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14 ottobre 2010

Un rituale di guarigione in Sardegna: il ballo dell’argia

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L’etnografia di Clara Gallini, La Ballerina variopinta (1988), è un’accurata ricostruzione della memoria storica di un complesso e articolato testo della cultura sarda, un rito ormai estinto già negli anni Sessanta:  il ballo dell’argia.

L’argia ballariana, spiegano gli informatori, era nella cultura locale un ragno velenoso identificato nella mutilla, il cui morso causa un reale stato tossico, o nel più innocuo latrodectus, tuttavia nella tradizione sarda entrambi richiedevano il ricorso alla terapia coreutico-musicale, alla danza, alla musica e al canto.

L’etnografia di Clara Gallini ha il suo antecedente nel lavoro sul campo di Ernesto De Martino, La terra del ri-morso, che – come è noto – esplorò nell’estate del 1959, affiancato da una équipe di studiosi, l’intreccio simbolico della pizzica salentina, definita dallo stesso De Martino un esorcismo senza esorcista di un male altrimenti indicibile, metafora della condizione esistenziale precaria del bracciantato agricolo nei campi assolati del Salento.

Nella danza agonistica della tarantata gli agenti simbolici, i fazzoletti, i suoni e i colori, facilitano l’espulsione del veleno del latrodectus dal corpo della pizzicata, hanno un ruolo determinante nel rito di guarigione.

Le radici storiche del tarantismo sono da ricercare in antichi culti pagani e nelle successive ibridazioni con simboli del Cristianesimo, con il culto dei santi, sincretismi del tutto assenti nel rito dell’argia.

Il ballo dell’argia prospera al di fuori di qualsiasi intervento di una cultura alta, in Sardegna assai meno presente che in quel Regno di Napoli in cui si iscriveva la Puglia con le sue famigerate tarante [Gallini, 1988: p.19]

Come nel rito della taranta anche il rito dell’argia offre al pizzicato un’ampia scelta tra figure simboliche all’interno di una struttura diegetica flessibile in grado di soddisfare di volta in volta le richieste del pizzicato e della comunità. Ma in tutte le varianti è sempre presente il ruolo positivo del gruppo e l’esigenza comune e condivisa di ribaltare il momento di crisi e di precarietà esistenziale, individuale e collettiva, nella forza dirompente e liberatoria della danza e del canto.

Perché è lei la ballerina variopinta che invita al ballo con la varietà dei suoi riti, la ricchezza dei suoi canti, la sostanziale sanità delle sue epifanie, un patrimonio di cose dette e fatte che è certamente finito, ma di cui abbiamo conservato testimonianza e magari possibilità di confronto con il nostro diverso dire e fare di oggi. [p.17]

L’argia nel complesso intreccio narrativo del rito è un’anima-mala che per i suoi peccati è trattenuta in questo mondo, è di sesso femminile, nubile o partoriente, sposa o vedova, è vestita con colori della mutilla o del latrodectus: l’argia sposa è bianca, la vedova è nera, l’argia nubile è maculata.

Ma la sequenza della pantomima non è mai rigida né lineare, la regia del pizzicato – sempre di sesso maschile – che è posseduto dall’argia nei modi propri della tradizione del suo paese, può non essere fedele all’originale.

L’argia chiede ai suonatori e al corpo di ballo della comunità di esibirsi in musiche e danze liberatorie a lei gradite.

Il suonatore ricorrerà per la sua esplorazione all’esecuzione di quel certo numero di musiche da ballo a lui note, la sua funzione è di rilievo, dato che frequenti sono i casi in cui la diagnosi viene fatta con la prova dei suoni [pp.46]

L’evento drammatico è così ribaltato nel suo contrario, in un’occasione per far festa, una festa carnevalesca, un momento ludico-espressivo per l’intera comunità.

Sarà la necessità pratica di giovare ad una persona sofferente che attiverà prove, tentativi e variazioni, una varietà che bada anzitutto all’efficacia, poi alla logica [p.26].

L’esplorazione musicale dei suonatori, le domande incalzanti dei partecipanti all’argia, il ritmo vivace delle melodie e la danza fortemente espressiva, disordinata e rumorosa che coinvolge tutti i presenti, accentuano la dimensione spettacolare, tragica e grottesca del rito. Il pizzicato narra la storia dell’argia e indossa uno dei suoi costumi selezionato da un ampio repertorio: il costume dell’argia sposa, della vedova, della nubile e della partoriente, ma in ogni rappresentazione l’argia è sempre una donna colta, una maestra, una nobildonna che viene da un paese lontano.

L’argia partoriente mima i dolori del parto, oppure vezzeggia una bambola di stracci; l’argia nubile sceglie un fidanzato e dà presto inizio ad una pantomima erotica delle nozze. L’argia vedova invece indossa l’abito del lutto: la sua lamentazione rituale oscilla tra il patetico e il sublime. Infine c’è l’argia ricca e potente, che indossa l’abito della festa, collane e ventagli, possiede anche un cavallo: è una pantomima in cui è facile individuare l’inversione dei ruoli f/m e il felice ribaltamento di una condizione esistenziale precaria. Ma in ogni rappresentazione il pizzicato è il protagonista indiscusso, è dispotico ed esigente, detta regole, tutti sanno che l’argia deve essere accontentata.

Con l’esplorazione e l’identificazione dell’argia, con la musica, la danza e il canto, la comunità si fa corpo vivo a supporto dell’avvelenato: le ninne-nanne, i lamenti funebri, i canti d’amore, gli abiti preziosi, i fazzoletti colorati, sono un ricco repertorio simbolico tanto più efficace quanto più è gradito all’argia. È una farsa che coinvolge tutti con travestimenti licenziosi, autocommiserazione ed esibizione narcisistica del posseduto, scherzi e lazzi osceni dei partecipanti. Il tono dominante è l’ambiguità, l’oscillazione tra euforia e disforia, dalla festa al lutto, dalla sofferenza alla sua rappresentazione carnevalesca.

Se si fa festa, se ci si diverte, è proprio perché qualcuno di noi sta male. [p.176].

È un paradosso che esprime sì il carattere ambiguo del rito, la sofferenza, l’oscenità e la frenesia, ma con queste anche il ritorno alla vita.

Chiosa Clara Gallini:

La sofferenza e la sua rappresentazione carnevalesca sono paradossali solo per chi appartiene a una cultura che reputa impossibile un reale processo di ritorno alla vita che passi per il piano della sua socializzazione.

Bibliografia

Ernesto De Martino, 1976, La terra del rimorso, Il Saggiatore

Clara Gallini, 1988, La ballerina variopinta, Liquori

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