1a edizione 2010

Percezioni, significato, conoscenza del fenomeno in Puglia

Anna Maria Di Miscio

Nell’ambito di un progetto implementato in Puglia sulla percezione e sul significato delle MGF (mutilazioni dei genitali femminili), ho moderato in Puglia tre focus group, a Poggiardo (Lecce) il 2 Dicembre 2008, a Gioia del Colle (Ba) il 22 Gennaio 2009 e a Brindisi il 21 Gennaio 2009, per un totale di 32 partecipanti tra medici, infermieri, assistenti sociali e operatori socio-sanitari preposti alla assistenza, prevenzione e cura della salute della donna.

Tutti i gruppi coinvolti hanno partecipato al progetto con viva e appassionata attenzione, manifestando la domanda di una più dettagliata e approfondita conoscenza della dimensione culturale e sociale, storica e antropologica del fenomeno. Un indice del bisogno formativo a tutto campo sulle MGF nell’ambito delle disposizioni di legge ma anche nell’ambito della prevenzione, diagnosi e cura per le conseguenze infauste  che le pratiche di mutilazione dei genitali femminili comportano.

E, dunque, per soddisfare almeno parzialmente questa richiesta, ho dato alcune indicazioni su una bibliografia essenziale, materiale informativo sia su supporto cartaceo che informatico: Corpi e simboli di Aldo Morrone, il testo integrale delle disposizioni di legge sulle MGF, in vigore a partire dalla Legge n. 7 del 9 gennaio 2006 Art. 583-bis, che vieta ogni pratica chirurgica di mutilazione dei genitali femminili non motivata da obiettivi di salute; infine, le linee guida del Ministero della Salute 2008 e le pubblicazioni dell’OMS sulle mutilazioni dei genitali femminili.

Consorzio di Poggiardo (Lecce), martedì 2 Dicembre 2008.
Dieci partecipanti di nazionalità italiana. Titolo di studio, assistenti sociali

Nella prima parte del focus group, solo due su dieci partecipanti hanno mostrato di avere una conoscenza del fenomeno ricevuta in percorsi di formazione. Gli altri hanno manifestato una conoscenza più generica, per lo più desunta dalla divulgazione mediatica di informazioni su casi di MGF di donne immigrate provenienti dall’Africa subsahariana.

Il forte impatto emotivo delle immagini e dei resoconti TV è più volte emerso come preponderante su una valutazione più oggettiva del fenomeno. Quelle mediatiche sono, di fatto, immagini forti, che catturano sì l’attenzione, ma che non predispongono a una riflessione critica sull’alterità e sulla differenza, ad una più approfondita analisi delle MGF, della loro matrice storico-sociale e  delle dinamiche culturali in gioco.

Nella seconda parte del focus group ho focalizzato il dibattito su modalità e canali di comunicazione idonei alla diffusione tra le popolazioni immigrate di un’adeguata informazione su danni e rischi delle MGF. La scuola è stata indicata come il primo luogo in cui il cambiamento è possibile ma anche, nell’ambito della prevenzione, il dialogo con l’operatore sociale è stato individuato come un efficace strumento di contrasto alla mutilazione dei genitali femminili.

Dunque, è nell’ambito di interventi con specialisti del settore che è possibile acquisire un nuovo modo di percepire sé stessa (Monica), una diversa consapevolezza del corpo e della sessualità, che risiede una possibile via di fuga da un universo culturale che le opprime (Alberto).

È un percorso che non è che lo fai da un giorno all’altro (Sandra), e che richiede un orizzonte temporale abbastanza ampio, tale da indurre significativi cambiamenti nel lungo periodo.

Nella terza parte, centrata sulla dimensione normativa, hanno manifestato una più che sufficiente conoscenza della legge Legge n. 7 del 9 gennaio 2006 Art. 583-bis, che vieta le pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili con sanzioni da 4 a 12 anni di reclusione. Tuttavia, non sono mancate aspre critiche su uno strumento normativo del tutto inadeguato, che non tiene conto  della radice culturale del fenomeno, favorisce un mercato sommerso di prestazioni sanitarie illegali, alimenta piuttosto le pratiche illegali delle MGF tra le pareti domestiche.

Nell’area di rilevazione socioculturale sono emerse numerose variabili che compongono il variegato mosaico di comportamenti e atteggiamenti delle donne immigrate vittime di MGF: il controllo maschile sulla sessualità della donna, le differenze di potere nelle relazioni coniugali, il controllo delle comunità in cui la donna deve dar conto di sé e delle sue scelte, l’adesione alle opportunità di aiuto e assistenza offerte nei contesti di accoglienza.

La fatica di guadagnare spazi di autonomia e autodeterminazione non ha confini (Daniela): una riflessione che mette in campo la connotazione transculturale del condizionamento di un sistema patriarcale sulla vita delle donne,  sia nella “cultura altra”, quella africana, che nella nostra.

La leadership di donne africane, che hanno già maturato una positiva esperienza di riposizionamento di sé e del proprio corpo rispetto alle MGF, è stata messa a fuoco come veicolo di un possibile cambiamento.

Il codice vestimentale:  il burqa è segno di appartenenza, indice di una certa mentalità (Antonio), ma al tempo stesso non indossarlo può manifestare sia la perdita, il tradimento dell’identità culturale di appartenenza che la permeabilità alla cultura di accoglienza (Irene).

Ho registrato, infine, nell’ultima area, salute e informazione medico-scientifica, una buona conoscenza dei rischi per la salute che le pratiche di infibulazione comportano e la necessità di promuovere in contesti formali e informali il dialogo con le donne portatrice di esisti cicatriziali di infibulazione (Benedetta).

 

CSV Brindisi, mercoledì 21 Gennaio 2009
Quattro partecipanti di nazionalità albanese

Il focus group a Brindisi, inizialmente progettato con immigrati/e provenienti dalla fascia dei paesi dell’Africa sub-sahariana in cui maggiormente sono radicate le MGF, non ha dato esiti sperati per imprevisti problemi a livello logistico. Di fatto, al mio arrivo a Brindisi ho avuto la possibilità di intervistare quattro donne immigrate, ma di nazionalità albanese che, come è noto, non praticano né hanno esperienza diretta delle MGF.

Ovviamente ho dovuto ri-calibrare il focus group sulla composizione del gruppo con items differenti,  più centrati sulla relazione corpo/sessualità, che sulle mutilazioni dei genitali femminili. Sono così emerse illuminanti riflessioni sull’identità di genere in Albania, sui processi transnazionali che erodono i confini geopolitici, rendendo permeabili identità e corpi alle sollecitazioni dei mass media, della narrativa, del web, del cinema, della tecno-cultura nella seconda metà del Novecento. Dunque, il dibattito si è allargato a una riflessione sul mutamento in atto già a partire dagli anni Novanta, con l’apertura in Albania delle frontiere all’Occidente.

È una conferma di quanto il testo, scritto in caratteri alfabetici o visuali, possa viaggiare e saltare da un contesto all’altro, agendo come attore materiale e simbolico di un cambiamento che si insinua negli interstizi delle culture e nelle pratiche sociali quotidiane.

Io parlo fino al 1991, prima che si sono aperte le porte, in Albania una ragazza per sposarsi doveva essere per forza vergine, perché il maschio doveva sapere che lui era il primo, sennò veniva trattata male, era emarginata dalla società… non si parlava del sesso, raramente, solo uno che era istruito … il primo giorno di nozze si doveva mostrare a tutti che il lenzuolo bianco era sporco di sangue, perché… se non vai vergine non sei da maritare, perché sei di facili costumi, però …bisogna essere vergini prima di testa e poi….Ora sta cambiando, ma…il problema era l’isolamento, ma anche la religione musulmana…

Per esempio Maupassant… e di Dostoevskij si parlava molto… Verne, Dumas, che raccontavano anche dell’amore, della crescita, erano belli!

E, anche prima degli anni Novanta, le pratiche sovversive di corpi ribelli e insofferenti alla censura di regime aprivano varchi insospettabili nell’etere:

Mio fratello si fece quasi un anno e mezzo di carcere solo perché ascoltava la musica italiana, i vicini di casa hanno raccontato tutto e poi l’hanno arrestato. Questo era il controllo, ti controllavano le antenne, non era possibile prendere un canale italiano. C’era una solo una stazione radio, poi qualcuno metteva un antenna pirata, primitiva, fatta in casa, per sentire qualche pezzo di film, qualche telegiornale …la radio, le canzoni, la musica entrava così, era una finestra. Perché anche il telegiornale in Albania dava quella informazione che volevano loro, dicevano …noi stiamo bene e siamo liberi, così … 

Infine, ho rilevato l’esigenza da parte dei partecipanti di rimarcare una differenza tra la loro cultura, quella albanese percepita come vivace, pronta a registrare e recepire l’innovazione, e quella africana percepita come altra, chiusa e distante, “lenta”.

Ma …  le donne africane sono chiuse molto più delle albanesi, parlano poco… (donna “chiusa”, infibulazione come chiusura delle porosità del corpo e del linguaggio), anche se alcune di noi sono più timide,  siamo comunque molto più emancipate di loro, prendiamo tutto al volo.

L’Albania è più inserita, le africane non parlano perché sono diffidenti.

Per dire… gli eritrei si vergognano… un maschio eritreo con cui ho parlato di MGF mi ha detto: non mi posso spiegare, non so se posso parlare.

Distretto Socio-Sanitario Gioia del Colle (Ba), giovedì 22 Gennaio 2009
Diciotto partecipanti di nazionalità italiana, medici, infermieri, ostetriche, operatori sanitari e socio-sanitari

Nella prima area di discussione, divulgazione delle informazioni rilevanti sulle MFG, dal dibattito emerge che quattro dei partecipanti hanno ricevuto una formazione specifica, mentre per tutti gli altri i media sono stati la principale fonte informazione del fenomeno.

Merita menzione la fervida attenzione dell’intero gruppo, a tal punto da rendere per me non facile la gestione degli interventi nel rispetto ordinato delle sequenze predisposte in fase di preparazione del materiale.

Una psicologa ha narrato con eloquente chiarezza la sua esperienza diretta, in cui è emersa la dimensione conflittuale tra cultura di origine e cultura di accoglienza di una paziente portatrice di esiti cicatriziali delle MGF.

Un ginecologo ha raccontato lo spiazzamento e la sorpresa della sua prima visita ad una paziente infibulata. Un’ostetrica ha ricordato il forte impatto emotivo quando, giovane allieva nel reparto di Ginecologia e Ostetricia, vide la prima paziente MGF.

Gli strumenti e le modalità di approccio al problema più idonei al contrasto delle MGF sono stati da più parti individuati, come era prevedibile, nella formazione del personale medico e paramedico, nella divulgazione di una corretta informazione sanitaria tra le donne immigrate africane e, infine, nella divulgazione mediatica dell’informazione scientifica.

Una pediatra ha già individuato una famiglia a rischio MGF, e ha rimarcato l’esigenza di fornire al personale medico-sanitario e a tutte le agenzie di intervento sul territorio una adeguata formazione sulle MGF  nei programmi di ECM (Educazione Continua in Medicina).

Nessuno dei partecipanti era a conoscenza della legge Legge n. 7 del 9 gennaio 2006 Art. 583-bis, che vieta le pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili. Tuttavia, dopo la lettura del testo di legge, sono emerse riflessioni significative sulla insufficienza dello strumento normativo e sulla possibilità che esso alimenti, più che contrastare, un mercato nero di prestazioni sanitarie.

Particolare rilevo è stato dato alle barriere culturali che limitano il dialogo tra culture e non favoriscono un’adeguata comprensione della valenza culturale delle pratiche escissorie e del loro radicamento nelle comunità immigrate. Al tempo stesso è emersa una riflessione sulla difficoltà, per gli operatori socio-sanitari non adeguatamente formati, di avviare percorsi calibrati sui singoli casi, in cui i conflitti agiti dalle donne immigrate – che sono molteplici, di natura  familiare, culturale, economica – limitano la capacità di autodeterminazione della loro esistenza.

Non è mancato, inoltre, un approccio comparativo: il controllo della sessualità femminile nella nostra cultura, che è ancora, almeno in parte, radicato nel valore della verginità, ha molto in comune con la valenza delle MGF nei paesi africani (Assunta).

Perché per loro una ragazza perbene deve essere così, è come era da noi cinquanta anni fa la questione della verginità, se eri vergine eri una brava ragazza da maritare. C’era il controllo dopo la prima notte di nozze, la suocera doveva verificare se il lenzuolo della prima notte era macchiato di sangue… (Maria Grazia).

Una pediatra afferma che sussistono difficoltà nel dialogo sulla prevenzione anche nei contesti di cura anche con pazienti di nazionalità italiana, quando il dialogo medico/paziente ruota intorno a sintomi e/o patologie dei genitali femminili, o nel caso del HPV (Papilloma Virus).

La presenza di molti medici nel gruppo ha polarizzato poi l’attenzione sulla informazione medico-sanitaria, sull’approccio al paziente, sui casi di MGF rilevati nella pratica clinica.

Un ginecologo riferisce di aver visitato due donne: Una era infibulata e presentava una menometrorragia, clinicamente si evidenziava la scarsa possibilità di penetrazione nell’introito vaginale con un dito. In un altro caso, una donna infibulata e gravida, si constatava l’impossibilità di un parto naturale alla prima gravidanza. Attualmente, sulle bambine di tre anni e di provenienza africana, che ho visitato non ho riscontrato alcuna alterazione dei genitali esterni.

Un’ostetrica ha raccontato la sua esperienza negli anni ’70: Ero allieva in clinica e devo dire che con stupore mi trovai di fronte ad una donna infibulata che dovevo assistere al parto, la deinfibulammo con anestesia locale, però … poi devo dire che la donna dopo il parto chiese di essere reinfibulata.

Una parte rilevante della discussione è stata declinata sulla sessualità, sulle zone erogene, sulle conoscenze scientifiche attualmente disponibili, se con l’escissione del clitoride sia possibile un’orgasmo vaginale, se altre zone del corpo possono essere definite erogene.

Infine, l’ultima parte del focus group si è conclusa con una riflessione sull’efficacia dei programmi di prevenzione nelle nostre strutture sanitarie, sulla corretta impostazione di un programma  transdisciplinare di contrasto delle MFG.

 

CONCLUSIONI

L’esito dei tre focus group sulle MGF è stato soddisfacente, sia per la partecipazione attiva e attenta dei soggetti coinvolti, che per il manifesto interesse alle dinamiche culturali e ai rischi per la salute che le pratiche di mutilazione dei genitali femminili comportano.

Complessivamente possiamo dividere i partecipanti in tre clusters, il primo gruppo dei “non informati” (10%) e che tuttavia ha fornito importanti riflessioni sulle valenza simbolica delle MGF, il secondo gruppo già a conoscenza del fenomeno per “esperienza indiretta attraverso media e/o percorsi di formazione” (80%), il terzo gruppo di medici, assistenti sociali e personale socio-sanitario che ha dato il via ad una narrazione della esperienza maturata nella pratica professionale e nella pratica clinica (10%) con pazienti che presentavano esiti cicatriziali di infibulazione.

I dati più interessanti emersi nel dibattito sono certamente da un lato la riflessione sui limiti di un relativismo culturale che giustifica ad oltranza ogni pratica rituale, e dall’altro, pur nel rispetto della ricchezza che l’alterità ci offre nella variabilità delle sue espressioni, la necessità di contrastare la pratica delle MGF con opportuna informazione sanitaria, con un dialogo franco e aperto sul diritto all’integrità fisica e psichica delle donna, già sancito dall’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti umani di Parigi che vieta pratiche limitanti e degradanti sulla persona.

Sono state evidenziate da tutti i partecipanti differenze e analogie tra le pratiche MGF nei paesi dell’Africa subsahariana e il controllo sul comportamento sessuale femminile nelle culture occidentali. L’alterità, e la sua differenza, in qualche modo è stata ripensata alla luce di una critica culturale in patria nel cosiddetto Primo Mondo e del più recente riposizionamento della donna nei contesti della famiglia e del lavoro, della politica (Mario).

Ed è stato a partire da questa riflessione, comune e condivisa, sul ruolo della donna “in patria” e nelle culture “altre”, che è maturata una consapevolezza: il cambiamento di atteggiamenti e comportamenti e l’eradicazione delle pratiche di MGF sono possibili solo attraverso un dialogo libero, consapevole e aperto sui temi del rispetto e della libertà di espressione del corpo e della sessualità.

Il cambiamento è stato, dunque, pensato come una possibilità, ma solo dentro percorsi di umanizzazione dell’accoglienza e della cura, intesa come cura della persona nella sua interezza, portatrice di esperienze diverse, di valenze e significati che risiedono nei suoi percorsi di vita, nella sua unicità di essere umano.

È emersa anche l’esigenza di avviare, conclusa la fase della ricerca sul campo, nelle scuole e nei Consultori, negli ospedali e in tutte le agenzie del territorio, un percorso di formazione transdisciplinare alla differenza culturale, alla sua radicale alterità, e non ultimo, sul rischio clinico che le MGF comportano per le donne dell’Africa subsahariana.